numerosity

Le nostre paure sono molto più numerose dei pericoli concreti che corriamo. Soffriamo molto di più per la nostra immaginazione che per la realtá.
—  Seneca
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L O N D O N  (1 8 9 0 - 1 9 0 0)  

” It is difficult to speak adequately or justly of London. It is not a pleasant place; it is not agreeable, or cheerful, or easy, or exempt from reproach. It is only magnificent. You can draw up a tremendous list of reasons why it should be insupportable. The fogs, the smoke, the dirt, the darkness, the wet, the distances, the ugliness, the brutal size of the place, the horrible numerosity of society, the manner in which this senseless bigness is fatal to amenity, to convenience, to conversation, to good manners – all this and much more you may expatiate upon. You may call it dreary, heavy, stupid, dull, inhuman, vulgar at heart and tiresome in form. I have felt these things at times so strongly that I have said – ”Ah London, you too then are impossible?” But these are occasional moods; and for one who takes it as I take it, London is on the whole the most possible form of life. I take it as an artist and as a bachelor; as one who has the passion of observation and whose business is the study of human life. It is the biggest aggregation of human life – the most complete compendium of the world.” — Henry James

Quando, in una conversazione, i due parlanti si domandano numerose volte “in che senso?” a vicenda, è evidente che hanno due domini cognitivi troppo diversi. Ergo, dovrebbero smettere di parlare perché sono incompatibili.

Aiutiamoli a casa loro
  • Ore 3.45 del mattino, un uomo in pigiama apre a seguito del violento bussare sulla sua porta. Di fronte un uomo in divisa bianca della Marina e un altro in mimetica dell'Esercito.
  • Militari: Buongiorno. Lei è il Sig. Bruno Astaldi?
  • Uomo: Eh? Chi siete?
  • Militari: È lei il Sig. Bruno Astaldi?
  • Uomo: Io.. sì.. ma? Che ore sono? Che volete?
  • Militari: Si vesta, tra 50 minuti sarà imbarcato su un C-130 diretto ad Asmara, incontrerà il resto del contingente a bordo dove avverrà il briefing della missione.
  • Uomo: Cosa? No guardate ci dev'essere un errore io lavoro in un'azienda di componenti elettrici, non sono un militare!
  • Militari: È lei il Sig. Bruno Astaldi?
  • Uomo: Sì sono io Bruno Astaldi! E allora?
  • Militari: Ci risulta che in data 6 marzo 2017 alle ore 17.39 lei abbia commentato un post su Facebook con le seguenti parole "AIUTIAMOLI A CASA LORO!" conferma?
  • Uomo: .... non saprei, è possibile io non
  • Militari: A seguito di un recente decreto legge il Ministero della Difesa sta procedendo all'arruolamento di tutti i cittadini italiani che hanno manifestato la volontà di aiutare i migranti nel loro Paese d'origine. Lei, assieme ad altri 450 cittadini è stato selezionato per il secondo scaglione che verrà paracadutato sul Palazzo Presidenziale di Asmara in Eritrea.
  • Uomo: COSA?!? Ma io non ho fatto nemmeno i tre giorni!
  • Militari: Apprezziamo il suo coraggio. Il Sig. Ceroni del secondo piano di questo stabile è già in viaggio coi guastatori diretti in Somalia.
  • Uomo: GUASTATORI?! CERONI FA IL GELATAIO!
  • Militari: Non le nascondiamo che il Ministero si aspetta numerose perdite, nel caso in cui lei non dovesse sopravvivere alla missione, il Ministero disconoscerà qualsiasi suo coinvolgimento. Non possiamo rischiare una crisi diplomatica lei capisce.
  • Uomo: O mio dio
Le nostre paure sono molto più numerose dei pericoli concreti che corriamo.
Soffriamo molto di più per la nostra immaginazione che per la realtà.

