notre dame fighting irish

Rivalry Reanimated Final Thoughts

Hey folks, thank you for following my last series, focusing on some of the more famous rivalries that stopped being played in the 1980′s and 90′s.

I’ll be giving a quick recap of each series and put together some things I found interesting about the project.

Miami-Notre Dame

Series Record at time of cancellation (1990): Notre Dame led 15-7-1
Series Record of Reanimated Rivalry (1991-2016): Notre Dame leads 14-12
Combined All-Time Record: Notre Dame leads 29-19-1
Longest Miami win streak: 6 (1999-2005)
Longest Notre Dame win streak: 7 (2010-2016)

Notre Dame started out with such a big lead because they played Miami for a decade before the Hurricanes actually got good in the 80′s. Since The U’s first national title, the series has been very even. Miami actually leads since 1983, but just by a few games. In the Reanimated series, both schools enjoyed periods of alternating success. Currently ND is dominating the rivalry, having won the last seven games against their the Canes.

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Bill Laimbeer: Nice Guy, Bad Boy

Di: Francesco Tonti

“L'odio deve rendere produttivi. Altrimenti è più intelligente amare.”

Karl Kraus

Una doverosa premessa: Bill Laimbeer nasce con la proverbiale camicia.

Il padre è un dirigente milionario nell’industria del packaging, e la sua fortunata adolescenza trascorre confortevole tra privilegi e spensieratezze varie.

Gli impegni del genitore lo traghettano tra i sobborghi eleganti di Clarendon Hills (Illinois) e le paradisiache spiagge di Palos Verdes in California. Quando si trasferisce in pianta stabile nell’accattivante cornice della costa ovest è un liceale al terzo anno, gioca a basket per puro diletto e non immagina un futuro tra i professionisti.

Lo scenario più realistico per il domani è proseguire la tradizione di famiglia, magari con un’azienda tutta sua.

Fa sorridere immaginare i suoi racconti sugli anni liceali nello spogliatoio dei Pistons, considerata la notevole differenza di estrazione sociale e culturale rispetto ai compagni.

Gli insider del periodo hanno spesso riportato siparietti curiosi, con Laimbeer pronto ad evocare la magia della pesca alle aragoste in California con Isiah Thomas e Dennis Rodman, dando praticamente per scontato delle esperienze simili da parte loro.

Le reazioni erano le più disparate ma nessuno, come prevedibile, riteneva il caso di replicare in modo sarcastico o vagamente irrispettoso.

“Lambs” sapeva come farsi benvolere: la sua natura istrionica e a tratti surreale era un ingrediente fondamentale di quel roster cosi variegato, e soprattutto sul campo era il mastice tecnico del “verbo” di Chuck Daly. Spesso il braccio armato.

L’avvio della parabola cestistica lo porta subito sotto i riflettori; il corpo imponente e le mani educate (a cui dovete sommare buoni istinti in post) trasformano presto la locale high school in una vera potenza. Gli avversari faticano a contenere un sette-piedi letale nel pitturato e quasi inevitabile arriva la vittoria in campionato. I reclutatori, come da copione, non si lasciano sfuggire un potenziale del genere, guardando oltre gli evidenti limiti atletici.

C’è solo l’imbarazzo della scelta: UCLA o USC, ad esempio, gradirebbero sfoggiare nel roster la stellina del campionato californiano e tra le contendenti spuntano nomi illustri come Wake Forest e Maryland. Laimbeer, che fino a questo punto ha solo cercato di sfogare la sua passione sportiva, cerca una sfida più che una squadra di basket. Un percorso formativo.

Dopo una lunga riflessione decide per Notre Dame, il college che gli fornisce le maggiori garanzie dal punto di vista scolastico oltre che sportivo. Va precisato che i “Fighting Irish” della seconda metà degli anni ‘70 sono una delle poche squadre universitarie di respiro nazionale, tanto da poter vantare passaggi televisivi regolari (rarità assoluta… ESPN era ancora lontana) , mantenendo al contempo una rigidissima vigilanza delle regole e dei voti accademici.

