mercaty

Pagare moneta fare bruschetta

Da ottobre (periodo di raccolta delle olive) tengo in cantina 30 litri di olio per un tizio amico di mio papà, tutto imbottigliato in bottiglie da mezzo litro e messo in cartoni contenenti 6 bottiglie ciascuno, un lavoro certosino (per non dire gran rottura de cojoni); il tizio inoltre voleva bottiglie scure, rotonde con collo lungo, con salvagoccia, con il sigillo di garanzia sulla ghiera del tappo e capsula color oro. Spesso in questi mesi, ho minacciato mio papà di vendermelo, ma alla fine ho sempre lasciato perdere per rispetto suo. Oggi finalmente arriva il tizio: macchinone, ben vestito e anche con la battuta pronta che non guasta mai. Così tra una chiacchiera e l’altra gli carico l’olio ma al momento di pagare mi fa…. ehm, al momento non ho liquidità tu accetti carte di credito? (e qui viene il bello) dico: nono non accetto carte di credito e allora lui: ehm ehm eheheh, allora dai, ti faccio un bonifico appena torno dall’Austria va bene??? No non va bene…. e lui: eheheheahahahah e allora come facciamo? niente come facciamo, apri il portellone e mi riprendo l’olio, passerai quando avrai “liquidità” come dici tu no? e lui: ahahahhaha maddaiii ahahahahah ma io devo andare in Austria non ho mica tempo da perdere ahahahah e poi dai ti faccio anche pubblicità su in Austria eh??!, ti faccio aprire anche nuovi mercati all’estero! eheeheehahahahah….

No, qui l’unica cosa che devi aprire è il portellone del bagagliaio, altrimenti te lo apro io con la benna dell’escavatore.

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Palermo - Foto di Larissa Davidila

Palermo è un mistero che non puoi capire è un sogno che non puoi finire è un’illusione, un ricordo, un momento. Palermo è il senso del vento. Ti muovi, ti perdi in queste strade infinite, ti muovi ti perdi tra mille e mille vite. Il passato domina e regna ancora, il presente muore lento ad ogni ora. Ricchezza miseria furbizia onestà, Palermo è il teatro del mondo, è la sua coscienza, l’incoscienza, la materia e la spiritualità.

Palermo è la Sicilia piena di tesori, è una Sicilia cresciuta tra i dolori, svezzata tra i sorrisi e l’allegria, sono i suoi occhi da cui vedi l’anima nera, un cielo stellato che circonda la Zisa, sono i colori della primavera. Parlermo uccide, rinasce, ritorna, ama ancora, profumi, voci, mercati, chiese antiche, sorrisi, migranti arabi e fenici, i vecchi di piazza della libertà, Palermo che parla, racconta, mangia cannoli, grida alla vucciria, Palemmu silenzio, suli chi mori, mavaria, Palemmu Cagliostro, Riina, santa Rosalia, Palemmu cielu, mari terra, malincunia…

Napoli, criticata da tutta Italia.
Io non ci riesco proprio a farlo.
Napoli è …
I panni stesi sul balcone.
La gente che urla nei mercati.
I bambini che giocano a pallone per strada.
Napoli è il cornetto caldo alle due del mattino.
Napoli sono i bei ragazzi a Dante.
Napoli sono ritrovarsi a piazza del Gesù.
Napoli è passeggiare a Mergellina e vedere le luci piu belle.
Napoli è il Vesuvio in tutto il suo splendore.
Napoli sono i ragazzi in motorino senza casco, le bancarelle lungo i viali.
Napoli è l'odore di caffè di prima mattina ovviamente già zuccherato.
Napoli sono i ‘concerti’ in piazza.
Napoli è Clementino, Rocco Hunt e gli ormai separati Co sang.
Napoli sono i neomelodici o i bambini che fanno canzoni sulla nutella.
Napoli è un mondo a parte.
Potrei parlarne per ore, potrei dirvi anche tanti lati negativi, potrei dire tutte le sofferenze che mi ha portato questa regione e questa città, ma ha così tante cose belle da farmi dimenticare quelle brutte.
Napoli, la Campania, non è solo rapine, camorra e pattumiera.
Napoli è gente sempre cordiale e sorridente.
Napoli è magia e per me rimarrà sempre un posto chiamato CASA.
—  Martina Piccu

Voglio possederti, devi essere mia.


