monosillabi

-Ehi.
-Ehi.
-È un po’ che non ci sentiamo, eh?
-Già.
-Come vanno le cose?
-Oh, bene. A te?
-Al solito, lo sai.
-E con lui, come va?
-Bene. Oserei dire molto bene.
-Ti rende felice?
-Oh, sì.
-Più di quanto facessi io?
-Più di quanto facessi tu.
-Quasi mi dispiace sentirtelo dire.
-Quasi mi dispiace dirlo.
-Perché?
-Nulla.
-Quanto tempo è passato ormai?
-Perché lo chiedi a me?
-Perché fra i due sei sempre stata te quella precisa.
-Beh, sono passati quasi due anni.
-Due anni. Sembrava un'eternità.
-Da un certo punto di vista lo è.
-Ma “quasi” tipo?
-Tipo?
-Tipo il numero preciso.
-Oh. È passato un anno, otto mesi e tredici giorni.
-Mi mancava.
-Cosa?
-Questo: la tua attenzione.
-Non ti è mai mancata.
-Non mi ero mai accorto di averne bisogno.
-Già. Mi dispiace che le cose ora siano diverse.
-Non sembra che ti dispiaccia, so quanto volevi vendicarti.
-Non sono vendicativa, lo sai.
-Lo so. Era solo più semplice vederla così.
-“Vederla così”?
-Sì. Più semplice che accettare che non mi ami più.
-Ah, sì, non ti amo più.
-Ma ora almeno sei felice.
-Sì.
-Più di quanto lo saresti stata con me.
-Sì.
-Sì?
-Perché lo chiedi?
-Perché oltre a non essere vendicativa tu non rispondi mai a monosillabi, eccetto se c'è qualcosa che non va.
-Oh. Dunque?
-Dunque, è possibile che mi ami ancora?
-Quale sarebbe l'esito se dicessi di sì?
-Tu dì di sì.
-No.
-È semplice.
-Non esisti solo tu.
-Prima era così. Non lo è più?
-A quanto pare.
-Sceglieresti lui?
-Non credo sia il caso…
-Dimmi, sceglieresti lui? Perché se è così scomparirò all'istante.
-Non voglio che tu scompaia.
-Allora rispondimi.
-Diamine, sceglierei te. Avrei sempre scelto te.
—  mailmiocuoredipietratremaancora.tumblr
Amo il mare, il rumore delle onde, la spiaggia.
Detesto i quasi, i forse, i monosillabi.
Dò peso alle parole.
Piango per un film, per un finale di un libro, per le persone che vanno via.Ho l’incazzatura abbastanza facile, ma mi basta un piccola parola per farmela passare, non riesco a tenere il muso alle persone a cui tengo.
Credo sempre che l’ultimo tentativo sia il penultimo, e credo che le cose belle non si ottengono se non si lotta.
Sono paranoica, impulsiva, sono tremendamente gelosa e sono lunatica.
Sono per le cose complicate, ma non resisto a lungo.
Non so dire addio.
So solo che resto, resto se credo in qualcosa.
—  Cit. IDK
This is me.
Scusami mamma,scusa se oggi non ho studiato. Se anche oggi ho passato la giornata a stare su internet. Scusa se domani porterò delle insufficienze a casa, perchè questo è un periodo no, e non riesco a concludere niente di positivo. Scusa se ancora una volta non mi confiderò con te. Scusami se ti parlo a monosillabi, perchè non ti voglio spiegare più niente. Scusa se sto riversando la mia sofferenza su di te, scusa se ti farò incontrare decine di delusioni e non ti darò mai nessuna spiegazione. Forse perchè non c’è una spiegazione da darti, perchè per ora va così e basta. Scusa se non avrò il coraggio di dirti che non ho studiato per domani, o se non ti dirò che non sono entrata a scuola perchè non ne avevo voglia. Lo so, non augurerei a nessuno un disastro come figlia. Mi dispiace tanto.
Compresi immediatamente che lei era buona e mite. Le persone buone e miti non resistono a lungo, e pur non aprendosi mai del tutto, è come se non fossero in grado di sottrarsi alla conversazione: rispondono quasi a monosillabi ma più avanti si va più parlano.
—   Fëdor Dostoevskij, La mite
Amo il mare, il rumore delle onde, la spiaggia.
Detesto i quasi, i forse, i monosillabi.
Do peso alle parole.
Piango per un film, per un finale di un libro, per le persone che vanno via. Ho l'incazzatura abbastanza facile, ma mi basta una piccola parola per farmela passare, non riesco a tenere il muso alle persone a cui tengo.
Credo sempre che l'ultimo tentativo sia il penultimo, e credo che le cose belle non si ottengono se non si lotta.
Sono per le cose complicate, ma non resisto a lungo.
Non so dire addio.
So solo che resto, resto se credo in qualcosa.
—  Labellezzadellepiccolecose - (via labellezzadellepiccolecose.)

