mercaty

Pagare moneta fare bruschetta

Da ottobre (periodo di raccolta delle olive) tengo in cantina 30 litri di olio per un tizio amico di mio papà, tutto imbottigliato in bottiglie da mezzo litro e messo in cartoni contenenti 6 bottiglie ciascuno, un lavoro certosino (per non dire gran rottura de cojoni); il tizio inoltre voleva bottiglie scure, rotonde con collo lungo, con salvagoccia, con il sigillo di garanzia sulla ghiera del tappo e capsula color oro. Spesso in questi mesi, ho minacciato mio papà di vendermelo, ma alla fine ho sempre lasciato perdere per rispetto suo. Oggi finalmente arriva il tizio: macchinone, ben vestito e anche con la battuta pronta che non guasta mai. Così tra una chiacchiera e l’altra gli carico l’olio ma al momento di pagare mi fa…. ehm, al momento non ho liquidità tu accetti carte di credito? (e qui viene il bello) dico: nono non accetto carte di credito e allora lui: ehm ehm eheheh, allora dai, ti faccio un bonifico appena torno dall’Austria va bene??? No non va bene…. e lui: eheheheahahahah e allora come facciamo? niente come facciamo, apri il portellone e mi riprendo l’olio, passerai quando avrai “liquidità” come dici tu no? e lui: ahahahhaha maddaiii ahahahahah ma io devo andare in Austria non ho mica tempo da perdere ahahahah e poi dai ti faccio anche pubblicità su in Austria eh??!, ti faccio aprire anche nuovi mercati all’estero! eheeheehahahahah….

No, qui l’unica cosa che devi aprire è il portellone del bagagliaio, altrimenti te lo apro io con la benna dell’escavatore.

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Segesta

Del popolo degli Elimi, discendenti da Troiani e fratelli dei Romani, sono rimasti solo le sorgenti da cui nascevano le loro parole: i templi col le parole sacre e solenni, le porte verso gli dei e l’assoluto, davanti ai templi le parole di ogni giorno nei mercati quotidiani, quelle volgari e ridanciane. Poi le parole racchiuse nel teatro, quelle comiche o quelle delle satire, i drammi, le terribili tragedie con cui gli Elimi vedevano le loro vite aprirsi di fronte alla platea e mostrare abissi e vette a cui davano risposte solo Dei ed Eroi. Le loro parole sono ancora li perché forse sono le stesse che dentro noi vagano parlando di passioni e solitudini a cui non abbiamo trovato la risposta definitiva. Io le sento vagare tra le colonne dei templi ed i gradoni del teatro, il vento le innalza e le confonde con le nubi, ma presto tornano a vagare tra le sorgenti in cui sono nate, cercando qualche attore minore, qualche poeta improvvisato che possa ancora far vivere la loro eternità nell’attimo di un respiro.

Of the people of Elim, descendants of Troyans and brothers of the Romans, remain only the springs from which their words were born: the temples with the sacred and solemn words, the doors to the gods and the absolute and in front of the temples the words of every day in the daily markets, the vulgar and laughing words. Then the words contained in the theater, the comedy or the satire, the dramas, the terrible tragedies with which Elimi saw their lives open in front of the audience and show abysses and peaks to which only Gods and Heroes answered. Their words are still there because they are the same ones that we roam in talking about passions and loneliness to which we did not find the final answer. I feel wandering them through the pillars of temples and the steps of the theater, the wind raises them and confuses them with the clouds, but soon they roam back to the springs where they were born, looking for some minor actor, some improvised poet who can still let them live their eternity in the moment of a breath.

quando ho voglia di avere l'illusione di camminare nei quartieri vocianti della damasco o della gerusalemme del dodicesimo secolo, oppure quando mi va di bighellonare nelle viuzze e nei mercati di firenze, venezia o di san gimignano, nel quindicesimo secolo, accendo il computer, prendo il joypad e mi collego con assassin’s creed.

non faccio nessuna missione, non ammazzo nessuno. spesso cammino, osservo le animazioni dei passanti in abiti dell'epoca, guardo cosa vendono le bancarelle, vado dal fabbro e mi faccio riparare un po’ l'armatura, compro qualche coltello da lancio.

non so. mi rilassa. mi fa spengere la mente.

ora, per esempio, vado a fare una passeggiata a costantinopoli. siamo nei primi anni del sedicesimo secolo e voglio vedere se quel tipo losco del mercato nero mi vende un po’ di polvere pirica.

