navy se

La remora è uno strano animale, chi lo dice grasso e nero come un’anguilla (Eliano, Nat. anim., II, 17), chi (Plinio, Nat. hist., IX, 41) piccolo e dimorante tra le rocce del fondo marino tra cui si mimetizza. In greco si chiama echeneis, «che trattiene le navi». Se si attacca alla chiglia di una nave, la nave non va più avanti. Non si sa perché lo faccia e come possa farlo. Anche se tira un gran vento o se remano tutti i rematori, la nave sta ferma come fosse ancorata; allora si manda giù un ragazzo che nuota sotto la nave a cercare la remora. Muciano dice che è una conchiglia di circa trenta centimetri.
Ma la remora ha il potere di fermare tutto, anche le cause legali, attaccandola al banco del giudice in tribunale; di impedire le nozze, attaccandola alla casa della promessa sposa (o dello sposo), dove da quel momento tutto rallenta, rallenta la digestione, rallenta la cottura dei cibi (vedi lo pseudo Eliano), rallenta il sonno, per cui in quella casa si dorme moltissimo e al mattino ci si sveglia come rallentati, un’ora per decidersi se alzarsi o no, poi si fa colazione, e anche il latte non si decide mai a bollire, di modo che è già l’ora di pranzo e tanto vale spegnere il latte e mettersi a cucinare, ma quando il pranzo è pronto, è quasi l’ora di cena, per cui invece di far colazione si cena, la quale poi si prolunga tanto che è già il giorno dopo, e tutto per via della remora attaccata sotto lo zerbino di casa, dice lo pseudo Eliano. Intanto il fidanzato bussa alla porta, tutto agitato per il giorno imminente, tutto frenetico per i preparativi: «Ci son da fare ancora un sacco di cose, dove eri finita?» dice alla sposa; ma passata la soglia entra anche lui sotto l’effetto della remora (messa da qualcuno invidioso che non vuole le nozze, o da qualcuno che vuole per sé la sposa, ad esempio don Rodrigo, nel caso si trattasse del matrimonio di Renzo e Lucia, dico nel caso, ma don Rodrigo sembra non sapesse nulla delle virtù della remora), e allora anche il fidanzato rallenta, si mette in poltrona, o su un triclinio (se siamo al tempo di Roma antica), ogni tanto gli esce una parola di bocca, ma bisogna aspettare mezz’ora per sentire la successiva. È naturale che non si arriverà mai al matrimonio; se un cugino ad esempio, messo in sospetto, non solleva lo zerbino di casa, e allora si scopre la remora, così attaccata con tutti i dentini che si fa più presto a gettare la remora con lo zerbino nel mare.
Una remora invece è consigliata (dice Plinio) per evitare un parto prematuro; al nono mese il personale qualificato va dalla puerpera e stacca la remora, immediatamente si hanno le doglie e il parto. E questo per dire come un influsso dannoso possa essere volto a vantaggio. Questo basti sulle virtù della remora.
Ermanno Cavazzoni, Guida agli animali fantastici (La remora)
—-ogni riferimento a cose e persone, non è casuale——-

Lettera di Chris Brown.
“Non ho mai pensato che loro sapessero. Nel tempo mi sono auto convinto che loro in realtà non sapessero niente. Che sapessero solo quello che vedevano, che dicessero solo quello che i loro occhi credevano di vedere.
Ho sempre odiato i paparazzi e i giornalisti.
Le gente crede in tutto quello che i giornalisti scrivono. Crede nelle parole di un giornalista come fossero oro colato. E dato che i giornalisti riportano le apparenze, è come se la gente credesse nelle apparenze, no? Danno per scontato che sia tutto vero.
Chris Brown è un mostro. Vero.
Chris e Rihanna non si sono mai amati.Vero.
Io non ho mai pensato che loro potessero capire quello che mi lega a lei, a Robyn. Non ho mai provato nemmeno a spiegare, non avrebbero capito. La nostra non è mai stata una di quelle storie per cui ad una sola occhiata riesci a capire tutto.
Per questo non ho mai creduto che loro sapessero. A dire la verità non lo sapevo nemmeno io.
Sapevo solo che me ne stavo sulla spiaggia di Malibù, all’alba, senza aver dormito più di un paio d’ore, con una sigaretta tra le labbra, un diario sulle ginocchia e una penna tra le dita, a sbattere ripetutamente contro il bordo del diario.
Nervoso. Incazzato. Totalmente fuori di testa.
Ancora innamorato, totalmente e incondizionatamente.
Innamorato della ragazza che avevo conosciuto otto anni prima, in casa discografica. Ricordo ancora la mia espressione quando la vidi. La vidi ridere con Melissa e Jay, come se si conoscessero da una vita. Era una ragazzina, un anno più grande di me. Ma ricordo che già otto anni fa, io la volevo.
Ricordo perfettamente il momento perfetto in cui quasi mi sentii affogare nei suoi occhi.
Verdi, all’apparenza. Ma io non ci ho mai creduto. Non ho mai creduto di poter conoscere una persona da quello che vedevano i miei occhi. Castani, intorno alla pupilla, per poi sfumare nel verde, e diventare quasi neri ai bordi dell’iride.
Ricordo che la vidi sorridere appena, e che senza volerlo un sorriso comparve anche sul mio volto. Ricordo lo scappellotto che mi diede mia madre dietro la testa, quando vide che stavo fissando quella meravigliosa ragazza dai capelli ricci e indomabili e quegli occhi talmente indefiniti da averne quasi paura.
Ricordo la prima volta che la sentii cantare, e pensai che avesse la voce di un angelo.
E le movenze di un angelo, la prima volta che la vidi ballare.
Penso di averla amata dalla prima volta che per caso le nostre dita si sfiorarono. Sentii come un brivido, brivido che non faceva che ripetersi ogni volta che ci sfioravamo. La sensazione più strana che abbia mai provato in tutta la mia vita.
Avrei voluto lei in ogni fottuto video della mia carriera. Avrei voluto che lei fosse la ragazza di “Gimme That” e tutti gli altri video. Avrei voluto dare il mio meglio, sempre, anziché cadere nell’oblio e tirarla giù con me. Avrei voluto prendermi cura del suo cuore meglio di qualsiasi altra cosa. Più di quanto tenessi a me stesso. Avrei dovuto mettere lei al primo posto, sempre.
