non me ne ero mai accorta

Quanto eravamo felici insieme? Non l’avevo capito ancora, io. Che eri quello giusto. Chi se lo sarebbe immaginato? Quel sorriso un po’ dolce e un po’ timido quando mi guardavi, quel tuo modo di fissarmi rimanendo in silenzio, mi facevi sentire nuda e scoperta da tutto ciò che cercavo di nascondere. Era una bella sensazione. Finalmente qualcuno con cui potessi essere me stessa. Quanto mi facevi sentire bene? Mi portavi al mare. Passeggiavamo davanti alle bancarelle, giocavamo al parco come due bambini, sulle altalene. Passavamo le giornate a guardarci e ad abbracciarci e ogni tanto qualche desiderato bacio, e le notti le passavamo a pensarci e a mancarci, a sognarci, e desiderare ogni giorno di più di stare insieme. Ma io non l’avevo ancora capito. Cercavi di dirmelo, ma io non ci credevo. Ci hai provato in tutti i modi, io ero convinta che non avrebbe funzionato, e non so perché. Forse i troppi ricordi di un passato che, in realtà, non è ancora passato. Mi manchi, e sai perché? Perché uno come te è raro da incontrare, e non so come tu ti sia innamorato di me. Ora che ci penso, anche io mi sono innamorata di te. Ma è tardi. Tardi ormai, non ci sei più, accanto a me. Ci siamo allontanati perché l’ho voluto io. Ma ho sbagliato, e non mi aspetto che tu mi perdoni. Quanto mi mancano le tue mani sulle mie, che quando ero triste me le prendevi e le mettevi sulle mie guance, mi baciavi la fronte e poi le labbra. Quando avevo i miei momenti mi abbracciavi e mi portavi con te. Eravamo felici? Si, lo eravamo. Ma io non me ne ero accorta. Sono stata una stupida. Ho perso l’unica cosa che, forse, mi permetteva di sorridere al mattino e la notte prima di addormentarmi. Avrai un’altra vita, io avrò la mia. Ma un giorno ci rincontreremo, ci riconosceremo e, più che mai, ci mancheremo. E forse ritorneremo. Speriamo che questo giorno arrivi presto, perché senza di te, fa tutto un po’ più schifo.

cara mamma,
chissà che effetto ti ha fatto prendermi in braccio per la prima volta. con quella tutina rosa e il cappellino, mentre facevo fatica a tenere gli occhi aperti. forse ero stata al buio così tanto tempo che la luce non doveva piacermi molto.
cara mamma, so che il tuo mestiere è stato terribilmente difficile.
so che non deve essere stato facile sopportare i miei pianti di neonata, quando non sapevo dirti cosa volessi o cosa mi facesse male. ma forse è stato ancora più complicato dopo, quando durante l’adolescenza mi chiudevo in camera a piangere e avrei potuto raccontarti tutto, e tu avresti voluto sentire tutto per capire dove mi facesse male per metterci un cerotto, come quando ero piccola e potevi solo indovinare il motivo delle mie lacrime…
ma non ti dicevo niente.
cara mamma, non mi hai mai detto che stare al mondo sarebbe stato così difficile. forse non volevi spaventarmi, o forse sapevi che me ne sarei accorta fin troppo presto.
so che sei stata fiera di me quando ero una bambina solare e allegra, e sei stata fiera quando ho passato con il massimo dei voti l’esame di terza media che al tempo mi sembrava una prova difficilissima.
so che eri contenta quando mi hai vista prepararmi per quella festa a cui mi avevano invitato, perché mi ero finalmente messa un vestito e avevo indossato i tacchi per la prima volta. ed ero bella, anche se facevo fatica a camminare e avevo male ai piedi dopo cinque minuti.
ma so quanto è stato difficile lasciarmi andare a quella festa.
vedi mamma, io ancora non lo sapevo. ma tu sì. sapevi che è difficile essere una ragazza in questo mondo.
perché prima di una festa, a mio fratello dovevi dire “non fare tardi, divertiti".
a me dovevi dire “stai attenta".
e io all’inizio non capivo.

