non lo farei

Pensavo di non amarti, con quella confusione sono stata costretta a lasciarti. Ma ho scoperto che mi manchi e non so darmi spiegazioni; ormai è tardi, anche se volessi non potrei riprenderti, qualcosa mi dice che se ritornassi non so che farei
—  moriresilenziosamente
Voglio
rincorrerti nei centri commerciali
e prestarti le mie sciarpe
e entrare nel tuo cappotto
e dirti mi piacciono i tuoi bracciali
e sedermi sulle scale ad aspettare mentre ti fai il bagno perchè mi annoio senza parlarti
e accarezzarti i capelli
e darti baci sulla fronte
e stringerti le mani
e mangiare insieme
e non mi importa se mi rubi il cibo
e vederci al cinema
e parlare della giornata
scriverti il mio nome sul braccio
e ridere delle tue paranoie 
mandarti canzoni che dimenticherai di ascoltare
e guardare Tarantino
e guardare serie orrende che a te piacciono
e lamentarci della musica alla radio 
farti foto mentre dormi
e portare i cornetti a letto 
uscire a prendere il caffè a mezzanotte
e rubarti le sigarette anche se non fumo
e nasconderti l'accendino
e spiegarti che il fumo fa male
e che dovresti smettere un giorno prima o poi per il tuo bene
e scriverti fino alle tre perchè siamo due nottambuli che si sono trovati
accompagnarti dall'oculista
e cercare di non ridere alle tue battute per non farti credere troppo divertente anche se in realtà lo sei 
svegliarti presto per infastidirti ma sei sempre tu il primo a svegliarsi
e aspettare che ti addormenti per primo
e dirti mentre dormi che amo i tuoi occhi e la tua pelle e il tuo modo di ridere e il tuo modo di alzare lo sguardo e reggere le posate
e aspettarti quando sei fuori 
spaventarmi se fai tardi e non chiami e non rispondi ai messaggi
essere contenta se arrivi in anticipo 
regalarti fiori perchè chi l'ha detto che si regalano solo alle ragazze
e festeggiare ogni giorno il tuo compleanno perché meriti di essere festeggiato anche se non è il tuo compleanno 
pentirmi di averti risposto male senza motivo 
essere grata se poi ti passa e sorridi
e farti foto mentre non sei attento
e guardarle quando non ci sei
e chiedermi perchè non ci siamo incontrati prima
e leggere i tuoi messaggi sentendo la tua voce nella testa
e sentire il tocco della tua pelle quando non sei nella stanza
e non sapere cosa fare quando sei arrabbiato
e desiderare di poter fare qualcosa quando sei triste per qualcosa che non dipende da me
e notare se i tuoi occhi hanno una sfumatura diversa nella penombra e se i tuoi capelli sono più luminosi del solito o se sei un po’ pallido perchè non stai del tutto bene
e premerti le labbra sulla fronte per vedere se hai la febbre ma anche solo perchè mi piace il tuo viso e hai una fronte bellissima
e guardarti per un sacco di tempo finché non ti giri e chiedi che c'è ma non c'è niente sei solo incredibile
e abbracciarti quando meno te lo aspetti
abbracciarti quando sei preoccupato
e dirti che andrà tutto bene anche se non ne sono sicura
e chiederti se ti sei fatto male battendo il gomito sul tavolo
e respirare forte il tuo profumo quando sei nei paraggi
ed essere di buon umore perchè ci sei
ed essere di cattivo umore quando non ci sei per un po’
e sincronizzare il mio respiro al tuo e il mio passo al tuo
e doverti correre dietro perchè hai il passo troppo lungo e un po’ lo fai apposta perché ti diverte 
sciogliermi quando sorridi 
ridere quando ridi
non capire quando credi che sia arrabbiata con te quando non è così
e chiederti scusa anche se non lo farei mai con nessun altro
e chiedermi ogni tanto se ti conosco davvero e alla fine non importa perchè è bello conoscerti un po’ ogni giorno
e scrivere poesie orrende ma sono per te e quindi farai finta siano belle
e chiederti come ti viene in mente di non meritare niente
e chiederti come ti viene in mente di non essere abbastanza
e chiederti come fai a non vedere tutto questo
e credere in te il doppio tutte le volte che non riesci a credere in te stesso
e infine portarti nei musei che amo anche se non ti piacciono solo per farti capire che davanti a un Van Gogh io guarderei ancora te.
—  ispirato a Reflection of a Skyline

