mi-siedo

Quando corro dietro a quello che penso di volere, i miei giorni sono una fornace di stress e ansia.
Se mi siedo nel mio posto di pazienza, quello che mi serve fluisce verso me, e senza dolore.
Da questo ho capito che quello che voglio anche mi vuole, è alla ricerca di me e mi attrae.
C'è un grande segreto qui, per chi può afferrarlo.
—  Shams Tabrizi
Puglia, 12 luglio 2016-

Ho finito gli esami, per questa sessione. Finalmente. Entro nella mia stanza e chiamo mia madre: “È andato pure questo, mamma. Adesso sistemo le ultime cose e torno dritta dritta a casa. Fra poco ho il treno. Ci vediamo dopo!”.
Chiudo la valigia, butto il libretto universitario nello zaino e vado alla stazione.

Fa caldo oggi, molto. È un caldo asfissiante e il vento che soffia leggero mi brucia lentamente la pelle. Questa valigia pesa troppo. Non ce la faccio a trascinarla. E lo zaino mi schiaccia le spalle. Non vedo l’ora di salire sul treno.
Sono al binario; mi accendo una sigaretta nell’attesa. Due tiri e la butto. Fa troppo caldo pure per fumare. Prendo il cellulare e scrivo alla mia migliore amica: “Ci vediamo stasera. Organizza un aperitivo: ho voglia di far festa”. Lei mi risponde con una faccetta ridente: “Avverto gli altri”. Sorrido. La mia terra, la mia gente: finalmente. Quante ne faremo st’estate. E poi il lavoro, e la tesi. Sarà un mese di fuoco, letteralmente. Penso troppo alle cose che dovrò fare nei prossimi giorni, tanto da non accorgermi che il treno è arrivato. Quasi lo perdo. Torno con i piedi per terra e salgo. Quanta gente c’è. Oggi è affollatissimo. Spero di trovare un posto. Ah, menomale: c’è l’aria condizionata. Respiro. Attraverso uno, due, tre vagoni. Eccolo là, un sedile vuoto. Accelero il passo: il ragazzo lì in fondo potrebbe rubarmi il posto e io tutto il viaggio in piedi proprio che non me lo voglio fare. Butto la valigia sul portabagagli e mi siedo. Di fronte a me c’è una ragazza, carina ma con una voce troppo stridente per i miei gusti. Ha voglia di chiacchierare ma non sono in vena di socializzare. Mi infilo repentinamente le cuffie nelle orecchie. Sparo il volume al massimo: nessuno mi deve disturbare.
Il treno è in corsa: e guardo la terra bruciata dal sole cocente di luglio; e guardo le chiome degli ulivi che si smuovono allo sfrecciare del treno. E guardo la mia terra: cristo, quant’è bella. E cristo quanto sono felice: pure quest’anno è andato. Dai, che la laurea è vicina. E poi? E poi la specialistica. Si, ma dove? Non lo so. Un problema alla volta sennò non risolvo nulla. Uh, devo avvertire il mio ragazzo: “Arrivo alle due. Mi vieni a prendere tu alla stazione?”-“Certo! Alle due, giusto? Tranquilla che mi faccio trovare al binario”. Perfetto.
Corre il treno. Corre.
Scorrono i minuti sull’ipod. Parte un’altra canzone. E poi un’altra ancora.
E poi.

E poi si ferma tutto.