Sai che c'è? C'è che io non ti prometto niente, che sono un disastro e finisco per distruggere sempre tutto. C'è che non ho sempre la parola giusta, ma ho di sicuro sguardi molto attenti. C'è che sono maldestra, incoerente e indomabile. C'è che sono gelosa, paranoica e insicura. C'è che ho un carattere particolare, sarei capace di scappare. E io sono consapevole di avere un carattere strano, che non sono la persona più aperta di questo mondo, che se m'incazzo me la prendo con tutti, che spesso mi isolo, che spesso entro nel mio mondo e non lascio entrare nessuno. So che per qualche strana ragione non riesco a spiegare quello che mi succede e so anche che le persone non capirebbero. Quando le persone mi dicono che sono complicata, esigente, diversa, stronza hanno ragione. E’ così. Ma a me non interessa minimamente. E’ difficile stare con me, è difficile, lo so e va bene, perché invece di rapporti piatti e inutili, io sono per il conflitto, sono per quelle litigate che ti finiscono la voce, sono per mandarti al diavolo anche cento volte e in modi diversi. Non mi sento più in dovere di scusarmi quando non è colpa mia, non mi interessa più piacere per forza a chiunque. Se voglio urlarti in faccia non ci penso su due volte, se voglio dire qualcosa te la dico di persona. Quindi sì, stare con me è difficile. Cioè vedete, io non sono una ragazza molto dolce. Posso farmi odiare in meno di un giorno, sono irritante, lancio continuamente sfide per il semplice gusto di vedere quanto è facilmente corruttibile l'animo umano. Sono fredda, questo sì, ma per farmi sciogliere bastano piccole cose, ad esempio una di quelle frasi sdolcinate che io odio ma dentro mi fanno un grande effetto, non mi interessano le cose in grande, per niente. Sono testarda, antipatica, stronza, orgogliosa. Rido continuamente e rompo i coglioni alla gente col mio sarcasmo improvvisato ed è vero, dico troppe parolacce, bestemmie, sclero. Ho reazioni esagerate, non amo i consigli, vesto come piace a me e preferisco stare da sola che in un immensa folla. E sono anche molto strana. Dentro la mia testa c'è un nuovo mondo, c'è il casino e la confusione più totale. Ma credimi, sono la fredda, acida, stronza che ti da il mondo. Amo il mare, il rumore delle onde, la spiaggia. Detesto i quasi, i forse, i monosillabi. Do peso alle parole. Piango per un film, per un finale di un libro, per le persone che vanno via. Ho l’incazzatura abbastanza facile, ma mi basta una piccola parola per farmela passare, non riesco a tenere il muso alle persone a cui tengo. Credo sempre che l’ultimo tentativo sia il penultimo, e credo che le cose belle non si ottengono se non si lotta. Sono paranoica, impulsiva, sono gelosa e lunatica. Sono per le cose complicate, ma non resisto a lungo. Non so dire addio, so solo che resto, resto se credo in qualcosa.

Io ti dimentico

Ti dimentico perchè so che il nostro legame non è stato reale nemmeno per un istante, eravamo solo frutto della mia immaginazione: ti ho creato dentro di me nella forma che serviva a completare il puzzle delle mancanze.
E non mi mancherai tu,
non mi mancherà quel non capire niente di te, 
non mi mancheranno le tue frasi vaghe, i tuoi monosillabi, le tue menzogne.
Non mi mancherà il tuo continuo sostituirmi per cercare il brivido della novità.
Non mi mancherà la tua ambiguità. Dopo avermi regalato una certezza chiudevi sempre le frasi con un “forse”, che faceva crollare tutto.
Il nulla non può mancarmi, dato che quello che mi resta di noi è una somma di niente che come risultato dà sempre zero.

Scusami mamma,
scusa se oggi non ho studiato. Se anche oggi ho passato la giornata a bivaccare e a stare su internet. Scusa se domani porterò della insufficienze a casa, perchè questo è un periodo no, e non riesco a concludere niente di positivo. Scusa se ancora una volta ti nasconderò le mie insicurezze, se costruirò dei muri tra noi, se ancora una volta non mi confiderò con te. Scusami se ti parlo a monosillabi, perchè non ti voglio spiegare più niente. Scusa se sto riversando la mia sofferenza su di te, scusa se ti farò incontrare decine di delusioni e non ti darò mai nessuna spiegazione. Forse perchè non c'è una spiegazione da darti, perchè per ora va così e basta. Scusa se ti nasconderò le sigarette, scusa se non avrò il coraggio di dirti che non ho studiato per domani, o se non ti dirò che non sono entrata a scuola perchè non ne avevo voglia. Lo so, non augurerei a nessuno un disastro come figlia. Mi dispiace tanto.

- Sei incazzata?
- Se sono incazzata? No.
- Sì, lo sei. Oggi non hai mangiato, mi rispondi a monosillabi e sbuffi sempre.
- Lo faccio anche quando non lo sono eh.
- Hai ragione, ma oggi tieni la fronte corruciata e le labbra arricciate. Lo fai solo se sei incazzata.
- Si, ma che palle che sei.
- Sei incazzata.
- No, sono nervosa e più che incazzata.
- Adesso ti abbraccio allora.
- Sì, ma non è che mi devi stritolare e tipo respirare la mia stessa aria. Stai nel tuo e io sto nel mio.
- Zitta e vieni qui.
—  Vale

Adesso capisco le persone che dicono di essere repellenti alla società,
le capisco.
Pensavo fosse un po’ da tutti, odiare la società, no?
Beh no. Non è così. Lo sto capendo solo ora.
Perché si cazzo, a un certo punto vuoi stare solo.
Te ne accorgi quando a Natale vuoi restare a casa e dormire, quando a capodanno vuoi fare gli auguri solo ai tuoi amici veri.
Te ne accorgi quando preferisci ascoltare musica piuttosto che dialogare con la gente, quando al posto di passare una serata con una comitiva preferisci guardare un film.
Te ne accorgi quando rispondi a monosillabi ed eviti conversazioni per tornare a fare quello che stavi facendo.
Te ne accorgi quando ti pesa parlare, quando ti pesa stare a contatto con la gente, quando non hai voglia di stare in mezzo a persone che giudicano e guardano male senza sapere.
E me ne rendo conto ora perché è proprio ora che sto iniziando a capire cosa significa sentirsi invisibili, vuoti.
Ma la gente continua a guardare e a giudicare, e a dire la propria opinione quando ci sarebbe bisogno soltanto di silenzio.
E quindi vaffanculo
avete rotto il cazzo
e preferisco stare sola.