Ho pensato di essere sbagliato, che il nostro amore fosse sbagliato.
Non avrei voluto perdere il controllo e picchiarla fino a renderla irriconoscibile. Non avrei dovuto farmi fino a perdere la ragione, non ero in me. E avevo promesso di essere buono con lei, di amarla sempre, fino alla fine. Non mi ricordo se ero più fatto o più ubriaco, ma ricordo di averla pestata.
È un’immagine che non se ne andrà mai dalla mia mente, per quanto io provi a cacciarla.
Scrivo quelle tre righe con il pensiero fisso su di lei, tamburellando le dita nell’aria, immaginando qualche nota, oltre alle parole. L’avevamo fatto decine di volte, io e Robyn. Ed era successo decine di volte che lei si addormentasse dopo aver fatto l’amore… allora io la guardavo dormire e scrivevo.
Le parole venivano naturali, uscivano dalla mia penna come un fiume in piena. E non riuscivo a trattenermi dallo scrivere finché la canzone non era finita, finché anche l’ultima parola e l’ultima nota non andava al giusto posto.
Forse era la sua presenza, o il pensiero di averla accanto, ma venivano fuori dei capolavori.
Non ho mai pensato che loro sapessero la verità. Dicono quello che vedono. Non penso che sappiano, come potrebbero sapere? Nessuno mi conosce veramente, non come mi conosce lei, e viceversa. Sono l’unico che la conosca in ogni sua più piccola sfaccettatura, dalla punta dei capelli – di qualsiasi colore se li faccia – alle unghie dei piedi.
Conosco qualsiasi cosa le piaccia, il significato di ogni testo delle sue canzoni, il significato di ognuno dei suoi tatuaggi. Sono il suo Navy numero uno, se così si può dire. Conosco ogni intonazione della sua voce, ogni suo sguardo, ogni suo cambiamento d’umore…
Guardo per qualche secondo il solo sorgere, e scrivo.
Scrivo come non facevo da mesi. Da quando Karrueche è tornata nella mia vita insomma.
Credo in ogni parola che butto giù su quel pezzo di carta. Credo davvero che nessuno tranne me e Robyn possa capire, credo davvero che nessuno sappia ciò che abbiamo passato in questi otto lunghi.
Credo davvero che Robyn non debba lasciare che dicano di lei qualcosa di diverso da quel che è. Lei non è solo Rihanna. Non è solo la star mondiale, quella dei sette album in sette anni, quella dei milioni di followers su twitter, dei milioni di fans su facebook… lei è anche, soprattutto, Robyn.
Lei è ancora la ragazzina nata alle Barbados, quella che ha fatto la modella per il suo Paese, in modo da fargli pubblicità, in modo che il suo Paese non andasse in rovina, in un certo senso. Lei è la ragazza legata ai suoi fratelli, legata alla nonna che l’ha lasciata. Legata alla madre, legata alle sue migliori amiche, legata ai suoi fan.
Legata a me.
Credo davvero a quello che scrivo. Credo davvero di dovere tutto a lei, perché è vero. Le devo tutto. Sono quello che sono adesso anche grazie a lei, grazie agli sbagli che abbiamo fatto insieme, grazie all’amore che abbiamo provato l’uno per l’altra.
E per quanto io abbia fatto un casino, lei mi ha sempre amato, mi ha sempre dato il suo meglio.
Robyn è sempre stata con me, qualsiasi casino combinassi, qualsiasi cosa facessi. Ha cercato di tirarmi via dall’alcool, dalla droga. non ci è riuscito nessuno, nemmeno l’amore della mia vita. Qualsiasi cosa succedesse, lei c’era.
Finché non ho rovinato tutto.
Mi sono chiesto un milione di volte una cosa: cosa ho fatto per meritare Robyn? Cosa ho fatto per meritare una meraviglia come lei? Lei mi ha cambiato la vita dal momento in cui i nostri sguardi si sono incrociati.
Ha cambiato la mia vita, con una sguardo, un sorriso, un bacio.
Ha cambiato la vita di un ragazzino della Virginia, la prima volta che abbiamo fatto l’amore.
E la prima volta che abbiamo cantato insieme. E la prima volta che l’ho vista mora, o rossa, o bionda, o tornare al suo colore naturale. È sempre stata una sorpresa, qualcosa cosa facesse, in qualunque veste si presentasse.
Per me rimaneva sempre e solo Robyn.
Hanno continuato a parlare di noi per mesi, continuano a parlare di quella cerimonia dei Grammy ancora oggi. Cerimonia a cui io e lei alla fine non abbiamo partecipato, ma di cui in qualche modo siamo stati protagonisti, più di altri. Parlavano di noi come se non fossimo presenti, come se non esistessimo.
Parlavano di me come del mostro che ha distrutto la faccia di Rihanna.
E per quanto io dicessi di non essere in me, loro continuavano a dire che era colpa mia, che ero sbagliato, che Robyn non poteva amare uno come me. L’avevo picchiata a sangue, come poteva amarmi? Per quanto mi sforzassi di non sentire le loro accuse… beh, sono stato male anch’io.
Niente in confronto a quello che ha dovuto subire lei, ovvio. Ma ho sofferto, proprio come ha sofferto lei, nello stesso identico modo e con la stessa intensità. Perché se lei stava male per quello che le avevo fatto e che aveva dovuto sopportare, io stavo male. I sensi di colpa mi attanagliavano lo stomaco in un modo che nemmeno credevo possibile.
I sensi di colpa… li sento ancora adesso, dopo quattro anni.
Hanno continuato a parlarne. Hanno continuato a provare a farle cambiare idea su di me. Hanno continuato a dirle cose su di me che lei non voleva sentire, le parlavano di Karrueche, come se tra me e Robyn non ci fosse mai stato nulla. Ma a me sembrava che lo facessero apposta, per farla sentire peggio di quanto già non stesse.
Ma la cosa importante è che siamo stati bene, insieme.