Un boato. Un fischio. La mia testa che rimbalza sul sedile. Una, due, tre volte. Rimbalza forte. Mi fa male.
Volo. Volo lontano. Mi ritrovo sbattuta per terra. Schiacciata. Confusa. Stordita.
Cadono tutti. E urlano tutti.
Ho caldo. Poi, di colpo, ho freddo. Poi di nuovo caldo. Sento qualcosa che mi scorre lungo l’addome. E’ sangue: ho una lamiera conficcata dentro. Ma perché? Che è successo? Chiamate mia madre. Voglio mia madre. Chiamate mia mamma. Non capisco che cosa sta succedendo. Ho paura. Ho tanta paura. Voglio tornare a casa. Chiamate mia mamma.
Poi non sento più nulla. Non vedo più nulla.
Sono morta così, in un incidente ferroviario. In una calda giornata di luglio. E dopo l’impatto, solo un gran silenzio. Rimangono solo gli ulivi imbrattati di sangue. Rimangono solo le vite spezzate. E i sogni schiacciati. E i programmi annullati. Rimangono solo storie sospese.
Non ci sarà nessun aperitivo stasera. Avvertite la mia migliore amica.
Non arriverò mai alla stazione alle due. Avvertite il mio ragazzo.
Non tornerò mai a casa: ditelo a mamma.
È finito tutto così: chè tanto non ci vuole niente.

Vedo che ne parlano in molti, di quello che è successo. Tra due mesi già non si ricorderà più nessuno di noi.
Ricordami tu, mamma. Ricordami raccontando quello che ero. Quello che volevo fare. Quelli che erano i miei progetti. Raccontami: raccontami nei difetti e nei pregi. Racconta di come me ne sono andata sotto il sole cocente di luglio, tra le lande della mia amata terra.
Ricordami tu, mamma. Mi mancherai.

-Autore sconosciuto.

Ho sempre odiato dover dimenticare le persone.
Per due motivi:
Numero uno: Ci sono persone che non riesco a dimenticare.
Numero due: Quando devi dimenticare una persona, vuol dire che è uscita dalla tua vita. E quando mi siedo e ci rifletto, penso a quanto sia ingiusto che questa persona non faccia più parte di te. Vuol dire che poi non sarà più con te. E perché mai? Ecco perché odio dimenticare.
Che poi, per me, la mente umana non dimentica. No…archivia semplicemente. Perché “dimenticare” vuol dire: eliminare totalmente un ricordo.
Mentre “archiviare” vuol dire semplicemente che il ricordo rimarrà dentro di te, ma tu sarai costretto a doverlo riporre da qualche parte per pensare ad altro. Ma c'è sempre un momento nella vita, o nella giornata, in cui il ricordo tornerà a te da quel piccolo archivio. E per quanto tu proverai a chiudere quell'archivio, finirai solo con l'aprirlo di più.
Quindi la gente non dimentica, ma archivia. Ma in entrambi i casi, che sia dimenticare o archiviare qualcuno, io provo sempre un gran dolore dentro di me.
E, per quanto mi riguarda, il mio archivio viene aperto ogni giorno.
—  @il-tipo

[il valore di prendersi una pausa]
Dove lavoro, mi trovo sommersa da libri destinati al macero. Libri che provengono da sgomberi di soffitte, libri donati da librerie perché stampati al contrario o appassiti dal sole che attraversa ad ampio raggio le vetrine dei negozi.

Ogni tanto mi fermo, li guardo, tutti insieme. Ammassati. E mi incanto, Dio se mi incanto. E allora, gioco a prenderne uno a caso.
Mi prendo una pausa, mi siedo e lo sfoglio.

Oggi, in pausa, ho trovato questa meraviglia.

Mi sono sempre sottovalutato.
Penso sempre che la mia vita
non sia l'unica cosa che conta.
Che ci sono tante altre vite
più importanti delle mie.
E questo non l'ho deciso io,
ma il mio tempo.
Il tempo che ho speso
per far si che loro
restassero nei miei giorni.
E non è facile.
Perché comunque devi lavorare.
Devi ogni giorno costruire.
E per costruire devi sporcarti le mani.
Devi stare attento a dove metti i piedi.
Devi alzare muri spessi di cemento
con la speranza che ciò basti,
per resistere ad un qualsiasi dolore.
Molto spesso ciò non basta.
Che tu puoi anche costruire una diga
ma arriverà un giorno, quel giorno
dove farà acqua da tutte le parti.
E crollerà, inonderà il passato, il presente.
Ti lascerà senza più niente.
E mi addosserò le colpe di tutto.
Degli addii, delle mancanze e delle assenze.
Darò la colpa a me stesso.
Perché è questa la mia vita.
Assolvere gli altri.
Far credere che niente è perduto.
Che la loro vita è importante.
Che i sogni vanno realizzati.
Che io resto qui.
Tra le macerie dei miei sbagli.
E non li tolgo.
Mi ci siedo sopra.
Perché la mia più grande forza
sta nel restare, comunque vada,
accanto alla mia vita.
—  Matteo Pirro