Ciao a tutti,
forse vi ricordate ancora di me, forse no, fatto sta che io mi ricordo ancora di voi, anche perché 50.000 persone, che ti hanno sempre supportata, non si dimenticano.
Che dire? È passato davvero tanto tanto tempo, eh? In questo tempo ho capito che la vita, alla fine, non è così brutta e complicata come sembra, siamo noi che ce la complichiamo, circondandoci di persone negative o amando cose nocive. Ho fatto una cifra di cazzate, ho amato facendomi male, ho anche fatto male a chi mi amava, mi sono fatta tantissime paranoie e da queste mi sono lasciata divorare. Ne è valsa la pena? No.
Assolutamente no.
Vi renderete conto, con il passare del tempo, che tutto questo è solo un periodo, vedrete che ne riuscirete a uscire. E dio mio quanto mi mancano i miei sedici anni, invece di passarli a piangere per cose inesistenti avrei dovuto vivere come adesso, mangiarmi il mondo. Perché la vita, se la sai prendere, è bella, fidatevi di me.
Nel frattempo che non c'ero ho trovato (quella che penso sia) la mia anima gemella che mi sta facendo vivere la storia d'amore più bella di tutte e mi ha fatto capire che l'amore non è gelosia, non sono numerose litigate, non è orgoglio.. l'amore è fiducia, è condivisione, è armonia. Mi trovo ad essere davvero spensierata da 9 mesi, assurdo. Poooi, ho trovato un lavoro! Anzi, più di uno a dirla tutta e mi sto per diplomare. Infine, ho conosciuto un ragazzo “speciale”, che mi ha fatto capire quanto cazzo siamo fortunati e, allo stesso tempo, egoisti.
Questa vita è un dono.
Se siete qui, a leggere questo post, è perché siete molto più fortunati di altri, anche se adesso non lo riuscite a concepire.. e io vi capisco. Vi capisco perché ci sono passata e voi lo sapete benissimo, ma vi assicuro che il tempo che ho perso a piangermi addosso lo rimpiango da morire.
Amate chi vi ama, uscite con chi vi fa sentire a vostro agio, andate a ballare se vi va, mettetevi quel vestito che vi piace tanto se vi fa sentire belle, osate e ridete. Insomma, finché avete da vivere, vivete. Ne vale la pena, assicuro io.. e, anche se qui è bellissimo, lì fuori è ancora più bello.
Sempre vostra.

Cara famiglia, vorrei ringraziarvi per numerose cose. Grazie per avermi fatto crescere in una famiglia unita, in cui ci si vuole bene e la parola violenza non esiste. Grazie per essere stati sempre molto attenti alla mia vita, per esservi interessati alla mia istruzione costantemente. Per avermi fatta sentire amata, per avermi dato un abbraccio almeno una volta al giorno.
Cazzate. Tutte cazzate.
A causa vostra sono diversa da tutte le ragazze della mia età. A causa vostra, ho conosciuto la violenza, le notti insonni, gli assistenti sociali, le costanti denunce, gli avvocati. Ho sofferto così tanto da fare del male al mio corpo per soffocare quel che provavo dentro, nel più profondo. A causa vostra, ho un costante bisogno d'affetto e la sensazione di solitudine non mi abbandona mai. A causa vostra o meglio, grazie a voi, sono diventata la persona di merda che mi ripetete di essere ogni fottuto giorno. Quindi che dire? Grazie brutte merde.