Quando siamo tornati insieme, avremmo dovuto lasciare che loro sapessero che avevamo capito cosa intendessero, avremmo dovuto lasciare che sapessero che tra noi avrebbe continuato a funzionare, stavamo bene. Stavamo da Dio, a dire il vero. Eravamo io e lei contro il mondo, avevamo superato quello che era successo anni prima, quando l’aveva picchiata… stavamo bene, come mai prima di allora.
Le avevo detto di non preoccuparsi.
Ma la verità era che quello preoccupato ero io, senza nemmeno saperne il motivo.
Prendo un respiro profondo, guardando per qualche secondo il sole salire nel cielo. Ripenso a tutte le volte che ho guardato l’alba dal finestrone della mia camera da letto, accarezzando la schiena nuda di Robyn, aspettando che si svegliasse per il mio tocco, o per il calore del sole contro la pelle.
Ricordo ogni suo risveglio. Si svegliava col sorriso sulle labbra, e mi salutava con un bacio.
Chiudo gli occhi e tiro un sospiro, era parecchio che non mi lasciavo andare ai ricordi. Cercavo di andare avanti con Karrueche, ma dopotutto era lei stessa a ricordarmi Robyn, inutile negarlo. Occhi e capelli più scuri, vero, ma aveva la stessa forma delle labbra di Robyn, la sua stessa carnagione. Si vestiva più o meno nello stesso modo.
Erano molto simili. Robyn era unica, certo, ma Karrueche le andava molto vicina.
Robyn ha sempre amato il meglio di me. Lei è stata la mia luce, la luce in fondo al tunnel in cui mi ero perso. Io facevo del mio peggio e lei puntualmente mi portava sulla retta via, mi riportava a respirare, mi riportava alla luce.
Abbiamo anche provato a essere migliori amici, prima di tornare insieme. Era come se non riuscissimo a stare lontani, ma né io né lei eravamo pronti a tornare insieme, così abbiamo provato a essere amici. Era diverso, era come se ci mancasse qualcosa, come se mi mancasse un pezzo… perché io e lei siamo sempre stati più che amici, siamo collegati.
Collegati, uniti a doppio filo. Come nella leggenda giapponese.
Sorrido al pensiero.
Esiste una bellissima leggenda giapponese. La leggenda narra che ognuno di noi nasce con un filo rosso legato al mignolo della mano sinistra. Questo filo ci lega indissolubilmente alla persona a cui siamo destinati, il nostro grande amore, la nostra anima gemella. Le anime così unite, sono destinate ad incontrarsi, non importa il tempo che dovrà passare, le circostanze o le distanze che le separano… perché il filo sarà lunghissimo e fortissimo e non si spezzerà mai. Sarà lo stesso destino a tenerlo saldo e unito finché esse non si incontreranno.
È sempre stata una delle mie leggende preferite.
Ricordo di aver pensato a me e Robyn, la prima volta che l’ho sentita raccontare.
Lei c’era, c’è sempre stata. Sempre. Dopo ogni singolo, dopo ogni album, dopo ogni intervista. Dopo ogni premio. Anche se non andavamo insieme alle premiazioni, lei c’era. E il suo sorriso mi arrivava dritto al cuore ogni fottuta volta, facendomi dimenticare puntualmente chi dovessi ringraziare per il premio.
Facendomi dimenticare di tutto, perché era il suo sorriso la cosa più importante.
Ha continuato a trovarmi, sempre. Non ha scherzato, non ha dubitato di me, mai. Nemmeno per un attimo. Ci siamo lasciati, di nuovo, perché lei voleva di più… e io, molto semplicemente, non ero pronto. E credo fermamente che senza di lei io a questo punto non sarei niente, non so cosa avrei fatto se un uragano di nome Robyn Rihanna Fenty non mi avesse sconvolto la vita.
Ma dopotutto, probabilmente ci saremmo incontrati, prima o poi.
Sono convinto che il destino ci avrebbe fatti incontrare, magari non quel giorno in casa discografica. Magari non da persone famose con migliaia di fans al seguito. Magari saremmo stati sono una ragazzo della Virginia e una ragazza delle Barbados.
Ma probabilmente non sarebbe stata la stessa cosa, no?
Esco dalla conferenza stampa sistemandomi gli occhiali da sole e passandomi poi una mano tra i capelli, di nuovo biondi, che stanno crescendo. Ho firmato centinaia di autografi, autografato centinaia di album, firmato decine e decine di fotografie, risposto ad una miriade di domande. Mi sono guardato intorno aspettando di trovarmi immerso in quegli occhi verdi, tanto belli quanto profondi.
Ma niente. Stavolta sono da solo.
Karrueche è chissà dove per un servizio fotografico, e sinceramente non mi interessa.
Salgo di malavoglia in limousine e tiro fuori l’iPhone dalla tasca dei pantaloni, aprendo poi l’applicazione di twitter. Scorro la home vagamente soprappensiero, retwettando qualcosa di particolarmente esilarante, per poi passare ad Instagram.
Allora quasi non mi viene un colpo.
La copertina del mio nuovo album, sul profilo di Robyn. E sotto una didascalia.
“Nemmeno io ho mai creduto che loro sapessero, o che potessero capire. Hanno sempre riportato solo quello che i loro occhi vedevano, ma sappiamo entrambi che sotto c’è molto altro, giusto? Ti amerò sempre, lo sai. Sempre tua, Robyn”.
Allora sorrido, non mi ha lasciato solo nemmeno stavolta. Non mi ha lasciato crollare, come sempre. La amerò sempre, fino alla fine, come ci eravamo promessi. Perché nonostante tutto io mantengo le promesse.
Mi tolgo gli occhiali, sorridendo.
E in quell’istante non sono più Chris Brown. Sono solo Christopher.”