Ci stava ‘sta signora al supermercato che aveva tre cose, voleva per forza passare avanti e mi guardava in cagnesco perché non la facevo passare avanti.
Peccato che io di cose ne avevo quattro e andavo di fretta.
Non sopporto le persone che ‘pretendono’ una gentilezza.
Stessa cosa per il posto sui mezzi pubblici.
Non lo sai di che problema soffro e, anche se sei più vecchia di me, se non ti faccio sedere dovresti rispettare la mia scelta e basta. Non è che posso girare con la scritta in fronte: 'ho problemi di pressione bassa, devo stare seduta in metro’.
Se mi sento bene sono la prima a far sedere chiunque, anzi: se mi sento bene in linea di massima non mi siedo, proprio per lasciare il posto a qualcuno che ne ha bisogno sul serio.
Ma non è giusto pretendere qualcosa da una persona che non conosci e di cui non sai la cartella clinica.
È giusto accettare di buon grado una gentilezza ma non pensare che sia dovuta.

Io detesto il passato, mi piace la roba di giornata. Se una sta sempre a guardarsi indietro trova una carrettata di cose storte per le quali crucciarsi. Il futuro non lo so cos'è. Di sicuro dura poco, come tutto. Ogni volta che mi cade addosso una preoccupazione, io penso subito che comunque sia finirà, e che presto arriverà un altro presente bello pulito. Allora mi siedo ad aspettarlo, ed evito inutili sofferenze. Tanto, Manola, si sopravvive sempre e comunque, e tutti si consolano.
—  Margaret Mazzantini, Manola

anonymous asked:

Caro F. Sono passati 2 anni da quella volta in cui ti sei voltato e non sei più tornato. Mi piacerebbe poter dire che è passata, che si può ricominciare, che ho ricominciato senza te ma sarei una grandissima sfacciata. Non sei passato, sei passato nei miei giorni, nella mia quotidianità, ma non nel cuore. Da li, non sei mai andato. Certe sere mi siedo al buio, ma non so se sia più buio dentro me o fuori. Mi manchi come il primo giorno, sempre.

