male tardis

È troppo tempo che ci siamo persi ormai.
Non ho neanche più il coraggio di chiederti come stai,
quindi se vorrai, il mio numero ce l'hai.
Aspetto un tuo messaggio anche se so che non lo manderai.
—  Vorrei, GionnyScandal
Pensavo di non amarti, con quella confusione sono stata costretta a lasciarti. Ma ho scoperto che mi manchi e non so darmi spiegazioni; ormai è tardi, anche se volessi non potrei riprenderti, qualcosa mi dice che se ritornassi non so che farei
—  moriresilenziosamente
6

My cosplays of 2014

Didn’t do many copslays in 2014 and that’s because of money, surgery and mental instability.

I’ve got some cosplays planned for 2015 and I hope I can afford to do at least most of them!

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Photographers: 
treskift
chibifie
nandree
momecat
Female tarids: chibifie
Sabetha cosplayer: ariaste

“E non è vero che ti aspetterei per anni interi.
Che potresti prendere il mio cuore, farlo a pezzi, rimetterlo a posto, e io comunque tornerei da te.
Non è vero che vale la pena stare così male per una persona che non mi merita neanche lontanamente.
L'unica cosa vera è che adesso tutto parla di te.
Di quanto sei stata stupida.
Infantile.
Orgogliosa.
Incoerente.
Pazza.
Tutto parla di noi.
Di quanto mi hai fatto male.
Di quanto ci siamo presi per mano al posto di prenderci a schiaffi.
Di quanto sia stato stupido a lasciare che la felicità di una persona diventasse la mia felicità.
A lasciare che il tuo sorriso diventasse la ragione del mio.
Ho sbagliato a condividere con te cose che non ho mai condiviso con nessuno.
E sono solo felice che quando un altro ragazzo ti riempirà di frasi fatte e tu cadrai ai suoi piedi ricorderai che con me non erano solo parole e ti mancherò.
Finirai per accontentarti di un ragazzo che preferisce i "ti amo” in chat al posto di quelli sussurrati all'orecchio mentre si è a letto, oppure a quelli detti piano occhi negli occhi.
Finirai per cercare qualcosa in qualcuno solo lontanamente paragonabile a ciò che ti facevo provare io.
E non lo troverai.
E ti mancherò.
Ma sarà troppo tardi.
E li farà ancora più male, perché ti renderai conto che io non tornerò indietro come le altre volte.
Ti renderai conto che come me non ne avevi mai trovati.
E mai li troverai.
E sarà troppo tardi.“

Trovata qui su tumbrl e riadattata.
Vorrei crederlo, ma vorrei te un po’ di più.

Tutti vorremmo essere ricordati sempre soprattutto da chi è importante per noi, ma alcune volte sarebbe meglio essere dimenticati; forse perchè il ricordo di determinate persone fa male e basta
—  moriresilenziosamente
8

I can’t believe I did this cosplay THIS year.
Feels like I’ve had it for ages!
I love it <3

I’ve had so much fun with my lovely Female Tardis (and co-creator, I would never have done this without her, give her all your love <3) and I even got a cool Dalek to hang with all the way from Canada <3!

This cosplay has even been approved and chosen specifically to win a competition by Sylvester McCoy (7th Doctor)

It has been reblogged by the Official Doctor Who tumblr & Facebook TWICE.

And Klaudia has made birlliant Fan art for it. 

So here’s to a brilliant first year with the Tardis cosplay~

Photographers: Hanna, Nova

Time Lady

PAIRING: Eleventh Doctor x Reader

WORD COUNT: 765

WARNINGS: Fluff, a kiss.

A/N: I almost confused myself writing this. I don’t know why though. Forget about RIVER SONG in this because the Reader is the Doctor’s bond. I hope it’s good!

*Eleventh Doctor*
~

You are awake by an abnormal noise. You sit up, unsure of what to do. The only thing you know is that you can kick ass, so you’re not worried about being hurt by an intruder. You took martial arts all your life. You’re pretty much a ninja.

You hop out of the bed quietly. You quickly slip a pair of shoes on, without socks. You grab your staff that’s sitting on your trophy wall. Again, you were in martial arts for twenty years. Your first lesson was when you were six, and now your twenty eight.

You creep down the stairs, almost missing a step. You debate whether to turn the light on. You creep down the hallway and you finally hear a sound. It sounds like a door is opening. You raise an eyebrow and hide behind a wall. You hear footsteps right behind the wall, and your breathing hitches.

You jump out and you see a person. You take your staff and flip it around before you knock the person off of… His feet.

Before he can get up you jump next to him and quickly place the staff on his chest, restricting his movement.