10 giugno 2014
Caro migliore amico,
come stai? è da tanto che non ci sentiamo.. o meglio,
non ti fai sentire, perché io non posso..
Come stai? Io sto cercando di cavarmela.
Le giornate sono un po’ morte senza di te, ma fingo vada tutto bene. Vorrei poterti abbracciare.
Sai, migliore amico, non capisco cosa sia successo fra noi e so che nulla ritornerà più come prima.
Me ne sono fatta una ragione.
Ti vedo felice, vedo che stai bene, e questo mi fa stare..

mi fa stare uno schifo: che non ti manco, che non mi pensi, che non mi hai ancora cercata, che non hai voglia di abbracciarmi, di venire sotto casa e far finta che non sia successo niente.

Non esco più di casa..
Da quando non ci sei tu l'aria fuori mi sembra più pesante.
Ho smesso di cercare i miei amici..
Ho smesso di mangiare…
Ho smesso di cantare sotto la doccia..
Ho smesso di star bene..
Ho smesso di vivere.
Certe volte mi sento come un fantoccio a cui hanno cucito il sorriso con un ago, e poi dentro c'è solo stoffa e cotone.

Vorrei star bene, ma non so come si fa.
Vorrei star bene, ma non so come io debba fare senza te e le tue paranoie, senza te e i film sul tuo letto, senza te e basta.

Avevi detto che ci pensavi te ad amarmi.
Dove sei finito?
Te ne sei andato e il fatto che tu non ritorni mi spaventa.
E mi manchi.
E ti amo.

Con affetto.

