matematich

Io non ci capisco niente di geometria, ma so per certo che siamo stati due rette parallele, tu ed io. Ci siamo sempre guardati da lontano, desiderati di nascosto, così dannatamente infiniti abbiamo viaggiato lungo la nostra strada senza incontrarci mai, perché magari troppo diversi, troppo distanti o troppo complicati per poter stare assieme.
Ma, nonostante questo, abbiamo addizionato i nostri sbagli e le nostre colpe, moltiplicati per le volte che ci siamo nascosti la verità, suddivisi per le notti passate insonne, e sottratti dall'amore che ci mettevamo solo guardandoci, mangiandoci con gli occhi.
Abbiamo fatto l'amore, in silenzio, e i lati geometrici delle nostre figure imperfette hanno creato la perfetta immagine di noi: una sagoma viva, reale, capace di collegarci tenendoci sottoforma di operazioni matematiche e formule aritmetiche. E l'incontro è stato poi facile, perché abbiamo fondato radici forti, possenti, in grado di tenerci saldi l'uno all'altra, e non so dirti se è geometria, amore, o magari è solo chimica quella che c'è tra di noi.. Ma quell'ipotenusa che s'è creata in mezzo a noi, quello scivolo immaginario in cui spesso sostiamo, ha reso possibile il nostro incontro, il nostro legame, nonostante il continuo scontro, le litigate, le volte passate ad urlarci e scatenarci, i momenti di incomprensione senza smettere di amarci; e tutte le incognite, le x e le y che ci hanno resi estranei, equazioni impossibili, grafici immaginabili. A volte ci penso e mi chiedo cosa siamo stati, e da cosa siamo nati, perché siamo così legati. Perché la vita c'ha separati se, noi due, insieme, eravamo negati ma sempre così affiatati, con i segni rossi sul collo e la voglia di mangiarci ancora, di stenderci nel prato di un'aiuola, e guardarci così, in silenzio, due corpi stesi e immobili e milioni di stelle nel cielo, a chiederci se siamo supernove o giganti rosse, se i nostri corpi collisi possono stringersi nell'impeto di una stella cometa che cade, se non è il numero enorme di stelle a far di noi piccoli punti nello spazio o se non siamo noi, grandi amanti, appassionati di noi stessi e di ‘sta vita assieme- anche se non assieme- a rendere il cielo un po’ meno grande.
—  Seccasetedite.
Gli uomini, ti dicevo.
Amali, ma senza farti troppo male.
Amali, senza mai mancarti di rispetto.
Sono tremendamente imperfetti, credimi, a volte sono rozzi, spesso non trovano le parole, anzi stanno semplicemente troppo zitti, quando tu avverti il desiderio di essere inondata di verbi, sostantivi e aggettivi o vorresti che usassero l’infallibile intelligenza del cuore piuttosto che la labile ragionevolezza della mente.
Amali perché sono fragili, anche quando esibiscono muscoli da palestra, comprendi, senza tradire te stessa, la loro frugalità d’animo: è solo timidezza, a volte, e maschera implacabili menti matematiche che non apprezzano la bellezza del caos.
Prova a giustificarli se non riescono a essere ragionevolmente indipendenti come siamo noi.
Il loro cruccio è che non sanno maneggiare i sentimenti, e perdonali se pronunciano raramente l’invocato “ti amo”:
non hanno letto abbastanza poesie.
Sii sempre loro amica e te ne saranno grati.
Sorridi, tollerante, quando ti accorgi che mentono sapendo di mentire: l’ironia delle donne è un’arma della quale non conoscono la sottile arguzia, l’alleanza femminile li sconcerta, la generosità li meraviglia.
Regala loro dei romanzi: nella buona letteratura sono racchiuse le migliori risposte.
Spiega loro il coraggio e la lealtà, la potenza di un abbraccio e il languore di una carezza fra i capelli.
Infine sposali, se sanno cucinare e solo quando avranno imparato ad asciugare quella lacrima sul ciglio dei tuoi occhi fieri.
— 
Paola Calvetti - Lettera a mia figlia sugli uomini

Possiamo stare insieme.
Vuoi?
Abbiamo una vita davanti.
Che c’è, piangi?
Cosa avevi prima di me?
Una vita intera.
Due rette parallele si incontrano all’infinito.
C’è speranza.
Due rette incidenti si incontrano una volta sola e mai più.
Cos’è meglio?
L’infinito? Una volta sola?
Che c’è dopo?
Che facciamo?
Vediamo un film o facciamo l’amore?