Il tuo corpo, i più profondi segreti della tua anima


devono essere mia proprietà.


Non devi avere un capello


non un dente


non un singolo angolo buio


nei tuoi pensieri


che non mi appartenga.


Come potrei altrimenti


venderti


per mucchi di argento e oro


preziose pietre


e ogni possibile genere di lusso?


O chissà?


Magari solo un bicchiere di vino


una notte con una puttana


un pugno di perle di vetro colorate


O un povero coltello


col manico di corda.


Come potrei altrimenti sapere


cosa significa perderti?


In che modo


misurare la tua assenza?


Perderti devo comunque.


Ogni giorno ti perdo un po’.


Nei mercati d’Oriente


voglio incettare cose come quelle


per cui avrei potuto venderti


piccole cose


che mi ricorderanno gli invisibili sonagli


che i tuoi movimenti sempre


fanno echeggiare nell’aria


e un enorme torrente di seta


come il punto


in cui il tuo collo incontra le spalle.


E se improvvisamente un giorno


casualmente ti incontrassi


ti regalerei ogni cosa.


Henrik Nordbrandt - Voglio possederti

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Segesta

Del popolo degli Elimi, discendenti da Troiani e fratelli dei Romani, sono rimasti solo le sorgenti da cui nascevano le loro parole: i templi col le parole sacre e solenni, le porte verso gli dei e l’assoluto, davanti ai templi le parole di ogni giorno nei mercati quotidiani, quelle volgari e ridanciane. Poi le parole racchiuse nel teatro, quelle comiche o quelle delle satire, i drammi, le terribili tragedie con cui gli Elimi vedevano le loro vite aprirsi di fronte alla platea e mostrare abissi e vette a cui davano risposte solo Dei ed Eroi. Le loro parole sono ancora li perché forse sono le stesse che dentro noi vagano parlando di passioni e solitudini a cui non abbiamo trovato la risposta definitiva. Io le sento vagare tra le colonne dei templi ed i gradoni del teatro, il vento le innalza e le confonde con le nubi, ma presto tornano a vagare tra le sorgenti in cui sono nate, cercando qualche attore minore, qualche poeta improvvisato che possa ancora far vivere la loro eternità nell’attimo di un respiro.

Of the people of Elim, descendants of Troyans and brothers of the Romans, remain only the springs from which their words were born: the temples with the sacred and solemn words, the doors to the gods and the absolute and in front of the temples the words of every day in the daily markets, the vulgar and laughing words. Then the words contained in the theater, the comedy or the satire, the dramas, the terrible tragedies with which Elimi saw their lives open in front of the audience and show abysses and peaks to which only Gods and Heroes answered. Their words are still there because they are the same ones that we roam in talking about passions and loneliness to which we did not find the final answer. I feel wandering them through the pillars of temples and the steps of the theater, the wind raises them and confuses them with the clouds, but soon they roam back to the springs where they were born, looking for some minor actor, some improvised poet who can still let them live their eternity in the moment of a breath.