Sono stanco delle partite su Facebook, allora proviamo a fare due squadre direttamente e non perdiamo tempo. Lo faccio per semplificare, attenzione, il dibattito sui social.
Squadra A: quelli pro centri sociali. Formata da tutti quelli che hanno messo piede in un centro sociale e/o che sanno cosa sia un centro sociale. Ne faccio orgogliosamente parte.
Squadra B: quelli contro i centri sociali. Vi fanno parte tutti quelli che non hanno MAI messo piede in un centro sociale e che vivono di pregiudizi su che cosa sia un centro sociale.
Non vi sembra lampante che una squadra giochi senza conoscere minimamente l'avversario?
Stamattina hanno sgomberato con la forza il Centro Sociale Làbas di Bologna. Sapete quali attività svolgono questi ragazzi? Eccone alcune: scuola di italiano per migranti, sportello Mediazione e Diritti, Campeggi di volontariato per un'accoglienza degna, Stage di agricoltura biologica, Cineforum, Stage di Cinema per giovani cineasti, summer camp per i bambini del quartiere LàBimbi, biblioteca sociale e altre numerose attività a scopo benefico. Che cosa esattamente dà fastidio alla squadra B?
Ecco il campionario: siete abusivi, vivete nell'illegalità, vi fate le canne, siete figli di papà che non fanno un cazzo, fate danni e se vi picchiano proviamo soddisfazione.
A nulla serve spiegare che i centri sociali operano in spazi altrimenti inutilizzati che vengono di fatto liberati, perché quelli della squadra B sono i difensori estremi della legge: “lo spazio non potete occuparlo, se facessero tutti così?”. Peccato che non lo fanno tutti, (magari lo facessero tutti). Perché gestire uno spazio occupato è un impegno troppo grande che comporta tantissime rinunce, chiunque si dedichi agli altri lo sa bene.
Inutile spiegare che i centri sociali di fatto costituiscono una valida opportunità per la gente del quartiere di imparare, socializzare, integrarsi e per i giovani di impegnarsi in progetti concreti.
Ma poi scusate, se dentro ci operano ragazzi di famiglie benestanti, cosa ovviamente non valida per tutti, anzi, preferireste vederli sullo yacht di papà e odiarli comunque o è meglio vederli impegnati con la gente del quartiere in qualche laboratorio?
Se questi ragazzi si fanno le canne, cosa ovviamente non valida per tutti, anzi, perché vi danno fastidio solo loro? 2 adolescenti su 5 in Italia fanno uso regolarmente di droghe leggere, come funziona? Condannate solo chi vi pare?
“Se vi picchiano proviamo soddisfazione.”
Ora, nel vedere questa ragazza che viene aggredita di spalle, mi spiegate che soddisfazione provate? Cioè la vostra vita è così insoddisfacente che avete bisogno di vedere una ragazza che viene picchiata per poter esclamare: “ah!”
Avete mai provato con una pizza fritta, che so io, con il sesso… potreste provare a stare tutto il giorno con la cinta dei pantaloni strettissima e poi allentarla la sera, trattenere la pipì per ore e poi liberarsi: alla fine direste “ah!” lo stesso.
Il fatto è che la violenza contro questi ragazzi è rassicurante per voi: vi fa credere di aver fatto bene a non entrare mai in un centro sociale, vi solleva dalla responsabilità di pensare, mentre prendete il sole, che avete fatto bene a non occuparvi mai di chi sta peggio di voi, perché chiunque abbia mai aiutato un altro essere umano sarebbe solidale con questa ragazza.
La violenza di stamattina ancora una volta soddisfa questo vostro improvviso e urgentissimo bisogno di ordine con il quale vi fanno credere che si stanno preoccupando dei veri problemi del Paese. Perché lo sanno tutti, il problema dell'Italia non è la corruzione, la malasanità, la disoccupazione, la mafia. Il problema dell'Italia è il decoro.
Allora squadra B, ora va tutto bene, hanno sgomberato il Centro Sociale Làbas: ora, ne siamo stra-sicuri, la vostra vita è sicuramente migliorata, vero?
Noi continuiamo a pensare che i centri sociali siano una ricchezza per tutti, dove operano persone che credono e si battono per un mondo più giusto. #Solidarietà alle attiviste e agli attivisti di #Làbas.

-Luca Delgado-

#lucadelgado #Riscetamento #Làbas
#solidarietà

Kon, ho voglia di chiederti della tua vita. Che hai fatto? Come sei diventato cosi? Chi e’ la madre delle tue figlie? Come si arriva alla tua età con tutta quella vita dentro?


Il successo non mi ha cambiato. Sono sempre il solito ragazzo semplice che viene da un paese di prov… 

No, così non va.

Tutto quello che mi è successo in questi quarantacinque anni di vita mi ha cambiato così tanto che mi basta pensare a quello che dicevo o credevo un mese fa per provare un sentimento di tenerezza mista a compassione (e furia autocida). Un po’ come quando FB ti ripropone a tradimento cosa scrivevi l’anno prima o ritrovi il diario delle medie e allora desideri una macchina del tempo per convincere tuo padre all’astinenza.

