meandri

Sussura il tuo nome

La brezza leggera del crepuscolo sussurra il tuo nome. Prendono vita nella mente fotografie d'attimi d'intimità, il rosso infuocato del tramonto mi ricorda quella passione che incendiava i nostri animi. La notte sta arrivando e non mi va di torturarmi con domande che non hanno risposte, mi lascio cullare dal tuo ricordo, forse sarà lontano dalla realtà di allora ma non importa, adesso che importanza può mai avere visto che non tornerai più, non è rimasto nulla, solo sezioni di un tempo che ogni tanto si fanno sentire. Rientro in questa casa vuota, corridoi come meandri, finestre che sembrano sbarre, pareti simili a specchi che riflettono davanti a me la tua figura, quanto può essere triste cercare rifugio nella prigione del passato? Tutto quello che ho intorno ora mi parla degli attimi trascorsi insieme, di quelle mani che mi accarezzavano, di quella bocca che si faceva divorare, di quello sguardo a cui non riuscivo assolutamente ad opporre resistenza, e mentre mi sdraio sul mio letto, penso che questa è una di quelle sere in cui vorrei addormentarmi con il dolce peso del tuo viso sul mio petto.

Ho cercato, senza sosta, nei meandri più bui dell'infinito, qualcuno che potesse rianimare il mio cuore.
Ho cercato invano, anche tra le crepe dell'orezzonte; ma nulla.
Così ho cercato oltre.
Oltre l'infinito ed oltre l'orizzonte.
Ma nulla, solo il freddo.
Un freddo gelido che mi avvolgeva il cuore in un abbraccio di morte.
—  Cuore Avvelenato
Anima pura

Sotto il tenue abbraccio delle stelle
ascoltando il pianto del mio cuore,
sento i brividi percorrermi la pelle
e sprofondo nel più dolce dolore,
avvolto da questa ignota sensazione
cado in un silenzio assordante
cercando solo la tua comprensione
simile ad una sottile luce accecante.
Nei miei meandri continuo a fingere
per celare la mia triste paura
d'aver perso il senno senza resistere
a questo bisogno di un'anima pura,
ecco l'effetto di tale sentimento
donato a chi per nulla lo meritava,
riesce a prendere il sopravvento
ingannando colui che lo bramava,
così, nasce un incubo senza risveglio
muore un'illusione che non perdona
irresistibile e bella come un giglio,
quando colei che ami ti abbandona.

[Jioriu | Giuseppe Romano]

Pensieri notturni, diario maggio 2016

Ho tante idee, passioni e interessi che non riesco ad esprimere.
“Vorrei, ma non riesco”, è questo il motto della mia esistenza.
Vorrei poter sporcare d'inchiostro le pagine di un quaderno con i miei pensieri e con le storie che da anni la mia mente concepisce quotidianamente.
Vorrei camminare per strada a testa alta, guardare il cielo azzurro e non le punte delle mie scarpe avanzare sul marciapiede.
Vorrei poter guardare le cicatrici del passato e pensare che ormai non mi appartengono più.
Vorrei non avere più dubbi su chi sono e chi voglio essere.

“Per dio, non ti rendi conto degli enormi passi in avanti che hai compiuto?”
Ne ho fatta di strada…provo a far riaffiorare dai meandri della mente i ricordi di una me quattordicenne, quanta sofferenza…il dolore non è scomparso, ma è mutato.
Non assomiglia più ad un macigno sul petto, quanto più ad un leggero disgusto del cuore.
È una sofferenza passeggera, di quelle che ti fanno scomporre per una manciata di minuti, poi il sole torna a splendere e ciò che ti aveva turbato un attimo prima riacquista una modesta dimensione.

