nativi digitali

Noi siamo la “generazione digitale”, una generazione di passaggio tra quelli dai cellulari con l'antenna e quelli dallo smartphone con i processori di un pc.

Siamo in mezzo: tra i “nativi digitali”, nati con il touch screen in mano, e quelli che consideravano una grande conquista un telefono fisso per chiamare gli amici.

Siamo una generazione con la nostalgia delle lettere senza sapere dove mettere un francobollo, che parla della voglia di conoscere gente scrivendo su social network, dietro un pc e che si sente crollare il mondo addosso senza averlo mai conosciuto.

Una generazione un po'sbagliata, come in molti ci definiscono, che cerca di ribellarsi a regole che non capisce o non conosce. Ma che sotto l'aspetto duro e ribelle nasconde la semplice voglia di sentirsi accettata.

Siamo una generazione più preoccupata delle relazioni che della scuola, sentiamo lo studio come una imposizione dalla quale fuggire più che uno strumento per il futuro.
Un futuro che, anche se non è raggiante, siamo pronti a combattere per avere, chi restando e chi andandosene, cercando di realizzare i propri sogni, che comunque puntano in alto.

Il problema è che alcuni si perdono, perché prendiamo la vita come una sfida e, quando si viene sconfitti succede a molti di fermarsi e chiedersi se tutto quello che si fa ha effettivamente un senso o è del tutto inutile.

E così cerchiamo una via da percorrere, una guida che ci indichi la strada o semplicemente qualcuno, una persona che ci completi, perché ci sentiamo svuotati “con un buco nello stomaco che non sappiamo se riempire con il cibo o con l'amore”.

E quindi cerchiamo, siamo in continua ricerca di quel qualcosa, che non sappiamo cos'è, che ci faccia stare bene: che sia religione, amore, esperienze o altro non importa, la vogliamo.

Ed è questo quello che siamo noi, i giovani d’ oggi: ragazzi confusi ma coraggiosi, altruisti ma spietati, intelligenti ma comunque stupidi. Siamo la generazione che ascolta di più i cantanti che gli adulti, che si sente incompresa e sottovalutata ma, come ogni generazione , ce la faremo.

Un giorno cresceremo e saremo diversi ma allo stesso tempo uguali agli altri. Diventeremo grandi e sapremo cosa fare, conteremo su noi stessi e arriveremo ovunque, perché in realtà è l'adolescenza la parte più difficile della vita, il resto è riprendersi da essa.

La tecnologia? È quasi umana Parola di “nativo digitale”

Secondo un progetto di ricerca internazionale, i bambini capiscono al volo le nuove possibilità di internet e dei dispositivi che ci circondano. Per una volta sono stati fatti salire in cattedra, con risultati sorprendenti e una nuova filosofia: lo Sharism

di Giulia Belardelli

“Giro giro tondo, cambia il mondo”. Lo cantava Giorgio Gaber qualche anno fa per ricordare a noi adulti quanto, a volte, avremmo da guadagnare se solo sapessimo lasciare più spazio a loro, i bambini, ascoltandone sogni e modi di immaginare il futuro. Un futuro in cui, per forza di cose, saremo sempre più connessi, con nuovi dispositivi tecnologici in tasca e – forse – più stress e meno idee in testa. Ma non i bambini, i cosiddetti “nativi digitali” che a omogeneizzati e chip ci sono quasi cresciuti. Per loro, la tecnologia è parte integrante del paesaggio quotidiano, non avendo dovuto fare nessun “salto mentale” per andare incontro al nuovo. Deve essere stato questo, più o meno, il ragionamento che ha spinto i ricercatori di una piccola azienda di Boston, in collaborazione con il LEGO Learning Institute, a dare la parola ai più piccoli con il progetto KIDS - Kids Innovation Discovery Series initiative.

“Si tratta di una serie di studi condotti nelle scuole di tutto il mondo per farci insegnare qualcosa dai bambini”, ha spiegato a Repubblica.it Neela Sakaria, vicepresidente di Latitude. “Non c'è dubbio che i nativi digitali siano i veri architetti del futuro. Il loro punto di partenza è molto più avanzato del nostro: stanno iniziando le loro vite in un mondo in cui internet è integrato nelle esperienze quotidiane non solo attraverso le tecnologie mobili, ma anche con lo sviluppo di sistemi come l'identificazione a radio frequenza, la tecnologia NFC, l'Internet delle Cose”, ha aggiunto Sakaria. “Vedono la tecnologia come quasi umana e sono capaci di concepire dispositivi, giochi e piattaforme potenzialmente in grado di risolvere alcune delle sfide più grandi del nostro tempo”. Per farsi un'idea basta dare un'occhiata ai progetti pilota che fanno parte di questa serie: “Robots@School”, “Children’s Future Requests for Computer and the Internet” e “Trash to Treasure”, una specie di gioco dove il tesoro, appunto, è l'identificazione di nuove strategie di riciclo e gestione dei rifiuti.