Tre anni fa, quando vivevo in Germania, nella  mia folle rincorsa a quel mondo pazzo che era quello del vino, andai a una fiera a Francoforte, la Wein am Main. Ricordo ancora come mi vestii, l’emozione di seguire un seminario sul Riesling in lingua tedesca e amarne follemente ogni minimo secondo nonostante capissi meno della metà, la sensazione strana di essere circondata da una folla enorme ma di essere completamente da sola, l’euforia dei troppi vini bevuti, il finale di serata passato allo stand di un importatore italiano in Germania che mi fece bere tutti i vini possibili e immaginabili, ridonandomi calore al cuore. Ma, più di tutto, mi ricordo lui, un giovane vignaiolo tedesco con la camicia a quadri rossa e nera su una t-shirt grigia, i vini più buoni che abbia mai bevuto, una produzione piccola ma sincera, il suo sorriso bellissimo e le sue guance abbronzate tipiche di chi lavora tanto a l’aria aperta. Si chiamava Hans, e ricordo che gli portai un bicchiere di Turriga, perché non aveva mai assaggiato un vino sardo. Io allora ero una totale dilettante (non che ora non lo sia), e mi sforzavo come una matta sia di superare il gap linguistico, sia di imparare il più possibile sul vino, qualunque esso fosse. Lui fu così gentile da spiegarmi tutto, dal l’inizio alla fine, nel tedesco più elementare che esista, e io tra la sbronza e l’euforia, non riuscivo a non perdermi in quegli occhi azzurri color del cielo. Ci scambiammo i contatti su facebook, ma scoprii che era fidanzato, quindi lo lasciai in pace, a malincuore, molto malincuore. Insomma, mi ricordo quando entrai nella sala, fu come vedere solo lui e nessun altro, immediatamente. Lui mi scrisse un giorno out of the blue quando io ero già rientrata in Italia, gli spiegai che finalmente stavo lavorando nel mondo del vino, che avevo studiato, che c’ero riuscita. Da allora mi scrive con cadenza regolare, è gentile, premuroso, simpatico e ancora terribilmente bello. Stasera, senza nessun preavviso, mi ha chiamata su skype. Io non parlo il tedesco da tanto, quindi ho parlato in inglese, lui non parla inglese da tanto, quindi ha parlato in tedesco. Gli ho dato dei consigli su come entrare in nuovi mercati, avviare l’export, i prezzi e tante altre cose, abbiamo riso del fatto che, dopo 3 anni, ero io a dare lezioni a lui in tema vino, ha detto che mi spedirà dei suoi vini (e io ne spedirò a lui), e appena gli ho detto che sarei stata a Stoccarda il prossimo novembre, ha detto che assolutamente dobbiamo incontrarci. A parte le guance bollenti che mi son venute mentre parlavo con lui, e l’euforia assurda, questa volta sobria, è stato davvero bello rivederlo e risentirlo (mi ha anche mandato un video dopo la chiamata, facendomi vedere la fermentazione del pinot noir, ragazzi per me è meglio del porno, davvero), ed è assurdo che a volte due persone si incontrino, parlino per poche ore, e poi fondamentalmente non si perdano mai nonostante la lontananza e l’essere quasi due sconosciuti, è assurdo e bellissimo, e io da 10 minuti non riesco a smettere di guardare il video e le foto di lui felice come una pasqua vicino alla sua uva, con quel capello biondo oro, gli occhi azzurro cielo e le guance, sempre belle baciate dal sole.

Era magia, dico sul serio. Eravamo noi amiche, sempre noi tre.
Pensa che frequentavo ancora l’oratorio, all’alba dei miei diciannove anni, dei nostri diciannove anni. Si andava lì, si giocava a carte e ci si faceva compagnia. Si parlava di ragazzi, ché ai miei tempi l’amore era molto più facile.
L’ho conosciuto all’oratorio. Era uno strano, arrivava dall’Abruzzo vestito come un messicano. Era la prima volta che lo vedevo in paese, si chiamava Alceste.
Già il nome, no? Di una comunità assurda. Per questo era adatto a me, io sono tutta strana, la mia vita lo è.
Fatto sta che ce lo ritrovammo davanti con tanto di sombrero, una chitarra in mano e tanta, tanta voglia di suonare.
Entrò nella nostra compagnia. Tre ragazze e un ragazzo, che si vedevano tutti i giorni all’oratorio. Una quotidianità incredibilmente unica. Lui suonava, io cantavo, e ci si divertiva. Passammo giornate e giornate in questo modo. Era un amico unico per noi.
Diventò il mio primo ragazzo, credo. Mi disse che gli piacevo, risposi che ricambiavo. Era un rapporto strano, proprio come lo volevo io. Mi andava bene così. Diventò parte delle mie giornate, non so dirti se lo amavo o no, ma era lì e mi guardava e a me veniva sia da piangere che da ridere.

Un giorno ci disse che entro due giorni sarebbe partito. Se ne andava, se ne andava a Parigi, a suonare nelle strade, perché questo era quello che aveva sempre sognato. Se ne andava al Mont Saint Michel, a vedere le maree e le luci della città, perché questo era quello che aveva sempre voluto.
Parigi? Mont Saint Michel?
Vengo anche io.
Dico davvero, ero matta. Sono matta. Ma io volevo vedere, conoscere, e capire che un motivo per stare al mondo ce l’avevo anch’io.
«Vieni, ma sappi che suonerò, se vorrai canterai con me, vivremo di quello» mi disse.
Non credo di poter esprimere l’entusiasmo che mi portavo dentro. Avevo due giorni, forse meno, per dire ai miei genitori che stavo per partire con quel ragazzo con un sombrero in testa. Ai miei tempi, a diciannove anni eri una donna. Iniziavi a lavorare a tredici e, alla mia età, volendo o non volendo, eri già pronta per vivere la tua vita.