—  dietrounsorrisotuttaunastoria

Non ho mai pensato che loro sapessero. Nel tempo mi sono auto convinto che loro in realtà non sapessero niente. Che sapessero solo quello che vedevano, che dicessero solo quello che i loro occhi credevano di vedere. Ho sempre odiato i paparazzi e i giornalisti. Le gente crede in tutto quello che i giornalisti scrivono. Crede nelle parole di un giornalista come fossero oro colato. E dato che i giornalisti riportano le apparenze, è come se la gente credesse nelle apparenze, no? Danno per scontato che sia tutto vero. Chris Brown è un mostro. Vero. Chris e Rihanna non si sono mai amati.Vero. Io non ho mai pensato che loro potessero capire quello che mi lega a lei, a Robyn. Non ho mai provato nemmeno a spiegare, non avrebbero capito. La nostra non è mai stata una di quelle storie per cui ad una sola occhiata riesci a capire tutto. Per questo non ho mai creduto che loro sapessero. A dire la verità non lo sapevo nemmeno io. Sapevo solo che me ne stavo sulla spiaggia di Malibù, all’alba, senza aver dormito più di un paio d’ore, con una sigaretta tra le labbra, un diario sulle ginocchia e una penna tra le dita, a sbattere ripetutamente contro il bordo del diario. Nervoso. Incazzato. Totalmente fuori di testa. Ancora innamorato, totalmente e incondizionatamente. Innamorato della ragazza che avevo conosciuto otto anni prima, in casa discografica. Ricordo ancora la mia espressione quando la vidi. La vidi ridere con Melissa e Jay, come se si conoscessero da una vita. Era una ragazzina, un anno più grande di me. Ma ricordo che già otto anni fa, io la volevo. Ricordo perfettamente il momento perfetto in cui quasi mi sentii affogare nei suoi occhi. Verdi, all’apparenza. Ma io non ci ho mai creduto. Non ho mai creduto di poter conoscere una persona da quello che vedevano i miei occhi. Castani, intorno alla pupilla, per poi sfumare nel verde, e diventare quasi neri ai bordi dell’iride. Ricordo che la vidi sorridere appena, e che senza volerlo un sorriso comparve anche sul mio volto. Ricordo lo scappellotto che mi diede mia madre dietro la testa, quando vide che stavo fissando quella meravigliosa ragazza dai capelli ricci e indomabili e quegli occhi talmente indefiniti da averne quasi paura. Ricordo la prima volta che la sentii cantare, e pensai che avesse la voce di un angelo. E le movenze di un angelo, la prima volta che la vidi ballare. Penso di averla amata dalla prima volta che per caso le nostre dita si sfiorarono. Sentii come un brivido, brivido che non faceva che ripetersi ogni volta che ci sfioravamo. La sensazione più strana che abbia mai provato in tutta la mia vita. Avrei voluto lei in ogni fottuto video della mia carriera. Avrei voluto che lei fosse la ragazza di “Gimme That” e tutti gli altri video. Avrei voluto dare il mio meglio, sempre, anziché cadere nell’oblio e tirarla giù con me. Avrei voluto prendermi cura del suo cuore meglio di qualsiasi altra cosa. Più di quanto tenessi a me stesso. Avrei dovuto mettere lei al primo posto, sempre. Ho pensato di essere sbagliato, che il nostro amore fosse sbagliato. Non avrei voluto perdere il controllo e picchiarla fino a renderla irriconoscibile. Non avrei dovuto farmi fino a perdere la ragione, non ero in me. E avevo promesso di essere buono con lei, di amarla sempre, fino alla fine. Non mi ricordo se ero più fatto o più ubriaco, ma ricordo di averla pestata. È un’immagine che non se ne andrà mai dalla mia mente, per quanto io provi a cacciarla. Scrivo quelle tre righe con il pensiero fisso su di lei, tamburellando le dita nell’aria, immaginando qualche nota, oltre alle parole. L’avevamo fatto decine di volte, io e Robyn. Ed era successo decine di volte che lei si addormentasse dopo aver fatto l’amore… allora io la guardavo dormire e scrivevo. Le parole venivano naturali, uscivano dalla mia penna come un fiume in piena. E non riuscivo a trattenermi dallo scrivere finché la canzone non era finita, finché anche l’ultima parola e l’ultima nota non andava al giusto posto. Forse era la sua presenza, o il pensiero di averla accanto, ma venivano fuori dei capolavori. Non ho mai pensato che loro sapessero la verità. Dicono quello che vedono. Non penso che sappiano, come potrebbero sapere? Nessuno mi conosce veramente, non come mi conosce lei, e viceversa. Sono l’unico che la conosca in ogni sua più piccola sfaccettatura, dalla punta dei capelli – di qualsiasi colore se li faccia – alle unghie dei piedi. Conosco qualsiasi cosa le piaccia, il significato di ogni testo delle sue canzoni, il significato di ognuno dei suoi tatuaggi. Sono il suo Navy numero uno, se così si può dire. Conosco ogni intonazione della sua voce, ogni suo sguardo, ogni suo cambiamento d’umore… Guardo per qualche secondo il solo sorgere, e scrivo. Scrivo come non facevo da mesi. Da quando Karrueche è tornata nella mia vita insomma. Credo in ogni parola che butto giù su quel pezzo di carta. Credo davvero che nessuno tranne me e Robyn possa capire, credo davvero che nessuno sappia ciò che abbiamo passato in questi otto lunghi. Credo davvero che Robyn non debba lasciare che dicano di lei qualcosa di diverso da quel che è. Lei non è solo Rihanna. Non è solo la star mondiale, quella dei sette album in sette anni, quella dei milioni di followers su twitter, dei milioni di fans su facebook… lei è anche, soprattutto, Robyn. Lei è ancora la ragazzina nata alle Barbados, quella che ha fatto la modella per il suo Paese, in modo da fargli pubblicità, in modo che il suo Paese non andasse in rovina, in un certo senso. Lei è la ragazza legata ai suoi fratelli, legata alla nonna che l’ha lasciata. Legata alla madre, legata alle sue migliori amiche, legata ai suoi fan. Legata a me. Credo davvero a quello che scrivo. Credo davvero di dovere tutto a lei, perché è vero. Le devo tutto. Sono quello che sono adesso anche grazie a lei, grazie agli sbagli che abbiamo fatto insieme, grazie all’amore che abbiamo provato l’uno per l’altra. E per quanto io abbia fatto un casino, lei mi ha sempre amato, mi ha sempre dato il suo meglio. Robyn è sempre stata con me, qualsiasi casino combinassi, qualsiasi cosa facessi. Ha cercato di tirarmi via dall’alcool, dalla droga. non ci è riuscito nessuno, nemmeno l’amore della mia vita. Qualsiasi cosa succedesse, lei c’era. Finché non ho rovinato tutto. Mi sono chiesto un milione di volte una cosa: cosa ho fatto per meritare Robyn? Cosa ho fatto per meritare una meraviglia come lei? Lei mi ha cambiato la vita dal momento in cui i nostri sguardi si sono incrociati. Ha cambiato la mia vita, con una sguardo, un sorriso, un bacio. Ha cambiato la vita di un ragazzino della Virginia, la prima volta che abbiamo fatto l’amore. E la prima volta che abbiamo cantato insieme. E la prima volta che l’ho vista mora, o rossa, o bionda, o tornare al suo colore