Ieri, mentre percorrevamo gioiosi le coste siciliane, mi erano venute in mente tante belle cose da scrivere, mi ero riempita la testa di belle parole e aspettavo solo che ci fermassimo, perché sarebbe stato troppo pericoloso appuntarle con il rischio che il vento facesse volare via il mio caro telefono.
Poi il tempo é trascorso rapido e nella mia mente sono rimaste solo le ombre del discorso articolato che avevo preparato con cura.
Non ricordo neppure bene cosa fosse, non é la prima volta che mi capita, preparo monologhi che mi soddisfano per poi perderli nei meandri del mio ippocampo, con la convinzione che sarebbero rimasti lì, da qualche parte, in attesa di essere trascritti.
Scelta sciocca da parte mia, che non ricordo neppure cosa ho mangiato la sera prima.
Eppure di quei pensieri perduti mi é rimasta la sensazione, ricordo esattamente il momento in cui li ho elaborati, come si sono fatti strada nella mia mente mentre il vento caldo ci accarezzava le spalle e il motorino sfrecciava verso la galleria della tangenziale che portava a Castelmola.
Poi ci siamo bruciati sotto il sole, abbiamo mangiato salumi, mi hai comprato un bracciale e abbiamo riso tanto.
Non so dove siano rimasti quei pensieri, ma non importa, ce ne saranno altri, forse migliori.

REMEMBER THE ALAMO

Il dottor Victor Frankenstein di Penny Dreadful si dice perseguitato da una frase di Shelley, un verso della poesia “Adonais”:

Che la vita più non divida ciò che la morte può unire.

Anche io sono perseguitata da una frase. È sempre lì, nei meandri della mia mente, e risale in superficie in maniera totalmente random:

Vecchio bottegaio.

Che non è proprio la stessa cosa, ochèi, ma non è colpa mia se quello viene perseguitato da un lirico romantico della prima metà dell’Ottocento, e io da… boh. È questo il problema, che non mi ricordo dove ho sentito quella frase. Potrebbe essere un film, come potrebbe essere un telefilm: nella mia testa risuona con la voce di Alessia Amendola, e di questo sono abbastanza sicura, ma il resto è il mio personale mistero di Fatima. 

Continuo a pensarci, inizio a credere che ci sia proprio una parte del mio cervello adibita unicamente a ciò ma, pur sforzandomi, quella frase proprio non riesco a contestualizzarla.

Questo perché io ho la tendenza a dimenticare le cose: non proprio ai livelli di Drew Barrymore in 50 volte il primo bacio, la cui memoria si resettava ogni ventiquattro ore, ma quasi.

(in famiglia mi hanno sempre detto che sono svampita come l’acqua frizzante in una bottiglia lasciata aperta per giorni)

Capita a tutti entrare in una stanza e dimenticarsi il perché, e allora si fa il percorso a ritroso sperando di ricordarselo. Ecco, a me questo capita addirittura aprendo una nuova scheda del browser. E allora riapro tutte insieme le ventimila schede chiuse, la CPU inizia a lavorare al 3000%, parte la ventola che sembra il rumore di un Concorde smarmittato, il computer esplode e salta la corrente in tutto il quartiere.

Oh, maccheneso, magari quando sarò ottuagenaria e plausibilmente rincoglionita, la mia sarà una storia da film: una tenera vecchietta che non ricorda più il suo amore perduto, anche se più verosimilmente sarò una vecchietta stoppacciosa che non ricorda più se la mattina ha fatto o no la cacca, con risultati potenzialmente disastrosi.

Fondamentalmente, comunque, ormai mi sono fatta una ragione di questa cosa: non sarò mai come mio fratello che ricorda a memoria le citazioni di film e telefilm (anche se li ha visti una volta sola) a distanza di anni, ma pazienza. Amen.

(mio fratello, in effetti, parla per lo più per citazioni, ma sono sicura che abbia anche qualche pensiero suo, ogni tanto)

Insomma, sono molto zen al riguardo: non mi ricordo mai una ciospa di niente, e vabbè, finché fiorirà il mercato dei post-it la mia sopravvivenza è più o meno garantita.

Tuttavia, per quanto sia zen e per quanto abbia ormai accettato di buon grado questo mio limite, che forse è la prova del mio essere l’anello mancante tra l’uomo e il pesce rosso, c’è una cosa, una, che so di aver dimenticato e non passa giorno che non mi mangi le mani per questo. Chiamiamolo pure uno dei miei più grandi rimpianti.

