modificato

Made to compete agaist the Porsche 917

1970 Ferrari 512 M | Modificato | Modified based on the Ferrari 512 S | Sports Racing Car | 5.0L Tipo 261C V12 610hp | Produced for the 1970 International Championship for Makes and to go against the Porsche 917 | Only 25 Ferrari 512 S Racers were ever produced | Of the Twenty Five 512 Ss, Fifteen were converted to M Specs

Anche se non sono Steve McCurry...

Sulla vicenda di settimana scorsa riguardo a reblog/non reblog, mi permetto di fare alcune precisazioni a vicenda conclusa e animi raffreddati.
Si tratta di considerazioni di chi ha lavorato nel mondo grafico e ha avuto a che fare quasi quotidianamente con questioni relative a copyright/diritti/limitazioni.
Per ulteriori info e aspetti relativi a privacy di sicuro ci sono legali più competenti di me.

“Quello che viene messo su Tumblr è di Tumblr”
FALSO - una qualsiasi foto postata su un social media (o su un sito di condivisione) rimane di esclusiva proprietà dell'esecutore dello scatto. Gli accordi con i social concedono una “licenza non esclusiva” al social stesso per la distribuzione e modifica ma senza la perdita della paternità di cui sopra che origina determinati diritti.

“Una foto postata su Tumblr è di pubblico dominio”
FALSO - una foto postata su qualsiasi social è pubblica, che è diverso.
Il pubblico dominio si applica alle opere d'ingegno e scatta a 70 anni dalla morte dell'autore. Il pubblico dominio consente a chiunque il riutilizzo, la modifica e l'elaborazione.
Un'immagine pubblica è qualcosa che l'autore condivide pur restandone proprietario.
Per la legge italiana l'autore di uno scatto (indipendentemente dalla valenza artistica) vanta diritti morali ed economici sulla foto stessa per 20 anni dalla data dello scatto.

“Non hai controllo su quello che ne viene fatto”
FALSO - lo stesso Tumblr, con un upgrade mi pare del 2015 ha eliminato il vecchio sistema di thread che poteva essere modificato manualmente con quello attuale, non modificabile. Questo per una perfetta tracciabilità dei contenuti.

“Qualcuno può salvare la foto è ripubblicarla altrove.”
FALSO - O meglio… vero che capita, ma per chi lavora tutti i giorni su opere soggette a diritto d'autore esistono strumenti in grado di verificare quando un loro lavoro appare su un qualsiasi altro sito o blog. Questo consente poi di rivalersi in sede giudiziaria (anche se la prassi è di cercare sempre prima un accordo civile). Questo se l'opera non è stata modificata e riporta comunque la fonte. Se è stata modificata si parla di plagio. Se non riporta la fonte si apre un mondo che va dall'appropriazione al falso.

“Una volta pubblicata non puoi fare niente se finisce dove non vuoi.”
FALSO - una qualsiasi opera (foto/disegno/testo) nasce con diritti morali e materiali dell'autore. I diritti materiali (la possibilità di guadagnarci) sono alienabili. I diritti morali sono inalienabili.
Per fare un esempio:
Sono un disegnatore e creo un fantastico coniglietto pucciosissimo e carino.
Decido che voglio regalare la mia opera al mondo e lo pubblico su un sito da cui si possono scaricare immagini liberamente (alieno i diritti materiali)
Nel momento in cui però trovo il mio coniglietto su un sito fuori contesto (ad esempio ci sono anche immagini pornografiche, oppure fa scattare virus/malware, ecc…), in quanto autore posso far valere il mio diritto di non vedere una mia opera associata a quanto sopra. Questo indipendentemente dal fatto che il sito in questione lo abbia fatto regolarmente utilizzando gli strumenti posti in essere (possibilità di download) dal sito della mia pubblicazione originale.
Il provider del servizio è quindi tenuto alla rimozione immediata.
La valutazione se il sito in questione sia o non sia immorale/adeguato è a soggettiva opinione dell'autore dell'opera in quanto detentore dei diritti morali.

Ci sarebbero ancora mille cose da scrivere, ma spero che questo sia sufficiente a fare un po’ di chiarezza su quelli che sono i diritti di ognuno di noi sulle nostre immagini e a non dare per scontato che “social è dominio pubblico”, perché più questa frase si ripete, più la gente se ne convince.
Le norme si applicano a tutti. Non solo ai fotografi/disegnatori affermati e famosi.

Poi, come giustamente ha scritto @heresiae, esiste una netiquette che oltre che da rispettare, sarebbe da difendere.
Per non mandare alla deriva un posto che, per molti di noi, è un bel posto dove confrontarsi e fare amicizie, anche con chi ha opinioni diverse dalle nostre ma sempre sulle basi dell'educazione e della civiltà.

Mi hanno guardato storto e poi mi hanno anche riso in faccia.
Mi hanno indicato con l'indice all'amica di fianco, per poi bisbigliare parole di offesa tra le risate soffocate.
Mi hanno guardato con aria di superiorità e poi si sono anche sentiti migliori di me.
Hanno pensato che io fossi stupida,
credendosi più intelligenti di me per il semplice fatto di averlo detto.
Mi hanno squadrata dalla testa ai piedi,
mi hanno analizzata,
criticando ogni minimo dettaglio che mi rendesse diversa da loro.
Ed io? Io non ho fatto nulla per impedirlo.
Non mi sono nascosta,
non ho girato la testa,
non ho indossato maschere:
niente trucco pesante per nascondere le imperfezioni,
nessun vestito provocante per mettere in mostra il corpo,
nessuna lite feroce per mettere in mostra il carattere
e nessun discorso saggio per mettere in mostra l'intelligenza.
Non ho fatto nulla.
Niente.
Niente per difendermi.
Niente per attaccarli.
Niente per evitare che ciò accadesse.
Ho lasciato tutte le cose che mi appartenevano al loro posto:
le occhiaie, i capelli crespi e gonfi, il giubbotto largo e consumato, le scarpe fuori moda ed il mio cappello con le orecchie da gatto, che mi aveva causato non pochi sguardi addosso e non poche risate dietro.
Eppure non ho modificato nulla di me stessa, nemmeno una virgola:
non piacere a loro significa piacere a me stessa e, piacere a me stessa, è l'unica cosa che realmente conta.
—  Zoe.

Lettera a me stessa

Non so bene come iniziare questa lettera. Perché limitarmi ad un banale e scontato “Cara Rebecca” quando potrei scrivere un miriade di altre cose? Lo sai che non ho mai seguito schemi, né regole. Sono sempre stata un po’ sopra le righe e con la testa fra le nuvole. Forse sarà per questo che i miei capelli sono estremamente indomabili: lassù c'è vento. Hai visto? Lo sapevo! Mi sono persa in chiacchiere e non mi sono nemmeno accorta che, alla fine, la lettera ha avuto la sua introduzione. Un tantino improvvisata e inaspettata ma è così che mi piace agire. Sono del parere che le cose debbano essere prese così come sono, senza sovrastrutture. Ma adesso basta parlare di me! C'è un motivo per cui ho deciso di scriverti questa lettera. Magari anche più di uno. Volevo semplicemente fissare dei promemoria nella tua testolina. Volevo costringerti a capire quanto sei speciale, perché tu non lo sai. Ecco, cominciamo proprio da questa parola che amo tanto, che ami tanto. Speciale. Analizziamo ogni singolo tratto di ogni singola lettera, scaviamo a fondo. D'altronde, lo facciamo sempre. Cosa vuol dire, esattamente, essere speciali? Per una mamma il proprio figlio è speciale, semplicemente perché è suo figlio. Magari gli altri non noteranno niente di particolarmente peculiare in lui, ma per la sua mamma resterà sempre speciale e questo non può essere cambiato. Però, seguendo questo ragionamento, tutti dovrebbero essere speciali. E, se lo sono tutti, alla fine non lo è più nessuno. Ma perché dovremmo seguire un ragionamento? Sai cosa penso? Che, a prescindere, ognuno lo sia a modo suo. Perché non è importante essere speciali per gli altri. Quello che conta è essere speciali per sé stessi e se te lo dico io che lo sei, allora devi credermi per davvero. Come pensavo, mi sono dilungata troppo. Di nuovo. Credo che questa sia una delle cose che distingue una persona dall'altra. Dilungarsi, per esempio, è una peculiarità della mia persona, un qualcosa che fa parte di me e che non può essere modificato. Perché io non sarei io senza i miei discorsi chilometrici e le mie lettere infinite. Proprio come questa. La cosa più bella è quando la peculiarità di una persona si intreccia o combacia con quella di un'altra. Penso proprio che le nostre peculiarità si abbraccino all'imperfezione. Sì, all'imperfezione, perché le cose perfette non mi sono mai piaciute. Ecco che torno a parlare di me, anche se poi io e te siamo la stessa persona. Detto così perde un po’ di poeticità ma tieni conto che un pezzo di te si sia staccato e abbia deciso di scriverti una lettera. Considera che quel pezzo sia io. Forse così ne ha riacquistata un po’ di poeticità, che ne dici? Ogni cosa ha un inizio e una fine ma chi dice che anche questa lettera debba averne una? No, non starò qui a consumarmi la dita fino alla fine dei tempi per via di questa lettera. Quello che intendevo è che dovrai leggerla ogni giorno per tenerla in vita e per far sì che, effettivamente, non abbia mai una fine. Tieniti strette le tue opinioni, i tuoi punti di vista, i tuoi pensieri, le tue idee, le tue stranezze, le tue peculiarità, le tue pazzie. Tieniti stretta la vita. Tieniti stretta la persona che sei. Con la ferma convinzione che tornerai a leggerla domani Te stessa P.s. Trattieni la voglia irrefrenabile di rosicchiare qualunque cosa, ogni tanto. P.p.s. Tanto so che continuerai a farlo lo stesso.

