nonessere

La gente passa, non guarda da nessuna parte, guarda ovunque, guarda me. Sento i loro sguardi scorrermi addosso e attraversarmi; sento un pizzicore, una sensazione di calore che si espande che parte dalla nuca, dal cervelletto e abbraccia la mia testa, fa bruciare le mie tempie, le mie sinapsi.

Scende come un liquido e fuori non è cambiato niente, no. Niente cambia fuori, mai, ma tutto cambia dentro.

Lo stomaco che si contrae, la nausea, l'intestino che si torce, si strizza tutto e cerca di far uscire cose, pensieri, mali dell'anima.

Tua madre che non ti vede per ciò che sei, tuo marito che ti nasconde sostituendoti con un'immagine che non sei tu, tu che non ti vedi abbastanza, tu che ti senti debole, inutile, senza forze, malata.

E inizi a bruciare.

Eccome se bruci, evapori fino a sentire la testa farsi leggera e girare, la gola si blocca, vuole urlare che ci sei, che sei viva, ma nessuno ti vede, ma tutti ti guardano.

Tutti. Dal primo all'ultimo.

Chi fa battute, chi apprezzamenti, chi ti osserva e basta e magari pensa che in un'altra vita avrebbe potuto farcela ad averti e tu pensi che no, non vuoi essere di nessuno, solo tua.

Eppure nessuno ti vede.

Vuoi essere vera, viva, vuoi vivere.

Sei già morte altre mille volte.

Il tuo corpo non ci sta e senti quelli degli altri appiccicartisi addosso come tua madre che ti assillava e ti stava dietro senza lasciarti i tuoi spazi. Senti quegli stessi corpi soffocarti anche se sono a metri di distanza e tutto ciò che vorresti e vorresti fare o vorresti raccontare non viene fuori, non esce niente se non lacrime, solo gocce d'acqua salata che ti fanno diventare gli occhi rossi per lo sforzo che hai fatto nel trattenerle.

Sta bene? Scusi, mi sente? Sta bene?

E tu non stai bene, vorresti tapparti le orecchie e non sentire più niente, vorresti che anche per il dolore che senti ci fosse un tasto, delle orecchie da tappare per non sentire più.

Niente angoscia, niente paura, niente più battiti sfrenati di un cuore che inciampa e si strozza.

Solo un bottone, uno solo per far smettere tutto, ma non c'è.

Signorina, le chiamo qualcuno? Chiamo suo marito?

No, niente marito prego, questo anello è solo un simbolo che mi costringo a tenere per sentirmi ancora legata a qualcuno, a qualcosa, anche se per finta, anche se ha chiesto il divorzio.

Lo vorrei dire, anche solo un sto bene, tutto okay. Ma non riesco.

Sto male, mi sembra che più niente andrà bene. Non riesco a dire nemmeno questo.

Chi sei tu?

Chi sei stato?

Hai una moglie da cui tornare?

Estraneo.

Mi scuoti dalle spalle e vorrei urlare.

Non mi toccare.

NON MI TOCCARE.

Sto bene.

Mi stavo preoccupando, signorina, vuole qualcosa da bere?

No, grazie. Scusi devo andare.

Riesco a parlare, il blocco è sceso dalla gola, mi chiude lo stomaco, lo fa diventare minuscolo, più di quello di una barbie.

Mi poso una mano sul cuore e cammino, quasi mi sembra di correre, ma sono lenta. Sono sempre stata estremamente lenta.

Lenta quando mamma mi diceva che i miei otto sarebbero diventati dieci se avessi studiato di più, quando mio padre restava zitto o impassibile e io non capivo, quando mio fratello se ne sbatteva dei sentimenti e io, invece, vi ero legata indissolubilmente.

Lenta, quando ambivo a essere la figlia perfetta.

Lenta, quando pensavo che alla gente importasse qualcosa.

Il cuore romba così forte da sentirlo nelle orecchie, nella lingua, negli occhi, sotto le palpebre, nei palmi, nei polpastrelli, nell'ombelico. Ovunque c'è solo questo rumore assordante, rombante, fastidioso, inquietante.

Non riesco a farlo smettere.

Corro per l'atrio, supero i negozi, prendo le scale mobili con le lacrime che premono sempre di più e sento lo strato di dolce straziante calore appiccicarmisi addosso come fazzoletti bagnati sul vetro.

Vedo la porta dei parcheggi e le corro incontro, tiro fuori le chiavi della macchina e appena la avvisto apro le portiere e mi ci infilo dentro come tra le braccia di un amante, di un innamorato, di una salvezza.

Accendo la radio e la metto alta, che la gente guardi pure, che guardi un essere umano cadere a pezzi, distrutto perché lo hanno distrutto, ridotto a brandelli e ridotto in un niente.

Sono passati quaranta minuti e il tempo è agli sgoccioli, lo so io, lo sa lei.

Lo sappiamo entrambe che ormai è diventato un duello a chi sopporta di più, a chi cede per prima.

Dò sfogo alla mia frustrazione, al dolore, al senso di abbandono e scoppio in un pianto viscerale, sconsolato.

Sono sempre stata lenta a capire le ragioni degli altri.

Sono sempre stata lenta a capire anche le mie.

Mi avvolgo le braccia intorno al corpo come per paura di potermi sbriciolare ma io no, io voglio restare unita, voglio restare intera.

Io, che intera non lo sono mai stata.

—  Serena Cardamone