Tornai a casa, entusiasta lo dissi a mio padre. Un colpo al cuore. Sapevo che non mi avrebbe mai detto di no, ma avrei preferito prendere un pugno nello stomaco e accasciarmi a terra piuttosto di rimanere all'altezza dei suoi occhi colmi di lacrime.
«Se devi andare, vai».
Io e mio padre eravamo la cosa più bella che c’era. Io sapevo che lui era l’uomo della mia vita e sapevo che ogni singolo giorno che Dio mi avrebbe concesso, io lo avrei speso cercando di seguire le sue orme. Un uomo unico, lo dico davvero. Comunque, mi disse quelle quattro parole, e mi lasciò lì in piedi, smontando tutte le fantasie che si erano create nella mia testa.
“Che vado a fare a diciannove anni, in Francia, per seguire un sogno nato poche ore fa?” pensai. Ed era vero, io non avevo mai pensato a me, in una piazza, con un cappellino per terra per racimolare spiccioli. Ma papà diceva sempre che bisogna cogliere l’attimo, Dio, bisogna farlo. Bisogna vivere la vita, ché quella è una sola, non si può aspettare, perché “col tempo anche le mele sane prima o poi si ammaccano”.
Presi uno zaino, due cose per fingere di avere un minimo di organizzazione in testa e un sacco a pelo. Lo posai in un angolo della stanza e tornai all’oratorio per dire tutto ad Alceste: il pazzo più serio che io abbia mai conosciuto.
Rincasai ad un’ora indecente, ma capisci che dovevamo festeggiare visto che non son scelte da tutti i giorni. Appena varcai la soglia mi sembrò di rivedere gli occhi di mio padre. Sapevo che quegli occhi, entro pochi giorni, sarebbero stati fieri della figlia che ha avuto il coraggio di seguire i propri sogni.

Questa non la sa nessuno, neanche la mamma: quella stessa sera trovai sul tavolo un biglietto. Ancora lo conservo. «Se parti presto non svegliarmi, ci salutiamo così. Se ti occorre qualcosa, serviti. Ciao, papà». Mi aveva lasciato il suo portafoglio.

E partii, lo feci davvero. Verso la Francia, e chi l’aveva vista mai. Il padre di Alceste ci portò fino all’imbocco per l’autostrada. Ci toccava farci il viaggio in autostop. Armati di pollice e santa pazienza, trovammo un camionista, che grazie al cielo sarebbe arrivato fino a Marsiglia. Da lì in poi avremmo dovuto arrangiarci, ma intanto avevamo un bel buon passaggio. Un uomo enorme, di colore. Si chiamava Augustine. Era un uomo di una bontà gigantesca; ci disse che ci avrebbe accompagnato solo se l’avessimo aiutato a non addormentarsi, suonandogli qualche canzone. Dio solo sa quante volte cantai ‘Un amore così grande’ di Claudio Villa. E a me nemmeno piaceva Claudio Villa.
«Non possiamo tradirlo, su su, schiarisciti la voce» mi ripeteva Alceste. E così suonava ed io cantavo per ore e ore. Il sorriso splendente a confronto con le labbra scure di quell’uomo era impagabile. Avevamo trovato un angelo che ci avrebbe dato un enorme spinta per realizzare i nostri sogni. A metà strada, poco dopo il confine, dopo due giorni di viaggio, arrivammo a casa sua. Ci fece entrare senza alcun riguardo, ci fece conoscere la sua famiglia. Le sue due bambine erano la cosa più dolce al mondo. Ci offrirono un bagno caldo e un pasto vero, altro che i panini rubati all’autogrill.