L’impatto con la nuova realtà si rivela complesso: nel suo anno da freshman i problemi con il rendimento scolastico sono una spiacevole consuetudine, rimettersi in pari con le medie richieste si dimostrerà un'impresa più ardua del previsto. Sarà necessario ricorrere al “soccorso” di una struttura scolastica di supporto. L’anima festaiola e scanzonata deve in qualche modo ridimensionarsi - e in fondo Bill ha scelto un ateneo cosi rigido proprio per questo.

Dal punto di vista dell'evoluzione tecnica le cose ristagnano un poco.

La squadra era frutto di uno “scouting” certosino (saranno una decina i giocatori che diventeranno professionisti), forte di una profondità quasi incredibile, col risultato di trasformare il benestante ragazzone in una semplice riserva. 

Come accennavamo sono anni importanti per la sua formazione personale, un toccasana che gli garantirà una maggiore conoscenza di se stesso e gli fornirà gli strumenti per affrontare al meglio un futuro sotto i riflettori.

Il coach di Notre Dame Digger Phelps (un santone del gioco despotico e dittatoriale) lo considerava lungo di qualità, ma non stravedeva esattamente per lui. Avrà buon gioco nel marchiargli a fuoco il classico mantra NCAA: “È il nome davanti la maglia quello che conta, non quello scritto dietro.”

Laimbeer questa filosofia la sposerà integralmente al piano di sopra, sacrificando spazio e tiri a beneficio dei compagni, specializzandosi via via nel lavoro sporco.

Il picco maggiore delle quattro stagioni universitarie è la Final Four del 1978, arrivata nel suo anno da junior e persa in semifinale contro una leonina versione di Duke. La stagione successiva, con il nucleo della squadra intatto, la squadra di Phelps era inserita nel ristretto cerchio delle favorite.

Il destino però non fu benevolo e nel torneo del 1979 incrociarono le armi con gli Spartans guidati da Magic Johnson; impossibile scendere a patti con il rivoluzionario play che di lì a poco avrebbe infiammato i cuori di L.A. e guidato lo Showtime. Michigan avrebbe poi sfidato i Sycamore di Larry Bird in una partita che è già nei libri di storia del basket. Laimbeer avrà modo di ottenere una rivincita negli anni successivi, ma rimuginerà a lungo sul titolo universitario sfumato - l'unico trofeo a mancare nella sua nutrita bacheca.

Arrivato il fatidico momento di passare professionista (quasi per inerzia) di scout “amatori” non se ne trovano: la sua eccentricità non aiuta, così come le etichette negative che si porta dietro.

Lam non si lascia certo scoraggiare: ha un'ottima considerazione delle sue capacità ed è intenzionato a far ricredere i suoi detrattori. Nel draft del ‘79 la situazione, però, precipita: il suo nome scivola al pick numero 65 di un folcloristico terzo giro, quando lo chiamano i Cleveland Cavaliers. Attraenti il giusto, diciamo.

Giova ricordare che all'epoca la NBA era composta da 22 squadre che articolavano le loro scelte su tre giri distinti. Inoltre non c'era alcun tipo di vincolo salariale per i rookie: la trattativa era gestita tra franchigie e matricole, e spesso le prime cercavano di fare la voce grossa. Sopratutto con i nomi di contorno, come nel suo caso.

Il contratto tarda ad arrivare, i Cavs temporeggiano ma il ragazzo non cede di un millimetro, con una richiesta quasi inverosimile per l'epoca: un “garantito” prima del training camp autunnale.

A sorpresa spunta il campionato italiano. Brescia - una squadra in ascesa e di buon nome - lo contatta per un invito al ritiro estivo: il vulcanico presidente Pedrazzini e coach Sales sono alla ricerca di un giocatore fisico, in grado di affiancare degnamente un fine dicitore come Marc Iavaroni.

Laimbeer coglie al volo l'opportunità, desideroso di mettersi alla prova in un campionato europeo di spessore e di conquistare finalmente spazio e considerazione.

Le biografie ufficiali trascurano colpevolmente questa parentesi della sua carriera.

Reperire informazioni non si è dimostrata impresa semplice, per fortuna di Hoops Democracy giunge in soccorso un totem del basket tricolore: Ario Costa.