Rebecca D’Anna

- @stayxpeculiar

A volte mi chiedo se la realtà esiste davvero, se c’è veramente una natura delle cose, obiettiva e intatta.
O se tutto ciò che ci accade è già modificato in anticipo dalla nostra immaginazione.
Se sognando qualcosa gli diamo vita.
— 

Chitra Banerjee Divakaruni

Chissà se sognando qualcosa gli diamo una vita e un senso.

anonymous asked:

Cosa cambieresti della tua vita?

Cambierai cose del mio passato che hanno modificato il mio presente.Chiuderei rapporti con persone del mio passato prima di averli iniziati.Tutte quelle persona che immaginavo al mio fianco fino ai miei ultimi giorni non ci sono più. Ho trovato di meglio. Dicono “se non va sarà esperienza”, cazzata più grande mai sentita.A cosa serve fare esperienza se alla fine ciò che cerco è la felicità?l'esperienza ci fa diventare freddi e taglienti e si finisce per diventare infelici e più siamo infelici meno cerchiamo la felicità. La vediamo allontanarsi sempre di più fino a diventare un sogno , un sogno di quelli impossibili.

anonymous asked:

A volte mi vengono in mente domande assurde. Sono ignorantissima in materia, per cui mi chiedevo.. Ma perché si studia lo spazio? O meglio, che cosa abbiamo "guadagnato" andando sulla luna o mandando le sonde su Marte o qualsiasi altra cosa abbiamo fatto di simile? Sarebbe molto diversa oggi la nostra vita se ce ne fossimo stati a casa in pantofole? Ho smesso di fumare da una settimana ed ecco che è successo. (ti prego non dirmi di ricominciare) grazie

Studiamo lo spazio per capire come sistemare, nella maniera perfetta, 11 giocatori su un rettangolo di calcio.

Secondo il grande pensatore ceco del ‘700, Zdeněk Zeman, il modo migliore per stare in campo è il 4-3-3. Con tale disposizione si occupa interamente il campo in maniera perfetta. Caratteristiche principali: difesa altissima, sulla linea del centrocampo, centrocampo sui 16 metri e attacco in pratica in linea con i fotografi a bordo campo. Portiere volante.

Due secoli prima di lui, già l’olandese Hendrik Johannes “Johan” Cruijff aveva capito che lo spazio è relativo e chi attacca può difendere e chi difende può attaccare in quello che venne definito il calcio totale. Lo spazio è grande, ma se giochi il calcio totale lo diventa molto di più, soprattutto se sei quello che deve rincorrere gli avversari per rubargli il pallone.

Secondo il concetto spaziale del teologo di Fusignano, Arrigo Sacchi, invece, l’unica maniera di piegare lo spazio/tempo alle tue volontà era quello di adoperare il 4-4-2, un sistema sulla carta semplicistico ma che prevede tantissime varianti, soprattutto nella linea di centrocampo. Il 4 può avere due ale larghe che ti si piantano in attacco in una specie di 4-2-4, ma può diventare anche un rombo col regista basso davanti alla difesa, ma anche un terzetto in mediana con regista dietro le punte.

Con l’arrivo di Carlo Ancelotti di Roggiolo, però, quel 4-3-1-2 diventava un 4-3-2-1 ribatezzato anche l’alberello e che non segue più le leggi fisiche di Galileo ma opera ellitticamente intorno alla prima punta.

Ma è solo con l’arrivo di Mr Spilletto, monaco tibetano di Certaldo, che scopriamo la quinta dimensione dello spazio o del modulo a tonnara senza prima punta: il 4-2-3-1 dove l’1 era Francesco Totti che anziché correre verso la porta avversaria scalava a centrocampo per aprire i varchi ai 3 di centrocampo che s’inserivano come diti nel culo, in quella che fu una delle più gioiose macchine calcistiche spazio-temporali mai viste prima. 

Con la nascita del Guardiolismo, lo spazio diventa un posto fisso e immutabile. Il modulo senza punta viene modificato nel “falso nueve” e però si tende all’occupazione totale e statica del campo, dove i giocatori, per la prima volta stanno fermi e gira solo la palla come fosse impazzita. Il Barcellona ci vince tutto o con 2 mesi d’anticipo, dimostrando come lo spazio e il tempo siano la stessa cosa.

Da qua Nolan ne trarrà spunto per 2 film e un torneo di calciobalilla nei studios della Miramax di Hollywood.

Il guardiolismo, ovviamente, evolve e lo spazio torna ad essere occupato dinamicamente e nasce la teoria delle stringe o se vogliamo, della difesa a 3 e mezzo. Non a tre, ma manco a quattro: 3,5 e il fautore è un certo Paulo Manuel Carvalho de Sousa, matematico portoghese, che crea quello che fino a poco tempo fa si credeva impossibile, ovvero il primo modulo calcistico frazionato.

Per queste ed altre milioni di ragioni l’uomo studia lo spazio e in generale, tutto ciò che lo circonda. Per capire perché l’Italia, pur con il suo catenaccio, è stata una delle prime nazionali a proporre terzini che attaccavano alti, come il numero di attaccanti in campo non è proporzionale al numero di occasioni create e che " Non importa quanto corri, ma dove corri e perché corri.” (Z. Zeman).