A noi ci ho creduto

Certe volte vorrei solo scriverti un misero “hey”,per farti sentire che ci sono. Anche se forse non mi vuoi più,io ci sono. Anche se forse mi hai rimpiazzato,io ci sono. Sono sempre qui così come ci sono sempre stata. Sono quella che ti ha dato conforto quando ne hai avuto bisogno,quella che ti ha sostenuto nei momenti di ansia,quella che ti ha fatto sorridere come non mai con quelle sue battute strane. Sono quella che hai salutato per prima quando sei arrivato in un nuovo Paese. Sono quella che ci teneva così tanto a te da dedicarti messaggi chilometrici nei quali ti ringraziava d'esistere. Ma sono anche quella che,lo ammetto,si è presa una cotta per te. Tra noi non ci sarebbe comunque stato nulla,quindi non te l'ho mai detto. Mi sono tenuta tutto dentro,non a torto. Non ti ho detto nulla anche quando,non credo ti ricorderai, ho tremato dopo un tuo bacio sulla guancia. Mi piaceva il tuo modo di essere. Mi piacevi tu. E le tue fisse. Ma non era destino,quindi non ci avevo nemmeno provato a dirtelo. Tutto andava bene,anche se io certe volte morivo dentro. Specialmente quando ti ho visto con quella ragazza. Non ce l'ho fatta e me ne sono andata da lì. Ma poi sono tornata in quella stanza. Sorridevo come non mai,ma dentro soffocavo. Ma ce l'ho fatta,ho superato anche quello. Tutto andava bene,tu eri lo stesso. E io ero felice. Poi sei diventato distante,non mi volevi sentire,non mi cercavi. Allora ti cercavo io. Avevo bisogno di sentirti. Ma tu rispondevi a monosillabi,quasi la mia presenza ti stesse dando fastidio. Allora ho smesso di scriverti. Temevo di disturbarti. Non so se ho fatto bene o se ho fatto male,ma l'ho fatto. Non so se leggerai mai questo mio post e non so se ti ci ritroverai,ma sappi che ti ho amato come non ho mai amato nessuno. Ti ho amato come il mare ama le sue creature,come la terra i suoi fiori,come il vento ama la terra. Ti ho amato e,lo ammetto,sono impazzita per te. Ho sofferto per te,ma non ho pianto. Ti ho insultato anche se non lo meritavi,per dimostrarmi agli occhi altrui forte. Ti ho anche ignorato per far vedere che non mi fregava più niente di te. Ma non era e non sarà mai così. Tu ci sei sempre stato e io ci sono sempre stata. Eravamo una squadra. E forse lo siamo ancora. Per te eravamo solo amici,ma io ti ho amato. Non te l'ho mai detto e credo che mai lo saprai. Ma ti ringrazio comunque per esserci stato,per avermi aiutato,per avermi sostenuto,per avermi dedicato quelle frasi. Ti ringrazio per essere entrato nella mia vita così,come un uragano a ciel sereno. Ti ringrazio d'esistere.

Ho letto su Internet che per innamorarsi occorrono solo trentaquattro minuti. Trenta in cui ci si parla, conoscendosi, e quattro in cui ci si guarda negli occhi, in silenzio.
Trentasei domande.
Trentasei domande di cui un terzo dev’essere relativo alla vita privata dell’interlocutore.
Quattro minuti osservandosi nella parte più intima di noi stessi: gli occhi.
Gli occhi non mentono; gli occhi li vedi subito, se sono felici o tristi.
Gli occhi, che meravigliosa invenzione.
Se non avessimo gli occhi, che cosa succederebbe? Come potremmo vedere i colori e le ombre del mondo? Gli occhi sono un qualcosa di magico, incantevole. Le mille sfumature di colori, le forme ovali o tondeggianti, le ciglia lunghe e folte o rade e corte.
E pensare che, se stiamo osservando la persona che amiamo, le nostre pupille si dilatano, quasi come se volessero vedere meglio colui, solo ed esclusivamente colui, che ci rende felici.
Che meravigliosa invenzione, gli occhi: amano prima loro di tutto il resto del nostro corpo, della nostra mente, del nostro cuore.
Sembrerà anche stupido ma, ti voglio fare innamorare di me così: mentre ti parlo e mi guardi. Facendomi conoscere per le due parti più intime di me stessa.
Infondo, sono solo trentaquattro minuti, tanto vale provarci, no?
“Ciao, ti va di uscire insieme, un giorno di questi? Magari anche questo pomeriggio?”
“Guarda, ho un sacco da fare, devo studiare, ho gli allenamenti e sono davvero molto stanco, se proprio vuoi, posso ritagliarmi una mezz’oretta questo pomeriggio.”
“Perfetto, grazie mille! Ti va di andare da Duetto? Ci prendiamo una cioccolata calda e parliamo un po’ così, per passare il tempo.”
“Se proprio ci tieni…non capisco il perché, non ci siamo mai potuti soffrire e te ne esci così: usciamo e conosciamoci!”
“Beh, lo scoprirai…”
Duetto è un bar della mia città piuttosto grande, famoso per i suoi gelati e frappè alla vaniglia e mele caramellate e per le sue crepes con crema di nocciole e cocco e marmellata d’albicocche e Grand Marnier. Duetto è situato in centro, di fianco alla mia libreria preferita e ad un negozio di gioielleria. La cosa che mi piace di più è che, anche se è al chiuso, posso vedere i passanti perché ha una sorta di veranda dove si può consumare.
Adoro vedere le persone e immaginare le loro storie: ecco una coppia di innamorati che litiga, più in là una ragazza che cerca disperatamente qualcosa, forse l’amore, l’amicizia, la felicità… dietro l’angolo un bambino con un signore anziano, probabilmente il nonno.
Mi piace cercare di capire chi sono e come mai sono così, mi piace leggerle, le persone.
Aspetto seduta al tavolo, su una sedia di pelle nera, molto moderna, leggendo il menù.
Ripasso mentalmente il piano: quindici domande per la conoscenza base e le rimanenti per quella più dettagliata.
Botta e risposta. Come una partita di tennis.
“Ciao.”
“Ehi, accomodati pure. Stavo dando un’occhiata alla carta mentre aspettavo.”
“Hai aspettato tanto?”
“Il giusto.”
La cameriera arriva: è una donna sui trenta con i capelli biondi e ricci raccolti da una molletta e gli occhi gentili.
“Cosa desiderate?” dice, con voce dolce e vellutata.
“Crepes con cioccolato, cocco e gelato. Doppio gusto: Bacio e Vaniglia.” Dici, e mi metto a sorridere, come quando si sorride ad un bambino che mangia tanto.
“Per me un tè al limone, grazie.”
“Vuoi scherzare? Io ho rinunciato agli allenamenti e ad una sana dormita per uscire con te, pensando che ci tenessi e tu che ordini: un tè al limone, grazie! Grazie un cazzo, le porti una cioccolata calda con panna montata e uno di quei biscotti grandi con zucchero e cannella.”
“Ma…io…”
“Non si discute.”
La cameriera, al contrario di ciò che avrei potuto immaginare, è felice, sorride, scrive sul taccuino e se ne va.
“Perché volevi prendere solo un tè?”
“Dopo.”
“Ha a che vedere con una delle tue stupide diete?”
“Dopo.”
“Dopo cosa?”
“Dopo e basta.”
Arrivano le ordinazioni. Trentaquattro minuti da ora: iniziamo.
Domanda uno.
“Come va?”
