morris il

flickr

Morris, IL by moominsean
Via Flickr:
Polaroid 190, Fuji FP-3000B

E anche oggi è passata un'altra giornata. Oramai mi sembrano tutte uguali, come se il tempo avesse smesso di scorrere. O come se avesse iniziato a scorrere troppo velocemente. Anche oggi è stato tutto tranquillo. Le solite cose, la solita routine. Papà che va al lavoro, dà un bacio alla mamma, esce dalla stanza e va via. E mamma che continua a fingere che sia tutto normale. Parla con me, guarda la televisione, rifà il letto, mette in ordine.

E io? Cosa faccio io? Cosa provo io? Non credo che qualcuno se lo sia chiesto, in realtà. Lo sanno, lo sanno quanto mi manca? Lo sanno quanta voglia ho di andare da lei? Lo sanno quanta voglia ho di baciarla? Lo sanno quanto questa situazione mi stia lacerando dentro? No. O almeno non credo. Ma non è colpa loro.

Sapete, mi dicono tutti che devo essere forte. Che devo farmi forza, che sono un guerriero. Che non devo arrendermi. Che lei tornerà ad abbracciarmi, che tornerà tutto come prima. Io non so se crederci. Non ho intenzione di illudermi ancora.

Oggi papà è tornato più presto del solito. Entrato si è tolto la giacca appoggiandola su una sedia e ha baciato la mamma. Poi è venuto da me, e mi ha dato il buongiorno. «Come stai piccolo mio?». Come sto, papà? Come sempre. Come sto da mesi. Come nessuno di voi riesce a capire. Anche se non parlo, anche se non dico nulla, mi aspetto che voi lo capiate. Perché sì, perché siete i miei genitori, perché siete le persone che mi conoscono meglio al mondo. Perché io voglio stare con lei, voglio vederla, la voglio accanto a me. E non voglio dover stare su un letto d'ospedale per poterlo fare.

E’ dura, sapete? E’ dura essere sempre al centro dell'attenzione. Sì, va bene, io sto male. Ma non sono l'unico. I miei genitori, non li vedono? Non vedono i loro occhi? Non vedono la loro voglia di scappare dai problemi? E i genitori di Rachele, Dio, come fanno a non vederli? Quanto sono distrutti. Quanto vorrebbero solo tornare a tre mesi fa, quanto rivorrebbero me e lei in giro per casa a ridere e scherzare?

E’ così… difficile. Non so cosa fare, mi sento così impotente. «Potrebbe anche non risvegliarsi più», dicono i medici. I loro occhi tristi ma speranzosi. In fondo lo sanno, lo sanno benissimo che le statistiche non contano, che ogni caso è diverso, che la situazione potrebbe cambiare da un momento all'altro. E sanno, sanno che i miracoli accadono.

Sapete, non sono un tipo religioso. Non sono mai andato in chiesa volontariamente, non ho mai pregato. Ho sempre mangiato pane e salame di venerdì santo. Eppure in momenti come questi ti senti così piccolo di fronte al volere di Dio. Sì, insomma, di Dio o di qualunque altrà divinità esista. Buddah, Zeus, Visnù, non lo so. Non so neanche se ci sia effettivamente qualcuno ad ascoltarmi. Qualcuno a proteggermi. Qualcuno con cui prendermela se le cose dovessero andare male, o da ringraziare e venerare se dovesse finire bene.

Conosco quest'ospedale meglio di casa mia, ormai. Ho “visto” di tutto. Ed è così bello, così suggestivo. Dicevo sempre di voler diventare medico solo per poter uscire dalla sala operatoria e dire a tutti «vostro figlio ce l'ha fatta, è vivo, tornate a casa e speriamo di non rivederci mai più». Ma se non ce la facesse? Se dovessi comunicare a dei genitori che hanno perso il loro bambino?

E’ una cosa che è successa spesso in questi ultimi tre mesi. Beh, è successo anche il contrario. E’ così che passano le giornate qui in ospedale: un giorno vedi qualcuno che piange di gioia, e più tardi vedi qualcuno che inveisce contro i medici e si dispera. E’ un po’ come la vita, no? Si vince e si perde. Solo che qui la posta in gioco è alta, la più alta di tutte.

E qui tutti sperano di vincerla questa partita, no? Sperano di uscire dall'ospedale felici e contenti, piangendo di gioia. E, cavolo, anche per me lo sperano tutti.

Rachele mi manca. Mi manca mandarle il messaggio del buongiorno al mattino, mi manca scriverle che la amo. Diamine, mi mancano perfino i nostri litigi. Quei lunghi e interminabili dieci minuti in cui nessuno dei due vuole fare il primo passo. Quei dieci minuti in cui entrambi non parliamo, aspettando che l'altro ci chieda scusa. E allo scattare dell'undicesimo minuto sorridiamo e ci abbracciamo, dimenticandoci tutto.

O almeno credo. Sto iniziando a dimenticare. Tre mesi è un tempo infinito quando si è adolescenti, sapete? In tre mesi succede di tutto. E sto dimenticando. Sto dimenticando le sue braccia intorno a me. Sto dimenticando la sua voce, sto dimenticando il suo profumo. In ospedale non si sente nessun'odore, se non il solito. Quello di nulla, misto a lacrime e tristezza.

