mi-siedo

I tuoi occhi dicono una cosa e le tue parole ne dicono un'altra. È sempre stato così, anche nelle più brutte discussioni era sempre lì a tradirti, il tuo sguardo. Sta volta mi hai urlato contro che non mi vuoi più, che la gelosia ti uccide e che no, in fondo non ti mancherò per niente. È solo che il tuo sguardo mi chiedeva di restare e mi chiedeva scusa per la tua gelosia.
Quello sguardo, i tuoi occhi, le tue sopracciglia che da corrugate poi tornano al loro posto, sono sempre gli stessi di sempre, quando vedi me. Sono sempre gli stessi e mi guardano sempre allo stesso modo, con lo stesso amore, la stessa dolcezza, anche se a volte provi un po’ di rabbia, un po’ di paura. E stanotte ho sognato i tuoi occhi, ho sognato la dolcezza, ho sognato che sei ancora il mio principe sorridente, e scusami se non ti credo quando mi chiedi di andar via, scusami se mi faccio piccola piccola, resto, e mi siedo accanto a te.

Avevo sogni migliori per i miei vent'anni. Non faccio che reprimere le mie voglie in silenzio per far felici le persone che ho intorno, fingendo di non rendermi conto che per questo il mio atteggiamento nei loro confronti diventa ogni giorno più ostile e indisponente. Io non li merito quegli insulti, eppure come potrebbero sapere che il mio in fondo è un comportamento altruistico? E poi, perché dovrebbero saperlo? Mi piace così tanto fare la vittima che ogni tanto mi siedo sul letto e butto i fazzoletti sporchi di muco e lacrime sul pavimento sperando che una qualche telecamera mi stia riprendendo a mo di Truman show. Poi mi viene da ridere e quasi mi arrabbio con me stessa, quando piango mi sento così bene che non vorrei smettere mai. Vorrei piangere per sempre, per tutta la vita, vorrei andare in giro ad abbracciare estranei e dire “non sai cosa mi è successo oggi” e poi scoppiare a piangere e nel peggiore dei casi essere mandata a fanculo. Mia madre dice che non mi manderà mai più da una psicologa perché tanto sono talmente falsa e bugiarda che le convinco tutte con la mia storiella, senza pensare però che nelle sedute in comune loro non sono riusciti a smontarla la mia storiella, o no? Devo ancora capire se sono io che metto in crisi chiunque mi voglia bene o se nessuno sa farlo in modo decente, nel complesso non mi lamento perché del bene non dubito.
Solo che ora non so dove andare.

Il ragazzo del pullman

C’ è un ragazzo bellissimo sul mio pullman, che a ogni battuta ride felice. Mi siedo sempre nel posto dietro a lui.
C’ è un ragazzo bellissimo sul mio pullman che ride alle battute perché gli amici si aspettano questo. Mi siedo nel posto dietro a lui.
C’ è un ragazzo bellissimo sul mio pullman che ormai non ride più, che fissa solo lo schermo del suo cellulare. Io mi siedo dietro si lui.
Quel ragazzo è morto, si è sparato un colpo alla tempia. Ha lasciato una lettera di addio agli amici, una di scuse ai genitori e l'ultima alla ragazza che stava nel posto dietro al suo, con scritto che era bellissima.

Accendo la tivù in modo che un po’ di rumore riempia il silenzio e mi dia una parvenza di compagnia, ma non ascolto nè guardo. Mi siedo e fisso assente il muro di mattoni. Sono vuota. Non provo altro che dolore. Per quanto tempo riuscirò a sopportarlo?
—  E. L. James

- Ho la testa piena di cose che vorrei scrivere. È come un assurdo magazzino tutto stipato di roba, - disse Sumire. - Immagini, scene, frammenti di discorsi, figure di persone… A volte queste cose sono così scintillanti, piene di vita, e sento che mi urlano: “Scrivici!” In quei momenti mi sembra che stia per nascere un romanzo meraviglioso. È come se stessi per andare in un posto completamente nuovo. Ma appena mi siedo al tavolo e provo a scrivere, mi rendo conto che qualcosa di essenziale è andato perduto. L'esperimento è fallito: non ho prodotto nessun cristallo, e mi ritrovo in mano dei sassi. E non sono andata proprio da nessuna parte -.

