minolta x 300

flickr

到鴨川散步 by Mary Sy

flickr

Rainy mood by Mindaugas Dainauskas

4

Milano underground by Alessandra Papagni
Minolta X-300 + Kodak Gold 200 + Epson V370

2

Quando entri a Shatila ti dicono “stai attento”, la gente sgrana gli occhi e si stupisce che tu sia davvero tornato da lì e sia ancora intero. A Shatila è vietato fare foto per strada: uno scatto, la tua vita. E allora ti irrigidisci quando entri, ti tieni la camicia stretta al collo, pensi di coprirti il viso e i capelli, pensi a cosa succederebbe se non uscissi mai di lì, imprigionato e perduto in un chilometro quadrato di pietra, di strade strette - troppo strette - tra il fumo, la terra, la sporcizia; un chilometro quadrato in cui la polizia non può entrare. Ma poi Shatila non è quello che ti aspetti. Shatila è il fallimento dell’uomo, a cielo aperto, il fallimento di un’integrazione e di un’azione umanitaria persa in mille belle parole, porta ancora il peso di un recente massacro, nel sangue ancora incrostato sui muri, nelle fotografie appese, nei fori di proiettile come una sinfonia di guerra, nell’odore dei corpi bruciati come un ricordo vivo. Uccisi per cosa, poi? Porta ancora il peso delle mille domande, delle mille paure ma Shatila, più di tutto, è una casa, è una vita intera, è un non-luogo e una prigione, senza sbarre fisiche ma reali. Lì dentro vivono troppe famiglie, troppi bambini senza un’identità né un paese di origine, troppi invisibili, eppure a Shatila sopravvive l’eterna lotta per la dignità, fatta delle piccole cose, dei piccoli gesti, dei piccoli mestieri e dei sorrisi dei bambini e degli uomini per strada che, mentre si avvicinano e tu per riflesso ti sposti, allargano il sorriso e ti dicono “welcome”. 
Benvenuti a Shatila, il cuore ferito di Beirut.