Troviamoci
Abbracciamoci
Non lasciamoci

Ciao e
Addio.
Siamo incidenti.

Ciao, sempre
Ogni mattina
Siamo paralleli.

Che coordinate ha l’infinito?
Che cercarci nelle equazioni matematiche non ha senso.

Siamo fuori dalla logica.
Fuori dalla fisica
Oltre la metafisica.

Anima.
Vita.
Incomprensibili all’uomo.

Che vita c’è, all’infinito?
E come saremo messi?

Ma(c’eri)e.
Ma per me ci sei tutt’ora.
Quanto ancora?
Siamo paralleli o incidenti?

—  Ifuochididicembre, on Tumblr.
Voglio solo dirti che accontentarsi non è soltanto stare con qualcuno senza amore, accontentarsi è anche farsi trattare da regola matematica e non da licenza poetica. E in un mondo di regole matematiche ci vuole poesia per essere eccezione. L'eccezione è come, fra milioni di vasetti di marmellata, d'improvviso, riconoscere il barattolo di miele.
E tu non farti trattare mai da regola da nessuno. Io ti ho riconosciuta in mezzo ad una folla. Tu sai cosa vuol dire essere eccezione
Io non lo so perché accade che fra milioni di sguardi siamo trafitti da un solo sguardo, cos'è che ce ne fa riconoscere uno differente, una presenza che s'innalza su tutto il resto e tutto il resto non lo vediamo più, rimane troppo giù, troppo più in basso dell'altezza del cuore. Se hai bisogno di respirare il mondo intero rinunci ai contorni, eppure ho capito che è inutile dare il mondo a chi non sa distinguerlo dai contorni. È come, fra milioni di vasetti di marmellata d'improvviso riconoscere il barattolo di miele. Voglio solo dirti che accontentarsi non è soltanto stare con qualcuno senza amore, accontentarsi è anche farsi trattare da regola matematica e non da licenza poetica. E in un mondo di regole matematiche ci vuole la poesia per essere l'eccezione.
—  Massimo Bisotti
Linguaggio pigro

La gente è pigra, ma tanto pigra. Tende ad abbreviare tutto. Tende ad accorciare qualsiasi cosa, pure quello che non andrebbe accorciato. Va sempre di fretta, va sempre di corsa. Questo ce lo dice il linguaggio che adottiamo. A parte le espressioni dialettali come un “uè” o un “ao” per salutare o chiamare qualcuno utilizzando solo due vocali, anni fa abbiamo assistito all'introduzione dei k che sostituivano ch, delle parole senza vocali come cs, nn, x, xk, così come l'uso della x che sostituisce per, etc. Questo per cosa? Per scrivere messaggi veloci. Però, piano piano, quando ci si è resi conto che leggere testi lunghi con l'uso di tali abbreviazione era di una tristezza infinita perché sembravano formule matematiche, se ne è fatto un uso sempre più sporadico. Le vocali ce le abbiamo, usiamole. Le vocali danno calore e colore alle parole.
Pure i nomi vengono abbreviati, perché come diceva Troisi, se a tuo figlio dai un nome lungo, ogni volta che lo chiami è un'odissea, il nome si perde nei corridoi della casa. Allora meglio Ugo o Ciro. Non tutti possono dare nomi brevi ai figli, e quindi esistono i diminutivi. Ugo come lo abbrevi, con U? Cioè, poveretto. Però, purtroppo, succede pure ai nomi brevi di essere abbreviati. Prendete il mio, io mi chiamo Cira. Qualche giorno fa, il bibliotecario mi ha chiesto se potesse togliersi una curiosità, e la curiosità era “Come ti chiamano i tuoi amici?”. I miei amici mi chiamano Cì. Lui mi ha risposto “Ma è già breve, perché cì?”. Perché sono pigri ovviamente. Con Cì fai subito, la i addirittura scompare, perché quando reciti l'alfabeto la C è Ci. Puoi dargli un accento e allora il suono cambia, ma stiamo lì. Sono pigri, sono sbrigativi. Ma si tende ad essere pigri e sbrigativi anche per essere più familiari, più cordiali, meno freddi e distaccati.
Infatti, quando un discorso diventa serio mi chiamano Cira. Fateci caso. Quando la discussione diventa accesa, e i toni sono alti, gli umori ballerini, gli sguardi un po’ rigidi, i nomi vengono rispettati, senza usare diminutivi e senza storpiature. Non dico che sia una regola, ma succede spesso. Recitare il nome per intero mette in evidenza che in quel momento si stanno prendendo le distanze, si sta generando freddezza. Se Francesco lo chiamate Fra o Francè, in una discussione direte “Francesco”. Francesco in quel momento vi sta sulle palle, vi ha fatti arrabbiare, non lo volete neanche vedere. È anche un modo per ricordare che certi ruoli vanno rispettati. La signora che abita a piano terra quando litiga con i figli lo fa, perché vuole ricordare che lei è la mamma e non l'amica. Insomma, la gente vuole abbreviare tutto cercando di trovare nella brevità familiarità e calore.