Li vediamo parlare, li sentiamo dormire

Ci facciamo strada lungo la breve fila di persone che alla cassa aspettano il loro turno. Ci sono ragazzi e ragazze che contano monete che tengono in mano, e poi le danno ai commessi e poi ci sono altri che ricominciano e finiscono, per centinaia di volte ogni giorno. Noi però non abbiamo fame (non ce l’avremo mai) e non dobbiamo comprare niente. Il fast food in cui ci troviamo è immerso nella periferia di una grande città ed è fatto di mattonelle rosse quadrate e quasi tutte uguali. Le scrutiamo con i nostri tantissimi occhi, e con i nostri tanti occhi cerchiamo di ricomporre i disegni che ci suggerisce quello scorcio di vita quotidiana, che ogni secondo si riflette e si moltiplica per centinaia di migliaia di volte lungo tutta la città e lungo tutto il mondo. Fuori da qui c’è una pioggia leggera. Al tavolo numero ventisette è seduto un ragazzo poco più che ventenne. È da solo e ha un cappello rosso, una felpa scura e un giubbotto di pelle. Ha ordinato dei pancake asciutti e una bottiglia d’acqua naturale. Ci avviciniamo e lo guardiamo meglio. Ci avviciniamo e vediamo che ha i capelli biondi e probabilmente ricci (sappiamo che li ha ricci ma non lo possiamo dire), e intuiamo che fuori da qui non ha niente da fare. Ci avviciniamo e proviamo a guardarlo negli occhi ma lui non ci può vedere perché noi non siamo di questa realtà, e di conseguenza sappiamo già tutto e non abbiamo bisogno di guardarlo negli occhi. Ha degli occhi scurissimi che tiene concentrati sul coltello, e lo muove e lo gira e lo tocca come se gli servisse a dare una cadenza ai pensieri, a farli danzare su un ritmo omogeneo e sempre uguale. Comincia a parlare ma noi non lo capiamo. Abbiamo tantissime orecchie e sentiamo bene, ma ha detto qualcosa che nella nostra lingua non restituisce alcun valore. Allora continuiamo ad ascoltarlo ma riceviamo soltanto suoni indecifrabili. Nel mondo però sta succedendo qualcosa, perché di fronte a lui ora è seduta una ragazza che non esiste, che fino a un secondo fa non eravamo in grado di vedere. Qualcuno, in una stanza nascosta nel cuore di questo mondo, ha appena premuto l’interruttore della ragazza al fast food (ma chi è stato? Forse il ragazzo?). Prima non c’era, adesso c’è. Come una lampadina che si accende e si spegne. Ci avviciniamo alla ragazza e vediamo che ha i capelli biondi e molto lunghi. I due si salutano.

Ci spostiamo di 236 km verso sud-est. Siamo al centro di un’altra città, al quinto piano di un palazzo fatto di cemento e grandi vetrate. Sono da poco passate le tre di notte: lui sta lavorando a qualcosa al computer, lei è a letto ancora sveglia, sdraiata sul fianco sinistro. Ci avviniamo al suo orecchio e proviamo a sussurrarle qualcosa, ma non ha modo di sentirci. E allora camminiamo per la stanza scura, saliamo sul televisore acceso e poi sull’armadio e la guardiamo da lì. Ha i capelli biondi e ricci. È sveglia ma sembra avere la mente vuota. Torniamo accanto al suo viso e le guardiamo gli occhi: sono verdi e bianchi e neri e non stanno guardando niente. Vorremmo attirare la sua attenzione ma non sappiamo come fare (e la nostra esistenza, che è parallela alla sua, non ce lo permette). Poggiamo i nostri tantissimi occhi sul suo fianco destro, poi le contiamo i capelli ma smettiamo subito. Nell’altra stanza continua il tac-tac-tac della tastiera, che sigilla il tempo in un’abitudine infinita e immobile. Lei lo sente ma non ci fa più caso; lo sente ma non ci fa più caso da tanto. Non sente più neanche il televisore, che grida qualcosa a bassa voce. Ci avviciniamo allo schermo e lo fissiamo per qualche secondo: immagini di corpi e testi ci scorrono davanti senza avere un senso chiaro. Ci muoviamo e andiamo nella stanza accanto. Lui sta lavorando a qualcosa al computer, ha gli occhiali spessi e gli mancano i capelli sulle tempie. Ha quarantanove anni. Con le nostre tantissime orecchie sentiamo il lontano gocciolio di un rubinetto, in un’altra stanza. Ha il ritmo regolare di una goccia ogni otto secondi. Plic, poi otto secondi, plic. E ancora, plic, 8, plic. È un suono così costante che sembra essere nato insieme ad ogni altra cosa, durante il primo giorno del mondo. È un suono così costante che sembra aver imparato in quindici miliardi di anni a modellare il tempo dandogli una scansione eterna. Gli otto secondi su cui poi si sarebbero basate le azioni di ogni essere umano. Ma è un suono che lo infastidisce; è eterno e lo infastidisce da sempre. Le sue dita picchiano sulla tastiera, e i nostri tantissimi occhi sono capaci di avvertire ogni otto secondi un leggero spasmo nei muscoli dei suoi avambracci. Ma sono cose che non si vedono e di cui lui non può rendersi conto. Torniamo in camera da letto e lei è ancora immobile sul fianco sinistro. Il televisore è ancora acceso. Una mano le scivola in mezzo alle gambe.

Corriamo con le nostre tantissime gambe e ci ritroviamo nel fast food di prima, a più di duecento km a nord-ovest, in un’altra città. Ci abbiamo messo otto secondi e quindi sono quasi le quattro del mattino. Il locale adesso è quasi vuoto. La ragazza bionda che non esiste e il ragazzo con i capelli ricci sono seduti allo stesso tavolo e stanno parlando. A questo punto ci rendiamo conto della necessità di capire quello che sta succedendo. C’è qualcosa in quella ragazza che va oltre il nostro grado di comprensione: se non esiste, perché è lì? E anche fosse accettabile che non esista e che sia lì, perché siamo in grado di vederla (noi vediamo solo quello che esiste)? Eppure noi siamo certi che quella ragazza non esiste e che è stata creata dal ragazzo con i capelli ricci. Ne siamo certi e non riusciamo a capire. Loro due continuano a parlare come se esistessero entrambi, ma non è così. Allora con le nostre tantissime menti ci chiediamo cosa significhi esistere dentro questa realtà, e cerchiamo di stabilire o di trovare i confini entro cui si può parlare di esistenza e di non-esistenza. In qualche modo, con un bottone nascosto in una stanza segreta al centro del mondo, il ragazzo con i capelli ricci ha connesso le sue fibre nervose al piano dell’esistenza e lo ha modificato. Quello che esiste solo per lui ora esiste anche per tutti gli altri; ciò che pensa e ha sempre pensato, in una dimensione personale ma condivisa, adesso esiste anche per tutti gli altri. Ma a lui non importa, e comunque non ha idea di tutto questo. I due hanno un rapporto stretto e ridono e parlano in una lingua che non riusciamo a capire. Lei si alza e lo bacia e decide di andarsene. Lui la accompagna con lo sguardo.

Siamo di nuovo nell’appartamento del quinto piano. Tac-tac-tac. Plic, 8, plic. Il televisore ancora acceso diffonde il suo sibilo verso ogni direzione. Lei è ancora a letto, sul fianco destro. Le dita di una mano che non è più la sua le accarezzano il clitoride senza nessuna pretesa. Noi che possiamo leggere ogni suo pensiero la vediamo tornare con la mente alle notti di due mesi prima, ma il contesto è diverso e non c’è più nessun appartamento al quinto piano. Socchiude gli occhi e apre di poco le labbra e ricompone ricordi, e la sua mente si libera dalla regola degli otto secondi e dal continuo tac-tac-tac della tastiera. È finalmente libera dalle costrizioni, e noi che abbiamo tantissimi occhi e tantissimi sensi siamo in grado di intuire il suo sorriso. Ci avviciniamo per leggerla meglio, e lei per qualche minuto dimentica la sua vita, la sua casa, il rubinetto e l’uomo di quarantanove anni che sta lavorando. A questo punto ci rendiamo conto della necessità di capire quello che sta succedendo. La guardiamo da vicino, poi ci spostiamo e usciamo dalla finestra e la guardiamo da lì per avere un nuovo punto di vista. Adesso siamo sospesi a ventidue metri dal suolo, e da lì la vediamo sul letto, quasi immobile, che ci dà le spalle. Giriamo intorno all’edificio e cambiamo lato: ora dalla finestra vediamo l’uomo di quarantanove anni che sta spegnendo il computer. Lo spegne e si alza toccandosi la nuca, poi sussurra qualcosa che non abbiamo modo di capire (ma che abbiamo sentito benissimo). La donna bionda è sul letto e sta bussando forte su una porta chiusa di cui non esiste la chiave. La vediamo piangere e colti dalla compassione vorremmo fare qualcosa, ma non possiamo perché non è questo il nostro compito (e perché la nostra esistenza in questa realtà non ce lo permette). La porta è scurissima e il contatto con le sue nocche produce un rumore sordo e metallico, che sparisce immediatamente e rimane eterno. La colpisce in modo così violento che cominciano a sanguinarle le mani e le si cominciano a rompere le ossa. La porta ora è quasi completamente macchiata di rosso. Il sangue si mescola alle lacrime e ai frammenti di ossa e cola su un pavimento che non esiste, e poi si perde nel vuoto senza che nessuno riesca a vederlo. Lui entra in camera e spegne il televisore.