non capivo che avrei dovuto stare attenta agli sguardi dei ragazzi, che a volte potevano essere curiosi ma innocui, altre volte invece potevano essere pericolosi. e solo con l’esperienza sarei stata in grado di distinguerli.
non capivo che avrei dovuto porre attenzione ai drink che bevevo, e alle persone con cui parlavo.
non capivo che sarebbe stato un rischio farmi accompagnare a casa da quel ragazzo simpatico con cui avevo ballato per tutta la sera. 
io non lo sapevo, mamma.
e tu avresti voluto tanto proteggermi, anche quella volta che sono tornata a casa piangendo perché lui mi aveva spezzato il cuore.
perché sapevi che ero innamorata persa, l’avevi capito. Sapevi che con lui avevo vissuto un’emozione dietro l’altra: il primo bacio, la prima volta, la prima litigata. non te le ho mai raccontate queste cose, ma tu le avevi vissute prima di me.
e sapevi che mi lui avrebbe ferita, ma non me lo hai mai detto.
perché non sarebbe servito a niente dirmi “ci sono passata anche io”, sapevi che non ti avrei creduto, che non ti avrei neanche voluto sentire, che ti avrei mandata via convinta che tu non potessi capire.
e invece potevi capire benissimo. ma non me lo hai detto.
ne avresti parlato con papà, e lui si sarebbe incazzato perché “nessuno può fare del male alla mia bambina.”
tu l’avresti calmato, perché sapevi che in fondo l’aveva fatto anche lui tanti anni prima. 
perché prima o poi una ragazza ci deve passare. 
è l’unico modo per insegnarci che i principi azzurri non esistono, mamma, e tu lo sapevi. ma non me l’hai mai detto perché non volevi togliermi i sogni, perché volevi che scoprissi da sola la verità. sapevi che certe cose non basta dirle, bisogna viverle.

cara mamma, a volte i ragazzi per strada commentano il corpo delle ragazze come se fosse merce in esposizione. e per un certo periodo anche io mi preoccupavo perché non avevo abbastanza seno, o perché avevo le cosce grosse, o quel chilo in più sulla pancia. guardavo le altre ragazze e le vedevo più belle di me, più giuste, più amate.
e tu lo sapevi. sapevi che dopo la doccia mi fermavo ad analizzare ogni difetto, sapevi che a volte non mangiavo il dolce non perché non mi andasse, ma perché ero convinta che quelle calorie in meno mi avrebbero resa più bella.
solo dopo avrei capito.
bella per chi, mamma? 
solo dopo ho capito che non erano i ragazzi a dovermi trovare bella, ero solo io a dovermi considerare tale.
l’ho capito più tardi, mamma. ma tu sapevi che prima o poi sarebbe successo.
perché mi hai sempre dato fiducia. e io non so quando una ragazza diventi donna. non penso sia quando le viene il ciclo per la prima volta, o quando indossa per la prima volta un reggiseno, o quando dà il primo bacio o quando per la prima volta fa l’amore.
cara mamma, un giorno, forse, anche io avrò una bambina. e anche io le metterò la tutina rosa e il cappellino, stringendola forte. un giorno anche io avrò paura quando mi dirà “stasera esco” e, come te, mi preoccuperò quando mi chiederà di andare a prenderla prima che la festa finisca, perché non le va più di stare lì.
anche io, come avete fatto tu e papà con me, starò sveglia tutto il tempo per poi prendere la macchina di notte e andare da lei per riportarla a casa. perché capirò che un genitore è tranquillo solo quando sa che i figli sono al sicuro, e so che a volte vorresti tornare ai tempi in cui ero bambina, quando potevi prendermi in braccio e ti prendevo la mano per attraversare la strada.
mamma, un giorno sentirò mia figlia piangere da sola in camera e capirò che un ragazzo le ha spezzato il cuore, e non potrò dirle che sarà solo lei, col tempo, a poterlo riaggiustare.
perché non mi crederà. me l’hai insegnato tu.
cara mamma, un giorno sarò orgogliosa di lei nel vedere che sarà diventata donna, come tu sei orgogliosa di me.
lei forse non capirà.
e, come hai fatto tu con me, io non glielo dirò.
quando sarà il momento, lo capirà da sé.