“Bene, tu?”
“Bene.”
Domanda inutile.
Domanda due.
“Ti sto antipatica?”
“Sì.”
“Bene.”
Fanculo.
Domanda tre.
“Perché sei venuto qui oggi?”
“Perché non avevo nulla da fare. Ora la domanda la faccio io, però: perché mi hai chiesto di uscire?”
Merda, che cosa rispondo? ‘Beh, sai, ti volevo solo fare innamorare, tutto qua.’ No, per l’amor del cielo.
Domanda quattro (o cinque).
“E’ buona la crepes?”
“Sì.”
Andiamo avanti alla grande: a monosillabi.
Domanda sei, a questo punto.
“Ti stai rompendo le palle?”
“Non sai quanto, l’unica cosa positiva è la crepes. E il gelato.”
“Oh, giusto…il gelato.”
Di male in peggio.
Domanda sette (siamo solo alla sette? Sto esaurendo le idee).
“Ti…”
“Scusa se ti interrompo, posso assaggiare un pezzo del tuo biscotto?”
“Oh, certo…”
“Grazie, ho troppa fame.”
Quanto meno sta volta l’ha fatta lui, la domanda.
Guardo l’orologio: Undici minuti: decisamente fuori dalla tabella di marcia. Stai mangiucchiando un po’ del mio biscotto, sembri un bimbo nel paese delle meraviglie. Adorabilmente irritante.
Domanda otto.
“Posso andare in bagno? Scusa ma devo pisciare.”
“Sei sempre fine, come al solito.”
Anche sta volta la domanda la pone lui, volgare, ma pur sempre una domanda.
Passano sei minuti e ventotto secondi. In totale ne sono trascorsi diciassette e cinquantasette. Solo otto domande: inizio a perdere le speranze.
Domanda nove.
“Fatta tutta?”
“Quanto sei simpatica?”
“Rispondi prima a me.”
“Sì, l’ho fatta tutta.”
“Bene.”
In teoria queste sono due domande, anche se inutili.
Domanda dieci o undici.
“Quanto ti reputi simpatica?”
“Oh, che domanda interessante…”
“Rispondi.”
“Ecco, diciamo…”
“Muoviti.”
“Non mettermi pressione!”
“E tu rispondi, cazzo!”
“Non mi reputo un bel niente, okay!”
Sto urlando, tutto il locale guarda verso il nostro tavolo. Torno a sorseggiare, schivamente, la mia cioccolata.
Domanda tredici.
“In che senso? Non prendertela troppo, su!”
“Nel senso che non mi reputo né carina né simpatica ma non siamo qui per questo.”
Non ho voglia di lagnarmi per l’ennesima volta, con l’ennesima persona sul mio corpo e sulla mia personalità.
Domanda quattordici.
“E allora, perché siamo qua?”
Touché.
Domanda quindici.
“Ti stai rompendo le palle?”
“No, voglio capire perché sono qui e perché tu sei così.”
“Oh, e pensare che prima l’unica cosa interessante era il gelato.”
“Subito dopo il gelato, la Nutella e il basket vieni tu.”
Divento rossa e riesco solo ad esclamare un “Oh” imbarazzato.
Domanda sedici.
“Beh, è buona quella crepes?”
“Sì, ma è più buono il tuo biscotto. La vuoi assaggiare?”
“No grazie, non mi piace la Nutella.”
“Non è possibile tu non sei umana!”
“A volte lo penso anche io ma non nel senso bello, in quello brutto.”
“Prima di spiegarmi quale sia il senso brutto del sentirsi diversa, pulisciti le labbra che sono tutte sporche di cioccolata e panna!”
Ancora rossa. Sto contribuendo al riscaldamento globale, ne sono sicurissima.
Domanda diciassette.
“Qual è il senso brutto?”
“Quello di sentirsi soli.”
“Ma tu hai tante amiche, non sei sola.”
“Beh, di vere ne ho solo due o tre. Avrei bisogno di qualcuno che sia tutto mio.”
“Una migliore amica.”
“O un ragazzo.”
“Oh.”
Stavolta sei tu quello rosso. Sei tu quello imbarazzato.
Domanda diciotto.
“Perché sei venuto qui, oggi?”
“Me l’hai già chiesto.”
“E io voglio risentire la risposta.”
“Perché volevo conoscerti.”
“Anche io.”
Testa china, gote rosse. Perché proviamo così tanto imbarazzo?
Domanda diciannove.
“Perché ti odi?”
“Perché nessuno mi ha mai detto che sono speciale.”
“Te lo dico io, lo sei.”
“Non è vero, non ci stai credendo fino in fondo.”
“E invece sì. Sei speciale perché sei strana, ridi sempre ma sei sempre triste. Sei speciale perché sei intelligente. E brava con le parole. Sei speciale perché sei coraggiosa. Sei speciale perché sei bella e perché non hai bisogno di dimagrire: sei bella dentro. E anche fuori, ci aggiungo.”
“Perché sei così gentile?”
“Perché sono una persona sincera.”
Vorrei che tutto questo finisse. Il prima possibile.
Domanda venti/ventuno.
“Non ti sto antipatica, quindi?”
“Neanche un po’. Sei strana, complessata, complicata, acida e stronza ma ne vale la pena conoscerti. Davvero.”
“Nemmeno tu mi stai antipatico, proprio per niente.”
È così che ci si sente ad essere apprezzati? Ci si sente con il cuore così felice?
Domanda ventidue.
“Mi guarderesti negli occhi per quattro minuti, in silenzio?
“Perché dovrei?”
Trenta minuti, tempo scaduto.
“Fallo e basta, per favore.”
Credo che questi quattro minuti siano i quattro minuti più belli di tutta la mia vita.
Non so come mi sto sentendo, credo solo che le mie pupille, in questo momento, siano molto dilatate. Davvero tanto.
Occhi color delle castagne che s’incontrano con occhi color delle castagne.
Un mix piuttosto banale, forse.
Un mix che non è insolito o fuori dal comune, un mix ordinario.
Altro che ‘trentaquattro minuti per farlo innamorare’, se lo guardo per un solo minuto m’innamoro e non mi disinnamoro più.
Sembra quasi di cadere nel vuoto, di morire. Ecco cosa sembra, essere innamorati.
Ma se ti innamori anche tu, forse, non cado nel vuoto e non muoio più. Promesso.
