moti del

♫ tutti quanti voglion fare il (waferspiegacose)jazz ♪

Non si può cominciare a leggere questo waferspiegacose senza un sottofondo appropriato ( CLICCA CLICCA CLICCA QUI O NON ANDARE AVANTI NELLA LETTURA, STOLTO ).
Non sono totalmente fuori di testa, ve lo giuro; non voglio che ascoltiate jazz soltanto ♫ ♪perché resister non si può al ritmo del jazz ♪♫, ma perché lo stesso Jackson Pollock quando realizzava le sue opere, danzava col barattolino di colore in mano, e la sua pittura registrava i suoi movimenti, i passi, le piroette, il ritmo, la musica. Non è meraviglioso? Avreste detto mai che quegli schizzi su tela potessero essere .. una coreografia?
L'ho già raccontato: l'arte su tela ha ( aveva, ormai ) il grande limite di fermare un secondo, un istante solo - e fissarlo per l'eternità. Fisso bloccato immobile per sempre - solo quell'attimo, come una fotografia. Tutto molto bello, certo - ma Jackson Pollock sui limiti ci balla sopra a ritmo jazz, ed ecco a voi servito il movimento, il tempo che passa, una realtà del tutto estranea fino ad allora nell'arte.
Il nuovo protagonista dell'arte è il g e s t o, il muoversi, l'agitarsi, dimenarsi, il ripetere ossessivamente: ecco cosa significa Action Painting, la corrente artistica entro cui cui collochiamo questo grande artista.
Pollock per primo dà all'America una sua personale ed innovativa scuola indipendente dall'Europa - prima gli USA vivevano di suggestioni targate vecchio continente, e le facevano riflettere sulla propria arte. Ma sulle tradizioni, come sui limiti … ho già detto che Jackson ci balla sopra? Ecco: demolisce tutti i valori estetici della tradizione, ne crea di nuovi, di suoi - estremamente personali. State ancora ascoltando la musica, voglio sperare.
E come fare qualcosa di sovversivo, diverso e innovativo? Ma certo! Via il cavalletto, la tela la appoggiamo per terra. 


Dato che dipingere col pennello in questa posizione garantisce la scoliosi entro i quarant'anni, va direttamente alla fonte del colore: il barattolo. Lo buca sotto e lo fa sgocciolare sulla tela. Molte sono le leggende sorte attorno al mito del MA COME J'È VENUTO IN MENTE DICO IO?! : che abbia dato un calcio ad un barattolo, lanciato un pennello perché arrabbiatissimo per aver diluito troppo un colore, .. ciò che conta è che il segno che realizza non è più solo il movimento della mano, del polso che sposta il pennellino - adesso tutto il corpo è coinvolto in questa azione, è una immersione totale dell'artista nella sua opera, dalla testa ai piedi ( letteralmente eheh ). Non si può dire che sia stato il primo, a realizzare qualcosa del genere: in molti allontanarono il pennello dalla tela in disparati modi. Ma l'abilità e il controllo che acquisì Jackie furono senza pari - e sapere esattamente dove dipingere e con cosa, avere il controllo totale della situazione per uno che non sapeva né disegnare né dipingere in maniera accademica e che manco sapeva tenere il controllo della bicicletta ( con in mano una cassa di birra una volta fece un incidente brutto brutto che gli impose di smettere di bere e di assumere psicofarmaci, dopo i vari controlli del medico ) era sensazionale.
Sì okay, e il risultato che significa? È impreciso, è disordinato, è caotico - riempie la tela di giochini di colori colati e basta? Dovete togliere dalla testa che arte = figurazione, o vi do i pizzichi. Non è che siccome non ci sono gli animali, gli alberelli e le crocifissioni di gesù disegnate alla perfezione, ma una azione banalissima che avreste tranquillamente potuto riprodurre anche voi a casa, allora non è arte ma una stupidaggine. L'arte non si lega più ai limiti delle immagini, delle figure definite come noi le conosciamo. È lo stesso Pollock a dirci: « Io voglio esprimere i miei sentimenti, non illustrarli! »  e lo ringrazio tanto, perché qui c'è il senso della sua arte e di molta altra a venire: c'è un contenuto sentimentale in questo continuo agitarsi della tela. E che sentimenti possono mai essere? Energia azione nervi tesi urla paura ma anche forza tensioni pulsioni violente.. negli anni Cinquanta la Guerra Mondiale era finita fresca fresca da poco, i casini con la Russia, il dramma della Germania spaccata in due: ci si stava ancora lavando le ferite, e Pollock riflette il clima della sua epoca nelle sue opere, tanto quanto il clima del suo animo agitato e pirotecnico, viziato dagli alcolici e da una vita al limite ( per capirci, una volta era talmente ubriaco che si calò le braghe alla festa super chic di Peggy Guggenheim con tutti super famosoni, per fare la pipì proprio al centro della sala). 