Pesi e misure.

Tempo fa ero in fila alle poste per una raccomandata, quando davanti a me c'era una signora, una madre di famiglia straniera. Era là per spedire diversi pacchi diretti per il suo paese d'origine. 

Una volta pesato il tutto, la dipendente delle poste ha emesso il prezzo della spedizione, era più gravoso degli stessi pacchi.

La madre di famiglia, fuoriclasse di economia domestica, ha provato ad usare la sua arma raffinata nei migliori mercati ortofrutticoli e ha posto la semplice domanda:
“Sconticino?”.

La dipendente delle poste non ha accettato, ma sono sicuro che abbia apprezzato, come non avrebbe potuto.

Four happy things for May 16th

1. I managed to get to the airport in time to get my con tickets a day early
2. I’m literally in awe when I think about the logistics of ancient Rome, and I want to know everything (so I like logistics, sue me)
3. The Mercati di Traiano museum was great
4. I managed to find a place to print photos

Napoli, criticata da tutta Italia.
Io non ci riesco proprio a farlo.
Napoli è …
I panni stesi sul balcone.
La gente che urla nei mercati.
I bambini che giocano a pallone per strada.
Napoli è il cornetto caldo alle due del mattino.
Napoli sono i bei ragazzi a Dante.
Napoli sono ritrovarsi a piazza del Gesù.
Napoli è passeggiare a Mergellina e vedere le luci piu belle.
Napoli è il Vesuvio in tutto il suo splendore.
Napoli sono i ragazzi in motorino senza casco, le bancarelle lungo i viali.
Napoli è l'odore di caffè di prima mattina ovviamente già zuccherato.
Napoli sono i ‘concerti’ in piazza.
Napoli è Clementino, Rocco Hunt e gli ormai separati Co sang.
Napoli sono i neomelodici o i bambini che fanno canzoni sulla nutella.
Napoli è un mondo a parte.
Potrei parlarne per ore, potrei dirvi anche tanti lati negativi, potrei dire tutte le sofferenze che mi ha portato questa regione e questa città, ma ha così tante cose belle da farmi dimenticare quelle brutte.
Napoli, la Campania, non è solo rapine, camorra e pattumiera.
Napoli è gente sempre cordiale e sorridente.
Napoli è magia e per me rimarrà sempre un posto chiamato CASA.
—  Martina Piccu
Era magia, dico sul serio. Eravamo noi amiche, sempre noi tre.
Pensa che frequentavo ancora l’oratorio, all’alba dei miei diciannove anni, dei nostri diciannove anni. Si andava lì, si giocava a carte e ci si faceva compagnia. Si parlava di ragazzi, ché ai miei tempi l’amore era molto più facile.
L’ho conosciuto all’oratorio. Era uno strano, arrivava dall’Abruzzo vestito come un messicano. Era la prima volta che lo vedevo in paese, si chiamava Alceste.
Già il nome, no? Di una comunità assurda. Per questo era adatto a me, io sono tutta strana, la mia vita lo è.
Fatto sta che ce lo ritrovammo davanti con tanto di sombrero, una chitarra in mano e tanta, tanta voglia di suonare.
Entrò nella nostra compagnia. Tre ragazze e un ragazzo, che si vedevano tutti i giorni all’oratorio. Una quotidianità incredibilmente unica. Lui suonava, io cantavo, e ci si divertiva. Passammo giornate e giornate in questo modo. Era un amico unico per noi.
Diventò il mio primo ragazzo, credo. Mi disse che gli piacevo, risposi che ricambiavo. Era un rapporto strano, proprio come lo volevo io. Mi andava bene così. Diventò parte delle mie giornate, non so dirti se lo amavo o no, ma era lì e mi guardava e a me veniva sia da piangere che da ridere.