Ripartimmo. Ripartimmo con il viaggio e con le canzoni e con grandi speranze.
Arrivati a Marsiglia lo lasciammo. Era il nostro salvatore e nemmeno se ne rendeva conto. L’avrei ringraziato per la vita intera.
Per arrivare a Parigi cambiammo sì e no una trentina di passaggi. Fu una cosa asfissiante. Ma ci arrivammo. Conoscemmo Donton, ci disse di chiamarsi così. Capì che eravamo degli artisti, così ci definiva, e “gli artisti meritano sempre un posto in paradiso”. Ci insegnò la vita di strada. Ci regalò un biglietto della metro, uno solo. Lo piegò a metà, e ci spiegò che in quel modo saremmo potuti passare senza che il biglietto venisse timbrato. Passaggi gratis, avremmo potuto girare Parigi senza costo. Ci procurò una stanza di un albergo di scarsa qualità, ma almeno non avremmo dovuto usare i sacchi a pelo come pensavamo. La nostra vita stava diventando molto più facile di quando stavamo a casa nostra. Qualcuno ci stava aiutando lassù, che tu ci creda o no.
La cosa più straordinaria che ci successe fu probabilmente il primo giorno del nostro “lavoro”. Arrivammo al mercatino delle pulci, non so se sai com’è quel posto. E’ una cosa fantastica. Gente da tutte le parti del mondo, mille lingue, mille paesi, e mille oggetti assurdi che non credo potrò rivedere da nessuna altra parte. Erano gli anni delle rivolte, c’erano ancora degli strascichi del famoso ’68. E noi cosa cantammo? Inni a Che Guevara. Eravamo dei pazzi, ci divertimmo come non mai. Riempirono il nostro cappello di spiccioli. Ma il grande botto arrivò quando un uomo, sulla quarantina, armato di bombetta e giacca a coda, ci disse che, volenti o nolenti, i francesi dovevano ripagare “la grande, l’enorme gioia che stavamo donando a questa gentaglia senza speranza”. Diceva che era grazie a noi se le persone sorridevano ancora.

Ho amato la Francia. Se mi fossi messa a cantare in una piazza italiana, mi avrebbero dato per pazza. E invece lì no, lì ti adoravano come se fossi il bene fatto persona.

Fatto sta che questo uomo, ingessato come un pinguino, si dimostrò più pazzo di me e Alceste messi assieme. Si tolse la bombetta, fece roteare il bastone e urlò in francese: «Signore e signori, aiutate gli artisti! Aiutate gli artisti!». Ballò sulle nostre note, ci consigliò le canzoni preferite di quella “gentaglia senza speranza”.
Quanti soldi che guadagnammo, Dio.
Sapevo che la somma guadagnata in una giornata di tale divertimento, al paese non l’avrei vista nemmeno dopo due mesi di lavoro. Comprammo un regalo a Donton, una chitarra. Alceste gli insegnò a suonarla, e qualche giorno venne addirittura con noi in piazza e ai mercati.

Ma arrivò ancora il tempo di partire.
«Mai mettere le radici. Più resti, più soffri quando te ne vai. E devi andartene sempre» mi ripeteva Alceste.
Mont Saint Michel.
Inutile dire che il viaggio fu un supplizio. Ma era un viaggio voluto, amato e desiderato. Con un uomo voluto, amato e desiderato. Con Alceste non ci fu mai un rapporto da fidanzati vero e proprio. Dicevo davvero quando ti ho detto che era il pazzo più serio che io abbia mai conosciuto: non mi fece mai del male, mai. Abbiamo fatto l’amore, qualche volta. Te lo giuro, quello era amore.

Ci arrivammo. Fu uno spettacolo. Eravamo lì, la luce era soffusa e intorno a noi era tutto così speciale. Guardavo l’orizzonte, vedevo una linea avvicinarsi dolcemente.
«Voici l’océan, ma chère.»
E in un battibaleno ci ritrovammo a vedere il mare. Ed io il mare l’avevo visto una sola volta nella mia vita. Piansi, piansi e risi.
Questa è una costante nella mia folle vita.

Dopo un anno e mezzo tornai a casa. Mi si distruggeva il cuore lasciando tutto quello che avevamo costruito. Anche perché sapevo, che per quanto mi amasse, Alceste sarebbe dovuto ripartire. Non avrebbe mai messo le radici in Italia con tutto il mondo da vedere. E io non sarei mai potuta andare con lui.

Varcato il confine, sapevo che tutto era finito. Mi sentii gravare il peso della monotonia addosso. Non volevo la noia, non volevo la quotidianità. Io volevo vivere, ed era la cosa più difficile da fare.

Arrivai a casa. Vidi mio padre, non ci scambiammo una parola. Aveva un sorriso sul viso che ripagava tutta la nostalgia che avevo nel cuore. Non disse nulla, stava lì, fermo, e mi guardava con le lacrime agli occhi. Presi la borsa, e ne tirai fuori un barattolo. Glielo tesi aspettando che lo prendesse.
«Le cinquemila lire che ti avevo preso, babbo.»