C’è un solo problema: le tue pupille sono piccole piccole, col cazzo che sono ‘una speciale’. Sono solo ‘una’. Una piuttosto insignificante.
“Scusa, devo andare in bagno.”
E me ne vado.
Trentatré minuti e quarantasei fottutissimi secondi: non ce l’ho fatta.
Novembre è un mese troppo freddo e, se il freddo ce lo hai anche dentro, rischi di congelare. Un vento gelido mi sferza il viso, le punte delle dita delle mie mani e dei miei piedi si stanno trasformando in ghiaccioli, tuffo il naso nella mia sciarpa di lana e il mio cuore, nonostante indossi cappotto e maglione, sente più freddo della pelle, delle mani, dei piedi e del naso. Il mio cuore sente il freddo delle delusioni. Il mio cuore sente il freddo dei sentimenti non ricambiati.
Forse, questo, è un mondo troppo freddo.
Troppo schivo, troppo deludente, troppo apatico, troppo sentimentale, troppo triste, troppo tragico, troppo illusivo, troppo e basta.
“Mi spieghi perché te ne sei andata? Ho dovuto pagare tutto io!”
“Ah, beh, ti frega solo di pagare, fanculo!”
“Non me ne frega solo di pagare!”
“E di che altro, allora?”
Urla e pianti disperati, troppo gelo anche nelle parole.
“Me ne fotte perché sembra quasi che ti interessi e poi dopo scompari: sei sempre così. Parti convinta e poi molli tutto, rischia per una fottuta volta!”
“Io rischio, ma chi rischia per me?”
“Io, se vuoi.”
“Non ti interessa nulla di me.”
“Non è vero, m’interessa eccome.”
“Aiutami.”
“Lo farò, promesso.”
Sentimenti dichiarati in silenzio, dietro un’esplicita richiesta di aiuto: aiutami a non avere più freddo.
“Cosa volevi fare?”
“Farti innamorare in trentaquattro minuti, avrebbe dovuto funzionare.”
“Non ha funzionato, mi spiace.”
“Già…”
“A me è bastato solo un secondo per innamorarmi di te.”
“Oh.”
“Fanculo.”
“Ti amo.”
“Comprami un biscotto, ho fame.”
“Sarà sempre così?”
“Ci spero tanto.”
Aiutami a non avere più freddo, per sempre.
Sai che c'è? C'è che io non ti prometto niente, che sono un disastro e finisco per distruggere sempre tutto.  C'è che non ho sempre la parola giusta, ma ho di sicuro sguardi molto attenti. C'è che sono maldestra, incoerente e indomabile. C'è che sono gelosa, paranoica e insicura. C'è che ho un carattere particolare, sarei capace di scappare. E io sono consapevole di avere un carattere strano, che non sono la persona più aperta di questo mondo, che se m'incazzo me la prendo con tutti, che spesso mi isolo, che spesso entro nel mio mondo e non lascio entrare nessuno. So che per qualche strana ragione non riesco a spiegare quello che mi succede e so anche che le persone non capirebbero.  Quando le persone mi dicono che sono complicata, esigente, diversa, stronza hanno ragione. E’ così. Ma a me non interessa minimamente. E’ difficile stare con me, è difficile, lo so e va bene, perché invece di rapporti piatti e inutili, io sono per il conflitto, sono per quelle litigate che ti finiscono la voce, sono per mandarti al diavolo anche cento volte e in modi diversi. Non mi sento più in dovere di scusarmi quando non è colpa mia, non mi interessa più piacere per forza a chiunque. Se voglio urlarti in faccia non ci penso su due volte, se voglio dire qualcosa te la dico di persona. Quindi sì, stare con me è difficile. Cioè vedete, io non sono una ragazza molto dolce. Posso farmi odiare in meno di un giorno, sono irritante, lancio continuamente sfide per il semplice gusto di vedere quanto è facilmente corruttibile l'animo umano. Sono fredda, questo sì, ma per farmi sciogliere bastano piccole cose, ad esempio una di quelle frasi sdolcinate che io odio ma dentro mi fanno un grande effetto, non mi interessano le cose in grande, per niente. Sono testarda, antipatica, stronza, orgogliosa. Rido continuamente e rompo i coglioni alla gente col mio sarcasmo improvvisato ed è vero, dico troppe parolacce, bestemmie, sclero. Ho reazioni esagerate, non amo i consigli, vesto come piace a me e preferisco stare da sola che in un immensa folla. E sono anche molto strana. Dentro la mia testa c'è un nuovo mondo, c'è il casino e la confusione più totale. Ma credimi, sono la fredda, acida, stronza che ti da il mondo. Amo il mare, il rumore delle onde, la spiaggia. Detesto i quasi, i forse, i monosillabi. Do peso alle parole. Piango per un film, per un finale di un libro, per le persone che vanno via. Ho l’incazzatura abbastanza facile, ma mi basta una piccola parola per farmela passare, non riesco a tenere il muso alle persone a cui tengo. Credo sempre che l’ultimo tentativo sia il penultimo, e credo che le cose belle non si ottengono se non si lotta. Sono paranoica, impulsiva, sono gelosa e lunatica. Sono per le cose complicate, ma non resisto a lungo. Non so dire addio, so solo che resto, resto se credo in qualcosa.
—  pexssimist
Ti dico le ultime robe, poi sei vuoi puoi pure bloccarmi.
Oggi sarebbero stati 365 giorni di noi.
Se ci penso, mi vengono i brividi.
Ero innamorata di te. Lo sono stata per dei mesi interi e avrei voluto darti l'anima.
Ho provato in tutti i modi a farti ritornare da me. C'ho provato e riprovato per dei mesi e ci sto provando anche ora.
Tutte le persone con cui ne ho parlato mi hanno sempre detto che devo lasciarti perdere, che non ne vale la pena, che evidentemente non ti merito. Tu stesso mi hai detto che è tutto tempo sprecato perché tanto non ritorni.
Perché se tu vai via, non ritorni. Ma non mi capacito di questa cosa. Non voglio ammettere agli altri e a me stessa che ti ho perso, che non ci sei più e che non ci sono piu possibilità tra me e te.
Quante volte ti ho scritto? Quante volte ci siamo visti e io cercavo in tutti i modi di parlarti o di provare a fare un discorso normale? Quante?