Anni fa (una decina? Molto appropriatamente me lo sono dimenticata) il mio liceo organizzò un incontro con Shlomo Venezia, sopravvissuto ad Auschwitz-Birkenau. Nel corso della sua testimonianza ci raccontò che lui, in quel posto orribile, riusciva a cantare. Ci raccontò che qualcuno gli chiese come fosse possibile, dove trovasse la forza, prigioniero in un campo di sterminio, di cantare ancora.

Mi sono dimenticata la risposta.

Misonodimenticatalarisposta.

Misonodimenticatalarispostamasipuòesserepiùdeficienti?

Io boh, stai lì ad ascoltare avidamente le parole preziosissime di un superstite di uno dei periodi più bui nella storia del mondo, e ti dimentichi proprio la cosa che più ti aveva colpito?

E quello che più mi scoccia è che probabilmente il mio cervello ha cancellato quell’informazione per far posto ad una di più dubbia utilità, tipo che gli abitanti di Ivrea si chiamano “eporediesi”.

In ogni caso, sono fiduciosa: sono convinta che magari domani, o un giorno a caso del 2078, mi tornerà in mente. E allora lo shock sarà così grande, ma così grande, che affinché venga ripristinato il sottile equilibrio tra ciò che ricordo e ciò che on ricordo, il mio cervello dimenticherà cose fondamentali quali ad esempio come mi chiamo o come ci si siede, ma ne sarà valsa la pena.

Io sono libera solo con il pensiero, esso può volare per i meandri del mondo senza confini, l'unico blocco è l'ignoranza, ma non di chi non va a scuola o non studia, quello si può servire ma non è quello a toglierti dall'ignoranza, alle volte è più saggio un bambino nell'Africa che sa a mala pena la geografia del suo luogo natio di un personaggio importante nella politica, forse nato in una famiglia ricca e con la migliore istruzione. Oltre al pensiero le parole dovrebbero essere libere, esse sono la manifestazione materiale del pensiero, però la società le opprime facendo vergognare la gente a parlare, facendo pensare alla gente di essere strana se ha pensieri profondi sulla vita e sulla morte o sulla religione, solo perché gli altri sono più superficiali. Io, io che ho solo 15 e che non so come, ma alle volte ho pensieri contorti e “strani” per le persone di adesso, per la mia età, io che l'unico modo che ho scoperto per esprimere questi pensieri è scriverli anonimamente per paura di essere giudicata, io che nonostante l'apparente felicità riesco a comprendere ed ad approvare il pessimismo di Leopardi, io che ho paura e timore e che sto perdendo la facoltà del libero pensiero sto raccogliendo le mie ultime idee in questo blog cercando si riacquisire questa immensa capacità che ho sempre represso. A me la grande multitudine di persone fa questo effetto e per questo preferisco la solitudine ormai rara, forse a voi si manifesterà in modo diverso ma sono sicura che ormai moltissime persone si sforzano e reprimono i loro pregi che spesso appaiono come difetti per farsi apparire in modo diverso da un altro che probabilmente fa la stessa cosa con te.

• Iran •

Vade retro solitudine.
Questa è una delle poche certezze della vita: in Iran non vi sentirete mai soli. Mai.
Troverete sempre qualcuno felicemente disposto ad accompagnarvi dal punto A al punto B, qualcuno che vi inviterà a pranzo o che vi aiuterà a districarvi nei meandri del farsi e dei summit con i tassisti, che vi offrirà un letto o dei dolci o del pane o dei datteri. Qualcuno che vi aiuterà a mettere il velo, che vorrà parlare con voi su un autobus nel cuore della notte, che caricherà i vostri bagagli in auto e vi accompagnerà in hotel sfidando la comodità e la legalità del viaggiare in 6.
Alla fine molto probabilmente assocerete ogni giorno del vostro viaggio ad una persona: le piccoli spacciatrici di chewing gum alla banana di Persepoli, la giovane banda di Yazd e il panettiere votato al selfie.
Se ne sa davvero molto poco, ma riassunto in 3 parole, l’Iran è questo. (presso Persepolis)

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anonymous asked:

-niente avrei voluto continuare ma non ci sono spiegazione che possano farmi spiegare perfettamente ciò che ne penso, perdonami. Volevo solo dire che per me quel libro rappresenta l'amore vero, anche se pieno di cattiveria, che poi è il risultato-