—  Veronica | oblatravi on tumblr.
Napoli, criticata da tutta Italia.
Io non ci riesco proprio a farlo.
Napoli è …
I panni stesi sul balcone.
La gente che urla nei mercati.
I bambini che giocano a pallone per strada.
Napoli è il cornetto caldo alle due del mattino.
Napoli sono i bei ragazzi a Dante.
Napoli sono ritrovarsi a piazza del Gesù.
Napoli è passeggiare a Mergellina e vedere le luci più belle.
Napoli è il Vesuvio in tutto il suo splendore.
Napoli sono i ragazzi in motorino senza casco, le bancarelle lungo i viali.
Napoli è l'odore di caffè di prima mattina ovviamente già zuccherato.
Napoli sono i ‘concerti’ in piazza.
Napoli è Clementino Rocco Hunt e gli ormai separati Co sang.
Napoli sono i neomelodici o i bambini che fanno canzoni sulla nutella.
Napoli è un mondo a parte.
Potrei parlarne per ore, potrei dirvi anche tanti lati negativi, potrei dire tutte le sofferenze che mi ha portato questa regione e questa città, ma ha così tante cose belle da farmi dimenticare quelle brutte.
Napoli, la Campania, non è solo rapine, camorra e pattumiera.
Napoli è gente sempre cordiale e sorridente.
Napoli è magia e per me rimarrà sempre un posto chiamato CASA.
—  Martina Piccu 

Mauri aveva un mano fatata, votata al disegno da sempre,
la sua camera era un mare di fogli con scogli di matite e tempere,
nessuno come lui rendeva bene i fiori delle orchidee aperte
 o le foglie delle ninfee che accolgono il volo delle libellule….
Maurizio non aveva una donna e conosceva bene il modo giusto e i percorsi per fuggire da sé:
una matita ed un’onda di forme e contorni che invadevano il foglio eleggendolo Re
ma per quanto lui fosse un animo forte e puro anche il suo polso cedette quando venne lei
e i suoi mondi, i suoi sfondi, i suoi sogni, via ai bordi dei fogli … quando venne lei
in Maurizio era viva e profonda  un’orma lasciata dalla  prova di fuga forse verso gli dei,
quest’orma fonda era somma degli anni trascorsi fra i suoi fogli e colori a sognare fra sé:
 l’infanzia passata chino sui  fogli del tavolino e la mano sua da bambino prodigio,genio creativo tracciava
dentro un profilo lì un rigo color turchino ed un mondo si ergeva vivo tra i fogli di un bimbo schivo
Lui che era nato tra le industrie e le sassaie,
sognava di scappare tra i suoni di un temporale,
suo padre una testa calda, sua madre una  schiena stanca,
da grande lei lo sognava elegante in una banca
Quando lui disse a casa “io vado a vivere d’arte”, sua madre tacque e pianse, suo padre lo prese da parte e poi
gli disse: raccogli i tuoi fogli e i ricordi perché se parti non torni
se parti ti scordi i tuoi soldi ,i tuoi sogni
Quando arrivò a Bologna tutto gli apparve come il cielo in terra,
la conobbe che passava sotto i portici dell’Accademia,
Lei aveva la pelle bianca e gli occhi azzurri e diafani,
la prima volta che gli baciò le braccia lui si perse negli attimi
Lei era molto più di una donna sapeva  cullarlo per vedere altri mondi e poi scordarsi di sé
“Questa tua forza è una bomba” pensava l’artista mentre tutto scorreva e lui viaggiava da Re
ma per quanto lui fosse un animo forte e puro anche il suo polso cedette ….  quando venne lei
e i suoi mondi, i suoi sfondi, i suoi sogni via ai bordi dei fogli :…. quando venne lei
Lei lo cercava come se fosse un vero amore
fra i mercanti dell’estro, nelle Big Bo di Piazza Maggiore
poi fu lui a cercarla in continuazione
Fra i mercati all’ aperto, i bistrot, dalla “rive gauche” l'odore
-Quando disse ai suoi fogli “si ora è lei la mia partner”, le sue vecchie carte bianche la sua arte
messa da parte e poi
Lei era così dolce da non poterne fare senza,
lui ne impugnava l’elsa e ne coglieva tutta l’essenza
poi la vide aggirarsi fra le persone della stazione,
vide gli amici di poche ore morire per il suo amore
poi vide  zombi senza più cuore sputare dentro un flacone
e con ‘na dose  di metadone fare 2 dosi di metadone