Quel giorno, ero in giro con la mia migliore amica. Ne facevamo parecchie, di quelle uscite. Quei tipi di uscite un po’ strane, quando non sai dove andare ed alla fine, tu e la tua migliore amica vi ritrovate a salutarvi nello stesso posto in cui vi siete date l’ appuntamento. Quel giorno, però, era successo qualcosa di diverso. C'erano due ragazzi, seduti sulla panchina vicino a noi. Uno aveva i capelli ricci e gli occhi luminosi, l’ altro aveva i capelli neri e gli occhi verdi. Avranno avuto più o meno la nostra età. Parlavano continuamente, proprio come noi. Ridevano, si raccontavano probabilmente i pochi momenti che non avevano passato insieme. Non si capiva quale fosse il più timido, tra i due. Il ragazzo riccio si passava continuamente le mani fra i capelli e guardava in basso. Si vedeva che avrebbe voluto ascoltare il suo amico, ma probabilmente aveva dei pensieri che lo divoravano, quasi una malinconia che sembrava avvolgerlo. L’ altro parlava confusamente, fingendo di non capire che l’ amico non lo stava ascoltando. Così, senza dire nulla, si alzò e si venne a sedere vicino a noi. Si mise le cuffiette, probabilmente per diminuire l’ imbarazzo. Noi lo guardammo, poi, cercando di non scoppiare a ridere, ritornammo alle nostre conversazioni. Dopo circa un quarto d’ ora, il ragazzo si tolse le cuffiette. Ci guardò. Noi lo guardammo, con il nostro solito fare diffidente. Ci disse un nome e chiese chi era fra noi due. Ero io. Temevo quelle che avrebbe potuto dire, non lo conoscevo. Ci disse che il suo amico era lì per me. Ogni giorno, uscito da scuola, mi cercava tra la gente e cercava di comprendere i miei progetti. Lo faceva da un anno. Io rimasi davvero scioccata. Non me ne ero mai accorta. Forse per la mia innata e cronica distrazione, per il mio essere sempre indifferente quando esco da scuola. Prese il suo zaino e mi diede una scatola. La aprii. Era piena di mie foto con dietro un commento e la data. Erano sistemate in ordine cronologico. Mi raccontò che ogni giorno mi scattava una foto e la commentava con su scritto come ero vestita e le sfumature dei miei occhi. Faceva delle ipotesi riguardo a cosa mi potesse essere successo quel giorno. Cercava di capire i miei stati d’ animo, il mio umore, cercava di conoscermi capendomi. Lo trovai un gesto alquanto tenero. Nessuno si era mai preoccupato così per me. Nessuno avrebbe mai perso tempo con l’ intento di capire le ragioni che mi portavano ad essere così, ogni giorno. Mi fermai e lo guardai, seduto sull’ altra panchina. Aveva ancora lo sguardo basso ed il flebile vento gli spostava i capelli. Diavolo, quanto era bello. Ringraziai il suo amico e chiesi di potermi tenere la scatola. Rispose di sì. Nel frattempo, la mia migliore amica era stupita quanto me e cercava di trovare conforto nei miei occhi. Cercava di farmi capire la stranezza della faccenda. Non riusciva, però, a trovare conforto nei miei occhi. Oramai erano altrove. I miei pensieri andavano solo verso una direzione: la panchina alla mia destra. Mi alzai, con il cuore e le gambe che mi tremavano. I miei occhi guardavano solo lui, nient’ altro. Raggiunsi la panchina e mi sedetti vicino a lui. Non si mosse, probabilmente stava morendo di vergogna e di imbarazzo. Rimanemmo così, in silenzio, per circa mezz’ ora con gli sguardi dei nostri migliori amici puntati addosso. Ad un tratto, si mise la mano in tasca ed estrasse una busta. Me la porse, con le mani che tremavano, ma senza degnarmi di uno sguardo. La aprii. C’ era una mia foto. L’ aveva scattata qualche  ora prima, all’ uscita da scuola. C'era anche un foglio, all’ interno della busta. Sopra vi era scritto: “Oggi, i suoi occhi sono più verdi che azzurri. Probabilmente anche il mare avrà questo colore, oggi. Sembra un po’ nervosa, probabilmente un professore le avrà detto qualcosa e lei si sarà arrabbiata. Si vede che non sopporta l’ invadenza. E’ con una ragazza, la sua migliore amica, presumo, quella con cui ride e scherza sempre. Il mio migliore amico dice che oggi dovrei dirle tutto. Ma come faccio? Non mi ha mai notato, mi prenderebbe per un maniaco. Non farò niente, come al solito.” Notai che c’ era scritto qualcos’ altro, in fondo al foglio. “Sono qui che la osservo parlare con il mio migliore amico. Sembra sconvolta. I suoi occhi, però, sono diventati di nuovo più azzurri. Credo che verrà qui, tra poco. Rimarrò immobile, incatenato dalla mia solita timidezza. Quindi lascio fare tutto a te, foglio di carta. Ti amo, ragazza della scuola all’ angolo della via che oggi indossa dei jeans neri ed una maglietta con su scritto "Nirvana”. Ti amo. “ Sorrisi come non avevo mai fatto prima. Gli presi la mano. Mi sdrai e posai la mia testa sulle sue gambe. Rimanemmo così fino a sera, senza dirci neanche una parola. Erano le nostre mani, a parlare. Potevo, attraverso esse, sentire il battito del suo cuore. Sono certa che anche lui potesse sentire il mio.
—  Me, BimbaDentro