Dio abbia pena degli uomini con un unico sogno – ha detto qualcuno – e io invece dico di avere pena per quelle persone che procedono lungo la vita incrollabili nelle loro convinzioni.
Non provo nessuna vergogna (al massimo quella tenerezza di cui sopra) a fare una lista di tutte le merde che ho pestato nel passato: le offese urlate senza pensare, i pugni tirati, gli occhi abbassati, le parole non dette e tutto quello che avrei potuto e dovuto fare e che ho lasciato in sospeso a qualche bivio del mio cammino.

Io sono qua, adesso, nell’interezza delle mie contraddizioni, dei miei errori e delle mie scelte (perché a volte anche non scegliere è una scelta, forse la più impegnativa) e sempre pronto a stupirmi e a essere indeciso su cosa credere l’indomani.

Sono qua come somma del tanto affetto e del poco odio che ho incontrato in tutti questi anni e non perché io sia stato fortunato ma solo perché nel lungo tragitto verso la grande pianura dove tutti alla fine si fermano a riposare ho scelto di camminare il più possibile lontano dalle ombre dell’egoismo, dell’autocompassione e del risentimento e di calcare il passo là dove il sole picchia forte e volte ti toglie la forza ma ti tiene limpida la mente e sgombro il cuore.

Ti auguro lo stesso cammino e soprattutto di non essere isola di solitudine ma arcipelago verso una nuova pangea.


Uh… a proposito: non è vero che non userei la macchina del tempo.
Vorrei un Tardis per tornare nel 1982 e mollare una controsberla di nocche a un certo bambino saccente e spiritosello che al museo degli attrezzi agricoli si sedette su uno sgabello per mungere le vacche e alle numerose amiche di sua mamma disse in maniera molto candida – Chi è la prima?

Aveva gli occhi lucidi.
Quelle sensazioni non le avrebbe augurate a nessuno.
Eccola, la prima lacrima, sapeva che altre miriadi di esse avrebbero solcato il suo volto di li a poco.
L’oggetto metallico lacerava i suoi ormai rovinati polsi, i quali cominciavano a sporcarsi di liquido cremisi.
Sapeva di meritare tutto quel male.
Che i risolini e gli spintoni erano pallottole in confronto alla lametta che a poco a pocosquarciava la pelle del suo polso sinistro.
Come quando non le entrava un paio di pantaloni e puntualmente non riusciva ad abbottonarli in vita.
Come quando ogni mattina si guardava allo specchio e si tirava pugni alla pancia a suo parere troppo grande.
Piangeva,tutte le mattine,perché si sentiva grassa,enorme.
Non era come voleva essere.
Non era come la società comandava.
Si considerava uno sbaglio.
Un errore. Esatto,proprio un errore.
Un puntino venuto male nelle mani di Dio, una mosca che cerca invano di mimetizzarsi tra le tante, troppe numerose api.
Forse si sbagliava.
O forse aveva ragione.
Fatto sta che lei alle critiche e agli insulti ci credeva. Eccome se ci credeva.
Doveva solo essere cancellata, come i coetanei avevano fatto con la sua autostima.
Aveva la musica, la musica e basta.
Un mondo dove aveva il potere di far tutto.
Per questo si isolava dal resto della massa.
Nessuno a suo parere sarebbe riuscito a comprendere l’importanza che una canzone aveva per lei.
Ma nemmeno gli interessava, agli altri.
Si limitavano a lanciare occhiatacce e insulti, magari fatte senza pensare, magari date col cuore.
Ma le facevano male, malissimo.
Allora prendeva la lametta.
Aveva ormai i polsi inguardabili, coperti da felpe, bracciali o cosa sia.
Un misto di sangue e disinfettante scorrevano veloci giù per il lavandino, insieme alle sue lacrime di rabbia nei propri confronti.
In fondo le andava bene.
—  sorrisocapovolto
(Scusate) l'interruzione

Il capo ufficio. Il telefono, dell'ufficio. Il telefonino (si dice ancora così? Oppure è meglio dire lo smàrtfòn?), privato e, per alcuni, anche quello aziendale.

E poi la posta elettronica, i sòscial, i gruppi uòzzap.