— 

Murubutu, Quando venne lei

Si scambiano parole da finestre fatte di vetro e storia.
Le signore del sabato mattina sono diverse da quelle della domenica.
Hanno voglia di camminare, non di rimanere in casa a cucire e a preparare il the o una tazza di caffè.
“Ascolta la Piaf?”
Hanno voglia di vita, non di pensieri.
Hanno voglia di gonne colorate, non di vestaglie a fiori.
“Quanto è bella la vie en rose.” Hanno voglia di emozioni, non di stupide illusioni.
Passeggiano sulla riva del mare anche se il vento è più forte del solito.
Cercano i dischi di vinile nei mercati d'antiquariato, le stampe del ‘700, e si siedono sulle panchine per parlare o solo per stare in silenzio. Con sé stesse. Con il mondo.

beh… pesce. Fresco, non speciale ma buono. Più vicino ai sapori e alle consistenze mediterranee. In archivio ho le foto dei mercati del pesce e anche di come si cucinano i pesci che sono più apprezzati almeno nel sud della Cina.

Notare i tagli che immagino per il pesce al vapore servano per farlo insaporire di soia ma forse qua servono per mangiarselo più agevolmente con i chopstick.

A proposito di pesce e chopstick, una volta presa confidenza, per alcuni tipi di cibi come il pesce risultano molto più comodi delle posate.

Attenzione che arriva il piatto fung-fu!

anonymous asked:

Cosa pensi dei diritti ai Gay? A mio parere non dovrebbero averli.

I diritti ai gay? Stiamo scherzando? Per carità nessun diritto. Che dopo c'è li ritroviamo ha rapinare banche, ha rubare nei super mercati. No che poi vanno a stuprare i bambini. No che poi c'è li ritroviamo sotto casa a fare sesso. No perchè sono loro che fanno le scritte sui muri. Nessun diritto ai gay, perchè tolgono cibo ai poveri, provocano malattie. Girano per le città armati. Madonna dovrebbero spararti a te, con un bazuca e farti sparire dalla faccia della terra. Non diamoli i diritti ai gay, perche non sono persone umane come tutti gli altri. No, vero? Sono animali? A me l'unico animale qua sembri tu. Cos'è ti da fastidio vedere due persone dello stesso sesso baciarsi. Allora sposti i tuoi occhietti da loro. E dato che io non rispondo neanche a una domanda così stupida. Perchè è ovvio, che debbano avere diritti come ogni umano di questa terra. Se non ti sta bene. Alzi i tacchi e te ne vai a fanculo. -Con affetto una lesbica.

Sacrifice to Diana
The Emperor Hadrian Sacrificing to the Goddess Diana after a Boar Hunt

Giovanni Battista Mercati, Italian, c. 1600 - after 1641. After Antique Sculpture.

Geography:
Made in Rome, Italy, Europe

Date:
1613? Medium:
Etching, with plate tone Philadelphia Museum of Art

Nome: Kon-igi

Blog: Sono qua i droidi che state cercando…

Primo post: ottobre 2011

Intervista del mese Tumblr-star edition!

Questo mese le nostre sette domande le abbiamo fatte ad un utente che non ha bisogno di presentazioni, il Dottor Kon-igi. Godetevelo:

Chi è Kon-igi?

Sono un semplice quarantenne con la faccia del cinquantenne, la prostata di un settantenne e l'entusiasmo di un ventenne (strafatto di ketamina). Approdo su Tumblr nel Settembre 2011 deluso che le mie gif animate su Facebook rimanessero sempre ferme e indispettito dal fatto che il Moige mi avesse dedicato un'intera sezione di mamme isteriche la cui missione era segnalarmi tutte le volte che accendevo il PC.

Credo fortemente nel mutuo soccorso e per questo metto le mie conoscenze al servizio degli altri, casomai qualcuno un giorno si dovesse trovare a scappare da un'orda di zombie rallentato da una cistite acuta da candidosi.

La mia casella degli ask è sempre aperta a tutti, ma mi incazzo come una biscia quando la gente spegne le sigarette nelle tazzine del caffè o non usa i sottobicchieri.