Quando mi chiedono come e quando ho capito di essere innamorata di te, non so mai cosa rispondere. Sarà che forse non è stato all'improvviso, non è stato così facile da poter raccontare “l'ho guardato la prima volta e l'ho subito capito”, no, affatto. Quando ci siamo conosciuti, quella sera, ricordo che non eravamo andati per niente d'accordo: tu e il tuo fare sempre un po’ arrogante, la tua freddezza mischiata a quella sottile ironia. Io e la mia insicurezza, nascosta dietro ad una corazza di fragile superbia. Tornata a casa non ricordavo neppure il tuo nome.
E poi quella sera, a casa di una nostra amica, mi sei ricapitato davanti. Ho fatto finta di non ricordarmi di quel giorno, e ho fatto per presentarmi: “io e te già ci conosciamo”, mi hai detto. Ed era vero, ho finto stupore e ti ho detto che ultimamente avevo la testa altrove, e lì tutto ha avuto inizio. Da parlare in quella cucina ci siamo ritrovati a guardare la città dai luoghi più belli, a baciarci sotto la pioggia anche se la macchina era vicina, raccontarci delle nostre paure più grandi. La tua più grande? Quella di innamorarti. L'amore non andava bene per te, una volta ce l'avevi e poi all'improvviso non lo avevi più, e questo non ti stava bene per niente. La mia invece? Non innamorarmi più. Mi terrorizzava e disgustava l'idea che una persona avesse distrutto la mia voglia di amare a tal punto da non riconoscere l'amore in nessun altro che lui.
Come le abbiamo superate? Un passo alla volta, l'uno al fianco dell'altra. Non ci eravamo presi per niente sul serio, “facciamo le cose con calma, vediamoci anche con altri”, è una cosa che abbiamo detto ma che non abbiamo mai fatto.
Mi sono accorta di amarti mille volte dopo la prima, e mille ancora ce ne saranno dopo l'ultima. Ti ho amato perchè quando non ti impegnavi mostravi quel lato più fragile di te. Ti ho amato quando mi hai preso la mano per sbaglio per indicarmi la forma delle nuvole, per quella volta che sono scesa di casa senza trucco e mi hai detto che ero più bella così. Ti ho amato quando una sera a cena eri davanti a me sovrapensiero e non ho avuto idea di cosa avessi per la testa, ma non importava, eri lì davanti a me, e ho sentito che non saresti andato via. Ti ho amato perchè quello che sentivo era giusto, mi sei rimasto accanto, senza mollare la presa. Sei rimasto anche quando ti ho implorato di andartene, quando non avevo che voglia di piangere, sei rimasto quando nemmeno mia madre ha avuto la forza di farlo. Ti ho amato quando ti arrabbiavi perchè non finivo la pasta, e per quando hai ceduto e l'hai mangiata tu. Ti ho amato per quando mi hai presa in braccio e mi hai detto che sono leggerissima (io, che leggerissima, non mi sono mai sentita). Ti ho amato perchè non ho avuto altra scelta, mi sei entrato dentro in punta di piedi, quando ormai avevo perso le speranze.
Alcune sere mi chiedo se esisti sul serio, sai?
E chissà se queste cose le sai, se le immagini.. Io presumo di sì. Però ti prometto che se non fosse così, un giorno te le racconterò le millemila ragioni per cui mi sono innamorata di te come se non lo avessi mai fatto prima. Te lo prometto.

Stavo ascoltando i Joy Division con gli occhi chiusi, e tu mi hai detto che ero troppo bella per soffrire così tanto.
Lì per lì mica me la sono saputa spiegare quella frase, perché con te accanto non soffrivo proprio per niente, ma tu mi hai capita prima ancora che io capissi me stessa.
Non hai mai avuto il coraggio di dirmelo che forse era proprio quella sofferenza a rendermi gli occhi così belli, perché tanta gioia può nascondere solo altrettanto dolore.
Io me ne sono accorta tardi, ma si sa che noi le cose non riusciamo mai a fare insieme, a camminare paralleli.
Ora mi fa quasi ridere il ripensare a quanta fatica ho fatto per stare al passo con te, perché anche se fai i passi brevi hai le gambe lunghe, e allora mi è fisiologicamente impossibile starti dietro.
«Perché soffri in questo modo meravigliosamente devastante?» Me l'hai chiesto una sera mentre fumavo appoggiata al davanzale della finestra, il rumore delle cicale e il placido fruscio dell'acqua nel canale che alleggeriva il silenzio tra di noi.
Prima di incontrare te nemmeno lo sapevo che fosse possibile soffrire in un qualsiasi modo che potesse essere definito meraviglioso, ma è proprio questo che mi è sempre piaciuto di te, il fatto che riesci a vedere la poesia un po’ ovunque, anche dove la poesia forse effettivamente non c'è.
«Perché è l'unico che conosco»
La mia risposta, di poetico non aveva proprio nulla, era solamente la verità nuda e cruda, perché la poesia nelle mie parole e nei miei occhi, ce l'hai sempre messa tu.