naturale. È sempre stata una sorpresa, qualcosa cosa facesse, in qualunque veste si presentasse. Per me rimaneva sempre e solo Robyn. Hanno continuato a parlare di noi per mesi, continuano a parlare di quella cerimonia dei Grammy ancora oggi. Cerimonia a cui io e lei alla fine non abbiamo partecipato, ma di cui in qualche modo siamo stati protagonisti, più di altri. Parlavano di noi come se non fossimo presenti, come se non esistessimo. Parlavano di me come del mostro che ha distrutto la faccia di Rihanna. E per quanto io dicessi di non essere in me, loro continuavano a dire che era colpa mia, che ero sbagliato, che Robyn non poteva amare uno come me. L’avevo picchiata a sangue, come poteva amarmi? Per quanto mi sforzassi di non sentire le loro accuse… beh, sono stato male anch’io. Niente in confronto a quello che ha dovuto subire lei, ovvio. Ma ho sofferto, proprio come ha sofferto lei, nello stesso identico modo e con la stessa intensità. Perché se lei stava male per quello che le avevo fatto e che aveva dovuto sopportare, io stavo male. I sensi di colpa mi attanagliavano lo stomaco in un modo che nemmeno credevo possibile. I sensi di colpa… li sento ancora adesso, dopo quattro anni. Hanno continuato a parlarne. Hanno continuato a provare a farle cambiare idea su di me. Hanno continuato a dirle cose su di me che lei non voleva sentire, le parlavano di Karrueche, come se tra me e Robyn non ci fosse mai stato nulla. Ma a me sembrava che lo facessero apposta, per farla sentire peggio di quanto già non stesse. Ma la cosa importante è che siamo stati bene, insieme. Quando siamo tornati insieme, avremmo dovuto lasciare che loro sapessero che avevamo capito cosa intendessero, avremmo dovuto lasciare che sapessero che tra noi avrebbe continuato a funzionare, stavamo bene. Stavamo da Dio, a dire il vero. Eravamo io e lei contro il mondo, avevamo superato quello che era successo anni prima, quando l’aveva picchiata… stavamo bene, come mai prima di allora. Le avevo detto di non preoccuparsi. Ma la verità era che quello preoccupato ero io, senza nemmeno saperne il motivo. Prendo un respiro profondo, guardando per qualche secondo il sole salire nel cielo. Ripenso a tutte le volte che ho guardato l’alba dal finestrone della mia camera da letto, accarezzando la schiena nuda di Robyn, aspettando che si svegliasse per il mio tocco, o per il calore del sole contro la pelle. Ricordo ogni suo risveglio. Si svegliava col sorriso sulle labbra, e mi salutava con un bacio. Chiudo gli occhi e tiro un sospiro, era parecchio che non mi lasciavo andare ai ricordi. Cercavo di andare avanti con Karrueche, ma dopotutto era lei stessa a ricordarmi Robyn, inutile negarlo. Occhi e capelli più scuri, vero, ma aveva la stessa forma delle labbra di Robyn, la sua stessa carnagione. Si vestiva più o meno nello stesso modo. Erano molto simili. Robyn era unica, certo, ma Karrueche le andava molto vicina. Robyn ha sempre amato il meglio di me. Lei è stata la mia luce, la luce in fondo al tunnel in cui mi ero perso. Io facevo del mio peggio e lei puntualmente mi portava sulla retta via, mi riportava a respirare, mi riportava alla luce. Abbiamo anche provato a essere migliori amici, prima di tornare insieme. Era come se non riuscissimo a stare lontani, ma né io né lei eravamo pronti a tornare insieme, così abbiamo provato a essere amici. Era diverso, era come se ci mancasse qualcosa, come se mi mancasse un pezzo… perché io e lei siamo sempre stati più che amici, siamo collegati. Collegati, uniti a doppio filo. Come nella leggenda giapponese. Sorrido al pensiero. Esiste una bellissima leggenda giapponese. La leggenda narra che ognuno di noi nasce con un filo rosso legato al mignolo della mano sinistra. Questo filo ci lega indissolubilmente alla persona a cui siamo destinati, il nostro grande amore, la nostra anima gemella. Le anime così unite, sono destinate ad incontrarsi, non importa il tempo che dovrà passare, le circostanze o le distanze che le separano… perché il filo sarà lunghissimo e fortissimo e non si spezzerà mai. Sarà lo stesso destino a tenerlo saldo e unito finché esse non si incontreranno. È sempre stata una delle mie leggende preferite. Ricordo di aver pensato a me e Robyn, la prima volta che l’ho sentita raccontare. Lei c’era, c’è sempre stata. Sempre. Dopo ogni singolo, dopo ogni album, dopo ogni intervista. Dopo ogni premio. Anche se non andavamo insieme alle premiazioni, lei c’era. E il suo sorriso mi arrivava dritto al cuore ogni fottuta volta, facendomi dimenticare puntualmente chi dovessi ringraziare per il premio. Facendomi dimenticare di tutto, perché era il suo sorriso la cosa più importante. Ha continuato a trovarmi, sempre. Non ha scherzato, non ha dubitato di me, mai. Nemmeno per un attimo. Ci siamo lasciati, di nuovo, perché lei voleva di più… e io, molto semplicemente, non ero pronto. E credo fermamente che senza di lei io a questo punto non sarei niente, non so cosa avrei fatto se un uragano di nome Robyn Rihanna Fenty non mi avesse sconvolto la vita. Ma dopotutto, probabilmente ci saremmo incontrati, prima o poi. Sono convinto che il destino ci avrebbe fatti incontrare, magari non quel giorno in casa discografica. Magari non da persone famose con migliaia di fans al seguito. Magari saremmo stati sono una ragazzo della Virginia e una ragazza delle Barbados. Ma probabilmente non sarebbe stata la stessa cosa, no? Esco dalla conferenza stampa sistemandomi gli occhiali da sole e passandomi poi una mano tra i capelli, di nuovo biondi, che stanno crescendo. Ho firmato centinaia di autografi, autografato centinaia di album, firmato decine e decine di fotografie, risposto ad una miriade di domande. Mi sono guardato intorno aspettando di trovarmi immerso in quegli occhi verdi, tanto belli quanto profondi. Ma niente. Stavolta sono da solo. Karrueche è chissà dove per un servizio fotografico, e sinceramente non mi interessa. Salgo di malavoglia in limousine e tiro fuori l’iPhone dalla tasca dei pantaloni, aprendo poi l’applicazione di twitter. Scorro la home vagamente soprappensiero, retwettando qualcosa di particolarmente esilarante, per poi passare ad Instagram. Allora quasi non mi viene un colpo. La copertina del mio nuovo album, sul profilo di Robyn. E sotto una didascalia. “Nemmeno io ho mai creduto che loro sapessero, o che potessero capire. Hanno sempre riportato solo quello che i loro occhi vedevano, ma sappiamo entrambi che sotto c’è molto altro, giusto? Ti amerò sempre, lo sai. Sempre tua, Robyn”. Allora sorrido, non mi ha lasciato solo nemmeno stavolta. Non mi ha lasciato crollare, come sempre. La amerò sempre, fino alla fine, come ci eravamo promessi. Perché nonostante tutto io mantengo le promesse. Mi tolgo gli occhiali, sorridendo. E in quell’istante non sono più Chris Brown. Sono solo Christopher.