Vorrei portarti con me.
Resisteresti poco, al freddo senza l’afa estiva ma sarebbe un’esperienza diversa, no? Poi ti riporterei indietro, come è giusto che sia. Ma per un po’ ti porterei con me.
Ti racconterei le cose che non avrò il tempo di finire di dirti. Solo per quello, per trovare il modo che duri di più. Ti farei guardare il mare freddo, così apprezzeresti il tuo. Ti farei una foto e la lascerei nel cassetto per le volte che avrò voglia di guardarti con i capelli scompigliati e il sorriso accennato.
Mangeremmo e dormiremmo poco perché non ci sarebbe il tempo; tutto quello che vorresti cercherei di dartelo. Ti farei esprimere un desiderio e lo esaudirei. Solo uno, perché tre non sarei capace.
Ti farei almeno un paio di domande scomode, perché così ti fideresti di me; perché così, se ti telefonassi almeno una volta, sussulteresti un pochino e quando deciderai di andare via, ci sarà almeno una volta in cui vorrai tornare.
Vorrei che ti fossi innamorata di me, per chiedermi di restare. Ma forse tu impieghi tanto per innamorarti e allora è per questo che vorrei portarti con me: per farti innamorare.
Verresti?
No, non verrei. Perché dovrei?
Non credo che mi riporteresti indietro, non voglio che tu faccia di tutto per me. Il suono è simile a quello della tua voce, non della mia: vorrei che lo capissi e te ne rendessi conto. Le tue parole sono esigenti e mi si stringono al cuore. L’unisono tra di noi non funziona. Il moto di due anime in una non esiste. Non vorrei foto di questo momento, né motivi per lasciare che non finisca. È doloroso da ricordare. Cosa c’è di poetico in una sensazione moritura? Se lo volessi, non farei in modo che arrivi la fine. Perché è questo il punto: io sto facendo in modo che l’ultimo secondo di tutto accada, capisci? Permettimi di dire di no. Permettimi di non esserti accanto. Permettimi di decidere di non esserci come vuoi tu.
Pensare che sia per due, per renderti i pensieri più facili; lo sai che mi stai raccontando una bugia mentre mi chiedi ‘verresti?‘
Certo che lo sai.
Venire? Cosa potrebbe dire? Cosa saremmo?
La mia automobile scivola da sola verso casa mentre rileggo le tue parole. Cerco di trovare interpretazione, tentando di valicare le frasi così come sono – cunei – e trovarci l’intenzione inespressa di dire dell’altro. Cerco titubanze, virgole, mi soffermo sui dettagli. Ma io di dettagli non capisco nulla. Non so come sono fatti, in verità.
Potrei rimanere attaccato alla balaustra a due mani, mangiare tutte le merendine della macchinetta accanto all’ingresso del gate pur di restare a guardare il fiume da un lato e la strada dall’altro.
Fissare l’asfalto fino a farmelo entrare negli occhi e bucarmeli per non vedere la via di casa: questo dovrebbe accadere affinché io vada via da qui e mi rassegni alle tue parole. Credevo di non essere capace di rimanere in silenzio a guardare. Sono solito pensare di me cose molto positive: grande cuore, grande testa, spirito d’iniziativa, forte indipendenza; pensavo di non essere capace di restare a guardare inerme.
È una di quelle circostanze che non si addicono agli spiriti vincenti. È come ammettere di avere un buco scoperto e lasciare che qualcuno ci infili un dito dentro, stracciando carne e tessuti, graffiando vasi, fino a tingere di rosso i vestiti e non poter, così, celare l’affanno.
Eppure io sono un tipo sveglio, non mi lascio abbindolare facilmente; ho sempre saputo tenerle a distanza e prosciugarne il necessario. Ecco, sì: non sono mai andato al di là del necessario con quasi nulla. Solo di foglie d’albero ne ho troppe, perché ne faccio collezione.
Ne ho mangiate molte di merendine della macchinetta ma adesso, alla guida, con le mani poco convinte e smaniose, non ne ricordo il sapore singolo e anche gli incartamenti mi paiono tutti uguali. Non posso distinguere il caramello dal fiordilatte e questi dal cioccolato: ho un solo amalgama appiccicaticcio nella bocca.
Mi sembra strano sentirmi così sopra le righe. Mi sembra strano, ancora, sentire quegli occhi addosso. I tuoi e i miei insieme, che erano altro, lo sono stato lo so, lungo il fiume e poi sono irrimediabilmente scomparsi dopo un battito di ciglia. Un movimento fisiologico ne ha decretato la fine ed io lo vado cercando, adesso, mentre mi dirigo verso casa, seguo la scia per provare a seguirti.
Che pena. Sperare, intendo. È la pena di chi non sa rinunciare.
Non so raccontare una volta in cui tu mi avevi detto di essere felice, in effetti. E nemmeno una volta in cui te l’ho detto io, d’altronde. Non credo minimamente di esserti venuto incontro per davvero, con foga ed eccitazione, per abbracciarti di sorpresa.
Non mi viene in mente la prima volta che t’ho visto. So quand’è, con precisione, perché io ero al bancone di un bar con una ragazza che mi piaceva molto. E che ho abbracciato con slancio e voluto tante di quelle volte da essermene invaghito e addirittura innamorato a un certo punto.
Ricordo d’averti preso in consegna nella mia mente, ma non d’averti visto. Non so nemmeno com’eri vestita. So solo che ti sei passata una mano tra i capelli, il gesto più comune che si possa recuperare nella memoria. Eppure io l’ho registrato. In realtà potrebbe essere falso. Potrei aver traslato la mano di un altro sulla tua e adesso cucirti addosso un movimento che non t’è appartenuto.
Avevi un braccialetto che si compra al mare, di quelli di cotone colorato, che dicono porti fortuna e poi, un giorno, si spezzi per far avverare un desiderio. Di quelli che hanno tutti, eccetto me, poiché io non li sopporto: rimangono bagnati per ore, dopo la doccia, ed umidi sulla pelle.
Mi sono chiesto quale potesse essere il tuo desiderio. È la prima cosa su cui mi sono interrogato guardandoti quella volta e pensandoti i giorni successivi. Se tu avessi un desiderio sopra tutti, se fosse legato a quel braccialetto o a un sentimento. Ho sentito il bisogno di saperlo, come se fosse il tuo nome.
Avevi anche un anello costoso. Sottile, ma prezioso. Un anello facile, che non sorprende se lo regali. Non so perché l’avessi notato. Niente a che vedere coi tuoi occhi, mi rendo conto. A chiunque avessi chiesto di te nei giorni seguenti, continuavo a dire di non avere in mente i tuoi occhi: eppure sono meravigliosi. Non mi viene un’altra parola in mente. Dovrei inventarla ma non sono capace, tu lo sai. Posso fartelo intuire ma non so spiegarlo.
