no capo

Stiamo per finire il sito nuovo.
Prima di mandarlo online lo dobbiamo ricontrollare tutto.
Più o meno abbiamo un trenta pagine di sito, tra pagine con testi e pagine di portfolio foto, circa un 25 schede prodotto che a loro volta son composte da cinque tab con le caratteristiche.
Tra di loro queste pagine sono linkate seguendo delle logiche di navigazione, per esempio ogni foto di prodotto finale è linkata al processo con cui è fatto il prodotto.
Adesso tenendo conto che io posso saperne di tecnicismi di processi produttivi, ma non così tanto risulta ovvio che posso controllare la sintassi, l’italiano, il layout, se i link funzionano e aggiustare il contenuto, ma alla fine se ho scritto cazzate me lo deve controllare un preposto.
Abbiamo deciso che lo farà il Grande Capo.
Vi spiego in poche parole che tipo è il Grande Capo, sappiate che non ha nemmeno sessant’anni.

Tra poco finiamo il sito, poi lei dovrebbe controllarlo prima che lo pubblichiamo on line
Va bene. Stampamelo che lo leggo

E’ da ieri che mi ripeto la frase in testa, l’ho giustamente raccontato a tutti e adesso stampamelo che lo leggo è diventato l’ennesimo meme in azienda, ma sinceramente non so come minchia stampare i link e farglieli controllare

A breve dunque passerò una giornata intera a deforestare quello che è rimasto dell’amazzonia.