Non c'è più limite tra arte e vita, anzi lui diventa parte integrante della sua opera, quasi ci mette i piedi sopra - la spontaneità di ciò che realizza è dirompente, non ci sono basi o preconcetti  - fa quel che sente sul momento, si muove da una parte perché è l'istinto a dirglielo, sceglie un colore perché sente di doverlo fare, senza una regola precisa. A volte ci mescola anche sabbia, chiodi, dipende da quel che sente.
«Voglio esprimere i miei sentimenti, non illustrarli» : ecco perché definiamo questo movimento Espressionismo Astratto, ovvero un'arte che sì, ci racconta dei moti del nostro animo come faceva magari Munch, per dire - ma senza più una figura di riferimento riconoscibile perché esistente in natura, seppur deformata: sono i moti dell'animo così come sono. Le forme non ci occorrono più, le figure non ci occorrono più, le immagini che possono aiutarci a capirli non ci occorrono più - sono così, nudi e crudi, c'è solo energia pura, svincolata dalla forma, in un turbine vorticoso di colori che richiamano forze irresistibili - pulsioni profonde dell'io ma anche la violenza al di fuori dell'io, qualcosa di irruento e sconvolgente.
Pollock sa, capisce benissimo che la critica avrebbe potuto massacrare il suo lavoro: è consapevole di realizzare qualcosa di innovativo e stravagante, e vuole manifestare quanto più possibile l'importanza che il gesto ha per la sua arte, non solo il risultato prodotto. Per questo accetterà di farsi fotografare nel suo studio ( un fienile ), di girare un film documentario con Hans Namuth ( qui il link per gli interessati ) in cui realizza una delle sue opere all'aperto. L'effetto è straordinario: prima chiacchiera, prepara gli strumenti, poi la telecamera viene infilata in una buca nella terra e sopra la buca è posta una lastra trasparente su cui Pollock inizia a dipingere: possiamo così vedere il suo lavoro, la libertà energica e spontanea con cui realizza la sua arte, conoscere più a fondo l'atto che ha dato vita alla nuova arte americana. Poi si stufò di Namuth, di quanto lo faceva lavorare e del fatto che gli dicesse cosa fare e ci litigò come una belva a casa, rovesciando piatti e bicchieri ad una elegante cena con ospiti per il Ringraziamento.. ho già accennato al fatto che fosse un tantino suscettibile, no? ).

Di solito le conclusioni dei racconti biografici dovrebbero raccontare la morte dei protagonisti, suppongo. Ma non posso congedarmi da Pollock con la tristezza di una corsa in stato d'ebrezza e di un incidente d'auto atroce, ed è per questo che piuttosto vi racconterò una bella storiella su di lui e su quanto era mattacchione. Una sera, girando in un quartiere extralusso,  vede l'enorme prato super curato che circonda una di queste case di signori ricconi e pensa che avrebbe proprio voglia di dipingerci sopra - la vede come una tela formato XL. Non resiste alla tentazione: ritornerà di notte da quelle parti, dopo abbondanti piogge. Sterza brucamente verso il prato e lo percorre per tutta la sua ampiezza, tracciando sul verde dei profondi solchi che in breve tempo si riempirono d'acqua. Per coloro che avviarono le indagini sullo scempio, il mattino dopo. fu persino troppo facile capire che era stato quel pazzerello di Pollock e il proprietario je voleva stacca’ la testa a mozzichi, praticamente. pretendendo un risarcimento bello corposo per riparare ai danni fatti. L'artista non batte ciglio e anzi, si stringe nelle spalle - voleva placare il bollente spirito del tizio ricordandogli che poteva vantare di avere in casa la più grande opera di Jackson Pollock, mica pizza e fichi e alla sua richiesta di migliaia e migliaia di dollari, propose di andare a firmare il prato per avere prova della sua autenticità, aggiungendo anche un fantastico «Magari mi pagherà dopo» che veramente più faccia di bronzo di così solo quei due di Riace. Non si sa come il tipo prese la cosa, ma lasciò cadere tutte le accuse nel dimenticatoio, certo che quello sbullonato di Pollock non gl'avrebbe mai dato manco uno spiccio.

Mi permetto di segnalare questa robetta in particolare a preferiscoilcoulomb - allievo prediletto a cui lo avevo promesso e ad a-sincrono a cui lo avevo annunciato. E a quello-che-non-ho aggiungo anche una foto di Pollock che s o r r i d e 

L’uomo che non ha musica nel cuore
ed è insensibile ai melodiosi accordi
è adatto a tradimenti, inganni e rapine;
i moti del suo animo sono spenti
come la notte, e i suoi appetiti
sono tenebrosi come Erebo:
non fidarti di lui. Ascolta la musica.
—  William Shakespeare, Il mercante di Venezia
La strada che gli resta aperta è questa: si dedicherà d'ora in poi alla conoscenza di se stesso, esplorerà la propria geografia interiore, traccerà il diagramma dei moti del suo animo, ne ricaverà le formule e i teoremi, punterà il suo telescopio sulle orbite tracciate dal corso della sua vita anziché su quelle delle costellazioni. «Non possiamo conoscere nulla d'esterno a noi scavalcando noi stessi, - egli pensa ora, - l'universo è lo specchio in cui possiamo contemplare solo ciò che abbiamo imparato a conoscere in noi.»
Ed ecco che anche questa nuova fase del suo itinerario alla ricerca della saggezza si compie. Finalmente egli potrà spaziare con lo sguardo dentro di sé. Cosa vedrà? Gli apparirà il suo mondo interiore come un calmo immenso ruotare d'una spirale luminosa? Vedrà navigare in silenzio stelle e pianeti sulle parabole e le ellissi che determinano il carattere e il destino? Contemplerà una sfera di circonferenza infinita che ha l'io per centro e il centro in ogni punto?
[…] In fondo, il cielo stellato sprizza bagliori intermittenti come un meccanismo inceppato, che sussulta e cigola in tutte le sue giunture non oliate, avamposti d'un universo pericolante, contorto, senza requie come lui.
—  Italo Calvino, Palomar