Il volto umano della tecnologia. Al primo studio, Robots@School, hanno partecipato 350 nativi digitali di età compresa tra gli 8 e i 12 anni e residenti in Australia, Francia, Germania, Sudafrica, Regno Unito e Usa. Ai bambini è stato chiesto di immaginare una situazione in cui i robot fossero parte integrante della quotidianità. In particolare, il compito consisteva nell'inventare una storia (scritta, disegnata o entrambe le cose) scegliendo di ambientarla in classe, a scuola oppure a casa. Per interpretare le storie, i ricercatori hanno evidenziato temi come la natura del rapporto umano-robot e il tipo di attività condotte insieme.

Anche se alcuni bambini hanno assegnato ai robot sembianze da supereroi o comunque fantascientifiche, la maggior parte li ha immaginati come “compagni umanoidi” con cui potersi identificare. Di solito, alle macchine è stata attribuita la capacità di parlare e comunicare con naturalezza, come se avessero innata una buona dose di conoscenze utili e intelligenti. Due bambini su tre hanno dato per scontato che i protagonisti delle loro storie potessero essere buoni amici con gli umani, superando così una soglia di estraneità finora ritenuta invalicabile.

Nuovi modi di imparare. Secondo Sakaria, “il fascino che i bambini nutrono verso i robot deriva dalla loro intelligenza, non dalla loro novità: nelle storie, il fatto di essere nerd appare come un elemento positivo, non uno stigma sociale. La capacità dei robot di andare d'accordo con gli altri e cavarsela bene in ogni situazione origina proprio dal loro essere smart”. Per gli psicologi si tratta di un'informazione rilevante che ci dice come, per i bambini di oggi, le aspirazioni sociali e quelle formative vadano di pari passo: essere percepiti come intelligenti crea opportunità sociali, dando ai bambini una solida motivazione per imparare. Di qui la sovrapposizione, sempre più forte, tra gioco e apprendimento.

“I nativi digitali sono motivati a imparare nella stessa misura in cui hanno voglia di divertirsi”, ha commentato Bo Stjerne Thomsen, direttore della ricerca al LEGO Learning Institute. “Nelle storie che abbiamo raccolto – ha proseguito il ricercatore danese - i bambini tendono a non scegliere tra il gioco e l'apprendimento. Al contrario, mostrano di sapersi muovere in maniera fluida tra le due dimensioni, spesso descrivendo attività in cui i due aspetti convivono”. Da un esercizio di matematica, ad esempio, può venir fuori un gioco, come pure la costruzione di un fortino può diventare un processo educativo.

Gli architetti del futuro. Ciò che appare in controluce in Robots@School risulta ancor più chiaro nel secondo studio, una vera “chiamata alle idee” in campo tecnologico.Qui i ricercatori hanno chiesto ai bambini di “disegnare qualcosa che avrebbero voluto ma che internet e i computer di oggi non sono ancora capaci di fare”. Dai disegni emerge che la barriera tra mondi virtuali e fisici è sempre più esile, fino a scomparire del tutto. Molti, infatti, ritraggono esperienze di spazi fisici, come viaggi reali o simulati, ma anche dispositivi che assistono nelle attività quotidiane e indicano un livello di interazione più dinamico e “umano” con le macchine, come se queste fossero un'estensione naturale della persona.

“Rispetto a qualche anno fa, il nostro modo di interagire con la tecnologia è diventato molto più intimo e personalizzato: se prima ci si limitava al mouse e alla tastiera, oggi entrano in gioco i gesti, il tatto, la voce”, ha spiegato ancora Sakaria. “I bimbi cresciuti a contatto con questi dispositivi portano il discorso ancora più in là, immaginando tecnologie che invece di essere trattate come oggetti da possedere si comportano da collaboratori attivi, insegnanti, amici. Da questo punto di vista, sono molto più interessati a cosa la tecnologia può fare con loro, piuttosto che per loro. Noi adulti non possiamo che stargli dietro e imparare”.