che messaggio.
che
messaggio

Mi piaci così tanto. Mi piaci quando mi saluti con due baci sulle guance e mi lasci una carezza sul braccio. Mi piaci quando dopo una partita, mi racconti come ti sei fatto male, io ti riprovero per lunghi minuti e solo quando ho finito di parlare mi rassicuri dicendomi di stare tranquilla perché stai bene. Mi piaci quando ci prendiamo in giro, a volte anche pesantemente finendo con me incazzata mentre ti fai una bella risata. Mi piaci quando mi guardi negli occhi per chissà quanto tempo, sorridi dolcemente e mi sussurri quanto sono bella. Mi piaci quando ti incazzi con il mondo, quando la tua rabbia diventa accecante: ti abbraccio per farti calmare e tu ricambi dicendomi che sono la tua pace. Mi piaci quando cerco di farti ingelosire e tu rispondi facendo lo stesso. Dopo metto il broncio cercando di evitarti ma tu mi prendi tra le tue braccia e mi parli come se fossi una bambina, sussurandomi poi, che vuoi solo me. Mi piaci quando ti preoccupi che qualcuno possa farmi qualcosa. Mi piaci quando mi scrivi la notte e rimaniamo a parlare fino alla mattina. Mi piaci quando mi chiami la stessa mattina e mi dai la buonanotte mentre ti rispondo sempre con il solito ‘ciao’ e mi ricatti in qualsiasi modo per farmi cambiare risposta. Mi piaci quando ti avvicini all'improvviso e mi baci senza un senso, solo perché hai voglia di farlo. Mi piaci quando vuoi prendermi la mano davanti tutti ma ci pensi due volte prima di farlo perché pensi che possa infastidirmi. Mi piaci quando mi siedo troppo lontano da te e metti il broncio facendomi ridere. Mi piaci quando mi lasci delicati baci sul collo e mi tieni i fianchi. Mi piaci quando voglio farti delle strane acconciature ai capelli e litighiamo perché non vuoi, ma alla fine cedi sempre per vedermi felice. Mi piaci quando ridi a squarciagola contagiandomi. Mi piaci quando mi sussurri che ti piaccio. Mi piaci per come sei. Mi piaci per chi sei. Mi piaci perché mi rendi felice, mi fai ridere, mi tratti male e poi chiedi scusa. Mi piaci tu. Solo tu.
Viaggiare fianco a fianco, camminare insieme, regolare il proprio passo su quello dell'altro, parlarsi guardando la stessa strada oppure lo stesso paesaggio: la scena è di già bella di per sé e ciò potrebbe bastare a farci optare per questa saggia decisione. Ma il concetto acquista il suo pieno significato nella sosta: da molto tempo, ormai, non mi siedo più di fronte agli altri, ma di fianco. Spesso questo dettaglio minimo basta a cambiare l'emozione di un incontro, anche nei lunghi silenzi condivisi che il faccia a faccia non permette, se non con imbarazzo. Stando fianco a fianco, si ha sempre l'impressione che l'orizzonte, in lontananza, avvicini tra loro vite parallele. Stando di fronte, invece, la presenza dell'uno pone un limite fisico all'altro, influendo addirittura sulla durata dello scambio, perché, se si può stare a lungo seduti fianco a fianco senza parlare, quando si è di fronte il silenzio dell'interlocutore spinge subito al chiacchiericcio o al congedo. È quasi il simbolo della sosta, che potremmo definire come il momento e il luogo statico nei quali si incrocia la vita degli altri. Non ci si urta come in un faccia a faccia. La prospettiva dell'uno è esposta allo sguardo dell'altro.
—  P. Manoukian, L'arte di perdere tempo. Piccola celebrazione della sosta e degli imprevisti, Portogruaro 2017, pp. 38-39
Vuoto

E ogni tanto mi capita di provare quella sensazione di vuoto , completamente a caso. Ogni tanto mi siedo , e comincio a parlare con mè stesso , pensando a come sarebbe andata se… A che futuro avrei avuto se avessi fatto… A dove sarei ora. E ora sono qui , a pensare agli sbagli che ho fatto , ai rimorsi , ai rimpianti , che mi lasciano dentro un vuoto nello stomaco , un nodo alla gola , gli occhi lucidi , il mal di testa. È un insieme di cose che non mi so spiegare , ma ogni tanto , mi capita. Ho sempre avuto bisogno di sentirmi così ogni tanto , ho sempre avuto bisogno di rinchiudermi un po’ nel mio vecchio mondo fatto di solitudine e pensieri. Un mondo che ho dovuto abbandonare per aprirmi agli altri , e cominciare a fare esperienze di vita. Devo ammettere che però tornarci mi fà venire in mente veramente un sacco di cose , come se tornassi nella mia vera “casa” e scrivessi un resoconto Delle esplorazioni che faccio ogni giorno nei mondi altrui , le cose che ho imparato dalla vita , gli errori , i rimorsi. Forse la mia sensazione di vuoto è dovuta a questo , al fatto che il mio vero me stesso non è simpatico e socievole come lo vedono gli altri ; ma al fatto che deve fingere di esserlo per essere accettato , per adattarsi.Ogni tanto fingo talmente bene che penso di esserlo davvero.Ogni tanto mi scordo chi sono veramente , mi perdo di vista. Ogni tanto il mio vero me stesso mi manca , il mio mondo mi manca, la mia solitudine , per quanto brutta possa essere stata, mi è mancata. Mi ero allontanato troppo dal mio mondo. E non avete idea di quanto sia brutto dover sempre fingere! Ed ora sono qui , a provare a descrivere quello che provo. Ecco riempito il vuoto. Mi mancava tutto questo, mi mancava casa mia, mi mancava essere veramente me.