Signori, giù il cappello.

Lo raggiungo telefonicamente a Forlì, dove attualmente è il GM della Fulgor Libertas.

Il ricordo è decisamente vivo.

«Era circondato da una curiosità enorme al suo arrivo: noi cercavamo di capire le sue qualità, visto che la critica ne aveva dipinto un quadro positivo. Da principio sembrava svogliato, fu subito evidente che atleticamente era limitato, schiacciava con qualche piccola difficoltà. Nei primi allenamenti non ti nascondo che c'era qualche incertezza sul suo conto».

Laimbeer, in compenso, dimostra di aver lasciato la timidezza in America.

«In spogliatoio si trovò subito a suo agio: ci disse con la massima disinvoltura che il suo status di sconosciuto sarebbe terminato presto. In quella stessa annata Cantù firmò Bruce Flowers (suo compagno di squadra a Notre Dame), che era più molto più quotato di lui. Ci assicurò che si trattava di un buon giocatore, persino bello e biondo. Eppure continuava a ripetere che quello veramente forte era lui e che ne sarebbero tutti accorti molto presto».

Rapidissimo excursus: Flowers dimostrò di essere un “signor giocatore” nella prima esperienza italiana (vincendo scudetto, Coppa Campioni e Saporta Cup con Cantù in 3 stagioni), ma fece fatica ad imporsi nel suo unico anno nella NBA. Tornato in Italia nelle stagioni successive (firmando una vittoria in coppa Korac con Roma nel 1986) realizzò ottime cose, confermando le sue qualità.

Una carriera con i fiocchi insomma, ma nulla di paragonabile ad un (probabile) Hall of Famer, bicampione NBA e 4 volte All Star come Lambs. Aveva ragione da vendere, tutto sommato.

Torniamo ai ricordi di Ario.

«Le nostre perplessità sono durate poco. Durante la prima amichevole estiva, giocata contro Treviso (all'epoca sponsorizzata Liberti), fece un partitone clamoroso. Dominò letteralmente, spazzò via tutto sotto i tabelloni, e quando la gara diventò più fisica, picchiò tutti. Una furia impressionante».

La prima prova del fuoco è superata con lode. Sales ne è chiaramente entusiasta.

La scelta della Pinti Inox Brescia fu certamente felice: un Laimbeer motivato disputò una stagione da vero califfo (22 punti + 12 rimbalzi in 26 gare ufficiali), con prestazioni significative nelle gare più importanti, comprese quelle contro Dino Meneghin.

La coppia che formò con Iavaroni può essere considerata a pieno titolo una delle più intriganti della storia del campionato italiano: due lunghi del genere erano merce rara anche allora. La sua efficacia in post conquistò rapidamente pubblico e ambiente.

In questa esperienza tricolore non compare il tiro da 3 punti, uno dei suoi storici punti di forza.

«Posso confermarti che non si allenava in modo specifico nel tiro oltre l'arco. Aveva una mano veramente morbida e questo ero sotto l'occhio di tutti. Credo lo abbia sviluppato a partire dalle fase di preparazione alle Olimpiadi».

Non mancano elogi riguardo l'attitudine.

«Ero molto giovane in quella stagione - per la precisione ero il quarto lungo in rotazione, davanti a me c'era Taccola nelle gerarchie del coach. Bill molte volte si fermava in palestra per aiutarmi a sviluppare il mio gioco. Ricordo bene i nostri uno contro uno. Era fisico, non lesinava qualche botta di troppo ma non si risparmiava mai. Umanamente era davvero generoso».

L'integrazione di Lam con squadra e città è da manuale.

«Non ha mai avuto problemi. Nessun episodio strano, era piacevole stare con lui.

Faceva una vita regolare, si concedeva al massimo qualche visita al casinò di Venezia, e sempre rigorosamente in compagnia della moglie. Spesso vinceva. Inoltre aveva un cuore d'oro. A fine stagione, visto che il padre lavorava con aziende che trattavano il vetro, regalò a tutta la squadra un servizio di bicchieri personalizzato con nome e numero di maglia. Lo conservo ancora gelosamente».

