maschietta

«Antonio,
potrai dare a mia sorella Gina tutta la roba che lascio in questa pensione. Meglio che se la goda lei, anziché chi mai mi ha voluto bene. Perché non sei voluto venire a salutarmi per l'ultima volta? Scortese, omaccio! Mi hai fatto felice o infelice? Non so. In questo momento mi trema la mano… Ah, se mi fossi vicino! Mi salveresti, è vero? Antonio, sono calma come non mai. Grazie del sorriso che hai saputo dare alla mia vita grigia e disgraziata. Non guarderò più nessuno. Te l'ho giurato e mantengo. Stasera, rientrando, un gattaccio nero mi è passato dinnanzi. E, ora, mentre scrivo, un altro gatto nero, giù per la strada, miagola in continuazione. Che stupida coincidenza, è vero?…
Addio.
Lilia tua»

E questa era la lettera di Liliana, Liliana Castagnola, che s'è ammazzata nel millennovecentotrenta, una settimana prima di arrivare ai 35, s'è presa i sonniferi e s'è addormentata. Lei, che era sopravvissuta a due colpi di pistola, un proiettile rimasto piantato in faccia e il bob alla maschietta le copriva la cicatrice. Lei, Liliana, Liliana Castagnola, s'è ammazzata perché Totò non la voleva come moglie o compagna di vita, ma come amante, parcheggio, “aveva avuto tanti uomini, posso frequentarla senza responsabilità”, e lei lo amava e lui pensava lei fosse ossessiva e lei lo amava e a lui magari non pareva possibile che una ballerina di cabaret non vergine potesse perfino amare e lei lo amavo lui, tanto, e lui poi quando s'è ammazzata, lui, Totò, l'ha saputo, tanto rimorso aveva che l'ha messa nella cappella di famiglia e quando gli è nata una figlia nel trentatré l'ha chiamata Liliana, la bambina.
È però, chissà, magari, forse, a non trattarla da puttana, Liliana, sarebbe morta di vecchiaia.
Chissà. Magari. Forse.