Ieri sera sono stata ad un diciottesimo; è stato il primo diciottesimo che ho festeggiato qui in Germania.
Vi dico solamente che c'era alcol e droga a non finire. Ma io penso di essermi persa senza bere o fumare niente.

Non era ancora la mezzanotte ed io sono uscita in terrazza dove c'erano tutti assieme ad un altro ragazzo italiano. C'era un posto libero su un muretto e mi sono seduta lì, mentre il ragazzo italiano fumava una sigaretta davanti a me. Mentre fumava ci siamo messi a chiacchierare, in italiano ovviamente ed il gruppetto di ragazzi accanto a noi ci stava ascoltando(senza capire nulla giustamente).
Il ragazzo accanto a me allora ha iniziato a parlare con me, chiedendomi da quanto tempo ero in Germania, perché avevo scelto questo posto e cose così.

Probabilmente abbiamo parlato per un'oretta, di qualsiasi cosa ci passasse per la testa. Aveva una voce calma, rilassante. Era piacevole parlare con lui.

Fino a quando non arriva un'altra studentessa italiana che mi porta via da lui perché doveva assolutamente ballare la “macarena” assieme a me. Fatto sta che finito di ballare con lei tornò in terrazza, dove c'era il ragazzo con cui avevo parlato prima; lui mi sorride allora vado e mi siedo di fronte a lui.

Parliamo di nuovo per ore infinite, lui inizia a prendermi le mani e ad intrecciarle con le sue. E continuiamo a parlare, parliamo di qualsiasi cosa. Senza problemi. Come se ci conoscessimo da sempre, è stata una sensazione che mi mancava da morire, visto che stando qui, tutte le persone mi sono nuove.

Alla fine appoggia la sua fronte alla mia, sorride, mi guarda tutto il tempo negli occhi, poi a volte sposta lo sguardo sulle mie labbra. Mi faceva tremare un po’ quel suo sguardo.
Non avevo bevuto, nemmeno lui. Nessuno dei due aveva fumato, entrambi eravamo coscienti di cosa stava succedendo. O forse non del tutto, forse mi ero un po’ troppo persa nel suo sguardo, fino a quando non posa le labbra sulle mie. In quel momento chiudo gli occhi. E iniziamo a baciarci, ci baciamo con tanta dolcezza e tanta voglia di assaporare ogni bacio. Non so spiegarlo. Sono stata bene. Siamo stati bene, credo. Continuiamo a guardarci poi, a parlare, e a guardarci continuamente negli occhi, fino a quando non arriva un suo amico che gli dice che devono andare via. Lui non sapeva che fare, ma io sapevo solamente che non volevo andasse via. Probabilmente è stata una di quelle cose da una sera e via, ma non mi importava. Non mi importava perché ero stata bene, perché avevo preso di nuovo un po’ di sicurezza che mi era stata portata via.
Lui mi guarda, mi dà un bacio a stampo e mi dice “ti troverò”.

Casualità o destino, non si sa; esco dalla casa con la mia hsister, perché il mio hdad doveva venirci a prendere, eravamo sul marciapiede ad aspettare la macchina e ad un paio di metri di distanza rivedo quel ragazzo (si chiama Leon, giusto per farvelo sapere) mi vede anche lui è mi viene subito incontro e mi abbraccia. Il mio hdad era appena arrivato ed io dovevo muovermi a salire in macchina. Leon continua ad abbracciarmi e quando mi stacco mi chiede il numero, ero presa dal panico perché dovevo muovermi e volevo anche poterlo sentire.. Fatto sta che faccio in tempo, gli do il mio numero e ci riabbracciamo. Infine salgo velocemente in macchina e rimango in silenzio tutto il viaggio.

Non sapevo cosa pensare e continuavo a sperare mi scrivesse. Ed oggi pomeriggio l'ha fatto, ed ero felice, davvero, davvero felice.