(La ragazza dello Sputnik, H. Murakami)

Dottoressa, sa che c'ho pensato e sono arrivato ad una conclusione: penso che io non abbia nulla da raccontare" dissi seduto in quella sedia, alla solita ora, del solito martedì di ogni settimana.
“In che senso?” chiese.
“Sempre domande mi fa dottoressa, eppure non mi da mai una vera risposta… Tanto non ho nient'altro da fare, quindi ora le spiego il perché di questo mio ragionamento” risposi e cominciai col spiegarle ciò che avevo iniziato a raccontarle precedentemente.
“Quando esco con gli amici, loro mi parlano sempre di loro e dei loro problemi del cazzo.
Mi siedo, li ascolto e sto zitto, esattamente come fa lei con me.
Mi chiedono dei consigli, come se io sapessi veramente quale è la soluzione giusta per loro, eppure ci provo.
Consiglio alle persone, ma il fatto è che non so nemmeno consigliare a me stesso, quindi non so quanto potrebbe avere senso ciò che dico a loro.
Non sono una brava persona e lei, Dottoressa, lo sa, forse meglio di me, altrimenti non sarei qui a parlarle delle mie stronzate.
Il mio problema avviene dopo, quando dopo ore e ore di conversazioni inutili, alla quale do risposte inutili, mi chiedono come sto e cos'ho di nuovo da raccontare.
Ed è lì, che mi rendo conto che sono una persona noiosa e che non ho nulla da raccontare.
Mi fanno notare, con una semplice ed inutile domanda, che io ho una vita monotona e che non ho niente.
Non ho amori, perchè… Beh, basta guardarmi, non ho sentimenti, perchè le persone fanno male. Non ho tanti amici, perchè le persone oltre a fare male, non mi piacciono.
Quella sera, mentre ero a letto, col buio che non m'aiutava, mi sono chiesto: "Cos'ho da raccontare?”
E sa cosa? Non ho trovato una risposta così mi sono acceso una canna e sono andato a dormire.
Triste vero?“ chiesi dopo quel stupido monologo fatto a voce alta, con voce spenta, triste e vuota.
E lei, senza fare domanda riguardante il discorso che avevo appena fatto, mi fece un'altra domanda: "E perchè ti fumi le canne?”
Ormai non m'interessava se mi fossero state domande o risposte quelle che mi dava, ero così vuoto, che veramente non m'importava, così parlai e basta.
“Perchè mi distrae…” risposi.
Non era lunga come frase, ma in quel momento, con quel tono di voce, ero pieno di diverse emozioni che non potrei descrivere ciò che provavo.
“Ti distrae da cosa? Non è una giustifi…”
“Stia zitta, cazzo!” urlai interrompendola, quasi innervosito.
“Voglio vivere, dottoressa. Non le chiedo tanto, voglio un consiglio. Voglio un consiglio, magari anche inutile, come quello che do io ai miei amici, ma ne ho bisogno. Anche se uno solo. Voglio vivere. Mi dia una stupida ragione, mi dica qualcosa…”
“Ne vuoi una?” disse, quasi arrabbiata, ma non per il fatto di averle urlato dietro, forse per ciò che avevo appena detto.
Si avvicinò a me, mi guardò negl'occhi e disse una cosa, con lo stesso tono, freddo e da mamma.
“Vai da lei e dille che la ami!”
“Cosa?” chiesi, sbalordito e confuso.