Tutti sanno che si chiama Lupin

Il famoso ladro Lupin III in teoria è un personaggio negativo. Però segue un ferreo codice d’onore che prevede almeno due regole fondamentali: derubare unicamente chi se lo merita e uccidere soltanto quando ciò sia inevitabile.
L’autore giapponese Mokey Punch lo inventa nel 1967, ispirandosi ai romanzi dello scrittore francese Maurice Leblanc, creatore di Arsenio Lupin, il ladro gentiluomo. Terzo, perché nipote di terza generazione del leggendario antenato. Ha due passioni: gioielli e belle donne. Al punto che le imprese in cui s’imbarca hanno come motivazione il desiderio di compiacere una donzella.
Le armi di cui si serve sono la sua fedele Walther P38 e il suo ingegno. Nel giro di pochi secondi escogita il colpo di genio che gli permette di uscire dai guai. Le sue trovate sono semplici ed efficaci al tempo stesso. Un capo di vestiario o un oggetto insignificante nascondono sempre una sorpresa. Senza dimenticare la sua mitica abilità nei travestimenti. Lupin può assumere le fattezze, le movenze e la voce di chiunque.
Gli viene contrapposto Koichi Zenigata, un improbabile ispettore dell’Interpol che lo insegue da anni. Il rapporto fra i due non è quello classico guardia-ladro. È vero che l’unico scopo del poliziotto è sbatterlo in prigione. Non potrebbe essere altrimenti: è il suo mestiere. Ma per lui questa caccia è molto più d’un semplice incarico professionale: è un’ossessione. Ed è pure un’arma a doppio taglio, perché dà un senso alla sua vita. Se riuscisse a catturarlo, perderebbe la propria ragion d’essere. Lupin e Zenigata sono in perfetta simbiosi: l’uno legittima l’altro. Oltretutto, non si odiano. Capita che in più di un’occasione si diano una mano a vicenda per uscire da situazioni particolarmente spinose. Keiko Ichiguchi, nel libro Perché i giapponesi hanno gli occhi a mandorla, ci svela che anche Zenigata ha una “parentela” letteraria: è il nipote di settima generazione di Heiji Zenigata, investigatore del periodo Edo, ideato da Kodo Nomura, che ne racconta le avventure nel romanzo Zenigata Heiji Torimono ko.
Oltre che una nemesi, bisognava dare a Lupin dei comprimari. Innanzitutto c’è Jigen Daisuke, che potremmo considerare il suo migliore amico. Per crearlo, l’autore ha preso spunto dal pistolero che James Coburn (di cui è sempre stato un fan) ha interpretato nei Magnifici sette (a sua volta rilettura del capolavoro di Kurosawa, I sette samurai). In origine era rivale di Lupin, mentre ora lo segue ovunque, e lo toglie spesso dai guai. A differenza del suo amico, le donne non gli interessano più di tanto. La sua specialità sono le armi da fuoco. In altre parole, è il “pistolero” della situazione. Durante un episodio scopriamo che, per quanto bizzarro possa sembrare, l’infallibilità della sua mira dipende dalla forma del cappello che indossa: punta sul bersaglio allineandolo con la tesa. E un killer cerca di ucciderlo proprio bruciandogli con l’acido tutti i cappelli che possiede.
Dopo Jigen, conosciamo Fujiko Mine, creata perché il fumetto di Lupin III era pubblicato su una rivista per maggiorenni. L’origine del nome rispecchia le caratteristiche del personaggio. Fujiko deriva dall’aver visto su un calendario il monte Fuji, cui è stato aggiunto il suffisso –ko, tipico dell’onomastica femminile. Il significato del cognome, Mine, è «cima», e costituisce una scoperta allusione alla sua esuberante conformazione anatomica. In teoria, dovrebbe essere la fidanzata di Lupin. In pratica, mantiene una condotta ambigua: si fa sospirare e non gli si concede mai. In più, nell’ottanta per cento dei casi approfitta del suo ascendente su di lui per fregargli il bottino e lasciarlo a mani vuote. Come se non bastasse, fa spesso il doppiogioco, alleandosi con i suoi avversari e segnalandone la presenza alla polizia. È priva di scrupoli. Sa perfettamente come ottenere ciò che vuole. E non nasconde la propria sensualità: in più di un’occasione lascia intravedere porzioni più o meno generose di epidermide. A volte, però, abbassa la guardia e tratta il “fidanzato” con una tenerezza che nemmeno lui si aspetta. Nella seconda serie, il suo nome diventa Margot. Il motivo è semplice: gli episodi sono stati importati dalla Francia, mantenendone l’adattamento. Fra l’altro, gli eredi di Maurice Leblanc avrebbero avuto da ridire circa l’omonimia tra Arsenio e il suo presunto discendente. Ecco perché lui viene chiamato «Arsenico detto Lupin».
Dopo un certo numero di episodi, la “banda” si arricchisce di una new entry: Goemon Ishikawa. All’inizio, il rapporto con Lupin è conflittuale, ma a poco a poco i due diventano amici. Si dice che questo personaggio serva ad introdurre una componente orientale in un contesto eccessivamente occidentalizzato. In effetti, Goemon è il vero samurai. Dimostra un’innata diffidenza nei confronti delle donne (anche se subisce in parte il fascino di Fujiko), che considera un elemento perturbante. Non veste all’occidentale, tanto è vero che spesso lo vediamo indossare il tradizionale copricapo in paglia che nasconde il viso. Come ogni guerriero che si rispetti, possiede una spada (chiamata Zantezuken) dalla quale non si separa mai. La sua lama può fare a fette il materiale più resistente. E se utilizzata