mutava

Non posso dimenticarti, io voglio ricordarmi.

è mezzanotte passata. Da quando non ci sentiamo più difficilmente riesco a prendere sonno, mi addormento con qualche lacrima ribelle che bagna il cuscino a fiori e con troppi ricordi che mi pizzicano sulla pelle. Io ci provo, fidati, ci provo a chiudere gli occhi, a pensare a qualcosa di talmente bello da farmi sognare, da farmi volare, ma finisco per ripassare i lineamenti del tuo viso che iniziano a confondersi nei miei occhi. E non sai che paura mi assale in quei momenti lì. Non sai quanto possa far male dimenticare a una come me, ché se ci riuscissi significherebbe che ho perso tutto quello che sono stata quando ero con te. Significherebbe perdere un pezzo di me e non posso permetterlo. Non posso dimenticarti, io voglio ricordarmi. Non voglio per nessuna ragione al mondo dimenticare il modo con il quale mi guardavi lasciandomi credere per qualche istante che un cuore così puro non ti fosse mai capitato tra le mani, e di conseguenza tutto quello che all’improvviso mutava sotto il tuo sguardo: i miei capelli diventavano magicamente più profumati, la mia pelle più morbida, i miei piedi più coraggiosi, i miei occhi più luminosi, maledettamente più luminosi che ci si poteva illuminare la notte. Ho scoperto cosa voglia dire la bellezza, grazie a te. Non è quella che tutti ammirano, ma quella che pochi, anzi pochissimi, celano nel buio, tra le fessure, nei nascondigli. Quella che non si comprende subito, ma che poi non smette di meravigliarti. E io devo ricordare, devo ricordare come mi sfioravano le tue mani e come mi stringevi, devo ricordarlo per tutte quelle volte in cui penserò che non valgo nulla, che sono brutta, che la mia bocca non è attraente, o che la mia esistenza non è poi così rilevante. Capisci perché scelgo di soffrire piuttosto di lasciarti sfumare nel nulla? Perché mi tengo stretta ai ricordi pieni di luce? Altrimenti il buio mi annienterebbe. Altrimenti morirei.

E così torno ad assistere allo spettacolo del mondo
lo spettacolo sempre sempre uguale.
  Vita vita tremenda
che mi agitavi in un dolore ardente
e mi sconvolgevi nel cuore
ogni goccia di sangue,
in una pienezza indicibile,
che mi mutava il colore la voce e fin gli ultimi gesti
ad ogni apparire leggero
dei suoi occhi profondi,
scuri cupi,
perduti
nel viso pallido triste
sotto la lieve nuvola bionda,
fragile come il suo corpo,
dei tenui capelli evanescenti:
vita vita di sogno
perché ti sei spenta
così nel mio cuore?
—  Cesare Pavese, [Al lento vacillare stanco]

Una biblioteca di bolle

Si sentiva sola Charlotte. All'età di nove anni non ci dovremmo sentire soli. Charlotte era una bimba bellissima, aveva gli occhi verdi luccicanti come l'erba provvista di rugiada, alle sette del mattino, all'inizio dell'estate. Erano occhi strani quelli, intensi, erano piccoli stagni. Talvolta non si vedevano perché aveva così tanti riccioli che spesso le cadevano sul volto, erano rossi, i suoi capelli. Parevano scintille di fuoco quando si dimenavano sulla sua faccia. Non coprivano solo gli occhi, coprivano una infinita costellazione di lentiggini ed una bocca che quando sorrideva, come si dice comunemente, faceva invidia al Sole. Era una bimba curiosa, Charlotte. Era incuriosita da tutto, dai rumori, dai profumi, dai simboli, dai colori, perfino da una mosca. Si, quando vedeva una mosca, si chiedeva che cosa sognasse la notte, quanto dormiva e se per lei, il tempo passasse alla stessa velocità. Amava le storie, nessuno gliele raccontava mai. Sua madre, Camelia, era giovane e molto indaffarata sul lavoro, faceva la fotografa. Girava spesso per il mondo e lasciava la bimba ai parenti, agli amici, a volte anche ai vicini di casa. Suo marito era scomparso dopo due anni dalla nascita della bimba, quindi non poteva certo affidarsi a lui.. Ogni sera la piccola chiedeva a sua madre una storia ma per un verso o per l'altro la giovane Camelia aveva sempre una scusa per raccontargliela la sera successiva. Sua madre non capiva, a volte si ha sete di storie e se nessuno ci disseta, o si muore, o si scappa verso dove le storie non avranno una fine.
Un giorno, vide un gattino rosso per strada, e volle corrergli incontro. Purtroppo passò una macchina che non la vide e la investì. Non morì, Charlotte. Venne portata all'ospedale in un batter d'occhio. Entrò in coma, ma poco dopo si risvegliò.
Si risveglio in fronte di due porte lignee con una grande incisione.
“La biblioteca di bolle, dove i bambini non crescono mai”
Le porte si aprirono magiche e la piccola entrò appena timorosa. Spalancò gli occhi alla luce di tutti quei colori enormi. Era pieno di bambini e ragazzi, dai due ai quindici anni. Ognuno di loro teneva tra le mani una bolla e le facevano roteare in avanti. La piccola non capiva cosa fossero ne a cosa servissero, così chiese spiegazioni ad un bimbo che aveva più o meno la sua età. Lui spiegò che quelle bolle appartenevano a vite decedute. Ogni bolla raccontava storie di persone, raccontava una vita a frammenti. Ogni bolla raccontava di pomeriggi noiosi e insignificanti, raccontava di feste, di giorni memorabili, matrimoni, nascite, spruzzi di giocoleria. Ogni bolla raccontava di delusioni, di amori mai finiti, di fotografie scattate e di quelle mancate. Ogni bolla raccontava di bellezze nate come fiori.
Era quello che aveva desiderato da una vita, Charlotte, nutrirsi di storie.
Ogni giorno che non esisteva mutava i suoi profumi.
Charlotte non uscì più da quelle sale, non crebbe più da quando entrò lì, nessuno cresceva.
Nessuno cresceva perché ogni bambino che la circondava era morto. Lei stessa, era morta.
Non ne uscì mai da quel coma. Non uscì mai da quel secondo sbagliato in cui attraversò la strada, ma forse per lei fu meglio. Era ricca e colmata dal suo desiderio più profondo che era stato esaudito da un preciso secondo della sua breve vita.
Quella biblioteca ospitava i bambini più ricchi al mondo.

Mondodighiaccio 26.05.2014

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