Un giorno ci disse che entro due giorni sarebbe partito. Se ne andava, se ne andava a Parigi, a suonare nelle strade, perché questo era quello che aveva sempre sognato. Se ne andava al Mont Saint Michel, a vedere le maree e le luci della città, perché questo era quello che aveva sempre voluto.
Parigi? Mont Saint Michel?
Vengo anche io.
Dico davvero, ero matta. Sono matta. Ma io volevo vedere, conoscere, e capire che un motivo per stare al mondo ce l’avevo anch’io.
«Vieni, ma sappi che suonerò, se vorrai canterai con me, vivremo di quello» mi disse.
Non credo di poter esprimere l’entusiasmo che mi portavo dentro. Avevo due giorni, forse meno, per dire ai miei genitori che stavo per partire con quel ragazzo con un sombrero in testa. Ai miei tempi, a diciannove anni eri una donna. Iniziavi a lavorare a tredici e, alla mia età, volendo o non volendo, eri già pronta per vivere la tua vita.

Tornai a casa, entusiasta lo dissi a mio padre. Un colpo al cuore. Sapevo che non mi avrebbe mai detto di no, ma avrei preferito prendere un pugno nello stomaco e accasciarmi a terra piuttosto di rimanere all'altezza dei suoi occhi colmi di lacrime.
«Se devi andare, vai».
Io e mio padre eravamo la cosa più bella che c’era. Io sapevo che lui era l’uomo della mia vita e sapevo che ogni singolo giorno che Dio mi avrebbe concesso, io lo avrei speso cercando di seguire le sue orme. Un uomo unico, lo dico davvero. Comunque, mi disse quelle quattro parole, e mi lasciò lì in piedi, smontando tutte le fantasie che si erano create nella mia testa.
“Che vado a fare a diciannove anni, in Francia, per seguire un sogno nato poche ore fa?” pensai. Ed era vero, io non avevo mai pensato a me, in una piazza, con un cappellino per terra per racimolare spiccioli. Ma papà diceva sempre che bisogna cogliere l’attimo, Dio, bisogna farlo. Bisogna vivere la vita, ché quella è una sola, non si può aspettare, perché “col tempo anche le mele sane prima o poi si ammaccano”.
Presi uno zaino, due cose per fingere di avere un minimo di organizzazione in testa e un sacco a pelo. Lo posai in un angolo della stanza e tornai all’oratorio per dire tutto ad Alceste: il pazzo più serio che io abbia mai conosciuto.
Rincasai ad un’ora indecente, ma capisci che dovevamo festeggiare visto che non son scelte da tutti i giorni. Appena varcai la soglia mi sembrò di rivedere gli occhi di mio padre. Sapevo che quegli occhi, entro pochi giorni, sarebbero stati fieri della figlia che ha avuto il coraggio di seguire i propri sogni.

Questa non la sa nessuno, neanche la mamma: quella stessa sera trovai sul tavolo un biglietto. Ancora lo conservo. «Se parti presto non svegliarmi, ci salutiamo così. Se ti occorre qualcosa, serviti. Ciao, papà». Mi aveva lasciato il suo portafoglio.

E partii, lo feci davvero. Verso la Francia, e chi l’aveva vista mai. Il padre di Alceste ci portò fino all’imbocco per l’autostrada. Ci toccava farci il viaggio in autostop. Armati di pollice e santa pazienza, trovammo un camionista, che grazie al cielo sarebbe arrivato fino a Marsiglia. Da lì in poi avremmo dovuto arrangiarci, ma intanto avevamo un bel buon passaggio. Un uomo enorme, di colore. Si chiamava Augustine. Era un uomo di una bontà gigantesca; ci disse che ci avrebbe accompagnato solo se l’avessimo aiutato a non addormentarsi, suonandogli qualche canzone. Dio solo sa quante volte cantai ‘Un amore così grande’ di Claudio Villa. E a me nemmeno piaceva Claudio Villa.
«Non possiamo tradirlo, su su, schiarisciti la voce» mi ripeteva Alceste. E così suonava ed io cantavo per ore e ore. Il sorriso splendente a confronto con le labbra scure di quell’uomo era impagabile. Avevamo trovato un angelo che ci avrebbe dato un enorme spinta per realizzare i nostri sogni. A metà strada, poco dopo il confine, dopo due giorni di viaggio, arrivammo a casa sua. Ci fece entrare senza alcun riguardo, ci fece conoscere la sua famiglia. Le sue due bambine erano la cosa più dolce al mondo. Ci offrirono un bagno caldo e un pasto vero, altro che i panini rubati all’autogrill.