Torniamo dal ragazzo con i capelli ricci e vediamo che durante il nostro breve trasferimento non si è mosso di un solo centimetro. È seduto al tavolo e non finirà mai i pancake: sono due, uno è a metà e l’altro non è mai stato toccato. Dalla bottiglia mancano tre centimetri d’acqua. Ci avviciniamo al suo viso e lo ricominciamo a studiare. Le nostre tantissime menti ora sono di nuovo allineate perfettamente al piano dell’esistenza: avvertiamo con certezza la presenza di tutto ciò che esiste, e non c’è più nient’altro che non riusciamo a spiegarci. Sappiamo però altrettanto bene che la ragazza che non esiste è riuscita a piegare questo piano della realtà: con il suo non-esistere, per qualche ragione e in qualche modo che non possiamo comprendere, ha scucito un tratto di esistenza e lo ha ricucito seguendo un altro verso. Questo ci è chiaro dal leggero inarcarsi delle labbra del ragazzo con i capelli ricci, e dalla sua totale dedizione nei confronti della ragazza bionda che non esiste. Noi conosciamo il tempo e sappiamo che lui tornerà qui ogni notte anche senza di lei. Ordinerà pancake e ne lascerà sempre più di metà e poi uscirà sorridendo. Significa che questa notte siamo stati testimoni della scintilla su cui si basa il mondo, l’origine di tutte le cose: abbiamo visto la non-esistenza diventare esistenza eterna e vivere per sempre nei movimenti del ragazzo con i capelli ricci, per una sua scelta che non riguarda più solo lui ma il mondo intero. È una cosa che non riusciamo a spiegarci e che forse non siamo fatti per comprendere.

L’ultima immagine rimane impressa per qualche secondo sullo schermo del televisore, ma non ci fa caso nessuno. Lui si spoglia e si sdraia a letto. Lei apre gli occhi e li richiude subito e riporta la mano (che adesso è di nuovo la sua) al petto. Noi ci nascondiamo dietro l’armadio e li osserviamo con attenzione con i nostri tantissimi occhi. Lui sa che lei non dorme e non le dice niente. Lei stacca le mani dalla porta e ritorna alla sua vita. Le dita non le fanno più male e le lenzuola rimangono bianchissime. Dice che va bene così. La tastiera non fa più il suo rumore, ma è come se la sua eco continuasse a vivere nell’aria. Continuerà a vivere ancora per un po’ di tempo.

Il ragazzo con i capelli ricci si alza ed esce dal fast food. Sono quasi le cinque del mattino e il sole sta per apparire da qualche angolo di cielo. Il risveglio della città ha la forma delle insegne al neon che cominciano ad accendersi. C’è un taxi in strada e lui gli fa un cenno con la mano. Entra in macchina e chiede di andare a casa. Il viaggio dura più di due ore e dal finestrino si vedono scorrere le strade che ancora dormono e si alternano e vanno in alto e in basso come sbadigli infiniti. Si vedono le grandi vetrate dei palazzi e se si guarda bene anche la gente al loro interno. Questa notte il ragazzo con i capelli ricci è la parte più intima dell’infinito ciclo del risveglio. Se ne accorge e sorride.

Sono quasi le cinque del mattino e il giorno sembra ancora lontanissimo. I due sono a letto e si danno le spalle. C’è ancora nell’aria il tac-tac-tac della tastiera, e adesso è chiaro che non morirà mai. Se ne accorgono e si addormentano.

A un certo punto mi ricordo di essermi chiesto se non fossi geneticamente modificato,se non avessi una minuscola alterazione del DNA che mi separava appena appena ma in modo fondamentale dalla mia specie.
Sembrava che tutti fossero in grado di accoppiarsi, unire le proprie parti in modi piacevoli e fecondi,ma nella mia anatomia e nella mia psiche c'era qualcosa di impercettibilmente diverso che mi divideva in modo irrevocabile dagli altri.
Era una sensazione dolorosa che mi rendeva molto infelice.
—  Un giorno questo dolore ti sarà utile, Peter Cameron
Lettera al primo amore.

Stanotte, dopo un bel pò di tempo, ti ho sognato.

Sono passati anni dall'ultima volta che i nostri sguardi si sono incrociati e forse è vero che il primo amore non si dimentica mai.

Nonostante le innumerevoli foto ancora appese nella mia camera, nell'ultimo anno, sono state poche le volte in cui mi sei ritornato alla mente.
Sai avevo trovato qualcuno in grado di riuscire a colmare quel vuoto che tu inevitabilmente ti sei lasciato alle spalle, ma la paura di soffrire ancora ha preso il sopravvento, e non sono riuscita a dimostrare davvero tutto quello che provavo. 
Pensavo che il passare del tempo avesse modificato il tuo ricordo, che non sarei riuscita a sognarti, a immaginare com'era la sensazione delle tue braccia, che non avrei più rivisto il tuo splendido sorriso e i tuoi occhi di ghiaccio eppure, stanotte, dopo un sacco di tempo ci siamo ritrovati nello stesso letto.
Eravamo lì io e te, non abbiamo parlato, non abbiamo fatto nulla di particolare… semplicemente ti sei steso al mio fianco e mi hai stretto forte forte a te.
Tu sapevi sempre di cosa io avessi bisogno e forse adesso avrei bisogno davvero di un posto sicuro, di un posto in cui trovare la calma, avrei davvero bisogno di un paio di braccia in cui sentirmi a casa. 

Stanotte stavo tra le tue braccia e stavo davvero bene, ho odiato il fatto che nonostante lo volessi con tutto me stessa non riuscivo a sentire il tuo profumo, quel profumo che per un bel pò di tempo hai condiviso con me.

Stavamo lì io e te, dopo un infinità di tempo, eppure sapevamo che tutto stava per finire, ci stringevamo forte, ma intorno a noi si sentiva forte la sensazione che tutto stava per finire, ci stringevamo avidamente per far sì che l’ansia di doverci lasciare non prendesse il sopravvento, ma si sa che i sogni sono destinati a finire.

La vita ci ha dato la possibilità di incrociare le nostre strade e poi, nonostante noi non volessimo, ci ha separato.

Sono consapevole del fatto che, se per qualche strano caso della vita, i nostri percorsi si scontrassero ancora nessuno dei due riuscirebbe più  a fare la felicità dell’altro perché il tempo, inevitabilmente, cambia le persone e tra di noi di tempo ne è passato eppure sognarti mi ha fatto ricordare che la felicità esiste, che prima o poi arriverà qualcuno in grado di colmare quel vuoto che hai lasciato tu, che prima o poi non avrò paura d’amare oppure se l’avrò ci sarà qualcuno pronto a  scacciare le paure… proprio come facevi tu. 


Come rovinare l'infanzia ad una persona.

Il creatore di “ Due Fantagenitori” è bisessuale , quindi Timmy Turner era gay , ma Nickelodeon non ha accettato questo e lo ha modificato. Perciò il cappello e la maglietta rosa. Josh Parker soffriva di anoressia e perciò hanno smesso di registrare “Drake & Josh”. Babbo Natale, Santa Claus,qualunque si il modo in cui lo vogliate chiamare, è stato creato dalla Coca Cola per un annuncio che l'ha resa famosa. Della serie “Phineas e Ferb” , Candace Flynn … ESISTE ! , E’ una sedicenne russa che aveva due fratelli morti anni fa.A causa della loro morte, Candace è impazzita , e arrivò al punto di immaginare i suoi fratelli a fare tali progetti. Così, quando Candace porta sua madre per vedere se prende i suoi fratelli,non c'é niente, perché é frutto della sua immaginazione . Il creatore di “Il mondo di Elmo” era un pedofilo. Hello Kitty è una bambola diabolica creata da una ragazza giapponese con un trauma psicologico , in giapponese significa “ Ciao Diavolo” . Barbie era un giocattolo sessuale ma i creatori lo hanno modificato e lo hanno reso adatto ai bambini. I Teletubbies erano cartoni animati per bambini  disabili . Il famoso Paperino è stato creato da un padre in onore a suo figlio con problemi nel parlare . Betty Boop è stato creato in onore a una prostituta.

anonymous asked:

che cos'è l'athzagorafobia??