Non capisco perché non me li sono incollati addosso. Avevo notato di te solo i dettagli peggiori fra tutti gli altri; ciononostante ti cercavo già il giorno dopo. Mentre passeggiavo sotto casa tua, nelle sere a seguire, speravo di notare i tuoi movimenti alla finestra oppure con chi saresti uscita. Desideravo vederti da sola, che, una volta sull’uscio, ti guardassi intorno e vedendomi rimanessi piacevolmente compiaciuta.
Avrei voluto essere io nei tuoi sogni, a ispirare i tuoi sonni e farti felice. Ma lo so di non potere. Eppure questa consapevolezza non m’ha fatto smettere di volerti portare via con me.
Non capisco. Non capisco cosa vuoi dire. Mi pare assurdo che tu pensi di poter amarmi. Quanto abbiamo passato insieme? Non capisco perché tu voglia portarmi con te. Non sai nulla.
Ti ho rubato anche un sorriso triste quella sera.È andata così: io ti ho guardata per un momento, mentre ti passavi le mani nei capelli, e stavi sorridendo, ma non alla persona con cui parlavi. Sorridevi, rivolta verso il basso come per un pensiero veloce da far svanire. E, rivolto di nuovo il tuo volto verso l’alto, ti ho sorpresa triste, come se quel pensiero felice andasse celato.
Sorridi solo quando qualcuno o qualcosa ti fa ridere, ma non dovresti. A me piace, ma non dovresti. La felicità pare si auguri a tinte pastello e così mi tocca fare, con te, adesso: cercare di farti togliere dal viso i tuoi sorrisi tristi, come ho sempre fatto, d’altronde.
Potremmo essere in giro a passeggiare in una città qualunque, col caldo, mano nella mano e io dovrei accorgermi del tuo sorriso triste e allora darti un bacio o prenderti il viso e farti fare una smorfia che mimi la gioia. Sorrideresti e il mio desiderio di felicità per te sarebbe compiuto. La verità è che i tuoi sorrisi tristi a me piacciono, perché a te stanno bene, perché li sai trattare, li sai adoperare e mettere in fila senza che rompano le righe. Se lo facessi io sarei penoso.
Questo è il punto: faccio pensieri e desidero cose nuove.Non importa cosa so. Per la prima volta, non importa.
Non so da dove vengono o come si chiamino e non potrei spiegarle a nessuno eccetto te, con un po’ di tempo, con un po’ di pause, con quei silenzi che non saprei riempire, all’inizio. Ma potrei imparare.
Sono un pessimo romantico, lo ammetto. È per questo che non sono riuscito a farti innamorare. Lo so che è così. Ho immaginato che potessi bastare io, con i miei modi normali e l’aria spavalda. Fintamente sicura. E del tempo, per spiegarti quello che manca, per farti vedere che ne sarebbe valsa la pena, alla fine.
Ho provato, che dire, a farmi scegliere. Ho sperato. Dovevo. Era una possibilità, capisci? Come fare a metterla via, a dimenticarla. Forse aspettando, forse non era il momento. Forse io e te abbiamo un altro tempo. Sono sicuro che con qualche giorno in più, ora in più, ti avrei portato via con me. È l’idea che almeno una volta succeda, no? Hai presente? Quell’idea invasiva e sotterranea che si inabissa o si palesa e lo fa una volta sola per tutte e se l’avverti non puoi far finta di niente se hai un po’ di senno.
Come un sibilo fluttuante e sinuoso.
A me è successo questo: non sono riuscito a fare finta di niente, non volevo, in fondo. Non potevo far altro che cercare di portarti con me, dal profondo, per egoismo quasi, per farmi stare bene. Anche se sapevo di non potere. Anche se era rischioso. Anche se tu non vuoi, anche se, infine, la tua felicità non dipende da me.
E non posso fare a meno di chiedertelo di nuovo. Solo per essere sicuro.
Verresti?
—  Italo Calvino, Prima che tu dica “Pronto”
Perdonati. 
Perdonati per tutte le volte in cui hai mollato. Sei umana. Non tutti siamo forti, non tutti sappiamo reagire. Non tutti riusciamo a sorridere anche se dentro stiamo morendo. Perdonati per tutte le volte in cui hai rinunciato ai tuoi sogni. Perdonati per ogni lacrima versata per le persone sbagliate. Perdonati, perchè tu ci hai provato. E anche se così non fosse, anche se tu non ci stai provando, perdonati lo stesso. Perchè non tutti abbiamo voglia di vivere. Perchè non tutti riescono ad andare avanti come se niente fosse. Perchè non tutti riusciamo a dimenticare chi ci ha fatte star bene, ma anche chi ci ha fatto star male. Perdonati, perchè non può essere sempre colpa tua. E anche se lo fosse, perdonati lo stesso, perchè nella vita si sbaglia, e si fanno tanti errori. E non tutti impariamo da essi. Non tutti riusciamo ad imparare la lezione. Dobbiamo inciamparci come minimo dieci volte per capire come funzionano davvero le cose. Ma va bene così, perchè in fondo essere sbagliati non è un crimine. Non può esserlo. Chiediti scusa, per tutte le volte in cui hai preferito gli altri a te. Chiediti scusa per le volte in cui hai ascoltato troppe parole, senza mai ascoltarne una sola, quella del cuore. 
Ma perdonati. Sei umana.
La perfezione non esiste, non cercarla. Cerca la felicità piuttosto, perchè esiste. Perchè sta dentro ognuno di noi. E lo so che adesso non ci credi, probabilmente non lo farei neanche io, ma tu fallo. Credi, spera, non arrenderti. Credi nella felicità e magari lei si farà vedere. Non credi che continuando a respingerla si allontanerà? Apri la tua mente. Apri il tuo cuore. Lo so che hai sofferto. Lo so che non ti fidi più. Lo so che sei sulla via dell'apatia. 
Ma riprenditi. Fatti riprendere. Ma non mollare più, anche se lo hai fatto tante, troppe volte.
—  Never let me go, storia su wattpad si sery_99.
Voi lo perdonereste se tornasse?
Perché sapete, nonostante tutti questi “ti prego torna”, non lo so se riuscirei a perdonarlo. A cancellare tutto il periodo in cui sono stata male a causa sua, il tempo che ho perso, le nottate su tumblr a perdere il sonno, le lacrime sprecate per qualcuno che non se lo merita. Non lo so se avrei la forza di perdonarlo. Di ricominciare tutto, con la paura che possa accadere di nuovo la stessa cosa. Non lo so se riuscirei a calpestare il mio orgoglio, perché diciamocelo, alla fine sono la rabbia e l'orgoglio ad avermi tenuta in vita finché non è tornato. Sarebbe come tradirli. Lui dov'era mentre l'orgoglio mi sosteneva? Dove diavolo era?
Chissà se il vero coraggio starebbe nel perdonarlo o nel cacciarlo via a calci. Perché non so neanche se, quando avrà capito cosa ha perso, avrò la forza di dirgli che ormai è troppo tardi. Sarei più forte se riuscissi a sconfiggere la mia dipendenza da lui, il disperato bisogno di averlo accanto, o se passassi sopra ogni cosa, ogni errore, ogni umiliazione, per amore? Con quale faccia potrei dirgli che l'ho sempre aspettato, che l'ho sempre amato? Con quale cuore, sapendo di amarlo, lo lascerei andar via?
Non lo so cosa farei se lui tornasse.
Ma tanto non torna.
—  waveswhisper
cattivi maestri