Anche se non mi è arrivata la continuazione ti rispondo lo stesso.
La tua è un opinione, puramente soggettiva, come la mia, ed è altrettanto giusta, ognuno ha gusti e pareri diversi, ed in letteratura questo si evince più che in ogni altro campo; i libri che amiamo, in effetti, sono quelli che parlano di noi, quelli che ci rivelano meandri a noi noti solo in potenza, è per questo, che almeno i libri, ognuno può scegliere di leggerli a suo piacimento, è importante che nessun libro ci lasci indifferente, ma è normale, anzi legittimo, che ognuno veda in quelle righe un cielo che per altri, al contrario, è mera pozzanghera.

C'è un momento nella tua giornata in cui il sole sorge, ti colpisce e ti scalda attraverso i suoi raggi. Ogni raggio ti fa sentire caldo, quasi protetto, come se la loro luce non dovesse mai terminare. Nel cielo nessuna nuvola può ostacolarli.
Ma c'è un momento nella tua giornata in cui il sole tramonta, arriva la notte buia e fredda. I raggi non illuminano più, sei rimasto solo ad affrontare i mostri che si insidiano sotto il tuo letto… o dentro il tuo armadio.. o nei meandri più profondi della tua mente.
Chi sono i raggi che illuminano la tua vita? Quelli che con la sola presenza riescono a far dissolvere l'oscurità?
Sono gli amici? I parenti? O le canzoni più belle della tua playlist?
Beh trovali e tienili stretti. Abbi la forza di impedire al sole di tramontare. Perché non c'è niente di peggio che rimanere soli nel buio, con la promessa che domani ci sarà una nuova alba, con la paura che non ci sia, con la consapevolezza che i tuoi raggi in questo momento continuano a illuminare, chissà dove, chissà chi. Sicuramente non qui.. Non te..

Agony: annunciato un survival horror in prima persona ambientato all'inferno

Agony: annunciato un survival horror in prima persona ambientato all’inferno

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Gli sviluppatori di Madmind Studio hanno annunciato ufficialmente Agony, survival horror in prima persona che catapulterà il giocatore nei meandri dell'inferno, il quale sarà chiamato a sopravvivere alle condizioni più estreme.

In sviluppo per PC, Playstation 4 e Xbox One, in Agony l'utente vestirà i panni di un'anima tormentata e non ricorderà nulla della sua vita passata.Sarà quindi…

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Cecità

La colpa di essere ciechi
Chi di noi due dovrà portare tale fardello?
Solo il tempo ha la risposta.
Aspettiamo?

Tempo non indugiare e rispondimi, non lasciarmi a vacillare in un mare in tempesta, sii clemente e fammi conoscere. Liberami da questa fortezza che è la speranza che porti in grembo. La speranza figlia del tempo non vuole perire davanti alla vastità del tutto e si insinua tra i meandri di tutti quelli che invocano suo padre, per curare le ferite.

combattere, ed era stato, finire in quel pozzo, attraverso un salto, ed una vertigine… come loro, poi aver cura del silenzio, per accorgersi di aver fatto quel salto, senza cadere, ed avere un interminabile sorriso negli occhi, la gioia, che, senza aver nemmeno bisogno di risalire, non cercava il senso del volare, e sentiva il mondo, il proprio mondo, lì dove non c’era mai stato, un cielo da scalare, lì dove, non si era mai accorta di vivere, perché viveva, guardando le persone, la propria gente, in occhi apparenti, poco silenziosi, pacifici e soddisfatti, nell’entusiasmo, in bilico senza vedere quanto quella malattia, che non sentiva addosso, tirava giù in fondo, con sé, nei meandri, della depressione, della droga, della patologia, chi portava avanti la propria esistenza pensando, di avercela fatta. Non si era mai accorta di stare in mezzo a persone che stavano male, per quelle normalità sempre andate, che non parlano vere, all'anima giocandone il filo logico, ed i comportamenti, anche nella vita, fatta di successi e dolori, da affrontare, come la sua, quando ancora una volta, fragili a lei fragile chiedevano appoggio, mettendola di fronte ad un’ennesima sfida. Aveva rischiato
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