Ti scrivo sempre le stesse cose, che mi manchi, che non ce la faccio piu, che sto male e alla fine è vero.
Perché mi manchi, perché non ce la faccio più, perché sto male e perché dopo di te io non ho più provato quello che provavo quando stavo con te.
Mi torni sempre in mente, ogni volta che penso di averti dimenticato in qualche modo torni ed ogni volta mi manchi sempre di più.
Sei l'unico che sa come tenermi testa, sei l'unico che riesco a sopportare, sei l'unico con cui non mi stufo dopo due giorni. E sapere che per te non è la stessa cosa fa male da morire.
So che non sopporti le cose sdolcinate, che scriverti tutto questo non ha senso perché non riceverò mai una risposta seria. So che non riaffronteremo per l'ennesima volta questo discorso e sono consapevole del fatto che io non sono più niente per te. Ma voglio farti sapere che ti penso, che sono cambiata, che non sono più una bambina, che non ho più quei comportamenti di cui ti lamentavi.
Sono migliorata, ho cambiato tutto quello che potevo cambiare e te lo giuro che l'ho fatto solo per te.
Ma ti odio. Ti odio più ti quanto ti possa immaginare, perché non esiste altra persona che mi faccia incazzare come fai tu quando mi rispondi con quei monosillabi, quando fai l'indifferente, quando non affronti i discorsi o quando mi dici che non sono più un cazzo per te. Perché alla fine non mi hai mai dato un vero motivo, oppure sono io che non riesco ad ammetterlo.
Non so più cosa fare per farti tornare, ce l'ho messa tutta ed evidentemente non è bastato.
Tanti auguri e stammi bene.
Ho letto su Internet che per innamorarsi occorrono solo trentaquattro minuti. Trenta in cui ci si parla, conoscendosi, e quattro in cui ci si guarda negli occhi, in silenzio.
Trentasei domande.
Trentasei domande di cui un terzo dev’essere relativo alla vita privata dell’interlocutore.
Quattro minuti osservandosi nella parte più intima di noi stessi: gli occhi.
Gli occhi non mentono; gli occhi li vedi subito, se sono felici o tristi.
Gli occhi, che meravigliosa invenzione.
Se non avessimo gli occhi, che cosa succederebbe? Come potremmo vedere i colori e le ombre del mondo? Gli occhi sono un qualcosa di magico, incantevole. Le mille sfumature di colori, le forme ovali o tondeggianti, le ciglia lunghe e folte o rade e corte.
E pensare che, se stiamo osservando la persona che amiamo, le nostre pupille si dilatano, quasi come se volessero vedere meglio colui, solo ed esclusivamente colui, che ci rende felici.
Che meravigliosa invenzione, gli occhi: amano prima loro di tutto il resto del nostro corpo, della nostra mente, del nostro cuore.
Sembrerà anche stupido ma, ti voglio fare innamorare di me così: mentre ti parlo e mi guardi. Facendomi conoscere per le due parti più intime di me stessa.
Infondo, sono solo trentaquattro minuti, tanto vale provarci, no?
“Ciao, ti va di uscire insieme, un giorno di questi? Magari anche questo pomeriggio?”
“Guarda, ho un sacco da fare, devo studiare, ho gli allenamenti e sono davvero molto stanco, se proprio vuoi, posso ritagliarmi una mezz’oretta questo pomeriggio.”
“Perfetto, grazie mille! Ti va di andare da Duetto? Ci prendiamo una cioccolata calda e parliamo un po’ così, per passare il tempo.”
“Se proprio ci tieni…non capisco il perché, non ci siamo mai potuti soffrire e te ne esci così: usciamo e conosciamoci!”
“Beh, lo scoprirai…”
Duetto è un bar della mia città piuttosto grande, famoso per i suoi gelati e frappè alla vaniglia e mele caramellate e per le sue crepes con crema di nocciole e cocco e marmellata d’albicocche e Grand Marnier. Duetto è situato in centro, di fianco alla mia libreria preferita e ad un negozio di gioielleria. La cosa che mi piace di più è che, anche se è al chiuso, posso vedere i passanti perché ha una sorta di veranda dove si può consumare.
Adoro vedere le persone e immaginare le loro storie: ecco una coppia di innamorati che litiga, più in là una ragazza che cerca disperatamente qualcosa, forse l’amore, l’amicizia, la felicità… dietro l’angolo un bambino con un signore anziano, probabilmente il nonno.
Mi piace cercare di capire chi sono e come mai sono così, mi piace leggerle, le persone.
Aspetto seduta al tavolo, su una sedia di pelle nera, molto moderna, leggendo il menù.
Ripasso mentalmente il piano: quindici domande per la conoscenza base e le rimanenti per quella più dettagliata.
Botta e risposta. Come una partita di tennis.
“Ciao.”
“Ehi, accomodati pure. Stavo dando un’occhiata alla carta mentre aspettavo.”
“Hai aspettato tanto?”
“Il giusto.”
La cameriera arriva: è una donna sui trenta con i capelli biondi e ricci raccolti da una molletta e gli occhi gentili.
“Cosa desiderate?” dice, con voce dolce e vellutata.
“Crepes con cioccolato, cocco e gelato. Doppio gusto: Bacio e Vaniglia.” Dici, e mi metto a sorridere, come quando si sorride ad un bambino che mangia tanto.
“Per me un tè al limone, grazie.”
“Vuoi scherzare? Io ho rinunciato agli allenamenti e ad una sana dormita per uscire con te, pensando che ci tenessi e tu che ordini: un tè al limone, grazie! Grazie un cazzo, le porti una cioccolata calda con panna montata e uno di quei biscotti grandi con zucchero e cannella.”
“Ma…io…”
“Non si discute.”
La cameriera, al contrario di ciò che avrei potuto immaginare, è felice, sorride, scrive sul taccuino e se ne va.
“Perché volevi prendere solo un tè?”
“Dopo.”
“Ha a che vedere con una delle tue stupide diete?”
“Dopo.”
“Dopo cosa?”
“Dopo e basta.”
Arrivano le ordinazioni. Trentaquattro minuti da ora: iniziamo.
Domanda uno.
“Come va?”
“Bene, tu?”
“Bene.”
Domanda inutile.
Domanda due.
“Ti sto antipatica?”
“Sì.”
“Bene.”
Fanculo.
Domanda tre.