Ripartimmo. Ripartimmo con il viaggio e con le canzoni e con grandi speranze.
Arrivati a Marsiglia lo lasciammo. Era il nostro salvatore e nemmeno se ne rendeva conto. L’avrei ringraziato per la vita intera.
Per arrivare a Parigi cambiammo sì e no una trentina di passaggi. Fu una cosa asfissiante. Ma ci arrivammo. Conoscemmo Donton, ci disse di chiamarsi così. Capì che eravamo degli artisti, così ci definiva, e “gli artisti meritano sempre un posto in paradiso”. Ci insegnò la vita di strada. Ci regalò un biglietto della metro, uno solo. Lo piegò a metà, e ci spiegò che in quel modo saremmo potuti passare senza che il biglietto venisse timbrato. Passaggi gratis, avremmo potuto girare Parigi senza costo. Ci procurò una stanza di un albergo di scarsa qualità, ma almeno non avremmo dovuto usare i sacchi a pelo come pensavamo. La nostra vita stava diventando molto più facile di quando stavamo a casa nostra. Qualcuno ci stava aiutando lassù, che tu ci creda o no.
La cosa più straordinaria che ci successe fu probabilmente il primo giorno del nostro “lavoro”. Arrivammo al mercatino delle pulci, non so se sai com’è quel posto. E’ una cosa fantastica. Gente da tutte le parti del mondo, mille lingue, mille paesi, e mille oggetti assurdi che non credo potrò rivedere da nessuna altra parte. Erano gli anni delle rivolte, c’erano ancora degli strascichi del famoso ’68. E noi cosa cantammo? Inni a Che Guevara. Eravamo dei pazzi, ci divertimmo come non mai. Riempirono il nostro cappello di spiccioli. Ma il grande botto arrivò quando un uomo, sulla quarantina, armato di bombetta e giacca a coda, ci disse che, volenti o nolenti, i francesi dovevano ripagare “la grande, l’enorme gioia che stavamo donando a questa gentaglia senza speranza”. Diceva che era grazie a noi se le persone sorridevano ancora.

Ho amato la Francia. Se mi fossi messa a cantare in una piazza italiana, mi avrebbero dato per pazza. E invece lì no, lì ti adoravano come se fossi il bene fatto persona.

Fatto sta che questo uomo, ingessato come un pinguino, si dimostrò più pazzo di me e Alceste messi assieme. Si tolse la bombetta, fece roteare il bastone e urlò in francese: «Signore e signori, aiutate gli artisti! Aiutate gli artisti!». Ballò sulle nostre note, ci consigliò le canzoni preferite di quella “gentaglia senza speranza”.
Quanti soldi che guadagnammo, Dio.
Sapevo che la somma guadagnata in una giornata di tale divertimento, al paese non l’avrei vista nemmeno dopo due mesi di lavoro. Comprammo un regalo a Donton, una chitarra. Alceste gli insegnò a suonarla, e qualche giorno venne addirittura con noi in piazza e ai mercati.

Ma arrivò ancora il tempo di partire.
«Mai mettere le radici. Più resti, più soffri quando te ne vai. E devi andartene sempre» mi ripeteva Alceste.
Mont Saint Michel.
Inutile dire che il viaggio fu un supplizio. Ma era un viaggio voluto, amato e desiderato. Con un uomo voluto, amato e desiderato. Con Alceste non ci fu mai un rapporto da fidanzati vero e proprio. Dicevo davvero quando ti ho detto che era il pazzo più serio che io abbia mai conosciuto: non mi fece mai del male, mai. Abbiamo fatto l’amore, qualche volta. Te lo giuro, quello era amore.

Ci arrivammo. Fu uno spettacolo. Eravamo lì, la luce era soffusa e intorno a noi era tutto così speciale. Guardavo l’orizzonte, vedevo una linea avvicinarsi dolcemente.
«Voici l’océan, ma chère.»
E in un battibaleno ci ritrovammo a vedere il mare. Ed io il mare l’avevo visto una sola volta nella mia vita. Piansi, piansi e risi.
Questa è una costante nella mia folle vita.

Dopo un anno e mezzo tornai a casa. Mi si distruggeva il cuore lasciando tutto quello che avevamo costruito. Anche perché sapevo, che per quanto mi amasse, Alceste sarebbe dovuto ripartire. Non avrebbe mai messo le radici in Italia con tutto il mondo da vedere. E io non sarei mai potuta andare con lui.

Varcato il confine, sapevo che tutto era finito. Mi sentii gravare il peso della monotonia addosso. Non volevo la noia, non volevo la quotidianità. Io volevo vivere, ed era la cosa più difficile da fare.