Il legame si è rivelato solido.

«Pochi anni fa abbiamo avuto modo di rivederci dopo tanto tempo, ci siamo trovati a Las Vegas, una serata davvero piacevole che ricordo con affetto. È stato gentile e cordiale come sempre».

La preziosa testimonianza di Ario Costa (che non finiremo mai di ringraziare per la cortese disponibilità) ne mette in risalto degli aspetti sostanzialmente inediti, lontani dalla sua etichetta di “Bad Boy”.

Al termine della stagione con la Pinti Inox, il suo nome comincia a circolare con insistenza negli uffici dei vari GM - e gli estimatori cominciano a proliferare. Cleveland rompe gli indugi e si piega alle richieste contrattuali dell'emergente pivot.

Viene invitato a partecipare al camp della nazionale USA che sta preparando le Olimpiadi moscovite del 1980 ed ha cosi modo di conoscere il leader del gruppo: Isiah Thomas.

Tra i due scatta subito una grande intesa, fattore che tornerà molto utile poco tempo dopo.

La stagione molto intensa disputata con la Pinti Inox pesa; motivazione ed energia scarseggiano e finisce per avere la meglio la sua (latente) natura casinista. Il taglio fu inevitabile. Lambs anni dopo si autoproclamerà ironicamente come il peggiore di quel gruppo (e di gran lunga). Non fu un gran problema, tutto sommato.

Gli Usa boicotteranno poi le Olimpiadi, e volete sapere chi era il lungo di riferimento che gli sbarrò idealmente la strada per un posto a roster? Sam Bowie. Piccolo il mondo.

Finalmente arriva il momento di calcare le arene NBA. Correva la stagione 1980/81.

Lam scala velocemente le gerarchie in casa Cavs, confermando il potenziale emerso chiaramente a Brescia. Nel giro di pochi mesi, i minuti in campo crescono esponenzialmente, l'impatto e le statistiche cominciano a farsi interessanti.

Nel primo anno arriva alle soglie della doppia doppia di media (non partendo mai in quintetto base), e comincia a farsi una reputazione per il vigore espresso nel pitturato.

I Cavs al termine della stagione non hanno ancora ben chiaro cosa fare di lui, Coach Musselman lo apprezza, ma come Phelps in precedenza non è convinto fino in fondo delle sue qualità. Qualche spigolosità caratteriale emersa qua e là in spogliatoio lo penalizza oltremodo agli occhi del management. L'approccio spavaldo desta perplessità.

Alla vigilia del suo secondo anno nella Lega è già virtualmente sul mercato. Gli ammiratori stavolta non mancano, si tratta solo di aspettare l'offerta giusta.

Finalmente, nel febbraio del 1982 gli emergenti Pistons decidono di scambiare per lui (sacrificando pick e giocatori), identificandolo come una possibile pietra angolare della squadra che sta sbocciando intorno a Isiah Thomas.

La Detroit del tempo è un cantiere aperto, ha una pessima tradizione, ma sta guadagnando velocemente credito come forza emergente. La franchigia ha costruito in breve tempo un ambiente solido intorno alla squadra, sembra il posto giusto per un giovane rampante.

Nel giro di pochi mesi Lambs diviene parte integrante del progetto, ripagando la scommessa della dirigenza; i Pistons lo responsabilizzano trasformandolo nel luogotenente di Thomas in campo e nel timoniere dello spogliatoio.

Possiamo idealmente dividere in due fasi la sua carriera a Detroit: la fase All-Star (ben 4 le convocazioni), che si dipana idealmente nelle prime 5 stagioni tra il 1982 e il 1987; e la fase (indubbiamente più celebre e vincente) di grande sciamano dei Bad Boys.

Per diverse annate Lambs ha fatto parte della ristretta cerchia dei lunghi più apprezzati della Lega, ha frequentato abitualmente la partita delle stelle e conquistato il titolo di miglior rimbalzista nel 1986, sopravanzando una foltissima concorrenza. Qualche nome? Charles Barkley, Buck Williams, Ralph Sampson e Moses Malone. Tutti messi in fila.