Sono stata bene come non stavo bene da tempo ormai. Avevo perso tutta l'autostima che avevo, o almeno, quel poco che avevo. E avevo paura. Paura che nessuno più potesse apprezzarmi. Avevo paura di non riuscire ad andare avanti a causa del ragazzo di cui ero innamorata e che ormai avevo perso.
Invece sono stata forte, invece sono andata avanti. Magari non andrà molto oltre questa cosa con questo Leon, ma mi ha aiutata. Mi ha aiutata a tirarmi su, a capire che non è tutto andato perso. Ho capito che posso ancora apprezzarmi e farmi apprezzare.

E tutto questo, grazie ad un ragazzo. Conosciuto per caso in Germania, ad un diciottesimo. Casualità o destino non mi importa, ora sto bene e sono felice per ciò che sono e per ciò che sono diventata.

Questa foto è stata scattata ieri sera, da non so chi. Adoro il modo in cui mi guarda, magari per voi non è niente di speciale, ma io ricordo ancora come mi guardava, come ci guardavamo..

Scusate se l'ho scritto, avevo bisogno di raccontarlo a qualcuno o a nessuno. Non lo so. Avevo semplicemente bisogno di scriverlo; probabilmente le frasi non sono molto sensate, ma a parlare praticamente sempre e solo tedesco si perde un po’ la lingua.