L’athazagorafobia è la paura persistente, anormale e ingiustificata di essere dimenticato, o ignorato, o di dimenticare.

Nella citazione che ho scritto, però, non si intende nel vero termine.
Nel senso che “eravamo athazagorafobia” lo voglio intendere come un “ci appartenevamo in un modo che non era appartenersi”.
Nel senso che “oggi siamo qualcosa, domani chi lo sa”.

Comunque ho modificato il post, ho messo la “definizione” sotto :)

Non amo troppo il passato.
Nel senso che non rovisto mai di proposito nella memoria.
E ho i miei motivi. Quando va bene, farlo intristisce e basta, fa sentire vecchi o malinconici.
Quando va male, assale una grande rabbia per non aver modificato qualche corso degli eventi, che so io, dato un pugno sul muso, urlato un vaffanculo, preso un treno in corsa, sbattuta una porta e girato i tacchi.
O peggio, peggio, peggio ancora ci si può pentire di non aver baciato all'improvviso quelle labbra che non potremo mai dimenticare.

Paola Felice

Ti ricordi quella volta
quando sono partita
e già ti mancavo
prima di salire sulla nave
ci eravamo promessi
di mandarci una foto ogni sera
per vedere come
il tempo e la lontananza
avrebbero modificato
i nostri volti
ma forse lo abbiamo fatto
per una settimana
anche meno
e quando sono tornata
i miei occhi
avevano visto tanta meraviglia
di terra, di cielo e di mare
e le tue braccia
avevano retto
il peso della mia assenza.
Ma in questo modo
ti guardai meglio
e tu mi abbracciasti meglio.
E il tempo e la lontananza
seppero
d'aver perso miseramente.

anonymous asked:

Com'è andata con Andrea?

La maggior parte delle persone che hanno letto lo screen avranno pensato che le cose sono andate bene, che Camilla e Andrea sono tornati insieme, dopo un messaggio del genere come è possibile che vada diversamente? 
E invece.. è andata diversamente. 
La mia estate ha fatto schifo, o in realtà tutta la mia vita da quel 12 marzo. 
Ho lavorato tutto il tempo per non pensare e sono stata con ragazzi di cui pensavo che mi importasse ma in realtà non erano niente. Una botta e via.
Un giorno tornando a casa mi sono accorta che Andrea era nei miei pensieri sempre più spesso, che la notte lo sognavo, sognavo che eravamo tornati insieme, che facevamo l’amore, che ci sposavamo. 
Mi sono chiesta più e più volte quale fosse la cosa giusta da fare. 
Che lui tanto era cambiato ed erano passati ormai cinque mesi.
Non ho avuto nessuno con cui parlarne, i miei amici con l’inizio dell’estate si sono volatilizzati e io facendo dei ritmi di vita diversi non sono riuscita a seguirli. 
Così ho pensato, mi butto, torno da lui. 
Il giorno seguente ho guardato i treni, Ravenna - Aosta, 500km, 8 ore.
Lo so è una follia ma ne valeva la pena. 
Il pomeriggio prima di partire ho chiamato sua nonna con la quale ero in ottimi rapporti raccontandogli che sarei partita l’indomani e chiedendogli se poteva tenere Andrea a casa con una scusa, perché sapevo che se gli avessi scritto dicendo che ero lì non mi avrebbe dato la possibilità di incontrarlo. Lei mi disse che mi avrebbe fatto sapere e nel pomeriggio mi richiamò dicendomi che Andrea sarebbe partito per Ibiza quella sera. Dopo averci riflettuto qualche ora e aver fatto qualche indagine sui social ho capito che era una bugia, così ho ripreso a mettere le cose in valigia e la mattina alle 5.03 del 22 agosto sono partita. 
E’ stato il viaggio più lungo di tutti quelli che avevo fatto per andare da lui, pieno di dubbi, ripensamenti, gioia, nostalgia, rimorsi. 
Sono arrivata ad Aosta alle 13 e grazie a snapchat ho scoperto che lui era a Milano con un suo amico così sono tornata a Chivasso da mia zia. 
La mattina seguente alle 9.06 ho preso il treno Chivasso - Aosta e sono partita per quello che sarebbe stato il mio nuovo presente.
Sono arrivata alle 10.30 e gli ho scritto un messaggio “Ho bisogno di vederti”
Lui non aveva capito, probabilmente aveva pensato che mi fossi bevuta la bugia di Ibiza e che non fossi partita così quando gli scrissi che ero ad Aosta rimase davvero stupito e mi chiese perché fossi lì.
Le mie parole furono “se mi raggiungi alla stazione te lo dico..”
Alla stazione non è mai venuto, ha iniziato a inventarsi di non essere a casa e di non potermi vedere, ho provato a insistere ma non c’è stato verso. Lui non mi ha mai raggiunta.
Così gli ho scritto in chat la lettera che gli avevo scritto a mano e che avevo imbevuto nel mio profumo, ma la risposta è stata “ Apprezzo ciò che hai scritto e il coraggio che hai avuto nel farlo. Nonostante ciò, mi spiace, ma io non ho intenzione di riprendere i contatti. Quel che è successo è successo, mi spiace In bocca al lupo per tutto”
Ero sotto la pioggia da trenta minuti, con le gambe e le mani che tremavano, con l’orgoglio sotto i piedi, con tutto l’amore possibile, ma lui non mi ha mai raggiunta. 
Se sua nonna mi avesse aiutata probabilmente le cose sarebbero andate diversamente. Sarei andata a Pleiu dove aveva la casa lei e avrei creato un piccolo percorso con dei bigliettini, delle frasi e la lettera che l’avrebbero condotto da me. Saremmo stati io e lui e basta, io e lui faccia a faccia dopo mesi, io lui e il nostro amore. 
Purtroppo però è stata una battaglia che ho dovuto combattere da sola e che probabilmente era persa in partenza. 
Non mi pento di niente, rifarei quel viaggio cento volte perché per quanto non sia andato come speravo mi ha dato delle risposte, mi ha fatto capire che questa persona non è lui, che sta scappando da se stesso, da ciò che prova. Lui mi ama ancora, altrimenti non avrebbe avuto problemi a presentarsi. 
Non avrebbe avuto problemi a dirmi in faccia che non mi voleva più. 
Lui mi ama ancora, troppo. 
Mi ha lasciata per la distanza non perché non mi amava più e se si fosse presentato tutto ciò di cui si è auto convinto fino ad adesso sarebbe caduto in pezzi. 
Lo conosco fin troppo bene, avevo previsto ogni sua reazione, sapevo che mi avrebbe mentito, che sarebbe scappato ma ho voluto provare. 
Non ho nessun rimorso di come sarebbe andata se, perché ho fatto davvero tutto ciò che era possibile fare. 
Probabilmente i ricordi e i rimorsi lo andranno a cercare, si pentirà lo so, ma io non ci sarò più. Per quanto io lo amassi, sono andata avanti con la mia vita e ho modificato la frase che lui mi disse tempo fa “Adesso ci siamo noi, punto e basta.” in “Adesso ci sono io, punto e basta.”

Com'è morto Giuseppe Pinelli.

E’ circa la mezzanotte di lunedi’ 15 dicembre 1969. Un uomo discende lentamente lo scalone principale della questura di milano. Giunto nell’ atrio dell’ ingresso principale di via Fatebenefratelli si ferma un momento, accende una sigaretta. E’ indeciso se uscire, andarsene a casa, oppure rimenere ancora qualche minuto, fare un'attimo il giro negli uffici della squadra mobile che stanno li’ di fronte a lui, dall'altra parte del cortile. Sono giornate faticose queste per i cronisti milanesi e lui in particolare si sente stanco, avvilito: si sa gia’ che nella mattina e’ stato arrestato un'anarchico di nome Valpreda; c'entrera’ davvero con le bombe di Piazza Fontana? E poi nelle camere di sicurezza della questura, nelle stanze al quarto piano dell’ ufficio politico ci sono ancora almeno un centinaio tra anarchici e giovani della sinistra extraparlamentare che da tre giorni, dal venerdi’ delle bombe, sono sottoposti a continui interrogatori.