“In tutte queste sedute mi hai sempre raccontato di lei, delle vostre passeggiate, le vostre litigate in macchina, i vostri baci con gli occhi e sai cosa? Non hai mai avuto il coraggio di dirle che l'ami. Sei qui, cerchi di distrarti con altri discorsi, facendomi credere che tu sia una persona noiosa, ma non sei affatto noioso. Non venire fuori con queste storie stupide. Sei così pieno di amore, di storie da raccontare. Hai fatto innamorare migliaia di persone con le tue storie, ma hai mai chiesto a lei cosa prova per te? O tu! Tu le hai mai dimostrato cosa provi per lei?” l'ultima frase, mi fece riflettere, l'ultima frase fu un colpo al cuore.
“No, non l'ho mai fatto, ho sempre, pensato e, avuto paura di sbagliare”
“Ecco! Ed è qui che ti sbagli. Tu pensi troppo, non vivi abbastanza. Hai paura delle persone, ma sai, tutti i mostri che tu hai creato, sono solo dentro il tuo cervello.
Come i cazzo di maglioni verdi dentro l'armadio che i bambini scambiano per mostri.
Prova a far finta che questi, i fottuti pensieri negativi, siano solo un maglione e sei cresciuto ed è ora di buttarlo via.”
La guardavo, i miei occhi erano lucidi, ma io continuavo a dirmi “Sii forte, non ora”
Non piansi, ci riuscii e finimmo la seduta ridendo di un stupido libro che avevo letto.
Tornato a casa però tornai nella mia malinconia e monotona vita, così m'accesi una canna, giusto per distrarmi.
“Buona serata” mi dissi, guardando le stelle.
Guardai le stelle così tanto, che ripensai all'ultima domanda che mi aveva fatto la dottoressa e m'erano pure tornati gli occhi lucidi.
“Sii forte, non ora” ridissi, alle stelle.
M'alzai di colpo, avevo la testa che girava un pochino, ma poco m'importava, avevo voglia di un abbraccio.
Scrissi un messaggio a quella ragazza: “Puoi uscire due minuti di casa, devo dirti una cosa importante”
“Va bene, dammi dieci minuti e scendo”
Scese dopo due minuti che ero arrivato lì, si avvicinò e mi disse “Ehi, tutto bene? Cosa c'è?”
“Io oggi sono andato, come tutti i marte.. No, scusa… Ho sbagliato… volevo dire che non ho mai avuto il coraggio di dirti una cosa”
“Ok, dimmi” chiese, quasi sciocca e stanca dalla giornata.
Non avevo raccontato a nessuno che andavo dalla psicologa, magari avrebbe potuto pensare che fossi un ragazzo pazzo o che non andava bene per lei.
“No, nulla.. Ho sbagliato ancora..” dissi.
Non ci riuscii, perchè c'erano quei cazzo di mostri che stavano dietro di lei e che ridevano di me.
“Ti prego… Dimmi” questa volta lo chiese con tono dolce, quasi stanco di aspettare.
Occhi lucidi, ma con lei, vicino, non mi vergognavo di me stesso, così piansi.
“Ehi, vieni qui” mi prese e m'abbracciò.
“Dio quel profumo.” pensai, poi la strinsi ancora più forte e i mostri non stavano più ridendo.
Ero io, lei e quell'abbraccio di cui avevo assolutamente necessità.
Avrei veramente voluto gridare al mondo che l'amavo, così, con qualche forza e con un pizzico di coraggio, lo feci.
M'avvicinai alle sue orecchie e le sussurrai “Ti amo.
—  ricordounbacio

