me medesimo

Workshop in Arroganza e Prepotenza

Ventotto ore suddivise in 7 incontri da 4 ore l’uno tenuti da me stesso medesimo, esperto in maleducazione, prepotenza e arroganza subita. 

Dopo tanto soffrire mi sono arreso: se non puoi combatterli, unisciti a loro. Attraverso lunghe osservazioni e studi ho scoperto come comportarsi con arroganza e prepotenza senza sentirsi in colpa e vivere meglio.

Impareremo a:

Guardare con sufficienza senza ringraziare chi ci tiene aperto il portone. 

Salire dalla porta centrale dell’autobus respingendo chi vuole scendere. Formare semicerchi insieme ad altri viaggiatori davanti alle porte della metropolitana. 

Addestrare i nostri animali domestici a defecare davanti a scuole e asili. 

Parcheggiare in doppia fila durante le ore notturne. 

L’ignoranza come vanto, la maleducazione come virtù: quando il saggio indica la luna, tu colpiscilo forte nei coglioni. 

Come abbassare il proprio QI del 5% attraverso la meditazione per saltare la fila alle poste. 

Utilizzare “Buonista” come insulto. 

Educazione: il bullismo come educazione civica. Insegnare ai propri figli l’ingiustizia e la sua applicazione attraverso l’insofferenza e il menefreghismo.

 Per gli uomini: parlare con una donna fissandole il seno senza provare imbarazzo. 

Per le donne: ridere delle dimensioni del partner creando meme virali per Facebook, Twitter, Instagram e Tumblr. 

Galateo: lasciar squillare la suoneria del telefono al massimo volume in treno il più a lungo possibile prima di rispondere. Prove pratiche con misurazione in decibel. 

A tutti i partecipanti, in regalo, un contrassegno disabili falso per parcheggiare ovunque.

Allora mi sono guardato negli occhi.
Raramente ci si guarda, con se stessi,
negli occhi, e pare che in certi casi
questo valga per un esercizio estremo.
Dicono che, immergendosi allo specchio
nei propri occhi – con attenzione cruciale
e al tempo stesso con abbandono -
si arrivi a distinguere finalmente
in fondo alla pupilla
l’ultimo Altro, anzi l’unico e vero Se stesso,
il centro di ogni esistenza e della nostra,
insomma quel punto che avrebbe nome Dio.
Invece, nello stagno acquoso dei miei occhi,
io non ho scorto altro che
la piccola ombra diluita (quasi naufraga)
di quel solito niño tardivo
che vegeta segregato dentro di me.
Sempre il medesimo, con la sua domanda d’amore
ormai scaduta e inservibile,
ma ostinata fino all’indecenza.
—  Elsa Morante
«Ma allora cosa vuoi da una donna?» chiedo.
Comincia a muover le dita, gli cala il labbro di sotto. Ha un'aria assolutamente delusa. Quando alla fine riesce a tirar fuori una frase spezzata, lo fa con la convinzione che dietro le sue parole ci sia una schiacciante futilità.  «Vorrei potermi arrendere ad una donna», sbotta. «Vorrei che mi portasse via da me medesimo. Ma per fare questo dovrebbe essere migliore di me; deve avere un cervello, e non soltanto una fica. Deve farmi credere che ho bisogno di lei, che non posso vivere senza di lei».
—  Henry Miller - Tropico del Cancro
Fino alle fototessere tutto bene

Avendo, me medesimo, smarrito la patente di guida, mi reco alla macchinetta automatica per eseguire la fototessera. Dopodiché mi avvio al commissariato di polizia per denunciare lo smarrimento ed ottenere (previo pagamento, s'intende, non è che qualcuno debba farmi un gesto di carità) un permesso di guida provvisorio. Al citofono un signore mi consiglia di venire di mattina, al che gli rispondo che la mattina lavoro, chiedendo quando sarebbe possibile passare il pomeriggio. Dopo qualche secondo di silenzio, in cui il mio interlocutore resta chiaramente interdetto ed imbarazzato dall'assurdità della mia richiesta, mi risponde che non saprebbe, ma lui mi consiglia di provare sempre di mattina. “Provare”. Come a dire che già è tanto che ci sono la mattina, domani. Domandandomi come mi sia venuto d'andare alla polizia, m'incammino in direzione dell'arma dei carabinieri, dove almeno, sulla fiducia, mi aprono il cancello, ed entro. Chiedo di denunciare lo smarrimento della patente, ed un signore in divisa seduto avanti uno schermo mi risponde, senza però perdere di vista il display, che dovrei passare la mattina, e che dovrei mettermi dietro lo sportello (come se ci fosse una fila). Gli dico che lavoro, domattina, e gli chiedo se sia possibile prendere un appuntamento. Allora, per mandarmi via, mi dice che va bene. Posso passare domani pomeriggio, ma non oggi, aggiunge scocciato, perché ora stanno pulendo (e quindi i carabinieri, penso io, sono tutti impegnati in attività molto urgenti tipo alzare i piedi mentre passa la scopa e sollevare le tastiere quando passa la pezza), per poi salutarmi in dialetto con uno “statt bbuon!”. Nonostante siamo evidentemente diventati amici mentre non ero attento, rispondo cortesemente, evitando di ricambiare le confidenze. Poi arriva la signora delle pulizie, che mi dice che dietro lo sportello ci aveva già pulito e le mie scarpe sono bagnate, quindi mi chiede di spostarmi, facendomi segno di andare verso dentro, allora le faccio segno di dover uscire (verso fuori). Lei, rassegnata, si toglie dal mio cammino, anche se non senza seguirmi con uno sguardo di rimprovero. Mentre rientro, scelgo di passare per il corso, così almeno potrò dire di aver fatto una passeggiata, distraendomi dal fatto che molto plausibilmente né poliziotti né carabinieri potrebbero mai sospettare che ci siano persone che, durante il giorno, - così, pure per distrarsi - lavorano. Inutile dire che si scatena il diluvio e mentre scrivo sono sotto un balcone, io e ste cazzo di fototessere.