L'uomo, Aldo Palumbo, cronista dell’Unita’ di Milano, muove i primi passi per attraversare il cortile. E sente un tonfo, poi altri due, ed e’ un corpo che cade dall'alto, che batte sul primo cornicione del muro, rimbalza su quello sottostante e infine si schianta al suolo, per meta’ sul selciato del cortile, per meta’ sulla terra soffice dell’ aiuola. Palumbo rimane paralizzato per qualche secondo al centro del cortile, poi si avvicina al corpo, ne distingue i contorni del viso. E subito corre a dare l'allarme, agli agenti della squadra mobile, agli altri cronisti che sono rimasti in sala stampa quando lui e’ uscito.

La mattina dopo tutti i quotidiani escono a grossi titoli con la notizia del suicidio di Giuseppe Pinelli. Di questi giornali, quelli che al momento dell'incidente avevano il loro cronista in questura scrivono che il suicidio e’ avvenuto a mezzanotte e tre minuti. Nei giorni seguenti, stranamente questo particolare del tempo viene modificato: prima lo si corregge a “circa mezzanotte”, poi lo si sposta ancora indietro, sino ad arrivare ad un tempo ufficiale: “Pinelli e’ morto alle ore undici e 57 minuti del lunedi’ notte 15 dicembre”.

Ai primi di Febbraio, dal'inchiesta condotta dalla magistratura trapela un particolare: la chiamata fatta quella notte dala questura di Milano al centralino telefonico dei vigili urbani per richiedere l'intervento di una autoambulanza, e’ stata registrata da uno speciale apparecchio e quindi si puo’ stabilire con certezza l'attimo esatto, che risulta essere mezzanotte e 58 secondi. Come a dire due minuti e due secondi prima della caduta di Pinelli, se si sta al tempo segnalato da tutti i giornalisti che erano in questura quella notte. Si e’ trattato di una svista collettiva, e abbastanza clamorosa per gente abituata ad avere delle reazioni automatiche, professionali, quali il guardare per prima cosa l'orologio quando avviene un incidente del genere? E’ n fatto pero’ che nel frattempo sono successe due cose strane.

Qualche giorno dopo la morte di Giuseppe Pinelli, due agenti della squadra politica della questura si sono presentati al centralino telefonico dei vigili urbani per controllare il momento esatto di registrazione della chiamata. Cosa significa questo zelo del tutto gratuito dato che e’ la magistratuta, e non la polizia, che si occupa del'inchiesta sulla morte di Pinelli? Perche’ preoccuparsi tanto dell'orario di chiamata dell'ambulanza se le cose si sono svolte cosi’ come sono state raccontate? La risposta potrebbe essere questa: la chiamata e stata fatta prima che Giuseppe Pinelli cadesse dalla finestra.

Verso i primi di gennaio il giornalista Aldo Palumbo, la prima persona che si e’ avvicinata a Giuseppe Pinelli morente nel cortile della questura, trova la sua abitazione sottosopra. Qualcuno e’ entrato, ha rovistato dappertutto, ha aperto cassetti, rovesciato mobili, frugato armadi. Ladri? Sarebbero ladri ben strani considerato che non hanno rubato ne le tredicimilalire che erano in una borsa, er che pure devono aver visto poiche’ la borsa e’ stata aperta, e neppure quei pochi gioielli nascosti in un'altra borsa, pure essa trovata aperta. Due quindi le ipotesi: o gli ignoti cercavano qualcosa, qualcosa collegato agli ultimi istanti in qui il giornalista fu ficino, e da solo, a Giuseppe Pinelli morente; oppure si e’ trattato di un'avvertimento, un monito a tenere la bocca chiusa rivolto a chi, come Aldo Palumbo, poteva essere sospettato di sapere qualcosa, forse di aver sentito mormorare da Pinelli un nome, una frase.

Basterebbero questi primi, pochi elementi per formulare pesanti sospetti sulla versione dell’ anarchico morto suicida. In realta’ ce ne sono molti altri, e sono questi.

Pinelli cade letteralmente scivolando lungo il muro, tanto che rimbalza su ambedue gli stretti cornicioni sottostanti la finestra dell'ufficio politico; non si e’ dato quindi nessuno slancio.

Cade senza un grido e i medici stabiliranno che le sue mani non presentano segni di escoriazione, non ha avuto cioe’ nessuna reazione a livello istintivo, incontrollabile, nemeno quella di portare le mani a proteggersi durante la scivolata”.

La polizia fornisce nell'arco di un mese tre versioni contrastanti sulla meccanica del suicidio. La prima : quando Pinelli ha spalancato la finestra, abbiamo tentato di fermarlo ma sensa riuscirci. La seconda: quando Pinelli ha spalancato la finestra, abbiamo tentato di fermarlo e ci siamo parsialmente riusciti, nel senso che ne abbiamo fermato lo slancio: come dire, ecco perche’ e’ scivolato lungo il muro. Ma questa versione e’ stata resa a posteriori, dopo cioe’ che i giornali avevano fatto rilevare la stranezza della caduta. Infine l'ultima, la piu’ credibile, fornita in “esclusiva” il 17 gennaio 1970 al Corriere della sera: quando Pinelli ha spalancato la finestra, abbiamo tentato di fermarlo ed uno dei sottouffuciali presenti, il brigadiere Vito Panessa, con un balzo “cerco’ di afferrarlo e salvarlo; in mano gli rimase una scarpa del suicida” I giornalisti che sono accorsi nel cortile, subito dopo l'allarme lanciato da Aldo Palumbo, ricordavano benissimo che l'anarchico aveva ambedue le scarpe ai piedi.

Poi la polizia fornisce due versioni contrastanti anche sul movente anche sul movente del suicidio. Primo: Pinelli era coinvolto negli attentati, il suo alibi per il pomeriggio del 12 dicembre era crollato, e sentendosi ormai perduto ha scelto la soluzione estrema, gridando “E’ la fine dell'anarchia”. Seconda versione, fornita anche questa a posteriori, dopo che l'alibi era risultato assolutamente valido: Pinelli, innocente, bravo ragazzo, nessuno riesce a capacitarsi del suo gesto.