Io ti capisco perfettamente perché ci sono passata anche io.
Sono stata schiava della solitudine, l’eterna seconda scelta di qualcuno, quella che non usciva il sabato sera, quella che veniva esclusa dai gruppi, quella che da grande voleva fare il medico piuttosto che diventare famosa, quella strana perché preferiva leggere un libro piuttosto che provare la sigaretta, quella che preferiva il suo mondo a quello esterno.
Sono stata anch’io “quella”.
Preferivo nascondere la vera “me” perché non ero come loro. Ero diversa.
Così come si fa oggi, come fanno tutti, cercavo di reprimere la mia essenza per essere un po più “normale”, come loro insomma.
Provai la prima sigaretta, smisi di leggere e di studiare, cominciai a vestirmi alla moda, cominciai a uscire, a conoscere ragazzi, ad essere strafottente e maleducata a scuola, ad andare alle feste, a bere alcool…Presi la mia prima nota, a cui seguirono altre insieme con accompagnamenti e sospensioni.
Ero cambiata.
Mentre fuori ero simile agli altri dentro morivo.
Tutto ciò durò all’incirca qualche mese.
Ero stanca di non essere più me stessa.
Dov’era finita la ragazza che amava leggere, scrivere storie, ascoltare per ore di fila canzoni straniere, che odiava fumare, uscire vestita come una puttana e vivere come aveva fatto nei mesi precedenti?
Fu una notte di “fuoco” quella di qualche anno fa, tra le lacrime e beh, anche qualche parolaccia ritornai quella di sempre.
Scrissi una lunghissima lettera a me stessa dove mi raccomandai di non cambiare mai.
Essere me stessa era l’unica cosa che faceva sentire bene, viva!
Oggi a qualche anno di distanza mi sono accorta che in realtà non ero diversa, non lo sono mai stata.
A differenza delle “persone cool” dell’epoca, le stesse che mi criticavano, ho superato ogni anno del liceo senza essere stata mai ne bocciata e ne rimandata. Tra un mese ho il test per medicina, ho tanti amici che mi amano, sono rappresentante di classe, i miei temi vengono pubblicati sul sito della mia scuola, sto scrivendo un libro, anche se non ho la taglia da modella ai ragazzi piaccio e più di tutto, ricevo complimenti anche da persone estranee.
Sono felice, felice di poter testimoniare che essere sé stessi è la cosa più bella del mondo.
Fate ciò che amate, non lasciatevi condizionare da nessuno perché nessuno è migliore di voi.
Dopotutto siamo tutti esseri umani ;)
—  È il summa della mia adolescenza. Se vi va, o meglio, vi sentite persi nei meandri della solitudine sappiate che non siete soli.
Xxib_emme