Non ho mai pensato che loro sapessero. Nel tempo mi sono auto convinto che loro in realtà non sapessero niente. Che sapessero solo quello che vedevano, che dicessero solo quello che i loro occhi credevano di vedere.
Ho sempre odiato i paparazzi e i giornalisti.
Le gente crede in tutto quello che i giornalisti scrivono. Crede nelle parole di un giornalista come fossero oro colato. E dato che i giornalisti riportano le apparenze, è come se la gente credesse nelle apparenze, no? Danno per scontato che sia tutto vero.
Chris Brown è un mostro. Vero.
Chris e Rihanna non si sono mai amati.Vero.
Io non ho mai pensato che loro potessero capire quello che mi lega a lei, a Robyn. Non ho mai provato nemmeno a spiegare, non avrebbero capito. La nostra non è mai stata una di quelle storie per cui ad una sola occhiata riesci a capire tutto.
Per questo non ho mai creduto che loro sapessero. A dire la verità non lo sapevo nemmeno io.
Sapevo solo che me ne stavo sulla spiaggia di Malibù, all’alba, senza aver dormito più di un paio d’ore, con una sigaretta tra le labbra, un diario sulle ginocchia e una penna tra le dita, a sbattere ripetutamente contro il bordo del diario.
Nervoso. Incazzato. Totalmente fuori di testa.
Ancora innamorato, totalmente e incondizionatamente.
Innamorato della ragazza che avevo conosciuto otto anni prima, in casa discografica. Ricordo ancora la mia espressione quando la vidi. La vidi ridere con Melissa e Jay, come se si conoscessero da una vita. Era una ragazzina, un anno più grande di me. Ma ricordo che già otto anni fa, io la volevo.
Ricordo perfettamente il momento perfetto in cui quasi mi sentii affogare nei suoi occhi.
Verdi, all’apparenza. Ma io non ci ho mai creduto. Non ho mai creduto di poter conoscere una persona da quello che vedevano i miei occhi. Castani, intorno alla pupilla, per poi sfumare nel verde, e diventare quasi neri ai bordi dell’iride.
Ricordo che la vidi sorridere appena, e che senza volerlo un sorriso comparve anche sul mio volto. Ricordo lo scappellotto che mi diede mia madre dietro la testa, quando vide che stavo fissando quella meravigliosa ragazza dai capelli ricci e indomabili e quegli occhi talmente indefiniti da averne quasi paura.
Ricordo la prima volta che la sentii cantare, e pensai che avesse la voce di un angelo.
E le movenze di un angelo, la prima volta che la vidi ballare.
Penso di averla amata dalla prima volta che per caso le nostre dita si sfiorarono. Sentii come un brivido, brivido che non faceva che ripetersi ogni volta che ci sfioravamo. La sensazione più strana che abbia mai provato in tutta la mia vita.
Avrei voluto lei in ogni fottuto video della mia carriera. Avrei voluto che lei fosse la ragazza di “Gimme That” e tutti gli altri video. Avrei voluto dare il mio meglio, sempre, anziché cadere nell’oblio e tirarla giù con me. Avrei voluto prendermi cura del suo cuore meglio di qualsiasi altra cosa. Più di quanto tenessi a me stesso. Avrei dovuto mettere lei al primo posto, sempre.
Ho pensato di essere sbagliato, che il nostro amore fosse sbagliato.
Non avrei voluto perdere il controllo e picchiarla fino a renderla irriconoscibile. Non avrei dovuto farmi fino a perdere la ragione, non ero in me. E avevo promesso di essere buono con lei, di amarla sempre, fino alla fine. Non mi ricordo se ero più fatto o più ubriaco, ma ricordo di averla pestata.
È un’immagine che non se ne andrà mai dalla mia mente, per quanto io provi a cacciarla.
Scrivo quelle tre righe con il pensiero fisso su di lei, tamburellando le dita nell’aria, immaginando qualche nota, oltre alle parole. L’avevamo fatto decine di volte, io e Robyn. Ed era successo decine di volte che lei si addormentasse dopo aver fatto l’amore… allora io la guardavo dormire e scrivevo.
Le parole venivano naturali, uscivano dalla mia penna come un fiume in piena. E non riuscivo a trattenermi dallo scrivere finché la canzone non era finita, finché anche l’ultima parola e l’ultima nota non andava al giusto posto.
Forse era la sua presenza, o il pensiero di averla accanto, ma venivano fuori dei capolavori.