La filosofia della condivisione e l'attenzione ai problemi globali. In altri settori di KIDS, i ricercatori hanno analizzato le influenze del paesaggio digitale sul modo di giocare dei bambini di oggi. Il primo punto interessante è la tendenza a condividere, abbracciando un atteggiamento mentale che in inglese è chiamato “Sharism” (da “share”, condividere). Si tratta di una filosofia che ruota attorno a un principio piuttosto semplice: “Più dai, più prendi in cambio. Più condividi, più verrà condiviso con te”. Secondo Sakaria, “i bambini di oggi questo principio lo comprendono con l'intuito”. Il secondo punto, invece, riguarda la loro capacità di vivere più pacificamente rispetto a noi il passaggio dall'online all'offline, dal virtuale al reale. I nativi digitali, in particolare, sarebbero in grado di gestire con agilità le loro identità in rete – sia che si tratti di giochi, sia che si tratti di social network – e integrarle così da potenziare l'esperienza della realtà.

Le lezioni per gli adulti. Per Bo Stjerne Thomsen, la capacità dei bambini di immaginare esperienze virtuali che abbiano però riscontro sul piano fisico potrebbe contribuire al miglioramento di iniziative già esistenti o ancora da inventare. Un esempio è EVOKE, gioco/social network sviluppato dal World Bank Institute con lo scopo di esortare i partecipanti a escogitare e implementare soluzioni fattibili ai grandi problemi dell'umanità. Un altro ancora è Localocracy, “città online” che connette i cittadini ai governi, promuovendo la trasparenza e la discussione pubblica con l'obiettivo di motivare l'impegno civile, sia online che offline. Non meno importante è l'iniziativa – sempre di Latitude – chiamata “Trash to Treasure”: uno studio illustrato che interpella i bambini alla ricerca di nuove strategie per dare al pianeta una forma migliore.

da: Repubblica.it


                     

#innovazione #digitalboy #slactivism

posso dirvi una cosa? vi può sembrare strano ma io ragazzo del 1993 ho difficoltà a lavorare con i giovani, ogni giorno cerco di coinvolgere ragazzi che mi dicono che hanno voglia di fare, sembra che tutti vogliono fare e vogliono cambiare! Ma in verità si sa solo parlare di cambiamento, una parte della mia generazione è un disastro! 

Mi dispiace molto pensare questo ed essere deluso dalla mia generazione che dovrebbe essere l'opposto in questo periodo storico!

Diamanti ritiene che l'iperconnettività conduca alla solitudine. Io la penso esattamente all'opposto. Penso che in realtà ci sia un oggetto dell'analisi che esula dal confronto su cosa sia la solitudine oggi. Ed è legato al valore che oggi attribuiamo al tempo e alle relazioni

A mio avviso sta rapidamente precipitando una caratteristica della nostra società, che per alcuni è un valore, per me è una forma di ipocrisia: la condivisione della propria vita e dei propri pensieri per prossimità (parlo con le persone a me vicine fisicamente) sta lasciando spazio, nemmeno troppo lentamente, alla condivisione per affinità (parlo, cioè, con le persone con cui voglio davvero parlare).

Questo slittamento colpisce al cuore molte regole basilari di educazione, ad esempio quella per cui quando due o più persone sono nello stesso posto devono mostrare reciproca attenzione (mostrare, non avere), non devono distrarsi (apparentemente), devono ascoltare ciò che l'altro dice (almeno far finta). Non è infrequente che le persone iperconnesse (tra cui mi inserisco senza problemi, con gli annessi sfottò di amici e conoscenti e la generica accusa di sociopatia) non rispettino quelle regole, facendo semplicemente ciò che desiderano ed essendo accusate di maleducazione per questo. Quando una persona non è interessante, non fanno finta che lo sia; la ignorano e fanno altro.

Io definisco questo fenomeno ‘coda lunga dell'interesse interpersonale’. Banalmente, se posso scegliere tra una compagnia di tre persone 'offline’ e una compagnia di tre persone 'offline’ più 400 'online’, sceglierò una coerente combinazione delle due opportunità.

agendadigitale.eu
Per favore, non chiamateli nativi digitali - le competenze informatiche dei giovanissimi

Pochi giorni fa, durante una delle mie lezioni, ho chiesto agli studenti di quinta elementare (tutti già dotati di iPad o iPod touch) se c'era per caso qualcuno di loro che non usava Internet. Si è alzata una mano. Ho chiesto al ragazzo come mai non navigasse in Rete e mi ha risposto, perplesso per la mia domanda, che lui non va su Internet. Lui usa Youtube. I suoi compagni non hanno fiatato per contraddirlo o correggerlo. Mi sono reso conto che dal suo punto di vista avevo fatto una domanda stupida (Paolo Attivissimo)