anonymous asked:

Sono contenta che tu stia meglio ❤

Pensateci. Noi esseri umani ci divertiamo a creare sempre nuove cose: ci piace creare poesie, canzoni, quadri, oggetti, formule matematiche, teorie scientifiche, farmaci, ricette, case. E se esiste un'Intelligenza Superiore, da cui derivano tutte le intelligenze umane, potrei azzardare l'ipotesi che questo dio si diverta a creare ambientazioni e anime, scenari, come il nostro mondo, e infiniti altri, chissà. Ci siamo mai chiesti perché all'essere umano piace creare? Da cosa deriva questa spinta primordiale a voler essere “creatore” di qualcosa? La psicologia dà una descrizione, ma non una spiegazione precisa circa la derivazione del fenomeno… Ed è lì che si nasconde tutto: nell'origine.

Suona la campanella. E’ finita anche l'ultima ora, dell'ultimo giorno, dell'ultimo anno di liceo. Guardiamo i nostri banchi, pieni di scritte, di sogni cancellati da qualche bidella inconsapevole, di formule matematiche che ci hanno salvato più di una volta. Qualcun altro, l'anno prossimo, ci scriverà sopra e si prenderà un po’ della nostra vita, dei nostri sogni. Sulla lavagna è rimasta qualche traccia dei nostri disegni, delle nostre firme, che presto spariranno, insieme a noi. Chissà se qualcuno si ricorderà di noi, se qualche prof racconterà le nostre cazzate ai nuovi studenti, così come a noi sono state raccontate quelle di coloro che hanno occupato quelle classi prima di noi. Guardiamo la nostra classe, teatro delle risate più belle, delle litigate, delle soddisfazioni e delle sconfitte, delle cadute, di tutte quelle volte che l'essere amici è stato più importante dell'essere compagni. Rivediamo le nostre lotte contro le ingiustizie, gli amori appena nati, le cazzate tutti insieme, le gite e i balli di fine anno. Rivediamo le foto di classe rigorosamente a tema, le sufficienze sudate, i professori che non ci mancheranno, le cose che, in un modo o nell'altro, abbiamo attraversato insieme. Guardiamo i corridoi che abbiamo percorso ogni mattina, qualche volta pieni d'ansia per un'imminente interrogazione, altre pieni di rabbia o di gioia, quasi sempre volendo solo essere altrove. Guardiamo indietro. Vediamo ragazzi e ragazze che sono diventati insieme uomini e donne, anche se qualcuno ci sta ancora lavorando, in effetti. Non è finita, lo sappiamo ora ci sono gli esami, c'è la maturità, ma non sarà quel voto a dire chi siamo: chi siamo è stato scritto su quei banchi per cinque anni, nascosto tra sogni e disegni.