Ciao Giulia, questa è l'ennesima lettera che ti mando.
Inizio col dirti che mi dispiace per tutto quello che leggerai, tanto in fondo lo sapevi anche tu che non ce l'avrei mai fatta.
Ti racconto quello che è successo da quando te ne sei andata. Sai che non scrivo mai la mia storia, perché nessuno me la chiede molto spesso. Preferisco nascondere il passato, i miei errori e le mie vittorie, per costruire una persona migliore agli occhi di chi ho davanti. 
Il mondo è cambiato. Non c'eri tu e non c'ero più io. E dato che io non sono riuscito a cambiarlo ‘sto mondo, lui ha cambiato me. Purtroppo me ne sono accorto troppo tardi per alzare le mie difese, i muri che tu ed io ci eravamo costruiti, perché loro mi avevano già mirato. E i pugni e i calci che facevano male, la paura di uscire da casa, dalla classe, dalla scuola, incontrare la gente per strada. La paura di essere ‘me’ mi aveva assalito. Ho chiesto e invocato Dio di uccidermi, gli ho chiesto perché mi avesse dato questo dolore e perché le persone attorno mi odiassero. E non me l'ha data Dio la risposta, me la sono dovuta cercare da solo. Avevo i lividi e piangevo.
Sono uscito da quell'incubo più sconfitto che mai. Ho cambiato tutto di me stesso da quel giorno. Mi sembrava di respirare aria nuova. Aria pulita. Ma si sa, l'aria si sciupa se non viene ventilata. E diventa pesante. Pesante è l'aggettivo perfetto. E mi sentivo pesante per me stesso e per gli altri. Mi dovevo adeguare alle situazioni, perché magari i miei comportamenti potevano irritare qualcuno.
E mi sentivo soloPerso. Ero acqua. Ero mare che si adegua alla spiaggia, ai fondali, che leviga la roccia e fa breccia fra le fessure. 
Sono solo. Da quando te ne sei andata, Giulia, non c'è più nessuno accanto a me. Ho sempre avuto questa solitudine dietro, e lo sai. Ti ricordi quando mi ripetevi sempre che avrei trovato prima o poi la persona perfetta per me? 
Ci speravi, ne eri convinta, e io quasi ti credevo. Eppure, Giulia, pensavo di aver trovato davvero quella persona. Sembrava che il caso ci avesse fatti conoscere, ma so, in realtà, che non è stato il caso, ma sei stata tuHo fatto di tutto per lei, tutto quello che non ero riuscito a fare per te. Ho dato a lei tutto ciò che di me restava. Mi sentivo felice con lei, tanto quanto quando lo ero con te. Mi sei sempre sembrata tu. Purtroppo, mi sbagliavo. Giulia, ti ricordi che nei tuoi momenti di tristezza e di sincerità mi dicevi sempre che tutto aveva una fine e che io ti pregavo di credere che in realtà tutto non finiva mai?Perdonami, perdonami, perdonami se non ti ho mai ascoltata. Ero così speranzoso e vivo per capire quanto fosse triste e morto questo mondo. Te ne eri accorta subito. E hai sempre cercato di proteggermi da tutto questo. Avevi ragione Giulia, tutto ha una fine, pure noi.
Solo adesso, che vedo quello che vedi tu, capisco che in realtà il “per sempre” non c'è per nessuno. E l'ho capito quando una volta mi dissero: “Stiamo con te perché sembri una persona sola, perché sei solo” e io ti dico che anche il mare è solo, ma è bellissimo lo stesso. Purtroppo, non mi bastava convincermi di questo. Ho sempre avuto bisogno di qualcuno accanto a me e dato che non ho mai praticamente avuto dei genitori, allora ricercavo questo affetto negli altri. Lo cercavo nell'amore, negli amici. Mi nutrivo delle persone, delle loro storie, così mi potevo fingere anche io un po’ meno io. Ma nessuno sapeva darmi quello che volevo. Volevo essere amato perché non sapevo amare. Hai presente che se ai bambini non vengono date delle basi, poi hanno delle carenze? Ecco, io ero carente di emozioni, nessuno mi aveva insegnato come amare e come essere amato, come sorridere agli altri e a volergli bene. 
Ero e sono lacuna di sentimenti. 
E nessuno lo capiva tutto questo, tranne te. Ti ricordi Giulia che mi dicevi che non ti ascoltava nessuno, non ti capiva nessuno, e io ti dicevo che ero là per te e che ti comprendevo, anche se sapevi che non era vero? Perdonami Giulia per non averti capita prima, per non aver capito prima quello che stava succedendo e per non essere riuscito a fare nulla. Perdonami. Solo ora riesco seriamente a vederti per quella che eri veramente, perché anche io mi trovo nella tua stessa identica situazione: Non capito, deluso dagli altri. Morto.
Ti comprendo solo ora che mi hanno voltato tutti le spalle. Mi avevi avvisato che, prima o poi, tutti si girano indifferentiPerdonami Giulia. 
Io non ce l'ho il lieto fine, purtroppo. E non ce lo hai avuto neppure tu.
Mi sento così ferito, come se una bestia mi avesse lacerato il petto a suon di graffi e morsi. Perdonami Giulia se non sono riuscito a proteggermi da tutto questo. Scusa. 
Perdonami per non essere riuscito ad amare per entrambi, per non essere riuscito a vivere abbastanza per tutti e due. Non ti preoccupare più per me, puoi pure smettere di essere il mio angelo custode, so che sei stanca pure tu. 

Tanto fra poco ci rivediamo.

Questo Natale è il primo senza papà. Cerco di non pensarci ma è inevitabile e mi mette una tristezza assurda. Mi ricordo che quando ero piccola non riuscivo mai ad aspettare il 25 mattina per aprire i regali quindi mentre facevamo cena papà si alzava stranamente per andare in bagno e metteva i regali sotto l'albero così io e mia sorella potevamo credere che fosse stato Babbo Natale. Tutti gli anni rimanevo delusa perchè non riuscivo mai a incontrarlo. Era bellissimo passare il Natale così, con la famiglia al completo, con la vera atmosfera natalizia, a cantare tutti insieme le canzoni di Natale e papà che faceva mille video a me e mia sorella più piccola. Quello si che era Natale con la N maiuscola. Oggi è il 24 e neanche me ne sono accorta, mi sembra un giorno come tutti gli altri. Era la mia festa preferita un tempo, ora mi fa solo ricordare a quando ero felice.