Arrivai a casa. Vidi mio padre, non ci scambiammo una parola. Aveva un sorriso sul viso che ripagava tutta la nostalgia che avevo nel cuore. Non disse nulla, stava lì, fermo, e mi guardava con le lacrime agli occhi. Presi la borsa, e ne tirai fuori un barattolo. Glielo tesi aspettando che lo prendesse.
«Le cinquemila lire che ti avevo preso, babbo.»

—  Veronica | oblatravi on tumblr.

Mauri aveva un mano fatata, votata al disegno da sempre,
la sua camera era un mare di fogli con scogli di matite e tempere,
nessuno come lui rendeva bene i fiori delle orchidee aperte
 o le foglie delle ninfee che accolgono il volo delle libellule….
Maurizio non aveva una donna e conosceva bene il modo giusto e i percorsi per fuggire da sé:
una matita ed un’onda di forme e contorni che invadevano il foglio eleggendolo Re
ma per quanto lui fosse un animo forte e puro anche il suo polso cedette quando venne lei
e i suoi mondi, i suoi sfondi, i suoi sogni, via ai bordi dei fogli … quando venne lei
in Maurizio era viva e profonda  un’orma lasciata dalla  prova di fuga forse verso gli dei,
quest’orma fonda era somma degli anni trascorsi fra i suoi fogli e colori a sognare fra sé:
 l’infanzia passata chino sui  fogli del tavolino e la mano sua da bambino prodigio,genio creativo tracciava
dentro un profilo lì un rigo color turchino ed un mondo si ergeva vivo tra i fogli di un bimbo schivo
Lui che era nato tra le industrie e le sassaie,
sognava di scappare tra i suoni di un temporale,
suo padre una testa calda, sua madre una  schiena stanca,
da grande lei lo sognava elegante in una banca
Quando lui disse a casa “io vado a vivere d’arte”, sua madre tacque e pianse, suo padre lo prese da parte e poi
gli disse: raccogli i tuoi fogli e i ricordi perché se parti non torni
se parti ti scordi i tuoi soldi ,i tuoi sogni
Quando arrivò a Bologna tutto gli apparve come il cielo in terra,
la conobbe che passava sotto i portici dell’Accademia,
Lei aveva la pelle bianca e gli occhi azzurri e diafani,
la prima volta che gli baciò le braccia lui si perse negli attimi
Lei era molto più di una donna sapeva  cullarlo per vedere altri mondi e poi scordarsi di sé
“Questa tua forza è una bomba” pensava l’artista mentre tutto scorreva e lui viaggiava da Re
ma per quanto lui fosse un animo forte e puro anche il suo polso cedette ….  quando venne lei
e i suoi mondi, i suoi sfondi, i suoi sogni via ai bordi dei fogli :…. quando venne lei
Lei lo cercava come se fosse un vero amore
fra i mercanti dell’estro, nelle Big Bo di Piazza Maggiore
poi fu lui a cercarla in continuazione
Fra i mercati all’ aperto, i bistrot, dalla “rive gauche” l'odore
-Quando disse ai suoi fogli “si ora è lei la mia partner”, le sue vecchie carte bianche la sua arte
messa da parte e poi
Lei era così dolce da non poterne fare senza,
lui ne impugnava l’elsa e ne coglieva tutta l’essenza
poi la vide aggirarsi fra le persone della stazione,
vide gli amici di poche ore morire per il suo amore
poi vide  zombi senza più cuore sputare dentro un flacone
e con ‘na dose  di metadone fare 2 dosi di metadone