consigli per l’università

Mi rivolgo principalmente a @kon-igi e a @cartofolo perché hanno un buon seguito (e quindi ottima cassa di risonanza alla mia richiesta) e tanti amici che si interessano di un bel po’ di cose.
Mia figlia diciottenne dovrebbe cominciare a farsi un’idea di quale università scegliere il prossimo anno, soprattutto per non ritrovarsi a doverlo fare nell’arco di un mese e mezzo (tra fine esame di stato e iscrizione) finendo con lo scegliere a cazzo ehehe. Come tanti ragazzi non ha per nulla le idee chiare. Da padre che si preoccupa, vorrei darle un quadro della situazione attuale in termini di sbocchi possibili e seguire in ogni caso le sue attitudini. Lei studia lingue, riesce molto bene e le piace ma di sicuro non vuole fare l’insegnante o la traduttrice.
Buona propensione per le materie umanistiche, un po’ meno per quelle matematiche (ma comunque va bene). Si impegna e lo studio non la spaventa.
Vorrebbe (ora dice ma ha cambiato molte volte idee) fare la psicologa e mi andrebbe anche bene, perché è una sua scelta ma sono preoccupato per il seguito.
A me piacerebbe che non mollasse le lingue, nel senso che qualsiasi percorso universitario scelga ci fosse la possibilità di avere un approccio di tipo linguistico in modo da non precludersi possibilità di lavoro anche fuori dall’Italia (perché ahimè qui al sud è più nera della mezzanotte). Vedo che tira molto il campo gestionale, oppure il marketing agro-alimentare (siamo zona di vini e di olio e ci sarebbe un bel po’ da fare). Oppure assecondare anche una sua passione per le arti (non ha un talento in particolare ma le piace la fruizione di musei e di mostre).
Che cosa mi consigliereste? Io sono fuori dai giochi da un bel po’ e di certo non le consiglierei la mia laurea (architettura) visto i tanti colleghi disperati e a spasso senza lavoro (è un momento nerissimo per la nostra professione forse più di tante altre). L’idea di fondo sarebbe farle fare la magistrale in Campania e poi la specialistica altrove, anche all’estero, facendo un po’ di sacrifici.
Mi aiutereste ad avere delle tracce da seguire in modo di farsi un’idea chiara di quel che c’è?