Le mie figure di merda, parte I

Quando vivevo nella mia precedente casa, avevo una coinquilina il cui ragazzo aveva una mano finta.
Io non me ne ero mai accorta, un po’ perché sono ciecata come una ciecata, un po’ perché sono distratta come una distratta e un altro po’ perché lui riusciva a nasconderla molto bene (tipo che la teneva sempre in tasca, cose così) (okok, non è che la nascondeva bene, ero solo io che non me ne ero accorta.)
Una sera eravamo a cena tutti insieme e io stavo raccontando un aneddoto scemo su uno che aveva la gamba di metallo, notavo che nessuno rideva ma l’episodio giuro a dio che faceva ridere un sacco, fino a che l’altra mia coinquilina con una scusa non mi porta in corridoio e mi fa:

‘Rossella, per favore non parlare di queste cose, che D. potrebbe risentirsi.’
‘Mio dio, ma perché?’
‘Perché ha la mano finta.’
‘Ossantocielo, ma quale?’
‘La destra, adesso però non fare che torni in cucina e gli fissi la mano tutto il tempo, promettimi che ti dimentichi questa cosa, solo non fare battute.’
‘Lo prometto.’

E così è stato, perché nemmeno una mezz’ora dopo lui dice una cosa divertente, io gli do’ una pacca sul braccio e sentendo durissimo, dico:

‘Ao, ma che cazzo c’hai, il braccio de legno?’

Il gelo. Mille sguardi accusatori su di me. Il disagio.
Fine.

22. parlaci di qualcuno di importante.

bhe, la prima persona che mi viene in mente è Marco, quindi credo sia arrivato il momento di raccontare di noi.
ah, noi.
credo sia una parola meravigliosa, soprattutto quando la dice da lui.
quando la sussurra oppure la urla.
questo noi due anni fa non esisteva ancora, o meglio, stava per nascere.

a scuola lo vedevo sempre, e lui all'intervallo mi fissava in continuazione.
sì, dai, era un bel ragazzo: alto, biondo, occhi chiari, simpatico, uno accettato da tutti.
tranne da me. io lo odiavo.
odiavo il modo con cui si atteggiava e come ogni volta doveva attirare l'attenzione.
e quasta cosa del “fissarmi” era iniziata verso gennaio, circa, e m'infastidiva da morire.
non la sopportavo.
quando c'erano i cambi dell'ora, lui usciva ogni volta per passare davanti alla mia classe, si appoggiava allo stipite della porta e mi fissava, poi quando arrivava la prof sgattaiolava via.
io l'ho sempre notato ma non glie l'ho mai fatto capire.

un giorno una sua compagna (mia amica) venne da me e disse: “Fede, posso dare il tuo numero a Marco?” io: “no, ti prego, è l'ultima persona che vorrei conoscere”
“ma dai, gli piaci molto e dovresti dargli almeno una possibilità”
“per ora non voglio impegni, mi dimenticherà dai”

tornavo a casa a piedi con una mia amica e verso febbraio lui iniziò a fare la mia stessa strada.
quindi io iniziai a temporeggiare per farmi superare, parlando con la mia amica.
così fino a maggio.

il 31 maggio mi scrisse.
“ciao…”
“ciao”
“sono Marco quello di terza”
*panico*
“ah si”
“ti ho scritto per avere il numero di Danilo, me lo potresti dare?”
“perchè chiedi a me?”
“bho così”
“chiedi a qualcun altro”
“madonna, mi avevano detto che eri antipatica”
“bene”
“sei solo una bambina”
non gli risposi più.

la scuola finì insieme agli “inseguimenti” e alle occhiate.

ci fu una festa in paese.
una sera eravamo tutti al campo sportivo dove si tenne una partita del Turate (il nostro paese) e lui sedeva dietro di me con i suoi amici.
io iniziai a parlare con uno di loro ma a lui non diedi importanza.
passammo la serata tra scherzi e risate ma noi non ci scambiammo nemmeno un “ciao”.
la stessa sera mi scrisse, fu la prima da quel “sei solo una bambina”.
“ehy, volevo scusarmi, per ciò che ho detto e per ciò che ho pensato su di te, oggi eri bellissima. buonanotte”
non risposi.

il giorno dopo mi diede il buongiorno e io ricambiai.
parlammo del più e del meno per tutta la giornata.
l'estate era iniziata.

a me piaceva ancora il mio ex e a lui piaceva una.
diventammo amici, niente di più.

una sera io uscii con le mie amiche e lui con i suoi amici ad una festa.
a metà serata un suo amico arrivò e mi disse: “Marco sta piangendo, puoi fare qualcosa?” mi girai e lui era seduto a terra, con il cappuccio che gli copriva la fronte appoggiava alle ginocchia magre.
singhiozzava.
mi abbassai e dissi:
“tutto ok?”
“mi odio”
“Marco…”
mi guardò.
“lei non mi ama, ieri abbiamo passato una giornata bellissima e ora non mi saluta nemmeno, esce pure con un'altro, non mi ama, mi odio”
io non sapevo che fare.
vedere quel ragazzo, quello che ho tanto odiato, quello che forse invidiavo solo. era solare e amato, tutto ciò che volevo io. quel ragazzo che avevo tanto disprezzato era lì, più bello che mai, con le lacrime che gli rigavano il viso e la voce bloccata dal magone.
desideravo abbracciarlo, sì.
tanto anche.
così tanto da bloccarmi.
non l'avrei mai detto.
rimasi immobile ad ammirarlo quasi abbaiata e lui riposò la testa sulle ginocchia.