Dando questa seconda versione, la polizia afferma anche che la tragedia e’ esposa nel corso di un'interrogatorio che si svolgeva in una atmosfera del tutto legittima, civile e tranquilla, con scambio di sigarette ed altre delicatezze del genere. L'anarchico Paquale Valitutti, uno dei tanti fermati che tra il venerdi’ delle bombe ed il lunedi’ successivo hanno riempito le camere di sicurezza della questura, ha fornito invece questa testimonianza: “Domenica pomeriggio ho parlato con Pino (Pinelli) e con Eliane, e Pino mi ha detto che gli facevano difficolta’ per il suo alibi, del quale si mostrava sicurissimo. Mi anche detto di sentirsi perseguitato da Calabresi e di avere paura di perdere il posto alle ferrovie. Verso sera un funzionario si e’ arrabbiato perche’ parlavo con gli altri e mi ha fatto mettere nella segreteria che e’ adiacente all'ufficio di Pagnozzi (un altro commissario, come Calabresi, dell'ufficio politico: n.d.r.); ho avuto occasione di cogliere alcuni brani degli ordini che Pagnozzi lasciava ai suoi inferiori per la notte. Dai brani colti posso affermare che ha detto di riservare a Pinelli un trattamento speciale, di non farlo dormire e di tenerlo sotto pressione per tutta la notte. Di notte il Pinelli e’ stato portato in un'altra stanza e la mattina mi ha detto di essere molto stanco, che non lo avevano fatto dormire e che continuavano a ripetergli che il suo alibi era falso, mi e’ parso molto amareggiato. siamo rimasti tutto il giorno nella stessa stanza, quella dei caffe’, ed abiamo potuto scambiare solo alcune frasi, comunque molto significative. Io gli ho detto "Pino, perche’ ce l'hanno con noi?” e lui molto amareggiato mi ha detto: “si, ce l'hanno con me”. Sempre nella stessa serata del lunedi’ gli ho chiesto se avesse firmato dei verbali e lui mi ha risposto di no. verso le otto e’ stato portato via e quando ho chiesto ad una guardia dove fosse , mi ha risposto che era andato a casa. Io pensavo che stesse per toccare a me di subire l'interrogatorio, certamente piu’ pesante di quelli avvenuti fino ad allora: avevo questa precisa impressione.. dopo un po’, verso le 11, 30 ho sentito dei rumori sospetti, come di una rissa ed ho pensato che Pinelli fosse ancora li e che lo stessero picchiando. Dopo un po’ di tempo c'e’ stato il cambio della guardia, cioe’ la sostituzione del piantone di turno fino a mezzanotte. Poco dopo ho sentito come delle sedie smosse ed ho visto gente che correva nel corridoio verso l'uscita, gridando “si e’ gettato”. Alle mie domande hanno risposto che si era gettato il Pinelli: mi hanno ance detto che hanno cercato di trrattenerlo ma che non vi sono riusciti. Calabresi mi ha dettto che stavano parlando scherzosamente del Pietro Valpreda, facendomi chiaramente capire che era nella stanza nel momento in cui Pinelli casco’. Inoltre mi ha detto che Pinelli era un delinquente, aveva le mani in pasta dappertutto e sapeva molte cose degli attentati del 25 aprile. Queste cose mi sono state dette da Panessa e Calabresi mentre altri poliziotti mi tenevano fermo su una sedia pochi minuti dopo il fatto di Pinelli. Specifico inoltre che dalla posizione in cui mi trovavo potevo vedere con chiarezza il pezzo di corridoio che Calabresi avrebbe dovuto necessariamente percorrere per recarsi nello studio del dottor Allegra e che nei minuti precedenti il fatto (cioe’ la stessa caduta di Pinelli n.d.r) Calabresi non e’ assolutamente passato per quel pezzo di corridoio".

Dunque l'ultimo interrogatorio di Giuseppe Pinelli non e’ stato cosi’ tranquillo come si e’ cercato di far credere, ed e’ falso anche che al mom,ento della caduta il commissario aggiunto Luigi Calabresi non fosse presente nella stanza. Ma perche’ queste menzogne? La risposta puo’ essere trovata in un articolo pubblicato dal settimanale Vie Nuove nelle settimane seguenti.

“Quando l'anarchico fu trasportato nella sala di rianimazione del'ospedale Fatebenefratelli non era in condizioni di coscienza, aveva un polso abbastanza buono ma il respiro molto insufficiente, il che poteva essere provocato da ragioni organiche (cioe’ il gran colpo del'impatto con il terreno o qualcosato) oppure psicologiche (cioe’ lo stato di tensione precedente alla caduta, ma questa sembra un'eventualita’ meno valida.) Il particolare che stupi’ i medici fu che il corpo, almeno da un esame superficiale, non presentava nessuna lesione esterna ne perdeva sangue dalle orechie e dal naso, come avrebe dovuto essere se Pinelli avesse battuto violentemente la testa. Una constatazione, questa, che fa sorgere subito un'altra domanda in chi non ha mai voluto credere nella versione del suicidio: se e’ vero, come sembra, che la necroscopia ha accertato una lesione bulbare all'altezza del collo, qale si sarebbe pututa produrre battendo al suolo il capo, come mai orecchie e naso non sanguinavano ne volto e testa non presentavano lesioni evidenti? Per logica si arriva quindi ad una seconda domanda: non e’ possibile che quella lesione al collo fosse stata provocate prima della caduta? Come e da cosa non ci vuole molta fantasia per immaginarlo: sono ormai molti anni che nelle nostre scuole di polizia quella antica arte giapponese di colpirecol taglio della mano, nota come Karate’. Fossero stati interrogati, quei due medici (che hanno prestato cure a Pinelli morente n.d.r.) avrebbero pututo raccontare un'altro episodio. Quella notte del 16 dicebre, nell’ atrio del Fatebenefratelli regnava una grande confusione. Si era trasferito tutto lo stato maggiore della polizia milanese, il questore Marcello Guida compreso. Ma la polizia era presente anche all'interno della sala di rianimazione dove i due medici tentavano invano di tenere in vita Giuseppe Pinelli, tranquillo, silenziose, non molto turbato dalla vista dell'operazione di intubazione orotracheale e di ventilazione con il pallone di Ambu’ alla quale l'anarchico veniva sottoposto, un poliziotto inborghese, camicia e cravatta, baffetti neri e un distintivo all'occhiello della giacca, non si allontano’ neanche per un attimo dal lettino dove Pinelli stava morendo, attento a raccogliere ogni suo rantolo(…) Chi gli ha dato l'ordine di entrare nella stanza compiendo un abuso di autorita’ che non e’ tollerato negli ospedali? E perche’ e’ entrato, cosa pensava o temeva che Pinelli potesse dire prima di morire?”

I risultati del'autopsia, dalla quale sono stati esclusi i periti di parte, non vengono resi noti. I due medici - Gilberto Bontani e Nazareno Fiorenzano- che hanno tentato di salvare Pinelli, solo il secondo, e solo molte settimane piu’ tardi, e dietro istanza della moglie dell'anarchico, viene interrrogato dal procuratore Giuseppe Caizzi, il magistrato cui e’ affidata che nel mese di maggio 1970 si concludera’ con un sibillino verdetto di “morte accidentale” (non suicidio quindi, se la lingua italiana ha un senso. Ma allora la polizia ha mentito…).

Subito dopo che il dottor Nazareno Fiorenzano e’ stato interrogato, nel palazzo di giustizia circola una voce secondo cui la polizia lo ha pesantemente “avvertito” che il caso Pinelli e’ un caso da archiviare, e percio’ e’ meglio che non si ponga troppi interrogativi. Ma cosa puo’ aver notato o capito il medico di guardia davanti al corpo di Pinelli morente?

La testimonianza che egli rilascia a un collega prima di essere interrogato dal magistrato e questa:

“1) Gli infermieri che raccolsero Pinelli ebbero l'impressione che fosse gia’ morto.

2) il massaggio cardiaco esterno fu praticato da un infermiere di nome Luciano.

3) solo eccezionalmente - e per lo piu’ in vecchi dallo scheletro rigido - il massagio cardiaco puo’ produrre incrinature alle costole.

4) da quando fu raccolto, e fino alla morte Pinelli non emise ne un lamento ne una parola.

5) quando Pinelli arrivo’ al prontosoccorso del Fatebenefratelli, non aveva piu’ polso, pressione e respirazione. Appariva decerebrato; ma il dottor Fiorenzano non ebbe l'impressione che la teca cranica fosse fratturata. Non perdeva sangue dagli occhi, dal naso, dalla bocca. Presentava anche abrasioni alle gambe. Lesione bulbare? Mani intatte.

7) Pinelli fu intubato, sottoposto a ventilazione artificiale ed altre pratiche di rianimazione. Riebbe polso polso e pressione. Respiro che confermerebbe lesione bulbare. Mancanza di riflessi ecc. confermano che (parole testuali) "si trattava di un morto cui avevano dato un po’ di vita vegetativa” Rianimazione sospesa dopo 90’

8) Il dottor Guida arrivo tre minuti dolo Pinelli. Disse al dottor Fiorenzano che non poteva fare nulla contro l'irreparabile, ebbe l'aria di scusarsi e se ne ando’.

9) Il dottor Fiorenzano ignorava l'identita’ del ferito, che non gli fu detta dai poliziotti. La sua insistenza per conoscerla irrito’ molto i poliziotti.

10) I poliziotti ripetevano, tutti con le stesse parole, che si era buttato dalla finestra. Sembra ripetessero una formula.“

E quindi, eccomi qui. Sono tornato.

Mi sembra giusto fare questo post per raccontarvi un po’ quella che è stata la mia vita in questi giorni senza Tumblr.

Vorrei cominciare parlando dei motivi che mi hanno spinto a fare questa scelta.