A chi lo leggerà, grazie per la tua attenzione, un abbraccio 🌸

Caro Diario

Sono bassa, goffa, non ho un fisico da modella e l'unica cosa che mi piace di me sono i capelli il giorno dopo averli lavati ma solo se li ho lasciati ad asciugare da soli.
Ascolto la musica praticamente a ogni ora del giorno, e ogni mese, puntualmente, una cuffia smette di funzionare e così ne devo comprare un altro paio.
Quando mi annoio mi siedo in mezzo al letto, con le gambe incrociate, le cuffie alle orecchie, volume al massimo ed inizio a cantare facendo finta di essere ad un concerto e di avere anche una bella voce, poi arriva mia madre che mi urla di non urlare, ma io, appena se ne va, ricomincio.
Mi piace mandare degli audio a caso su whatsapp parlando di cose senza senso, come sto facendo ora ma purtroppo quando mi metto in testa che devo parlare di una cosa io ne parlo quindi ora che mi sono messa in testa che devo parlare di me e che voglio scrivere, parlo di me scrivendo, anche se poi non fregherà niente a nessuno, ma almeno so di averlo fatto.
Mi piace fare tante cose, mi piace il rumore che fanno i tasti della tastiera quando lo schiaccio con le dita, mi piace la pioggia, mi piacciono i pancakes alla domenica mattina e mi piace prendere il the della Twinings alle cinque.
Mi piace la fotografia, mi piace fotografare qualsiasi cosa, dal cielo, alle case, alla foglia caduta per terra cinque secondi fa ma siccome fuori fa troppo freddo (ah, si mi piace anche l'inverno anche se poi ho freddo, ok?) e io sto troppo bene nel letto, mi limito a fotografare i gatti.
Probabilmente ora non mi considererà più nessuno però io ho ancora tante cose da dire, quindi grazie per la breve attenzione ma io ho bisogno di scrivere.
Non so neanche se ne sono capace, mi piace mettere le virgole però davvero, le metto completamente a caso. Non so dove le devo mettere, e mi sto rendendo conto di star scrivendo come parlo nella realtà e mi sto sentendo una stupida.
La situazione sta degenerando, avrei tante cose da dire ma mentre scrivo continuano a venirmene in mente e mi rendo conto che questa cosa sarà troppo lunga.
Ma ritornando a me, vi ho già detto che mi piace scrivere, e ora vi dico che mi piace anche disegnare però quando ho un foglio davanti, una matita in mano e tanta voglia di fare mi manca l'ispirazione; meglio così, non sono neanche capace di fare quello, quindi.
Guardo troppi film e troppe serie tv, soprattutto in lingua originale, leggo anche decisamente troppi libri e dopo aver cercato dei video su youtube sulla mia coppia preferita inizio a recitare quella scena nella mia camera parlando in inglese (e tra qualche mese sono pure maggiorenne.)
Ho l'ossessione dell'organizzazione delle cose, sono troppo indecisa e ogni volta inizio a organizzare qualcosa anni luce prima perché so già che potrei arrivare il giorno prima e non aver deciso ancora niente! Sono più le idee che propongo che quelle che poi si potranno realizzare veramente, infatti ogni volta che dico a mio padre ‘ho un'idea’ lui si spaventa e alza gli occhi al cielo, come per dire ‘ci risiamo’.
Mi piace guardare lo sport, in particolare il calcio e la pallavolo, e dovevate vedermi che tifosa accanita durante le Olimpiadi, mi alzavo alle tre di notte anche per guardare il tennis tavolo, ma indovinare un po’? Eh si, non so giocare a nessuno dei due! (ok forse a pallavolo un pochino si, ma sono comunque troppo bassa per giocare.)
Mi affeziono troppo in fretta alle persone, poi loro se ne vanno e io soffro, come sempre. Do sempre troppo agli altri e non ricevo indietro neanche un centesimo, non chiedo tanto, mi basta un grazie. Ho paura a parlare con le persone, anche da dietro uno schermo, ho paura che pensino 'e questa che vuole? da dove esce?’. Anche qui su Tumblr, vorrei conoscere tantissime persone ma mi vergogno di scrivere loro, anche per dire 'ehi, mi piace il tuo blog! mi piace quello che scrivi!’
Quando non so cosa fare vado su Weheartit e guardo le foto dei fidanzatini, tutti sorridenti, tutti perfettini, e allora mi immagino come in quella foto con la crush di turno, immaginando la nostra vita perfetta da fidanzati, anche se non so neanche cosa vuole dire essere fidanzati, visto che non ne ho mai visto uno, a dir la verità non so neanche come si inizia a parlare con un ragazzo, non ho tutta questa esperienza, ho perfino paura a dare il mio primo bacio perché non so se lo devo dare a stampo o ci devo mettere subito la lingua. Ma capite come sto messa?
Poi da tutti i miei film mentali da oscar mancato escono fuori tutte le storie che ho iniziato a scrivere ma che non ho mai finito, giacenti in una cartella sperduta nella chiavetta attaccata al computer.
Vorrei poter viaggiare, mi piacerebbe studiare russo e cinese, imparare magari anche il tedesco, vorrei poter finire questa adolescenza facendo tutte le cose pazze che possono fare gli adolescenti, vorrei innamorarmi di qualcuno che mi accetti per quella che sono, anche se neanche io lo so.
Vorrei uno di quegli abbracci forti, quelli che ti fanno sentire al sicuro, poi vorrei che qualcuno mi baciasse sui capelli e mi sussurrasse un semplice 'andrà tutto bene’ e vorrei scoppiare a piangere, giusto per tirare fuori tutta quella tristezza che c'è dentro di me.
E questa sono io, solo una ragazza che aveva bisogno di sfogarsi, di parlare con qualcuno ma soprattutto, che aveva bisogno di scrivere un po’.


E tu, se sei arrivato fino a qui, grazie per aver letto questa piccola parte di me. 🌸

- paginedariempire

Metropolitana. Mi siedo vicino ad un signore anziano. Fra le mani ha un ombrello scuro col bordo di pizzo bianco. Lui guarda l'ombrello, poi mi guarda, sorride e dice: “ Lo usava sempre mia moglie. Non c'è più. Ma io sono contento quando piove perché ho la sensazione che lei mi ripari…”
—  Cit.

Dopo le tre lavatrici di ieri e quella di stamattina messa su a casa di Barba al norde mi metto a stirare.
Come faceva mia nonna Felicia.
Piego tutto bene, tazza di caffè in mano appena fatto, video di gente che cade e scivola (anche se nonna questi mi sa che non li aveva e si metteva in finestra) e mi siedo frapponendo tra il mio culo e la sedia due tre magliette alla volta.

Se solo potessi fare così anche le camicie.