Non ho mai pensato che loro sapessero la verità. Dicono quello che vedono. Non penso che sappiano, come potrebbero sapere? Nessuno mi conosce veramente, non come mi conosce lei, e viceversa. Sono l’unico che la conosca in ogni sua più piccola sfaccettatura, dalla punta dei capelli – di qualsiasi colore se li faccia – alle unghie dei piedi.
Conosco qualsiasi cosa le piaccia, il significato di ogni testo delle sue canzoni, il significato di ognuno dei suoi tatuaggi. Sono il suo Navy numero uno, se così si può dire. Conosco ogni intonazione della sua voce, ogni suo sguardo, ogni suo cambiamento d’umore…
Guardo per qualche secondo il solo sorgere, e scrivo.
Scrivo come non facevo da mesi. Da quando Karrueche è tornata nella mia vita insomma.
Credo in ogni parola che butto giù su quel pezzo di carta. Credo davvero che nessuno tranne me e Robyn possa capire, credo davvero che nessuno sappia ciò che abbiamo passato in questi otto lunghi.
Credo davvero che Robyn non debba lasciare che dicano di lei qualcosa di diverso da quel che è. Lei non è solo Rihanna. Non è solo la star mondiale, quella dei sette album in sette anni, quella dei milioni di followers su twitter, dei milioni di fans su facebook… lei è anche, soprattutto, Robyn.
Lei è ancora la ragazzina nata alle Barbados, quella che ha fatto la modella per il suo Paese, in modo da fargli pubblicità, in modo che il suo Paese non andasse in rovina, in un certo senso. Lei è la ragazza legata ai suoi fratelli, legata alla nonna che l’ha lasciata. Legata alla madre, legata alle sue migliori amiche, legata ai suoi fan.
Legata a me.
Credo davvero a quello che scrivo. Credo davvero di dovere tutto a lei, perché è vero. Le devo tutto. Sono quello che sono adesso anche grazie a lei, grazie agli sbagli che abbiamo fatto insieme, grazie all’amore che abbiamo provato l’uno per l’altra.
E per quanto io abbia fatto un casino, lei mi ha sempre amato, mi ha sempre dato il suo meglio.
Robyn è sempre stata con me, qualsiasi casino combinassi, qualsiasi cosa facessi. Ha cercato di tirarmi via dall’alcool, dalla droga. non ci è riuscito nessuno, nemmeno l’amore della mia vita. Qualsiasi cosa succedesse, lei c’era.
Finché non ho rovinato tutto.
Mi sono chiesto un milione di volte una cosa: cosa ho fatto per meritare Robyn? Cosa ho fatto per meritare una meraviglia come lei? Lei mi ha cambiato la vita dal momento in cui i nostri sguardi si sono incrociati.
Ha cambiato la mia vita, con una sguardo, un sorriso, un bacio.
Ha cambiato la vita di un ragazzino della Virginia, la prima volta che abbiamo fatto l’amore.
E la prima volta che abbiamo cantato insieme. E la prima volta che l’ho vista mora, o rossa, o bionda, o tornare al suo colore naturale. È sempre stata una sorpresa, qualcosa cosa facesse, in qualunque veste si presentasse.
Per me rimaneva sempre e solo Robyn.
Hanno continuato a parlare di noi per mesi, continuano a parlare di quella cerimonia dei Grammy ancora oggi. Cerimonia a cui io e lei alla fine non abbiamo partecipato, ma di cui in qualche modo siamo stati protagonisti, più di altri. Parlavano di noi come se non fossimo presenti, come se non esistessimo.
Parlavano di me come del mostro che ha distrutto la faccia di Rihanna.
E per quanto io dicessi di non essere in me, loro continuavano a dire che era colpa mia, che ero sbagliato, che Robyn non poteva amare uno come me. L’avevo picchiata a sangue, come poteva amarmi? Per quanto mi sforzassi di non sentire le loro accuse… beh, sono stato male anch’io.
Niente in confronto a quello che ha dovuto subire lei, ovvio. Ma ho sofferto, proprio come ha sofferto lei, nello stesso identico modo e con la stessa intensità. Perché se lei stava male per quello che le avevo fatto e che aveva dovuto sopportare, io stavo male. I sensi di colpa mi attanagliavano lo stomaco in un modo che nemmeno credevo possibile.
I sensi di colpa… li sento ancora adesso, dopo quattro anni.
Hanno continuato a parlarne. Hanno continuato a provare a farle cambiare idea su di me. Hanno continuato a dirle cose su di me che lei non voleva sentire, le parlavano di Karrueche, come se tra me e Robyn non ci fosse mai stato nulla. Ma a me sembrava che lo facessero apposta, per farla sentire peggio di quanto già non stesse.
Ma la cosa importante è che siamo stati bene, insieme.
Quando siamo tornati insieme, avremmo dovuto lasciare che loro sapessero che avevamo capito cosa intendessero, avremmo dovuto lasciare che sapessero che tra noi avrebbe continuato a funzionare, stavamo bene. Stavamo da Dio, a dire il vero. Eravamo io e lei contro il mondo, avevamo superato quello che era successo anni prima, quando l’aveva picchiata… stavamo bene, come mai prima di allora.
Le avevo detto di non preoccuparsi.
Ma la verità era che quello preoccupato ero io, senza nemmeno saperne il motivo.
Prendo un respiro profondo, guardando per qualche secondo il sole salire nel cielo. Ripenso a tutte le volte che ho guardato l’alba dal finestrone della mia camera da letto, accarezzando la schiena nuda di Robyn, aspettando che si svegliasse per il mio tocco, o per il calore del sole contro la pelle.
Ricordo ogni suo risveglio. Si svegliava col sorriso sulle labbra, e mi salutava con un bacio.
Chiudo gli occhi e tiro un sospiro, era parecchio che non mi lasciavo andare ai ricordi. Cercavo di andare avanti con Karrueche, ma dopotutto era lei stessa a ricordarmi Robyn, inutile negarlo. Occhi e capelli più scuri, vero, ma aveva la stessa forma delle labbra di Robyn, la sua stessa carnagione. Si vestiva più o meno nello stesso modo.
Erano molto simili. Robyn era unica, certo, ma Karrueche le andava molto vicina.