in un certo modo, anziché uccidere le persone, le addormenta. Il segreto dei suoi potere starebbe nel fatto di essere sempre calda. Qualcuno ipotizza un riferimento a Taia, la leggendaria spada cinese ornata di gemme capace di tagliare qualunque sostanza. Ci si potrebbe pure chiedere se è l’arma, ad essere invincibile o Goemon, che la maneggia con straordinaria disnivoltura. Nonostante aiuti Lupin nei suoi furti, questo guerriero d’altri tempi è costantemente proteso alla ricerca dell’Illuminazione e coltiva i valori tipici dei grandi combattenti giapponesi, come l’amicizia, la lealtà, il coraggio e la difesa dei più deboli. A quanto pare, la sua figura si ispira a un mitico ladro realmente esistito (ne sarebbe il tredicesimo discendente), condannato a essere bollito vivo insieme al figlio per aver cercato di uccidere il condottiero Toyotomi Hideyoshi. Il personaggio è tuttora celebrato nelle rappresentazioni del teatro kabuki. Viene addirittura citato in un episodio della serie robotica di Daitarn 3: uno degli avversari di Aran Banjo millanta una parentela con lui.
Le avventure di Lupin III sono state spalmate su quattro serie. La prima, di 23 episodi, è anche la più violenta. Le storie hanno in prevalenza un andamento cupo e drammatico. In più, c’è un’atmosfera da adulti: le allusioni sessuali e le scene di nudo sono piuttosto frequenti. Lupin si comporta più da avventuriero, che da ladro gentiluomo, e indossa una giacca verde. Gradualmente, però, i toni si alleggeriscono, e verso la fine si svolta in direzione della commedia. La seconda serie, che si apre con la riunione del gruppo su una lussuosa nave da crociera, è la più lunga: conta ben 155 episodi. L’impostazione è decisamente scanzonata. Lupin sostiene addirittura d’essere il vincitore di un fantomatico premio definito «Lupin d’oro». Le situazioni violente permangono, ma appaiono meno crude. E i momenti comici abbondano: tra le smorfie di Lupin e la goffaggine di Zenigata, c’è di che divertirsi. La giacca diventa rossa, conferendo una certa brillantezza al protagonista, e il design dei personaggi si fa longilineo. La terza serie – che in Italia è stata intitolata Lupin l’incorreggibile Lupin – ha una lunghezza media (30 episodi) ed è forse la peggiore. I disegni non sono granché: Lupin ha un viso molto allungato e un testone a palla. E, come se non bastasse, indossa una giacca rosa confetto. La quarta si compone invece di 26 episodi ed è ambientata in Italia. La giacca diventa blu. Animazione e disegni sono decisamente superiori. Ma le storie non sono poi granché.
Ciò che distingue la seconda serie rispetto alle altre, è la presenza di numerosi riferimenti ad altre serie, a film famosi, oppure a leggende tradizionali. In un episodio Lupin incontra Lady Oscar. La ragazza sta cercando gli ingredienti per una pozione che le permetterà di trasformare il proprio corpo in pietra e riunirsi in questo modo al suo amato, anch’esso pietrificato. Per quanto riguarda le allusioni cinematografiche, si può segnalare quella volta in cui il protagonista decide di rubare un diamante all’interno del quale vivrebbe una pantera… nera anziché rosa. Questo lo porta a scontrarsi con un clone dell’ispettore Clouseau, che si dimostra essere molto più abile e intelligente dell’originale. Alla tradizione si ispira l’episodio in cui Lupin e la sua banda incappano in due creature – Corno d’Oro e Corno d’Argento – parecchio somiglianti ai due demoni Re Kinkaku e Re Ginkaku che cercano inutilmente di sciogliere nell’acido Son Gokuh, l’invincibile scimmiotto di pietra (e in effetti il viso protagonista ricorda un po’ una scimmia).
La struttura dell’anime è piuttosto semplice. Una vicenda vera e propria non c’è. Gli episodi sono autoconclusivi e slegati l’uno dall’altro. Ogni avventura si risolve nel giro di mezz’ora circa. Al massimo, può essere divisa in due parti: non di più, e in pochissimi casi. In generale, è sempre lo stesso schema che si ripete.
Lupin ruba di tutto: denaro; gioielli dotati di poteri misteriosi o gravati da terribili maledizioni; invenzioni capaci di rivoluzionare il mondo; formule segrete; oggetti particolarmente rari e preziosi; quadri dal grande valore e così via. Una volta individuato l’obiettivo, i cui proprietari di solito sono persone sgradevoli e senza scrupoli, studia uno dei suoi ingegnosi piani per entrarne in possesso. Inutilmente, perché Lupin perde quasi subito ciò che ha faticosamente ottenuto: o perché gli sfugge di mano, o perché ci pensa quella doppiogiochista di Fujiko a fregarglielo. Oltretutto, viene scoperto dalla polizia, per cui non gli resta che darsi alla fuga. E proprio quando sembra tutto perduto e Zenigata sta per mettergli le manette ai polsi, Lupin, con il solito, imprevedibile colpo di genio, si sottrae alla cattura. I mezzi con cui fugge, improvvisati o meno, sono innumerevoli: alianti, aerei, barche, sommergibili, zaini a reazione, aquiloni appositamente modificati, e, soprattutto, auto. La vettura classica di cui si serve è la mitica Mercedes Benz SSK gialla del 1928. Ma lo troviamo spesso al volante di una Fiat 500 – posseduta, fra l’altro, dal direttore delle animazioni Yasuo Otsuka – che contribuisce a rendere spassosi e rocamboleschi gli inseguimenti.