Ultimamente la situazione stava iniziando a peggiorare. Non che ci fosse un motivo preciso, un litigio o altro. Solo che io, dentro, continuavo a sentirmi ogni giorno sempre peggio. E quel giorno, il 25 settembre, per la prima volta stare su Tumblr non mi faceva piacere.

Cioè, per la prima volta avrei preferito stare completamente da solo, senza neanche gli “amici online”. Erano un paio di giorni che pensavo di chiudere il blog per un po’, ma, in realtà, quando quella mattina mi sono svegliato non avevo assolutamente idea che 6 ore dopo mi sarei trovato a scrivere “A presto”.

In ogni caso, l'ho fatto. Non ci ho rimuginato sopra neanche per 10 minuti, è stata una scelta azzardata.

Ciò che mi premeva capire era: com'è la mia vita senza Tumblr? E’ migliore, è peggiore, è uguale? (madonna, erano due settimane che avevo in mente di scrivere questa frase quando sarei tornato)

E ora, col senno di poi, posso dire che è decisamente migliore senza.

Perché adesso ho trovato l'amore. O forse no. In ogni caso, sto cominciando a provare dei sentimenti per una persona che ricambia. Ci siamo visti, e stiamo provando a stare insieme. Diciamo che lei mi rende felice.

Sto imparando ad accettarmi di più. Mi guardo allo specchio e mi piaccio, sono sicuro di me, e ho voglia di uscire.

Ho fatto tantissime nuove amicizie in questo periodo, diciamo che sono uscito di casa quasi tutti i giorni, aiuto.

Ho trovato il coraggio di parlare ai miei di ciò che provo. Sono stati comprensivi, e ormai sono 10 giorni che vedo uno psicologo. Mi sta facendo bene parlare, di tutto, in generale.

Per la prima volta in vita mia mi sento appagato. Ed e’ assurdo, perché è successo tutto assolutamente per caso.

Bene, gli ultimi sei paragrafi sono assolutamente inventati. Ahah.

Volevo che per un secondo vi sembrasse che fossi stato bene.

Comunque, torniamo alla realtà. 

Diciamo che la mia vita qui è sempre uguale, con o senza Tumblr. Di certo mi sono sentito più solo, e questo non posso nasconderlo.

Ci sono stati pomeriggi nei quali non avevo davvero nessuno con cui parlare, ero online su whatsapp solo per leggere gli stati degli altri. Nessuno mi scriveva e io non scrivevo a nessuno. “Non potevo” venire su Tumblr e leggere i messaggi di qualche anon coccoloso, perché ero intenzionato a stare senza questa ‘distrazione’ per un po’, e così passavo le ore leggendo le risposte di gente a caso su ask, e guardando videoricette.


In effetti avevo intenzione di tornare il 25, dopo un mese esatto, e fino a ieri sera era ancora quella la mia intenzione. Ma poi stamattina mi sono svegliato e mi son detto “dai Gianmichele, torniamo su Tumblr”.

E così eccomi qui.
Anche se in realtà non me ne sono mai andato.

Mi connettevo tutti i giorni, come sempre. Solo che mi limitavo ad osservare e a leggere. Senza scrivere, senza postare.

Leggevo i commenti all'ultimo post che avevo fatto, leggevo le fanmail in cui in tanti dicevate che vi mancavo (e di questo ne sono felicissimo, perché fino a stamattina continuavano ad arrivare mail del genere, ahw).

E sì, spesso ho anche modificato l'ultimo post, aggiungendo una faccina felice alla fine della seconda frase e togliendola dopo qualche ora. Ve ne siete accorti solo ieri sera, quando l'ho fatto per la quinta volta.

Non è successo nulla di emozionante in questi giorni, sono ciò che ero prima: un ragazzo strano che un giorno sorride (e l'altro pure), ma che poi torna a casa, inizia a rendersi conto di quanto è solo e allora si scazza col mondo, si chiude in camera, evita di parlare con tutti, e attende la fine della giornata sotto le coperte.

Per quanto riguarda la mia famiglia, diciamo che ora è come se vivessi da solo.

La scorsa settimana ho litigato con mia madre. Non voglio parlare di questo, vi basti sapere che mi sono state dette delle frasi… boh, orribili, che ricordo ancora.

Non ci parliamo da allora.

Credo che lei si sia pentita di ciò che mi ha detto: continua a fare tutto ciò che faceva prima, e quindi stira, mette a posto i miei vestiti, tenta di rivolgermi la parola. Ma io la liquido freddamente, perché per ora non ho intenzione di far pace con lei.

Con mio padre i rapporti sono freddi da un po’, diciamo da luglio, e solo una persona sa il motivo di ciò (e no, mio padre non è un alcolista, non è un drogato, non va a prostitute, non abusa di me, non mi picchia e non fa qualsiasi altra cosa che stiate pensando).

E per ora va così, insomma. Torno da scuola, poso lo zaino, pranzo. E poi solita routine: mi chiudo in camera, pigiama, coperte, letto fino alla sera, poi cena e poi ancora letto.
Questo tutti i giorni.

Loro (soprattutto mio padre) mostrano preoccupazione per ciò che faccio, mi invitano a “uscire” (anche solo uscire dalla camera, e non necessariamente da casa), ma ormai credo si siano rassegnati: è più di un anno che la situazione è così, non si può cambiare.

Non sto male, perché ormai questa è la normalità. Ovviamente non sto nemmeno bene, ma chissenefrega.

Durante questi giorni ci sono stati diversi momenti in cui sono crollato, come quando ero su Tumblr. Questa volta, però, non ho potuto connettermi e scrivere stati depressi. Mi sono tenuto tutto per me, non ne ho parlato con nessuno e ogni volta ho aspettato che passasse nella solitudine del mio letto.

Ed è passato, sempre.

In effetti non parlarne con nessuno non è stato orribile quanto immaginassi.

Ah, sì, ho aperto un nuovo blog. Seguo anche qualcuno di voi, quindi occhio, lol. Nulla di che, comunque, in una settimana e mezzo ho raggiunto ben 69 lettori, quindi…

Questo è quanto, nel caso mi venisse in mente qualcos'altro rebloggherò questo post aggiungendola.
Grazie per avermi aspettato, grazie per l'affetto che avete continuato a dimostrarmi. Le attività continuavano a impazzire, i lettori e i messaggi continuavano ad aumentare anche a distanza di due settimane.

Ed è una cosa bellissima, perché mi fa capire che ho davvero lasciato un segno nei miei lettori.

L'immagine che da stamattina sta facendo discutere praticamente tutto il mondo ha catturato anche la mia attenzione.
Ho sentito gente dire con convinzione che il vestito è Celeste e Marroncino e gente dire che è sicuramente Bianco perché con l'Oro il Celeste non si abbina. Ho sentito di tutto, ma non sapevo come giudicare la cosa.
Ho fatto varie ricerche e ho trovato l'immagine originale del vestito in vendita in un negozio online… Come vedete è nero e blu (Il sito ufficiale del negozio rende disponibile il vestito anche in altri colori ma sono molto distanti da quelli che erano i dubbi iniziali, quindi sono stati scartati già in partenza).
Ho applicato qualche filtro e ho modificato qualche parametro per simulare le strane condizioni di luce che possono aver causato un'alterazione dei colori così strana e come vedete ho ottenuto un risultato abbastanza simile con davvero pochi cambiamenti… Ho modificato un po’ la luminosità, il contrasto, la temperatura e la tinta… Ed ecco che magicamente compaiono gli stessi colori che il nostro occhio percepisce nel guardare la foto incriminata.
Ciò significa che nel luogo in cui è stata scattata la foto c'erano particolari condizioni di luce che hanno portato la fotocamera del cellulare a catturare i colori in modo così alterato.
Inoltre, per chi si stesse chiedendo come il Nero possa diventare color Oro, la risposta è semplicemente che si tratta di un tessuto semitrasparente, quindi facilmente alterabile, specialmente in foto.
E per finire, anche la ragazza che ha postato l'immagine ha affermato che il vestito è Nero e Blu, ma la gente continuava a non crederci.

Adesso condividete il messaggio con tutti quelli che hanno perso un giorno intero a discutere su questa foto, così calmiamo le acque… Pace e amore.

 — Mawkisness