Mi sento così dannatamente in colpa. E’ colpa mia, io lo so. Qui tutti dicono il contrario, ma è colpa mia. Sono stato io, è colpa mia se sono mesi che le persone a cui tengo vivono in ospedale. Ed è orribile, forse la parte peggiore di tutto. Mi ritrovo spesso a pensare a cosa sarebbe successo. Come sarebbe stata la nostra vita oggi se tre mesi fa non le avessi chiesto di prendere il treno e andare al mare? «Se me lo chiedi tu non posso dirti di no», mi aveva detto. E ora solo Dio sa quanto vorrei che mi avesse risposto «No, io al mare non ci vengo, ora stiamo a casa a guardarci uno di quei film orribili all'italiana e poi ci ridiamo su».

E invece no. Abbiamo preso quel treno. E’ successo, l'abbiamo fatto. Non è colpa di nessuno, forse. E poi siamo scesi.

Il dottore è entrato in camera. Mamma, papà e i genitori di Rachele sono qui da ieri pomeriggio, hanno passato la notte qui. Oggi papà non è andato al lavoro. C'è un silenzio assurdo, cupo, inquietante. Nessuno ha il coraggio di dire nulla. Nessuno vuole, dire nulla.

«Da ieri mattina la situazione è peggiorata drasticamente. Avevamo pensato ad un'operazione, ma il rischio di emorragia è troppo elevato per ignorarlo.»

La madre di Rachele ha chiuso gli occhi, quasi a volersi svegliare da questo brutto sogno. Non è un sogno, purtroppo. Non è mai stato più reale di adesso.

«Quindi… voi cosa suggerite?», sussurra mio padre con un filo di voce.

Che uomo, mio padre. Non ha mai pianto, sapete? In tre mesi non l'ho visto versare neanche una lacrima. Forse è quello che piange più di tutti. Forse è quello che sta peggio di tutti. Forse sì. Ma non vuole mostrarsi debole, e ciò lo rende il più coraggioso, nonostante tutto.

Il dottor Morris ha preso un lungo respiro e deglutito.
«Temo che ormai non ci sia più molto da fare, sarebbe meglio staccare i macchinari. Possiamo farlo questa sera, se preferite. Possiamo darvi ancora qualche ora».

Ed ora noi siamo qui.

Ed ora loro, sono qui.

E tutti si guardano, papà sta cercando con tutte le forze di trattenersi.

Mamma si avvicina al lettino.
«Hai sentito i dottori? Ora devi andare, ma ci rivedremo presto. Noi non ti dimenticheremo mai, sarai sempre con noi».

Sapete, mi ritrovo spesso a pensare a cosa sarebbe successo. Come sarebbe stata la nostra vita oggi se tre mesi fa non le avessi chiesto di prendere il treno e andare al mare? Come sarebbe stata la nostra vita se quella macchina non ci avesse centrato in pieno?

Come sarebbe la nostra vita se io non fossi in fin di vita, su un letto d'ospedale?

Come starebbe Rachele?

Meglio di adesso, sicuramente.

Anche i miei starebbero meglio. Forse mia madre non avrebbe iniziato a vivere in ospedale. Forse non avrebbe passato le giornate a parlare con me, pur sapendo che non potevo risponderle, facendo finta di nulla.

Ma mamma, sai, io ho sentito tutto. Ti ho sentito. Ti ho ascoltato mentre mi dicevi quelle parole dolci che prima non mi avevi mai detto. Mentre mi abbracciavi e piangevi. Mentre mi dicevi di svegliarmi. Mentre mi raccontavi le barzellette per farmi ridere.
E sai, mamma, io ridevo. So che tu non te ne rendevi conto, ma io ridevo.

E adesso sì, è arrivato davvero il momento. Adesso devo andare. Non so cosa mi aspetti, non so cosa troverò. Ma so che sarò felice, felice per aver avuto la vita migliore che si potesse desiderare. Grazie a loro.

Spero che Rachele ricominci a mangiare. Spero che i suoi genitori tornino a vivere. Spero che la riabilitazione finisca al più presto per lei, e che possa tornare a camminare completamente.
Spero che i miei genitori siano felici. Ma soprattutto spero che amino. Spero che continuino a vivere come prima. Voglio che Rachele torni a vivere, ad amare. Voglio che sia felice. Voglio che abbia la vita che avevamo sempre sognato insieme. Voglio che la viva con qualcun'altro. Non importa, non m'importa che non lo farà con me. Io voglio che lei sia felice. Perché lei ha regalato a me la felicità più grande che abbia mai, mai provato. Mi ha fatto capire cosa significhi amare, mi ha fatto provare tutti i sentimenti di cui avevo sempre sentito parlare e che mai avevo sperimentato. Mi ha fatto vivere, anche se ora sto per morire. E per questo non finirò mai di ringraziarla.

Mi ritrovo spesso a pensare cosa sarebbe successo. Come sarebbe stata la nostra vita oggi se tre mesi fa non fossimo scesi a quella fermata? Come sarebbe stata la nostra vita se il conducente della macchina non avesse guidato per quella strada?

Probabilmente saremmo felici. Probabilmente ora io non sarei qui, morto, in una bara bianca. Probabilmente Rachele non starebbe piangendo come mai l'avevo vista piangere.

Già, probabilmente.

—  (assenzadiemozioni on tumblr)