In questo quinquennio ha perfezionato letture e comprensione del gioco, mascherato i limiti atletici con l'intelligenza e, seppur poco interessato alle cifre, ha collezionato statistiche notevoli. Stiamo parlando di picchi davvero interessanti anche nei punti segnati (17.5 sarà la sua media migliore nel 1984/85), accompagnati da percentuali notevoli dal campo e nei tiri liberi (89% raggiunto in più di una stagione…).

Detroit però stentava a decollare, stretta nella morsa di una Eastern Conference di livello celestiale; la sconfitta rimediata al primo turno dei playoff per mano degli Hawks di Dominique Wilkins fu il principio di un rivoluzione.

Chuck Daly con la complicità di Thomas e Laimbeer rifondò completamente lo stile di squadra (perfino “soft” in qualche occasione) nella successiva offseason, per cercare di restare a galla in una Lega sempre più fisica e sempre più ricca di talento.

Il leggendario coach cercò di spiegare in breve la nuova filosofia ai media.

“Semplicemente non eravamo una buona squadra difensiva, perché non disponevamo della velocità per limitare i migliori esterni. Non potevamo lasciare che gente come Kevin McHale o Patrick Ewing prendesse posizione in post, altrimenti ci avrebbero distrutti. Siamo diventati una squadra difensiva quando abbiamo creato un'atmosfera “speciale” per i nostri giocatori , ottenuta con delle regole specifiche, intimidazione, e tanto sacrificio da parte di tutti. Appena i ragazzi hanno cominciato davvero a credere che questa era l'unica via per vincere, non ci siamo più voltati indietro.


Inizia l'era dei Bad Boys e Lam cambia pelle, diventando il fulcro del nuovo stile di Daly;

se Thomas continuava a mantenere le chiavi della fase offensiva, il centrone amministrava quasi completamente le fortune della difesa NBA più temuta sul finire degli anni '80.

Reciterà al meglio il ruolo di parafulmine, attirando gli strali del tifo avversario che identificavano in lui il filibustiere principe della marmaglia Pistons.

80 milioni di americani lo eleggeranno idealmente come il “cattivo” ideale. Diventò praticamente uno slogan che riecheggiava in tutto il paese, un assioma.

Si scomodarono eminenti professori di sociologia per cercare di analizzare questa clamorosa ventata di impopolarità, ma senza successo.

Già noto per la tendenza a qualche colpo di troppo in vernice, nel giro di un paio di stagioni i suoi falli plateali (spesi principalmente nei momenti di emergenza) scateneranno le ire di ogni palazzetto del paese.

Un ruolo scomodo, perfetto per un personaggio atipico come il suo.

Bill adorava il centro del palcoscenico, non si preoccupava di attrarre energia negativa e sopratutto non aveva la minima intenzione di mantenere buoni rapporti all'interno della Lega. Il suo mondo era lo spogliatoio di Detroit dove Thomas (unico amico nell'ambiente) era il leader, lui l'animatore e il capo carismatico. Curava in prima persona “i rapporti” con i rookie (costruiva persino barricate di fortuna in spogliatoio per familiarizzare gradualmente con i nuovi), si preoccupava di monitorare l'intensità degli allenamenti e sopratutto era l'epicentro dei discorsi dei compagni, grazie ad una personalità e abitudini completamente fuori dalla norma.

Come abbiamo avuto modo di appurare con Ario Costa in precedenza, sapeva come farsi apprezzare. Adorava il gioco delle freccette (passatempo che non fece breccia tra i compagni), scoperto ai tempi del college. Tendeva a praticare questa disciplina appena possibile e praticamente ovunque. Si raccontano diverse leggende a proposito, soprattutto a causa della prevedibile difficoltà di trasporto nelle varie trasferte.

In diversi aeroporti ingaggiò battaglie memorabili con gli addetti alla sicurezza per trasportare tutto il necessario ed in più di un occasione, nonostante vari siparietti, fu costretto a rassegnarsi al sequestro dei set personalizzati per non perdere il volo.