Una canzone a caso dei CCCP

Negli ultimi giorni ho degli stati d’ansia così forti che spesso si trasformano in panico. Molti amici stanno andando via. Prendono in mano la propria vita e ne fanno quello che vogliono. Hanno cacciato fuori tutto il coraggio e hanno deciso. Io penso a questa e a tante altre cose e mi prende il panico. 
Ho sofferto di attacchi di panico per quasi due anni e ogni volta che risento alcune precise sensazioni, mi blocco e mi terrorizzo. So ormai come tenerli a bada ma mi inquieta il fatto che si ripresentino di tanto in tanto. Do vita alla paura della paura, uno gioco di merda che mi fa il cervello, evidentemente per avvertirmi che c’è qualcosa che devo affrontare. La paura della paura è fuffa perché è paura di tutto, anzi, paura della possibilità che accadano determinate cose che vanno aldilà del mio controllo. La paura delle possibilità, ovviamente tutte orribili e catastrofiche. Allora mi lambicco il cervello, penso cosa posso fare e come posso farlo, arrivo alla conclusione che non posso fare niente e in quel momento bussa sulla spalla il panico.
Il panico è brutto perché ti incasina il cervello senza arrivare a nessuna conclusione. Come quando ti suonano una trombetta da stadio nell’orecchio. Non pensi niente, non senti niente e rimani confuso per qualche momento. Ecco. Il panico è una trombetta che urla nel cervello senza sosta finchè non decidi che è il momento di mandarlo a fare in culo, perché alla fine dipende da te e basta.
Facile, no?
Manco per il cazzo.
Il panico ti debilita, nel corpo e nella mente, come se corressi per chilometri sotto la pioggia ripetendo difficilissime formule matematiche a memoria. Una fatica grande e inutile per chi, come me, odia sia la matematica che la corsa. Eppure corri, corri incessantemente finchè non ce la fai più perché vuoi stremarti, rompere il respiro e annullare ogni pensiero.
Da fuori è difficile da capire il panico tanto quanto cercare di spiegarlo. Come fai a spiegare che il cervello è così pieno di rogne che inizia a incularti per fartelo capire? Come fai a spiegare che hai l’ansia per cose che non sai neanche se accadranno? Come fai a raccontare un attacco di panico senza essere guardato con la stessa faccia perplessa che fanno i cuccioli di cane di fronte a una cosa strana?
Non lo fai.
Rimani in silenzio perché fondamentalmente te ne vergogni, ti chiudi a riccio e aspetti che passi tutto. Non passa niente però. Queste cose non vanno via da sole. C’è bisogno di un braccio che aiuti a tirarti fuori dalla piscina di merda in cui nuoti e ti sveli qualche trucco per tenere tutto a bada.
Io ho trovato qualcuno dopo un anno di clausura, patti con me stessa e crolli. All’inizio la guardavo con rabbia e diffidenza. Piano piano abbiamo fatto amicizia e ho capito molte cose che pensavo non mi riguardassero. Il percorso è stato lungo e complicato e una volta completato, Cri è andata via lontano, a vivere in un altro paese, e all’inizio mi sono sentita abbandonata ancora una volta. Poi però ho capito.
Ho capito che le persone non devono rimanere necessariamente per sempre con me.
Ho capito che gli addii fanno parte della vita tanto quanto gli inizi.
Ho capito che le cose vanno affrontate anche se sono orribili.
Ho capito che l’unico modo facile per uscire dalla paura, per me, è scrivere e ho capito che il cervello è davvero una testa di cazzo ma è la cosa più potente che ho.

anonymous asked:

Ho bisogno di un consiglio perché io non riesco a capire. Secondo te è normale stare con un ragazzo a cui pensi sempre e sei sicura che ti piaccia ma poi quando lo vedi non tremi, non ti batte il cuore ma stai bene, sei rilassata. Secondo te se non sento il cuore battere a cento all'ora e tutte le altre sensazioni significa che non è un interesse reale??

Secondo me il primo passo per capire qualcosa, è smetterla di volere a tutti i costi paragonare ciò che uno prova a ciò che viene detto che si bisogna provare.

Posso levarmi sto sasso dalla scarpa? Dai, me lo levo.

Smettiamola di fidarci di tutto quello che sta scritto qui sopra da chiunque riguardo l’amore ed i sentimenti, ok?

Ok, l’ho detto.

Che onestamente inizia a diventare qualcosa anche di offensivo - non ce l’ho con te, tranquilla - per l’intelligenza, sentirmi dire che “se non provi X, allora non è Y”, o “se non fa/fai X, allora non è/sei Y”.

Ma non siamo delle stracazzo di equazioni matematiche, siamo delle normalissime persone, siamo banalissimi esseri umani, ed in questo essere banalmente umani, siamo anche unicamente emotivi.

Quello che IO proverò amando, non sarà quello che TU proverai amando, e molto spesso a furia di voler a tutti i costi convincersi che bisogna provare le cose SOLO NELL’UNICO MODO CHE VIENE DESCRITTO QUI SOPRA, si finisce per mandare a puttane non so quante splendide storie, sabotandosele da soli nella falsa illusione che non siano reali.

Eccoti la verità: quello che sta qui dentro, scritto qui dentro, molto spesso è meno reale di quello che potrai mai viverti là fuori.

Quindi, se è, è più onesto e sincero quello che provi per questa persona, rispetto a tutte le belle parole riguardo al “cuore battere a cento all’ora e tutte le altre sensazioni”.

Quella al massimo è buona letteratura, e proprio perchè è buona, al 90% è opera di fantasia ed immaginazione.