Mi sono voltato per te
milioni di volte
ti ho cercato nelle folle
ti ho riconosciuto negli ovunque
e ti ho perso di vista
altrettanti milioni di volte
sono tornato a casa senza te
mi sono scusato con il mio
letto matrimoniale,
non sempre mi è stato accanto

i miei cuscini, il materasso, le fodere
muoiono tutti
dalla voglia di conoscerti
le candele hanno voglia di ardere per te
i cani di scodinzolarti
le stelle di cadere
le scale di scalarti
le porte di portarti
io di farti restare

mi sono voltato per te
milioni di volte
ma non eri tu
è che visti di sfuggita
hanno tutti qualcosa
che mi ricordano te
per te, io per te
mi sono voltato milioni di volte
sperando fossi tu
che poi tu non eri
nonostante ogni luogo
era perfetto
per incontrarsi ancora

io ora mi siedo qui
qui fuori
ad aspettarti
e non posso dire
che ti aspetterò per sempre
quello no
ma ti aspetterò tantissimo
quello sì.

—  Gio Evan
Quello che imparo quando mi sveglio

Sono due mesi buoni che faccio ogni notte lo stesso sogno. Mi siedo e racconto tutto, e quest'uomo mi dice che non devo preoccuparmi di nulla, che i sogni ricorrenti fanno parte della vita, che è il subconscio che cerca di parlarmi dei miei limiti e farmeli superare, e cose di questo genere. Poi però cambia espressione e dice di dover rispondere al telefono, ma il telefono non ha mai neppure fiatato, e io capisco che è solo una scusa per lasciarmi lì.
L'uomo esce dalla stanza e chiude a chiave la porta, e io lo sento chiaramente. Cerco di uscire ma non ci riesco, rimango lì per ore finché capisco che l'unica soluzione, l'unica via di fuga possibile è la finestra. La apro e mi butto giù. Volo per quindici metri. Mi sveglio appena prima del contatto con il suolo.
Cosa pensa possa significare?

- Prima di tutto, non penso ci sia nulla di cui preoccuparsi, - mi fa l'uomo guardando l'orologio. - I sogni ricorrenti fanno parte dell'esistenza umana. Le dico di più, anzi: a volte è il subconscio stesso che cerca di farci capire i nostri limiti, ripresentandoci più e più volte situazioni che dobbiamo ancora riuscire a risolvere. Non è nulla di grave.

Io non dico niente. Il silenzio in quello studio è totale, freddo, completo.

- Arrivo subito, - mi fa di nuovo. - Rispondo al telefono.

Ho conosciuto il cane di mio cugino

Sono a Roma e mio cugino ha un nuovo cucciolo, una cagnolina di 3 mesi circa, incrocio tra un Corso e un altra cagnetta derivata da un Husky e… boh, altro.

Cane molto intelligente, ma anche molto vivace. Poi io non mi trattengo e voglio giocarci. Preciso che sono anche allergico.

Così, questo pomeriggio mi siedo per terra, il cagnolino arriva e comincia a farmi “le feste”. Poi passa a mordermi le maniche della felpa. Poi passa a mordermi le mani. Poi l’orologio. Alla fine mi morde pure il naso e per farla stare tranquilla devo praticamente immobilizzarla a terra, alzarmi in piedi e cercare un giocattolo per distrarla dalle mie maniche, le mie mani, il mio orologio e il mio naso. Attualmente è un cane di 10 kg, avendo un papà Corso ho paura che tra un anno io non riuscirò più a immobilizzarla.

Ho già detto che sono allergico? Ecco.

Però è stato divertente.

Sono al quinto anno di scuola e quest anno mi è successa una cosa che spesso succede a tutti quando cominciamo a capire che certe cose stanno finendo;
Mi è successa questa cosa di non sentire più stretto quel banco in cui mi siedo, di assaporare per la prima volta una lezione di italiano senza pensare che è una rottura ;
Mi è successo di guardarmi intorno e vedere compagni che mi odiano e che io odio conoscermi meglio di quanto potessi immaginare ;
Mi è successo di voler tornare ad essere una primina ,di avere paura del futuro che tanto volevo , di ridere troppo forte e piangere troppo piano ;
Mi è successo di guardare quei professori e capire che loro alla fine mi hanno capita e ascoltata davvero , a modo loro mi hanno amato come io li ho amati a modo mio;
Mi è successo di guardarmi intorno e pensare all ultimo istante in cui mi alzero da quella sedia , tocchero’ il banco , il muro e dirò addio a quei libri troppo pesanti che infondo non brucero’ mai, a quella lavagna troppo lontana dal mio banco , a quei giochini sul telefono che non serviranno più , a quei bigliettini che mi hanno salvato da quei due tanto indesiderati .Dirò addio ad una parte di me , quella piena di questi oggetti , quella piena di conoscenze ma senza basi , a quella parte fragile e strafottente che infondo resterà con me

Ogni tanto mi cessa il respiro.
Ogni tanto mi sporgo un po’ troppo dal bordo, con quell'equilibrio precario.
Ogni tanto chiudo gli occhi, per non vedere più nulla.
Ogni tanto mi siedo al buio, per sentirmi più al sicuro.
Ogni tanto esagero, per mettere alla prova la mia forza e il mio coraggio.
Ogni tanto perdo, e non sempre mi rialzo.