In linea generale, mentre Thomas e soci parlavano di pallacanestro in continuazione, Lambs (il più intenso in partita e allenamento) appena uscito dal campo discorreva di tutto tranne che di palla a spicchi. Golf (che praticava con passione), affari, politica: il repertorio era vasto e tale da far invidia ad un tuttologo.

Milioni di americani lo odiavano visceralmente (molti non hanno ancora smesso), ma lui non ma hai mai fatto una piega, ripeteva semplicemente: “È il mio lavoro”.

 

Il nuovo corso ne distrusse la reputazione, ma ne elevò le qualità cestistiche.

Fu in grado di ottimizzare il suo talento in funzione del gioco di squadra e del sacrificio.

Già da tempo Laimbeer era il miglior rimbalzista difensivo del campionato, ma le nuove necessità lo spinsero a lavorare in modo ossessivo sugli “intangibles” ed a sviluppare definitivamente il tiro da tre (in precedenza sfruttato solo marginalmente), per aumentare le opzioni offensive di Detroit. Il suo tiro da fuori fu strumentale per integrare Rodman e Joe Dumars, giovani imberbi che fecero compiere alla squadra l'ultimo salto di qualità.

In più di qualche occasione (come le Finals contro i Blazers) le sue triple cambiarono il corso degli eventi, trascinando fuori dai guai la squadra.

Nelle stagioni condite dall'anello, le conclusioni operate oltre l'arco da Lam hanno sempre raggiunto la tripla cifra. Più di qualcuna si è trasformata in un beffardo buzzer beater.

Se considerate il periodo “storico” (fine anni '80/inizio '90) sono cifre incredibili, che permettevano a Detroit di poter disporre dell'attacco più versatile della NBA.

In più c'era la gestione emotiva della squadra. Mefistofelica.

Quando la situazione diventava critica, quando c'era la necessità di accendere compagni e pubblico, Laimbeer dava fuoco alle polveri con perfetto senso della teatralità.

Il repertorio era infinito. Positivo e negativo, sempre miscelato con cura.

Falli terminali (ma non quanti la fama lascerebbe pensare), accenni di rissa, risse vere e proprie, aiuti difensivi operati materializzandosi dal nulla, sfondamenti conquistati in momenti topici, triple, gesti irriverenti verso pubblico o avversari, stoppate in aiuto, clamorosi “flop”; il suo contributo si manifestava sotto ogni forma possibile, minando fiducia e pazienza degli avversari.

Non c'è solo il tiro da fuori a renderlo un precursore: nessun lungo ha mai più replicato la sua capacità di realizzare “flop” di qualità hollywoodiana che spesso capitalizzava con fischi a favore, girando l'inerzia delle partite. Tanti hanno seguito le sue orme (Divac ad esempio), ma nessuno con il suo successo.

Non necessariamente si faceva notare con un fallo terminale, più spesso le sue provocazioni andavano a bersaglio con gesti accorti e lontano dal severo sguardo arbitrale.

Un'arte, questa, patrimonio dei giocatori più coriacei cresciuti in questo periodo e che accomunava stelle (un nome su tutti: John Stockton) e mestieranti.

Le sue “gesta” hanno fatto saltare le corde vocali a più di un radiocronista.

Il pitturato dei Pistons in questi anni tumultuosi è una sorta di triangolo delle Bermude; Lambs e soci mettono sottosopra l'intera Lega, costringendo tutti agli straordinari.

Secondo la mitologia, solo un giocatore non fu in nessun modo intimidito dalla frontline più cattiva della lega: Charles Oakley.

I biancoverdi soffriranno parecchio la truppa di Daly, e forse l'unico avversario capace di entrare nella testa di Larry “The Legend” fu proprio Laimbeer, ancora oggi oggetto degli strali (puntuali ogni anno o quasi) dell'irripetibile fuoriclasse con il numero 33.

Boston si lasciò andare a clamorosi gesti contro di lui. Cose che oggi, in epoca di marketing e buonismo, sarebbero praticamente impossibili.

Basti pensare che in una partita dei playoff, il tifo dei Celtics tracimò e durante l'intervallo un esagitato conquistò il centro del campo con un obbiettivo ben preciso. Cominciò a distruggere un cartone sagomato raffigurante la maglia di Bill con una motosega (!), suscitando il tripudio appassionato del pubblico. Altri tempi, altra intensità.