Prossimamente farò un salto di qualità e mi lancerò sui mercati mondiali: per la mia linea di prodotti ho scelto un claim molto diretto che tradotto in italiano suona più o meno ‘Se si rompe un osso CHI CHIAMERAI?’ e poi entrano in scena un gruppo di ballerine con zaino protonico e visori ectoplasmatici che rispondono 'KON-IGI!’. Me lo hanno censurato in 27 paesi e qua da noi lo passano in seconda serata e solo nei circoli Arci della provincia di Parma.

Keep reading

Diario di viaggio: primo giorno a Palermo.

- Mercati di ballaró (pensando a te)
- Teatro massimo (pensando a te)
- Teatro politeama (pensando a te)
- Giardino inglese (pensando a te)
- Piazza della vergogna (pensando a me che penso a te)

1°Maggio+1

Negli scorsi giorni ho visto rebloggata più e più volte (in realtà a opera dei soliti poveretti dalle difficili interazioni sociali) una frase che più o meno recitava ‘Io il 1° Maggio lavoro' e dal primo momento in cui l'ho vista ho cominciato a farmi qualche domanda.

Lavori perché sei un pompiere o un poliziotto? Lavori perché hai rubato le chiavi dell'ufficio e ci vai lo stesso? Lavori e non avresti voluto lavorare o lavori inorgoglito guardando sprezzante i giovinastri dei centri sociali? T'hanno incastrato con un turno perché il collega napoletano s'è dato malato per andare al concerto del primo maggio o telelavori da casa perché i mercati coreani non chiudono? Lavori perché i tuoi figli hanno fame (e tu, pure ma è brutto mangiarseli), per togliere il pane dalla bocca dei figli degli altri o perché se non ci pensassi tu, gli altri non avrebbero pane da dare ai loro figli?
Lavori non pagato per principio o pagato il doppio perché è un giorno di festa? Ti puoi permettere di non essere pagato o rinunci a quei soldi con un volontario sacrificio, novello Stakanov al contrario?

Vuoi sapere una cosa? Non mi interessa.

Voglio pensare che con la tua frase tu abbia voluto dare voce ai tanti inascoltati che popolano corsie, uffici, aule, vicoli e che grazie a te possono ancora una volta arieggiare la scatola cranica senza che vi soggiorni nulla.

Però voglio dirti cosa ho fatto io il 1° Maggio.

Potevo andare a lavorare e non ci sono andato.
Potevo guadagnare 207 euro e non ci sono andato.
Non ci sono andato e non ho guadagnato 207 euro.
Io posso andare a lavorare sabato e domenica ma non ci vado.
Io posso lavorare 15 ore al giorno, tutti i giorni, ma non lo faccio.
Se rimango a casa non guadagno.
Se mi ammalo non guadagno.
Se mi amputo una gamba, vado a lavorare saltellando.
O non ci vado e non guadagno.

Ieri sono stato con la mia famiglia e sono contento.
Vorrei starci di più ma mi accontento.
Potrei guadagnare molto di più ma penso che questo mi possa bastare per essere felice. Con la mia famiglia. Con me stesso.

Credo che un buona percentuale di persone che ieri ballavano e cantavano non avessero la minima idea di cosa sia stato e cosa abbia rappresentato il 1° maggio.
'Sia stato’, perché adesso non è più.

Non con le persone che ci sono oggi, non con i lavoratori, con gli studenti, con i manager, con i dipendenti pubblici, con i politici, con i manifestanti che ci sono oggi.

Quindi ieri sono stato con la mia famiglia, l'unico mio bene prezioso e di cui mi importi qualcosa, fuori dalle polemiche di un paese di persone con un senso della misura così esile da gettarmi nello sconforto ogni volta che metto il naso fuori dalla porta di casa.

Buoni 364 primi maggio a tutti.

Primo, non ricordare,
perché i ricordi sono falsati,
i metri e i cambi sono mutati
per la spietata legge dei mercati.
È come equilibrarsi sugli specchi,
ad ogni occhiata un po’ più vecchi,
opachi, muti e deformanti.
Frugare dentro ai soliti cassetti
dove non c'è quel che ci metti
e mai le cose più importanti.
—  Francesco Guccini, Non bisognerebbe (“Parnassius”, 1994)