Qualcuno probabilmente sarà seccato del fatto che scriva sempre delle stesse cose, di Joyce, Svevo, di strani casi di traduttologia perversa e stronzate letterarie, qui dove tutti mettono a stendere l’anima, vera o immaginata che sia, e, fra altri a cui sicuro non frega niente, si sarà domandato come mai io i miei panni me li tenga sporchi e come mai, ad esempio non parli mai della mia vita privata, magari sentimentale. Forse la risposta è che, se anche potessi, non lo farei perché c’è nulla di cui parlare, se non patetici ricordi. Tanto per non perdere il vizio, ora mi vien da pensare al fatto che Svevo sposò la cugina, conosciuta al funerale della zia, mentre Joyce fermò la futura moglie per strada, togliendosi il cappello e chiedendole d’uscire, e io mi chiedo dove mai voglio andare io con maestri del genere.

Ricordi? Ooh, io non lo farei! I ricordi sono pericolosi. Il passato è un posto talmente ansiogeno. Ma fortuna che è passato! Ah, ah ah! La memoria è una cosa ingannevole. In un attimo, da un luna park di delizie, pregno degli aromi della fanciullezza, del neon lampeggiante della pubertà, di tutto quello zucchero filato sentimentale… ci si ritrova in luoghi in cui non andresti mai… […] … luoghi freddi e oscuri, popolati dalle forme velate e ambigue di cose che speravi di aver dimenticato. I ricordi sanno essere infami, repellenti piccoli bruti. Come i bambini, suppongo. Ah, ah. […] Ma possiamo vivere senza di loro? I ricordi sono ciò su cui si fonda la nostra ragione. Se non riusciamo ad affrontarli, neghiamo la ragione stessa! D'altra parte, perché no? Non siamo legati alla razionalità per contratto! Nessuna clausola di sanità mentale! Perciò, quando ti ritrovi avviato lungo binari difficili, diretto verso luoghi del tuo passato in cui le urla si fanno insopportabili, ricorda che c'è sempre la follia. La follia è l'uscita di sicurezza… Permette di farsi da parte e di richiudere la porta su tutte quelle cose terribili che sono successe. Di rinchiuderle… per sempre.
—  The killing joke