Nel 1991, la Nintendo lanciò un videogioco per sfruttare il clima negativo (basta che se ne parli, giusto?) che aleggiava sul suo conto.

La trama era semplice; il giocatore si trovava immerso in una NBA del futuro, dove Laimbeer era il Commish e l'unico umano rimasto a calcare i parquet di una Lega composta solo da robot e scossa una violenza indicibile. Gli arbitri? Tutti licenziati dal Commish…

Inutile a questo punto ricordare le innumerevoli zuffe che lo hanno visto protagonista (si consiglia la visione in rete di quella ingaggiata con Barkley , anche se in un certo senso fanno parte della storia del campionato più amato del mondo. 

Per ogni episodio negativo finito sotto i riflettori, Bill ne realizzava di positivi in doppia cifra sul campo, lasciando spazio ai compagni emergenti e sacrificando il corpo spesso e volentieri.

La sua durezza mentale e la sua forza di volontà sono quasi sconosciute alla generazione di giocatori attuali, basti pensare che nonostante lo stile fisico, riuscì a mettere insieme 685 partite giocate di fila, striscia interrotta solo dalle sospensioni disciplinari.

Scese in campo varie volte in pessime condizioni e secondo gli “storici” NBA fu il primo giocatore ad indossare la maschera trasparente, quella a protezione del setto nasale.

Fu il miglior rimbalzista difensivo della Lega per un periodo praticamente infinito (dal 1982 al 1990), ma se ne ricordano in pochi e ogni anno ci sono aspre polemiche per la sua mancata elezione nella Hall Of Fame (che prima o poi…).

Odiata e criticata, la truppa di Daly (che non pagò negativamente in termini di reputazione, come dimostra la panchina del Dream Team), chiuse il capitolo di Bird e soci, tenne a battesimo MJ ed i Bulls e conquisto due titoli ('89 e '90).

Una squadra che fu l'unica alternativa credibile al dominio esercitato da Lakers e Celtics.

Corpo e motivazioni spinsero Bill ad eccellere fino ai 34 anni, quando i guai fisici presero il sopravvento. Secondo radio spogliatoio, Thomas e compagni scongiurarono il suo possibile ritiro anticipato nel 1989, appena dopo il primo anello.

Dopo il 92’ il suo rendimento crollò insieme alla squadra che pagò pesantemente dazio per aver premuto sempre il pedale sull'acceleratore. Fece solo qualche apparizione nella stagione 1993-1994,  passando idealmente il testimone a Grant Hill scelto nello stesso anno.

Il prezzo maggiore che Laimbeer ha dovuto pagare, una volta appese le scarpe al chiodo, è stato un ostracismo diffuso, mai apertamente dichiarato. Effetto collaterale di un ambiente composto per buona parte dagli avversari (furenti) di un tempo.

Oggi è un affermato allenatore della WNBA, ha più volte tentato di rientrare nella Lega, in qualche caso ha strappato un posto come assistente (contribuendo allo sviluppo di Kevin Love a Minnesota), ma nessun GM ha ceduto alla tentazione di metterlo al comando di un pino. Più volte è arrivato ad un soffio dalla nomina di capo allenatore.

Probabilmente uno dei giocatori di ruolo più significativi apparsi nella Lega di Stern.

In fondo, l'odio è di gran lunga il più durevole dei piaceri; gli uomini amano in fretta, ma detestano a lungo e con tutto comodo.