Previsione Nostradamus numero #7.453

Verrà il tempo in cui
Ciuffo Giallo diventerà Capo della nazione dei Bisonti
e tutte le migliori tope della rete
si faranno ritratti assai bislacchi
applicandosi vari ammennicoli scacciasesso
sul volto solitamente splendido.

Il pentimento per loro
arriverà velocissimo
Tempo due lune calanti
e tutte vorranno cancellare
quelle prove esteticamente
molto rivedibili
ma non ci riusciranno
e le loro effigi
con naso canino
le perseguiteranno
più di Ciuffo Giallo
Capo della nazione dei Bisonti

Una possibile alternativa a pensare che il tuo capo sia un idiota. Farti appiattire il sito in una serie di pagine stampate è una maniera per delegare a te la verifica di un elenco completo delle pagine costituenti il sito. Averle su carta è una maniera comoda per prenderci sopra appunti.

ah dimenticavo, magari farà il lavoro davanti al PC per verificare la correttezza dei link, ma credo queste siano speranze decisamente mal riposte, perchè è semplicemente un lavoro di merda che nessuno vuole fare.

da un commento

1- il lavoro su carta si fa prima, anzi vi do una dritta: qualsiasi cosa vogliate fare che sia un processo, una procedura, un sito, un’implementazione su un gestionale, una variazione a qual si voglia routine prima si fa su carta, se su carta funziona allora si procede, in ogni caso la variabile umana può far fallire ogni tentativo;
2-  non si può prendere appunti sulla nostra carta stampata, i colori vengono stampati a cera, scriverci sopra è impossibile, tutto ciò solo perchè il mio capo (di cui stiamo cercando di provare l’idiozia) ha voluto risparmiare, grazie a dio il leasing delle stampanti a giugno scade e ne avremo di normali che stamperanno fogli su cui si può anche scrivere;
3- il mio capo non accende il pc, usa solo carta, anche quando fa le riunioni di produzione lui decide i lotti di prodotti da costruire portando appunti scritti su cartoncini che trova in giro;
4- è un lavoro che lui ama fare, lui vive per controllare quello che facciamo, la mattina viene in azienda e si chiede a chi deve fare la lavata di testa quotidiana, il suo lavoro di capo è semplicemente quello di redarguire i dipendenti se non fanno le cose come lui le ritiene giuste. Ti lascio immaginare il suo concetto di giusto

Lo ammetto:
ho provato a ignorarti
ma è stato come abbassare il capo
durante un diluvio
e illudersi di poter rimanere asciutti.