Robyn ha sempre amato il meglio di me. Lei è stata la mia luce, la luce in fondo al tunnel in cui mi ero perso. Io facevo del mio peggio e lei puntualmente mi portava sulla retta via, mi riportava a respirare, mi riportava alla luce.
Abbiamo anche provato a essere migliori amici, prima di tornare insieme. Era come se non riuscissimo a stare lontani, ma né io né lei eravamo pronti a tornare insieme, così abbiamo provato a essere amici. Era diverso, era come se ci mancasse qualcosa, come se mi mancasse un pezzo… perché io e lei siamo sempre stati più che amici, siamo collegati.
Collegati, uniti a doppio filo. Come nella leggenda giapponese.
Sorrido al pensiero.
Esiste una bellissima leggenda giapponese. La leggenda narra che ognuno di noi nasce con un filo rosso legato al mignolo della mano sinistra. Questo filo ci lega indissolubilmente alla persona a cui siamo destinati, il nostro grande amore, la nostra anima gemella. Le anime così unite, sono destinate ad incontrarsi, non importa il tempo che dovrà passare, le circostanze o le distanze che le separano… perché il filo sarà lunghissimo e fortissimo e non si spezzerà mai. Sarà lo stesso destino a tenerlo saldo e unito finché esse non si incontreranno.
È sempre stata una delle mie leggende preferite.
Ricordo di aver pensato a me e Robyn, la prima volta che l’ho sentita raccontare.
Lei c’era, c’è sempre stata. Sempre. Dopo ogni singolo, dopo ogni album, dopo ogni intervista. Dopo ogni premio. Anche se non andavamo insieme alle premiazioni, lei c’era. E il suo sorriso mi arrivava dritto al cuore ogni fottuta volta, facendomi dimenticare puntualmente chi dovessi ringraziare per il premio.
Facendomi dimenticare di tutto, perché era il suo sorriso la cosa più importante.
Ha continuato a trovarmi, sempre. Non ha scherzato, non ha dubitato di me, mai. Nemmeno per un attimo. Ci siamo lasciati, di nuovo, perché lei voleva di più… e io, molto semplicemente, non ero pronto. E credo fermamente che senza di lei io a questo punto non sarei niente, non so cosa avrei fatto se un uragano di nome Robyn Rihanna Fenty non mi avesse sconvolto la vita.
Ma dopotutto, probabilmente ci saremmo incontrati, prima o poi.
Sono convinto che il destino ci avrebbe fatti incontrare, magari non quel giorno in casa discografica. Magari non da persone famose con migliaia di fans al seguito. Magari saremmo stati sono una ragazzo della Virginia e una ragazza delle Barbados.
Ma probabilmente non sarebbe stata la stessa cosa, no?
Esco dalla conferenza stampa sistemandomi gli occhiali da sole e passandomi poi una mano tra i capelli, di nuovo biondi, che stanno crescendo. Ho firmato centinaia di autografi, autografato centinaia di album, firmato decine e decine di fotografie, risposto ad una miriade di domande. Mi sono guardato intorno aspettando di trovarmi immerso in quegli occhi verdi, tanto belli quanto profondi.
Ma niente. Stavolta sono da solo.
Karrueche è chissà dove per un servizio fotografico, e sinceramente non mi interessa.
Salgo di malavoglia in limousine e tiro fuori l’iPhone dalla tasca dei pantaloni, aprendo poi l’applicazione di twitter. Scorro la home vagamente soprappensiero, retwettando qualcosa di particolarmente esilarante, per poi passare ad Instagram.
Allora quasi non mi viene un colpo.
La copertina del mio nuovo album, sul profilo di Robyn. E sotto una didascalia.
“Nemmeno io ho mai creduto che loro sapessero, o che potessero capire. Hanno sempre riportato solo quello che i loro occhi vedevano, ma sappiamo entrambi che sotto c’è molto altro, giusto? Ti amerò sempre, lo sai. Sempre tua, Robyn”.
Allora sorrido, non mi ha lasciato solo nemmeno stavolta. Non mi ha lasciato crollare, come sempre. La amerò sempre, fino alla fine, come ci eravamo promessi. Perché nonostante tutto io mantengo le promesse.
Mi tolgo gli occhiali, sorridendo.
E in quell’istante non sono più Chris Brown. Sono solo Christopher.
-Tu magari lo sai.
~Cosa?
-Dove ce li ha, gli occhi, il mare?
~Le navi.
-Le navi cosa?
~Le navi sono gli occhi del mare.
-Ma ce ne sono a centinaia di navi…
~Effettivamente,con tutto il lavoro che ha.E grande com'è.C'è del buon senso.
-Si ,ma allora,scusa.. E i naufraghi?Le tempeste,i tifoni,tutte quelle cose lì..perchè mai dovrebbe ingoiarsi quelle navi,se sono i suoi occhi?
~Ma voi…voi non li chiudete mai gli occhi?
-Cristo.Ha una risposta per tutto.
—  Oceano mare,Alessandro Baricco.
- Senti, Dood …
Dood, si chiamava, il bambino.
- Visto che te ne stai sempre qui …
- Mmmmh.
- Tu magari lo sai.
- Cosa?
- Dove ce li ha, gli occhi, il mare?
- …
- Perché ce l'ha, vero?
- Sì.
- E dove cavolo sono?
- Le navi.
- Le navi cosa?
- Le navi sono gli occhi del mare.
Rimase di stucco, Bartleboom. Questa non gli era proprio venuta in mente.
- Ma ce n'è a centinaia di navi.
- Ha centinaia di occhi, lui. Non vorrete mica che se la sbrighi con due.
Effettivamente. Con tutto il lavoro che ha. E grande com'è. C'è del buon senso, in tutto quello.
- Sì, ma allora, scusa …
- Mmmmh.
- E i naufragi? Le tempeste, i tifoni, tutte quelle cose lì … Perché mai dovrebbe ingoiarsi quelle navi, se sono i suoi occhi.
Ha l'aria perfino un po’ spazientita, Dood, quando si gira verso Bartleboom e dice
- Ma voi … voi non li chiudete mai gli occhi?
—  Alessandro Baricco, Oceano mare.