“Perché sei venuto qui oggi?”
“Perché non avevo nulla da fare. Ora la domanda la faccio io, però: perché mi hai chiesto di uscire?”
Merda, che cosa rispondo? ‘Beh, sai, ti volevo solo fare innamorare, tutto qua.’ No, per l’amor del cielo.
Domanda quattro (o cinque).
“E’ buona la crepes?”
“Sì.”
Andiamo avanti alla grande: a monosillabi.
Domanda sei, a questo punto.
“Ti stai rompendo le palle?”
“Non sai quanto, l’unica cosa positiva è la crepes. E il gelato.”
“Oh, giusto…il gelato.”
Di male in peggio.
Domanda sette (siamo solo alla sette? Sto esaurendo le idee).
“Ti…”
“Scusa se ti interrompo, posso assaggiare un pezzo del tuo biscotto?”
“Oh, certo…”
“Grazie, ho troppa fame.”
Quanto meno sta volta l’ha fatta lui, la domanda.
Guardo l’orologio: Undici minuti: decisamente fuori dalla tabella di marcia. Stai mangiucchiando un po’ del mio biscotto, sembri un bimbo nel paese delle meraviglie. Adorabilmente irritante.
Domanda otto.
“Posso andare in bagno? Scusa ma devo pisciare.”
“Sei sempre fine, come al solito.”
Anche sta volta la domanda la pone lui, volgare, ma pur sempre una domanda.
Passano sei minuti e ventotto secondi. In totale ne sono trascorsi diciassette e cinquantasette. Solo otto domande: inizio a perdere le speranze.
Domanda nove.
“Fatta tutta?”
“Quanto sei simpatica?”
“Rispondi prima a me.”
“Sì, l’ho fatta tutta.”
“Bene.”
In teoria queste sono due domande, anche se inutili.
Domanda dieci o undici.
“Quanto ti reputi simpatica?”
“Oh, che domanda interessante…”
“Rispondi.”
“Ecco, diciamo…”
“Muoviti.”
“Non mettermi pressione!”
“E tu rispondi, cazzo!”
“Non mi reputo un bel niente, okay!”
Sto urlando, tutto il locale guarda verso il nostro tavolo. Torno a sorseggiare, schivamente, la mia cioccolata.
Domanda tredici.
“In che senso? Non prendertela troppo, su!”
“Nel senso che non mi reputo né carina né simpatica ma non siamo qui per questo.”
Non ho voglia di lagnarmi per l’ennesima volta, con l’ennesima persona sul mio corpo e sulla mia personalità.
Domanda quattordici.
“E allora, perché siamo qua?”
Touché.
Domanda quindici.
“Ti stai rompendo le palle?”
“No, voglio capire perché sono qui e perché tu sei così.”
“Oh, e pensare che prima l’unica cosa interessante era il gelato.”
“Subito dopo il gelato, la Nutella e il basket vieni tu.”
Divento rossa e riesco solo ad esclamare un “Oh” imbarazzato.
Domanda sedici.
“Beh, è buona quella crepes?”
“Sì, ma è più buono il tuo biscotto. La vuoi assaggiare?”
“No grazie, non mi piace la Nutella.”
“Non è possibile tu non sei umana!”
“A volte lo penso anche io ma non nel senso bello, in quello brutto.”
“Prima di spiegarmi quale sia il senso brutto del sentirsi diversa, pulisciti le labbra che sono tutte sporche di cioccolata e panna!”
Ancora rossa. Sto contribuendo al riscaldamento globale, ne sono sicurissima.
Domanda diciassette.
“Qual è il senso brutto?”
“Quello di sentirsi soli.”
“Ma tu hai tante amiche, non sei sola.”
“Beh, di vere ne ho solo due o tre. Avrei bisogno di qualcuno che sia tutto mio.”
“Una migliore amica.”
“O un ragazzo.”
“Oh.”
Stavolta sei tu quello rosso. Sei tu quello imbarazzato.
Domanda diciotto.
“Perché sei venuto qui, oggi?”
“Me l’hai già chiesto.”
“E io voglio risentire la risposta.”
“Perché volevo conoscerti.”
“Anche io.”
Testa china, gote rosse. Perché proviamo così tanto imbarazzo?
Domanda diciannove.
“Perché ti odi?”
“Perché nessuno mi ha mai detto che sono speciale.”
“Te lo dico io, lo sei.”
“Non è vero, non ci stai credendo fino in fondo.”
“E invece sì. Sei speciale perché sei strana, ridi sempre ma sei sempre triste. Sei speciale perché sei intelligente. E brava con le parole. Sei speciale perché sei coraggiosa. Sei speciale perché sei bella e perché non hai bisogno di dimagrire: sei bella dentro. E anche fuori, ci aggiungo.”
“Perché sei così gentile?”
“Perché sono una persona sincera.”
Vorrei che tutto questo finisse. Il prima possibile.
Domanda venti/ventuno.
“Non ti sto antipatica, quindi?”
“Neanche un po’. Sei strana, complessata, complicata, acida e stronza ma ne vale la pena conoscerti. Davvero.”
“Nemmeno tu mi stai antipatico, proprio per niente.”
È così che ci si sente ad essere apprezzati? Ci si sente con il cuore così felice?
Domanda ventidue.
“Mi guarderesti negli occhi per quattro minuti, in silenzio?
“Perché dovrei?”
Trenta minuti, tempo scaduto.
“Fallo e basta, per favore.”
Credo che questi quattro minuti siano i quattro minuti più belli di tutta la mia vita.
Non so come mi sto sentendo, credo solo che le mie pupille, in questo momento, siano molto dilatate. Davvero tanto.
Occhi color delle castagne che s’incontrano con occhi color delle castagne.
Un mix piuttosto banale, forse.
Un mix che non è insolito o fuori dal comune, un mix ordinario.
Altro che ‘trentaquattro minuti per farlo innamorare’, se lo guardo per un solo minuto m’innamoro e non mi disinnamoro più.
Sembra quasi di cadere nel vuoto, di morire. Ecco cosa sembra, essere innamorati.
Ma se ti innamori anche tu, forse, non cado nel vuoto e non muoio più. Promesso.
C’è un solo problema: le tue pupille sono piccole piccole, col cazzo che sono ‘una speciale’. Sono solo ‘una’. Una piuttosto insignificante.