Sai cosa è successo dentro quella macchina?” chiesi io, guardandola in quei occhi lucidi e ormai privi di nulla.
“No” rispose triste.
Il giorno dopo sarei partito per un'esperienza all'estero a tempo indeterminato e nonostante le stessi per rivelare un mio segreto, su di noi, nulla, nemmeno lei mi avrebbe fatto cambiare idea sulla partenza.
“Siamo diventati estranei, insieme” conclusi.
I suoi occhi color perfezione, erano veramente privi di nulla; quasi come il colore della morte.
“Com'è possibile?” aggiunse dopo un breve silenzio.
“Ormai non ho nulla da perdere..” silenzio “..io ho rischiato per te, ho perso molto per te. Ma niente.” dissi evitando ogni contatto con lei.
“Non mi hai mai notato come notavi gli altri ragazzi, ma quella sera. Quella maledetta sera in macchina tu…” smisi di parlare.
Non ce la facevo.
Avrei pianto, ma la mia testa mi ripeteva di non farlo, di essere forte, chiudere gli occhi e respirare.
Così chiusi gli occhi, feci un lungo respiro e ripresi.
“…quella notte, prima da scendere dalla macchina ti sei avvicinata al mio collo e l'hai risalito baciandolo fino alle mie labbra. Ero felicissimo, ti ho accarezzato poi il collo e con delicatezza portai il tuo viso al mio, baciandolo ancora e poi..”
“…Facemmo l'amore” m'interruppe lei.
“Cos..” aggiunsi, sconvolto, confuso, ma mostrandomi ai suoi occhi.
“Si! Facemmo l'amore, lo so. Non me ne pento. Ero felicissima pure io. Avevo paura di perderti, eri il mio migliore amico, ma lo feci perchè lo volevo e… ti volevo” concluse.
I suoi occhi color morte avevano un color diverso ora; come se mostrassero, solo ora, la sua prospettiva e il perchè di quell'essere triste.
“NO. Non ti credo” risposi. Furono le uniche parole che uscirono dalla mia testa.
Io… no, no e no.
Non era vero, lo faceva solo per farmi sentire l'errore di quella serata, ma quella sera fu lei a spezzarmi il cuore.
“Non appena finimmo mi dissi che era tutto sbagliato, che io ero sbagliato e che non avrei mai dovuto approfittarmene di te. Questo fu quello che mi dissi quella sera dopo averti baciato il tuo sorriso, dopo aver passato la più bella sera della mia vita.” conclusi, distruggendo l'incantesimo dei suoi occhi sui miei.
“No, brutto coglione! Ti sei mai chiesto perchè io ti abbia risposto così?” aggiunse lei, spingendomi indietro con dei pugni sul petto.
“Rispondimi!” aggiunse dopo un ultimo spintone.
“Tutti i santi giorni!” urlai a lei.
Lei si fermò, tornò il silenzio. Si sentiva il vento che toccava le foglie e si sentiva l'aria di un amore impossibile.
“Vattene” mi chiese lei.
“Se io me ne vado, tu non saprai mai cosa è successo quella sera, in quella macchina” conclusi con voce sottile, tenera quasi.
“Vattene” ripetè lei, arrabbiata, ma sciolta dalla sicurezza della mia voce.
“Quella sera, io mi sono innamorato di te e di quel tuo sorriso. Quello fatto dopo aver finito di fare l'amore. Pensa, mi diede la conferma che lo ero per davvero. Quando te ne andasti dalla mia vita, dopo quella sera, piansi per sette notti  di fila. I miei non chiedevano, ma avevano capito. Mi ripresi piano piano e l'unico modo per affrontarti era scappare da te. Mi ripromisi di ripartire da capo, scappando da tutto e tutti. Rincominciare una nuova vita, questo era quello che volevo. Un giorno trovai un'offerta online per un volo di solo andata. Era destino. Era mio. Fu mio ed è ancora mio. Domani parto e.. “
“.. e volevi dirmelo” disse lei.
I suoi occhi non erano più un colore che si può descrivere, ma erano tristi, ma i dettagli me li tengo per me.
“Si, domani parto e quella sera in macchina io mi sono innamorato di te” conclusi.
Il giorno dopo partii e prima di imbarcarmi ricevetti un messaggio, uno semplice, uno suo.
“Sarai sempre casa mia
—  ricordounbacio