— 

Murubutu, Quando venne lei

“Sul cavalcavia della stazione Tiburtina, due ragazzi spingevano un carretto con sopra delle poltrone. Era mattina, e sul ponte i vecchi autobus, quello per Monte Sacro, quello per Tiburtino III, quello per Settecamini, e il 409 che voltava subito sotto il ponte, giù per Casal Bertone e l'Acqua Bullicante, verso Porta Furba, cambiavano marcia raschiando in mezzo alla folla, tra i tricicli e i carretti degli stracciaroli, le biciclette dei pischelli e i birroccioni rossi dei burini che se ne tornavano calmi calmi dai mercati verso gli orti della periferia. Anche i marciapiedi scrostati ai lati del ponte, erano tutti pieni di gente: colonne di operai, sfaccendati, di madri di famiglia scese dal tram al Portonaccio, proprio sotto i muraglioni del Verano e che trascinavano le borse piene di carciofoli e cotiche, verso le casupole della Via Tiburtina, o verso qualche grattacielo, costruito da poco, tra i rottami, in mezzo ai cantieri, ai depositi dei ferrivecchi e di legnami, alle grosse fabbriche di Fiorentini o della Romana Compensati. Proprio in cima al ponte, tra la marea di macchine e di pedoni, i due ragazzi che trascinavano il carretto a strappi, senza badare agli zompi che faceva sulle buche del selciato, e andandosene più adagio che potevano, si fermarono, e si misero a sedere sui bordi del carretto”.

PIER PAOLO PASOLINI…

youtube

amo profondamente questa canzone

..e grida nei mercati che con certezza sta nella natura nella bellezza quel che non ha ragione ne mai ce l'avrà, quel che non ha rimedio ne mai ce l'avrà quel che non ha misura…

Napoli, criticata da tutta Italia.
Io non ci riesco proprio a farlo.
Napoli è …
I panni stesi sul balcone.
La gente che urla nei mercati.
I bambini che giocano a pallone per strada.
Napoli è il cornetto caldo alle due del mattino.
Napoli sono i bei ragazzi a Dante.
Napoli sono ritrovarsi a piazza del Gesù.
Napoli è passeggiare a Mergellina e vedere le luci più belle.
Napoli è il Vesuvio in tutto il suo splendore.
Napoli sono i ragazzi in motorino senza casco, le bancarelle lungo i viali.
Napoli è l'odore di caffè di prima mattina ovviamente già zuccherato.
Napoli sono i ‘concerti’ in piazza.
Napoli è Clementino Rocco Hunt e gli ormai separati Co sang.
Napoli sono i neomelodici o i bambini che fanno canzoni sulla nutella.
Napoli è un mondo a parte.
Potrei parlarne per ore, potrei dirvi anche tanti lati negativi, potrei dire tutte le sofferenze che mi ha portato questa regione e questa città, ma ha così tante cose belle da farmi dimenticare quelle brutte.
Napoli, la Campania, non è solo rapine, camorra e pattumiera.
Napoli è gente sempre cordiale e sorridente.
Napoli è magia e per me rimarrà sempre un posto chiamato CASA.
—  Martina Piccu 

anonymous asked:

Cosa pensi dei diritti ai Gay? A mio parere non dovrebbero averli.

I diritti ai gay? Stiamo scherzando? Per carità nessun diritto. Che dopo c'è li ritroviamo ha rapinare banche, ha rubare nei super mercati. No che poi vanno a stuprare i bambini. No che poi c'è li ritroviamo sotto casa a fare sesso. No perchè sono loro che fanno le scritte sui muri. Nessun diritto ai gay, perchè tolgono cibo ai poveri, provocano malattie. Girano per le città armati. Madonna dovrebbero spararti a te, con un bazuca e farti sparire dalla faccia della terra. Non diamoli i diritti ai gay, perche non sono persone umane come tutti gli altri. No, vero? Sono animali? A me l'unico animale qua sembri tu. Cos'è ti da fastidio vedere due persone dello stesso sesso baciarsi. Allora sposti i tuoi occhietti da loro. E dato che io non rispondo neanche a una domanda così stupida. Perchè è ovvio, che debbano avere diritti come ogni umano di questa terra. Se non ti sta bene. Alzi i tacchi e te ne vai a fanculo. -Con affetto una lesbica.

1°Maggio+1

Negli scorsi giorni ho visto rebloggata più e più volte (in realtà a opera dei soliti poveretti dalle difficili interazioni sociali) una frase che più o meno recitava ‘Io il 1° Maggio lavoro' e dal primo momento in cui l'ho vista ho cominciato a farmi qualche domanda.