“Scusa, devo andare in bagno.”
E me ne vado.
Trentatré minuti e quarantasei fottutissimi secondi: non ce l’ho fatta.
Novembre è un mese troppo freddo e, se il freddo ce lo hai anche dentro, rischi di congelare. Un vento gelido mi sferza il viso, le punte delle dita delle mie mani e dei miei piedi si stanno trasformando in ghiaccioli, tuffo il naso nella mia sciarpa di lana e il mio cuore, nonostante indossi cappotto e maglione, sente più freddo della pelle, delle mani, dei piedi e del naso. Il mio cuore sente il freddo delle delusioni. Il mio cuore sente il freddo dei sentimenti non ricambiati.
Forse, questo, è un mondo troppo freddo.
Troppo schivo, troppo deludente, troppo apatico, troppo sentimentale, troppo triste, troppo tragico, troppo illusivo, troppo e basta.
“Mi spieghi perché te ne sei andata? Ho dovuto pagare tutto io!”
“Ah, beh, ti frega solo di pagare, fanculo!”
“Non me ne frega solo di pagare!”
“E di che altro, allora?”
Urla e pianti disperati, troppo gelo anche nelle parole.
“Me ne fotte perché sembra quasi che ti interessi e poi dopo scompari: sei sempre così. Parti convinta e poi molli tutto, rischia per una fottuta volta!”
“Io rischio, ma chi rischia per me?”
“Io, se vuoi.”
“Non ti interessa nulla di me.”
“Non è vero, m’interessa eccome.”
“Aiutami.”
“Lo farò, promesso.”
Sentimenti dichiarati in silenzio, dietro un’esplicita richiesta di aiuto: aiutami a non avere più freddo.
“Cosa volevi fare?”
“Farti innamorare in trentaquattro minuti, avrebbe dovuto funzionare.”
“Non ha funzionato, mi spiace.”
“Già…”
“A me è bastato solo un secondo per innamorarmi di te.”
“Oh.”
“Fanculo.”
“Ti amo.”
“Comprami un biscotto, ho fame.”
“Sarà sempre così?”
“Ci spero tanto.”
Aiutami a non avere più freddo, per sempre.
—  Cit.
E tutta questa attesa è snervante.
Hai detto che avremmo parlato venerdí, perché certe cose è meglio dirle in faccia.
Manca una settimana troppo lunga e piena di ansia.
Spero tu non faccia come l’ultima volta, ero lí che aspettavo ma non avendo visto il tuo motorino poi mi son decisa ad andarmene.
Tanto so già cosa mi dirai e mi fa male, ci ho sofferto, ci soffro. Solo uno stupido non capirebbe e mi spiace per te, ma non lo sono.
L’ho capito dal tuo non cercarmi mai, dal fatto che rispondi dopo ore ai miei messaggi o forse dal semplice fatto che rispondi quasi a monosillabi e sembra sempre che ti scocci rispondermi.
So che sarà un addio e non hai idea di quanto ne soffriro e ti prego non mentirmi dicendo che ci tieni e cazzate varie, perché se ci tieni a una persona non avresti preso tutto di lei per poi lasciarla quando non ti serve piú o quando te ne sei annoiato. Le persone non sono giocattoli. Io non sono un giocattolo.

Sai che c'è? C'è che io non ti prometto niente, che sono un disastro e finisco per distruggere sempre tutto. C'è che non ho sempre la parola giusta, ma ho di sicuro sguardi molto attenti. C'è che sono maldestra, incoerente e indomabile. C'è che sono gelosa, paranoica e insicura. C'è che ho un carattere particolare, sarei capace di scappare. E io sono consapevole di avere un carattere strano, che non sono la persona più aperta di questo mondo, che se m'incazzo me la prendo con tutti, che spesso mi isolo, che spesso entro nel mio mondo e non lascio entrare nessuno. So che per qualche strana ragione non riesco a spiegare quello che mi succede e so anche che le persone non capirebbero. Quando le persone mi dicono che sono complicata, esigente, diversa, stronza hanno ragione. E’ così. Ma a me non interessa minimamente. E’ difficile stare con me, è difficile, lo so e va bene, perché invece di rapporti piatti e inutili, io sono per il conflitto, sono per quelle litigate che ti finiscono la voce, sono per mandarti al diavolo anche cento volte e in modi diversi. Non mi sento più in dovere di scusarmi quando non è colpa mia, non mi interessa più piacere per forza a chiunque. Se voglio urlarti in faccia non ci penso su due volte, se voglio dire qualcosa te la dico di persona. Quindi sì, stare con me è difficile. Cioè vedete, io non sono una ragazza molto dolce. Posso farmi odiare in meno di un giorno, sono irritante, lancio continuamente sfide per il semplice gusto di vedere quanto è facilmente corruttibile l'animo umano. Sono fredda, questo sì, ma per farmi sciogliere bastano piccole cose, ad esempio una di quelle frasi sdolcinate che io odio ma dentro mi fanno un grande effetto, non mi interessano le cose in grande, per niente. Sono testarda, antipatica, stronza, orgogliosa. Rido continuamente e rompo i coglioni alla gente col mio sarcasmo improvvisato ed è vero, dico troppe parolacce, bestemmie, sclero. Ho reazioni esagerate, non amo i consigli, vesto come piace a me e preferisco stare da sola che in un immensa folla. E sono anche molto strana. Dentro la mia testa c'è un nuovo mondo, c'è il casino e la confusione più totale. Ma credimi, sono la fredda, acida, stronza che ti da il mondo. Amo il mare, il rumore delle onde, la spiaggia. Detesto i quasi, i forse, i monosillabi. Do peso alle parole. Piango per un film, per un finale di un libro, per le persone che vanno via. Ho l’incazzatura abbastanza facile, ma mi basta una piccola parola per farmela passare, non riesco a tenere il muso alle persone a cui tengo. Credo sempre che l’ultimo tentativo sia il penultimo, e credo che le cose belle non si ottengono se non si lotta. Sono paranoica, impulsiva, sono gelosa e lunatica. Sono per le cose complicate, ma non resisto a lungo. Non so dire addio, so solo che resto, resto se credo in qualcosa. “Ho costruito la fortezza del mio carattere con tutti i mattoni che mi hanno tirato addosso.” “Nel cuore un serramanico, nella testa la guerra e il panico.”