2017 IIHF World Championships U.S.A. Roster

Wingers

#10 Anders Bjork (Notre Dame Fighting Irish/Mequon, Wisconsin)

#12 Jordan Greenway (Boston University Terriers/Canton, New York)

#13 Johnny Gaudreau (Calgary Flames/Dubuque, Iowa)

#18 Christian Dvorak (Arizona Coyotes/Palos, Illinois)

#27 Anders Lee (New York Islanders/Edina, Minnesota)

Centers

#7 J.T. Compher (Colorado Avalanche/Northbrook, Illinois)

#9 Andrew Copp (Winnipeg Jets/Ann Arbor, Michigan)

#14 Nick Bjugstad (Florida Panthers/Blaine, Minnesota)

#15 Jack Eichel (Buffalo Sabres/North Chelmsford, Massachusetts)

#19 Clayton Keller (Arizona Coyotes/Swansea, Illinois)

#21 Dylan Larkin (Detroit Red Wings/Waterford, Michigan)

#29 Brock Nelson (New York Islanders/Warroad, Minnesota)

Defensemen

#5 Connor Murphy (Arizona Coyotes/Dublin, Ohio)

#6 Daniel Brickley (Minnesota State University Mavericks/Sandy, Utah)

#8 Jacob Trouba (Winnipeg Jets/Ann Arbor, Michigan)

#55 Noah Hanifin (Carolina Hurricanes/Norwood, Massachusetts)

#65 Danny DeKeyser (Detroit Red Wings/Detroit, Michigan)

Goalies

#35 Jimmy Howard (Detroit Red Wings/Syracuse, New York)

#37 Connor Hellebucyk (Winnipeg Jets/Commerce Township, Michigan)

#40 Cal Petersen (Notre Dame Fighting Irish/Waterloo, Iowa)

I’m supposed to be memorizing a monologue right now, so here have some more Irish Stolls headcanons. 

inspired by this ask to @blackjacktheboss and you can find my original contribution right here

  • So since they’re from Belfast, which is Northern Ireland, they have a very distinct accent that kinda sounds like a mix of scottish and irish. (use this video to hear it)
  • They are eleven months apart (so yes, they are Irish twins)
  • Travis’ birthday is April 1 
  • Connor’s is March 17 (yes St. Patrick’s day. So everyone in camp pokes fun at it and he just rolls his eyes and grumbles. It’s funny I actually know 2 people who are Irish who have birthdays on this day. My dad and my old nanny from Ireland) 
  • They burn so easily. Like if it’s just a little bit windy outside, they’ll walk into the cabin faces red from windburn 
  • Even though they haven’t the slightest clue how American football works, they’re big Notre Dame fans (because they’re the Fighting Irish) 
  • Amazing Irish step dancers. Their mom made them do it when they were younger and it’s a hidden talent of theirs 
  • Their middle names are a secret, but if/when someone finds out, they can’t seem to be able to pronounce it 
  • The names are Eoin and Eamon (pronounced “owen” and “aim-mon”) 
  • Even though they aren’t catholic or anything (because they’re demigods obviously), whenever they get exasperated or something they just say “Oh jesusmaryandjoesph” all in one word 
  • Their slang is weird, because Irish slang has very different meanings in America than Ireland. 
  • Arseways is a complete mess, deadly means cool or great. That gets confusing sometimes 
  • All bars are called pubs or boozers no exceptions. 
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The Story of Joey Schmidt.

 Joey was told he was too slow, too small, not athletic enough to even play for Notre Dame. So the handsome blond put in some hard work that led him a nobody walk on to the starting MLB and captain of the team. Compared to the massive 6′8 300lb OLinemen Joey has to take on in every game his 5′11 230 does seem small. Still through intelligence, hard work and determination this sexy version of Notre Dame’s “Rudy” went form walk on to the team’s defensive MVP. Not bad for a cute little hunk from SoCal. To bad a few “bad apple” Irish fans take out their frustrations on Joey. Calling him, “umpa lumpa” “hobbit”. They think Joey is just not athletic enough to handle the huge monsters that play college ball. To them he is just the pretty white boy who can’t paly but gets all the girls on campus.Like or loathe him the guy earned everything that he has achieved. And like it or not Joey Schmidt is one studly work of manly hottness. Yes, maybe Joey is no Shawn Oakman (the monster in the last photo). Oakman stands 6′9 340lbs and Joey 5′11 230lbs. I for one would love to see Joey Schmidt vs Shawn Oakman. I believe Joey would truck Oakman and take him down, That is before the massive Oakman beats the “Schmidt” out of Joey.

Lets here some feedback.

So how do you think would win in a Joe Schmidt vs Shawn Oakman matchup?

What do think about Joey?