qualche giorno dopo partii con l'oratorio e la sera prima del viaggio lui mi volle salutare.
mi strinse forte per la prima volta e mi diete un bacio in fronte.
dio, non mi ero mai sentita così al sicuro.
poi mi sorrise e mi lasciò andare.

il giorno dopo ero in viaggio e mi inviò:
“ti amo”
“ma smettila”
“ma io ti amo”
“se”
“ti amo”
“ma sai che io amo davide”
“ma io ti amo”

davide era partito con me e in quella settimana ci riavvicinammo moltissimo ed io ero felice.
nel frattempo Marco si era fidanzato con quella ed ero altrettanto felice.

tornata, lui iniziò a non rispondermi più.
qualche settimana dopo mi disse che non potevamo più essere amici e ci perdemmo di vista.
non persi tempo.
sapevo come stavano le cose.

loro due si lasciarono e io mi rimisi con davide.

Marco mi amava, o almeno, diceva.

lo perdonai e tornammo i soliti di sempre.

Davide mi tradì e per me fu un trauma, ma accanto avevo Marco.
lui che c'è sempre stato ma io non me ne ero mai accorta.
mi salvò.

l'estate finì e tornai a scuola.
fino a dicembre nulla, anzi, nulla no, m'innamorai.
sì, di lui, del ragazzaccio che se la tirava, proprio di lui.
ah, era bellissimo.

tornavamo da scuola insieme ogni giorno e il 3 dicembre, sul marciapiede di fianco a casa mia, si fermò e mi sussurrò nell'orecchio: “ti amo” io risi “ti amo bellissima” appoggiò il naso freddo sul mio collo e incastrò la sua mano nella mia.
“mettiti con me, o meglio, mi daresti l'onore di fidanzarti con me?” sembre sussurrando.
io ridacchiai un sì timido.
lui girò la testa per baciarmi.
cominciai a sudare anche se c'erano -3º.
ah, era bellissimo.
le nostre labbra screpolate si toccarono e un brivido mi percorse la schiena.

le vacanze natalizie passarono ma tra me e lui c'era già la primavera.
passammo l'anno, tra difficoltà e sorrisi, tra baci e pianti.

ogni sabato sera ci sdraiavamo su un prato, vicino alla piazza, a guardare le stelle, ne decidemmo una nostra.
quella stella l'avevo notata quella sera in cui mi abbracciò.
brillava più di tutte e pure quel sabato sera.

ma poi arrivò lo schifo più totale.

suo padre decise di partire per Bologna subito dopo la fine della scuola.

piansi per settimane solo per il pensiero di non riaverlo più accanto, sotto casa mia, all'uscita da scuola o dietro di me, con il suo solito cappuccio e il suo sorrisone.

la nostra è una storia piena d'amore è vero, ma di altrettanti problemi.

partì e io iniziai a cambiare.

mi venne a trovare circa un paio di settimane dopo e fu fantastico.
e così altre volte.

fino ad ora.

ora lo immagino ancora all'intervallo che fa il buffone.
ai cambi dell'ora guardo sempre la porta.
quando torno a casa mi fermo ad osservare quel marciapiede.

quel noi dell'inizio. ecco cosa c'è dentro a questa piccola-grande parola.

nessun poema può riassumere tutto ciò che abbiamo passato, ma spero di aver dato almeno un'idea.
se dovessi raccontare davvero ogni cosa non mi basterebbe una settimana.

non ci credo ancora di essermi innamorata di lui, ora dobbiamo fare 11 mesi e io lo amo ogni giorno di più.

grazie amore, ti devo tutto, guarda la nostra stella anche stasera.
mi manchi.

Stavo cercando un rifugio. Mi sono alzata e ho iniziato a camminare, per dove non lo sapevo in realtà. Ho cercato un posto in cui potessi isolarmi completamente dal mondo, e ne ho trovati tanti. Eppure mancava qualcosa. Non mi sentivo mai abbastanza al sicuro. Ho continuato a camminare. Senza sentirmi davvero mai a casa. Così, quasi come se qualcuno me lo avesse suggerito, ho preso le cuffie e ho acceso la musica e mi sono accorta che così, anche in mezzo alla gente, io mi sentivo a casa. Isolata da tutti. Al sicuro dal mondo. Non importava dove fossi, o se magari stessi camminando.
Io ero a casa.
La musica era la mia casa.