sono le 5.24 di mattina e io stendo la lavatrice dei bianchi. è stata una delle giornate più lunghe degli ultimi tempi, iniziata con mia madre che rompe il cazzo nonostante sia in vacanza, facendomi recapitare due infinite sacche di lenzuola e vestiti sporchi da mio padre che è andato a trovarla. mi fanno male gli occhi e non mi reggo più in piedi. stamattina, mentre mi rimboccavo le maniche e iniziavo a rassettare tutta la casa, approfittando del fatto che fossi sola, ho dovuto sopportare i tuoi “chissa dove sei”, “figurati se davvero stai pulendo casa”, “e allora perché non rispondi subito alle mie chiamate”, io che avrei voluto solo qualcuno che apprezzasse tutti i miei sforzi, io che avrei soltanto voluto che qualcuno mi dicesse che cazzo di tigre che sei. e invece insulti, servizi, insulti, servizi, spesa, cucina, servizi, lavoro. mentre tu restavi su quella merda di letto a grattarti la pancia e drogarti perché non sei in grado di fare altro. e si che ti credo quando mi dici che sono l'unica cosa che conta per te, considerando che sono l'unica cosa che hai, e che tieni stretta ossessivamente. eppure chissà se io mi fiderei di me, io che in fondo amo flirtare e mi innamoro ogni giorno più volte di quante faccia la cacca (e la faccio spesso). però, sai, non penso tradirei mai, non penso lo farei più, non penso riuscirei a mettermi dall'altra parte del muro nemmeno per una volta nella vita. (non che io creda nell'amore assoluto, sia chiaro) però c'è qualcosa in quel tuo modo di essere un fallito cronico che mi manda in tilt, qualcosa a cui non vorrei mai rinunciare per il resto della mia vita, qualcosa per cui ucciderei, qualcosa per cui mi lascerei uccidere (da te che lo faresti). mi prendi a lavoro e io chiamo papà per dirgli che usciamo, vuole andare in ospedale che non si sente bene, mi dice. “mi accompagni per favore?” e ti spiego. sbuffi, “e figurati se non ti inventavi qualcosa anche stasera per non stare con me”. vado a piedi, non ho proprio parole. la sala d'attesa è cosi fredda e io sono così sola e tu non hai idea di quanto mi manchi il mio collega dei tempi in cui facevo volontariato in ambulanza. mi piaceva tanto, nonostante non fosse nulla di che, mi faceva sorridere, mi trasmetteva sicurezza, mi pizzicava la pancia mentre guidava e mi poggiava il gomito in testa dall'alto dei suoi due metri e dei suoi trent'anni. tu eri scappato via da me per fare il tossico giramondo e io mi addormentavo sulla sua spalla quando di notte ci facevano stare le ore in ospedale, su quelle fredde panchine su cui ho passato la notte, senza lui, senza te. quanto di masochistico realmente c'è nel mio modo di vivere? nel mio allontanare le persone che mi fanno sentire la più felice del pianeta e la più bella dell'universo? nel mio sopportare chi mi dice che ho le cosce storte da uomo sguarrate? nel mio credere che l'amore sia così? nel mio sentire le urla isteriche di mia madre perché non voglio fare le pulizie e nel non rendermi conto che quando non c'è finisco di stendere l'ennesima lavatrice alle 5.39 del mattino e prima di fare l'ultima pipì della giornata più lunga e faticosa di sempre inizio a pulire il bagno perché lo vedo un po’ sporchino????

Sono apatica? Ti rispondo male? Vattene, sparisci, come tutti gli altri! Chi cazzo ti sta chiedendo di rimanere a sopportarmi. Non lo farei nemmeno io. Ma la prossima volta che dici di volermi bene, pensaci tre volte prima.
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