Lavori perché sei un pompiere o un poliziotto? Lavori perché hai rubato le chiavi dell'ufficio e ci vai lo stesso? Lavori e non avresti voluto lavorare o lavori inorgoglito guardando sprezzante i giovinastri dei centri sociali? T'hanno incastrato con un turno perché il collega napoletano s'è dato malato per andare al concerto del primo maggio o telelavori da casa perché i mercati coreani non chiudono? Lavori perché i tuoi figli hanno fame (e tu, pure ma è brutto mangiarseli), per togliere il pane dalla bocca dei figli degli altri o perché se non ci pensassi tu, gli altri non avrebbero pane da dare ai loro figli?
Lavori non pagato per principio o pagato il doppio perché è un giorno di festa? Ti puoi permettere di non essere pagato o rinunci a quei soldi con un volontario sacrificio, novello Stakanov al contrario?

Vuoi sapere una cosa? Non mi interessa.

Voglio pensare che con la tua frase tu abbia voluto dare voce ai tanti inascoltati che popolano corsie, uffici, aule, vicoli e che grazie a te possono ancora una volta arieggiare la scatola cranica senza che vi soggiorni nulla.

Però voglio dirti cosa ho fatto io il 1° Maggio.

Potevo andare a lavorare e non ci sono andato.
Potevo guadagnare 207 euro e non ci sono andato.
Non ci sono andato e non ho guadagnato 207 euro.
Io posso andare a lavorare sabato e domenica ma non ci vado.
Io posso lavorare 15 ore al giorno, tutti i giorni, ma non lo faccio.
Se rimango a casa non guadagno.
Se mi ammalo non guadagno.
Se mi amputo una gamba, vado a lavorare saltellando.
O non ci vado e non guadagno.

Ieri sono stato con la mia famiglia e sono contento.
Vorrei starci di più ma mi accontento.
Potrei guadagnare molto di più ma penso che questo mi possa bastare per essere felice. Con la mia famiglia. Con me stesso.

Credo che un buona percentuale di persone che ieri ballavano e cantavano non avessero la minima idea di cosa sia stato e cosa abbia rappresentato il 1° maggio.
'Sia stato’, perché adesso non è più.

Non con le persone che ci sono oggi, non con i lavoratori, con gli studenti, con i manager, con i dipendenti pubblici, con i politici, con i manifestanti che ci sono oggi.

Quindi ieri sono stato con la mia famiglia, l'unico mio bene prezioso e di cui mi importi qualcosa, fuori dalle polemiche di un paese di persone con un senso della misura così esile da gettarmi nello sconforto ogni volta che metto il naso fuori dalla porta di casa.

Buoni 364 primi maggio a tutti.

Lily only had three goals last night: have fun, get drunk and then get home with both shoes still on her feet. Mercatiously she’d managed all three, and even met her bonus goal of changing out of her dress and finding a place other than the floor to crash so overall it was a great night. She doesn’t know what causes her to stir, if it was the vibrations of her phone in the bed beside her with another comment coming in for hashtag team pan or the sound of footsteps near by. But she lets out a small yawn, not willing to completely give up on sleep yet. 

INCONTRI DI STRADA

Tra Chefchaouen e Meknès
Martedì 23 maggio 2017
giorno: 4
km: tra 502 e 710

La strada che mi porta a Meknès non riserva grandi soprese. Abbastanza dritta, poche curve, un paesaggio non particolarmente suggestivo. Il cielo è coperto, all'orizzonte si vedono scie di pioggia.
Così la mia attenzione si concentra su quanto mi circonda più da vicino.
Embè, dopo appena due giorni di Marocco, ho capito che non avevo capito. Mi ero immaginata strade deserte arroventate dal sole. Chilometri di asfalto solitario spazzato dal vento e niente di più.
E invece…
Siamo in Marocco, ragazzo! Che ti credevi di andare sulla luna?
Esattamente come tra i vicoli delle medine e le piazze dei mercati, le strade marocchine sono fervide di vita: umana, animale, meccanica.
Ci sono uomini e donne, ragazzi e bambini; c'è cammina, chi corre, chi dorme sotto un albero e chi se ne sta seduto sul ciglio della strada; c'è chi vende e chi compra; c'è chi lavora e chi non fa niente, chi ti saluta e chi ti ignora; c'è chi va e chi torna, chi traina qualcosa, ma anche chi è trainato; c'è chi va su un mulo e chi lo spinge; ci sono cani, pecore, mucche, galline a spasso come in una grande aia; e ci sono mezzi di ogni tipo: auto, moto, camion, pullman, trattori, bici, mezzi a tre ruote, nuovi e vecchi, alcuni improbabili, altri che non sai come fanno a viaggiare.
Le strade del Marocco… che spettacolo, ragazzi!