Ed infine i colleghi, i clienti che attendevate, i clienti che non attendevate ma che passavano di lì.

Tutti elementi di potenziale interruzione da ciò che state facendo.

Perchè non credo che sia solo una mia personale impressione come, in questo continuo aumento della concitazione e sovrapposizione di cose da fare che caratterizza il nostro vivere, le finestrelle di tempo per farle, le cose, la quantità di istanti quieti e silenti in cui concentrarvi su quello che considerate (illusi e sconsiderati!) una vostra (egoisti!) priorità è diventato risibile, omeopatico, misurabile in milliminuti.

Di conseguenza diventa titanica, la fatica fatta per ricordarsi cosa stavate facendo prima dell'interruzione, a che punto eravate, nel farlo, prima dell'interruzione, e quella per riprendere ciò che state facendo, anzi, spesso, non appena vi siete nuovamente sintonizzati su quanto (in teoria) vi preme fare, ecco che, puntuale, arriva un'altra interruzione.

Tale fenomeno di riduzione della durata dei momenti di vita ha un silente ma evidente inizio, con l'avvento della TV commerciale…i film, che prima venivano scanditi da (usualmente) due biblici e giganteschi tronconi, il primo ed il secondo tempo, hanno iniziato a vedersi interrotti da pause pubblicitarie, brevi per carità, ma numerose, che sminuzzavano la trama, e l'attenzione ad essa data, in bocconi più minuscoli e numerosi. Di lì è stato poi un fiorire di spot e minispot, che hanno contagiato poi lo sport ed i programmi di intrattenimento, addirittura i telegiornali ed i dibattiti politici.

Ma attenzione, il mio punto non è tanto sottolineare quanto, queste interruzioni continue, siano una rottura di scatole, ma quanto ci abbiano poi condizionato la vita intera e l'approccio ad essa, facendo di noi cittadini di attimini, di minutini, residenti di storie e vicende e compiti della durata di manciate di secondi, organismi pluricellulari, anzi organismi ’’con i cellulari“, viventi una somma di innumerevoli vite minuscole, tutte compresse dentro un'interruzione e l'altra, piccoli transistori che reagiscono rapidi rapidi e che esauriscono il loro dovere in pochi secondi per poi prepararsi subito ad un altro. Siamo la versione umana e culturale della gallina ovaiola, prigioniera di crudeli allevamenti, a cui hanno accelerato la giornata con continuo alternarsi di buio e luce, così da farle fare più uova.

La conseguenza di ciò è il ridursi della nostra capacità di concentrazione ed attenzione: con la mente ridotta ad un twitter del pensiero, dove non più di un piccolo e limitato numero di caratteri è permesso, perdiamo interesse per tutto quello che varca i due minuti, le poche righe, non ci fanno più ridere le barzellette lunghe e complesse nel costrutto, ma ci fanno ridere i tormentoni, non abbiamo più opinioni, ma ci facciamo affascinare (e soffocare) da slogan, quando parliamo con gli amici, ci scusiamo se un concetto è lungo, di giornali e riviste leggiamo i titoli e le didascalie sotto le foto (e ci riteniamo ’‘informati”).

E non solo: riflettete su come in certi contesti, quello politico per esempio, la coscienza del poco tempo a disposizione sia diventata l'incubo peggiore, e qualsiasi confronto precipiti entropicamente in pochi istanti verso un battibecco a colpi di “non mi interrompa” o di “mi lasci parlare”.

La vittima principale di questa tempesta perfetta di confusione, di questo fortunale di disordine comunicativo, è l'approfondimento dei concetti e delle idee, con conseguente superficializzazione di tutto e tutti, ed altrettanto seguente perdita di qualità: di vita, di lavoro, di opera, di relazione. La conseguenza è che viviamo più vite e tutte brutte.

Come fare per tornare (gradualmente) ad una realtà sostenibile? Mi piacerebbe dirvelo ma scusate un attimino, che mi squilla il telefonino, e perdonate un istante, ma mi è arrivata una mail urgente, e non in ultimo c'è qualcuno che ha bussato alla porta del mio ufficio.

E mi scappa anche la pipì.