“Who are- What is that?” You ask pointing to the blue box.

“That is the TARDIS.” The male says.

“What the hell is a TARDIS? Who are you?!” You yell, not loosing your grip on the staff.


“I’m the Doctor.” He smirks. “Can you take that off of me?” He asks gesturing to the staff. You slowly take the staff off of his chest.

“What are you doing in my house?”


“I’m looking for Y/N.” He says taking a step forward.

“Why? S-she’s not here right now.” You say lying. Then his hand reaches to the wall and flicks the light on.


“Y/N? Is that you?” He says walking towards you.


“How do you know me? How do you know my name?” You ask backing away.

“Because I’m your bond. I’m a time lord.” He says reaching out to grab you. You quickly grab the nearest thing; A rubix cube. Before he realizes what you are doing, you throw it at him. It hits his forehead and he falls back.

“I hate those things.” He manages to spit out before he goes unconscious.

***

When he was still unconscious you tied him to the bed post. His head flys up and his eyes open.

“Who tied me up? You tied me up. Why did you tie me up?”

“Who are you actually? I don’t know what a Time Lord is, or what a TARDIS is. It’s all just shit.”


“No it’s not.” He whines. Then you hear something. Something is calling your name.

“W-what is that? That thing calling my name?” You demand, but he doesn’t answer. “Answer me! I am very confused, scared and frustrated right now! Why are you even here?” You start to break down, crying. The Doctor looks down.


“That thing calling your name is a Fob watch. You’re a Time Lady.You need to open it.”


“Where is-” He cuts you off.


“My front pocket.” He says gesturing to his pants. You hesitate before you reach your hand in his front pocket.


“Oh. I’ve always loved it when you touched me there.” He smiles. You tilt your head in confusion. You quickly pull out the watch.


“Is this mine?” You ask.


“Yes.” He answers back.


“Then why don’t I have it?”


“Because you would have lost it. I am a mad man but I’m not stupid.” You look at the watch. Not thinking much off it. You just simply open it.

You scream in pain as your cells rewrite.

***

“Y/N?” The Doctor says looking up at you.

“Doctor.” You say back. You untie him from the bed post and he stares at you the whole time. He stands up, not taking his eyes off of you.

“I missed you.” He sighs.


“Oh, was my Doctor lonely?” You tease.

“Oh yes.” He says smirking. You step forward towards him, inches apart.

“You could’ve come-” He cuts you off with a kiss. He places his warm lips on your chapped ones. He gently grabs your face with his hands, as your hands trail up to his hair.

You smile into the kiss. “You really did miss me.”

“Oh yes I did.”

Storia #6

Fotografie

Mi facevano quasi male gli occhi.

Era così tardi che non ricordavo nemmeno da quanto fossi seduto davanti al computer…c’erano ancora i cereali nella ciotola sulla scrivania, vicino all’iphone sul quale speravo arrivasse un messaggio.

Messaggio che erano mesi che aspettavo.

Ma cosa aspettavo? ti avevo lasciato andare io, come uno stupido, senza pensare alle conseguenze, senza pensare che gli amici non riempiono quei vuoti il sabato pomeriggio quando piove, non riempiono le nottate in inverno, non condividono con te i momenti più intimi. Ma sono giovane, ci sono così tante ragazze, mi dicevo. Eppure sono ancora qui che ti penso.

Mi ricordo bene che quel pomeriggio ero uscito di casa già con l’intento di lasciarti, basta dovevo vivere la mia vita, dovevo fare le mie esperienze e tu le tue.

Mi sembrava la scelta più giusta, non era ne troppo presto ne troppo tardi e sicuramente non volevo rendere le cose più difficili.

Ti dissi semplicemente che dovevamo parlare, niente di più, ma tu avevi già capito, ne sono sicuro. Quando ti vidi arrivare rimasi un pò spiazzato…. avevi messo quel vestito che ti avevo regalato al compleanno, quello che avevi tanto voluto, non avevo mai capito cosa ti piacesse di quel vestito blu scuro di un negozio qualunque, ma non aveva importanza in quel momento.

Andammo al parco dove sapevo di trovare un bar all’aperto con poca gente, dopo tutto era maggio, c’era un sole impressionante e faceva davvero caldo. Mentre camminavamo verso il bar, mi accorsi che ti tenevi un braccio quasi con timidezza e avevi la testa chinata, ti chiesi se andasse tutto bene, mi accennasti un sorriso forzato.

Ordinammo due caffè, un’acqua naturale e il pasticcino al cioccolato che ti piaceva tanto.

Ti fissai negli occhi, Dio solo sa quanto eri bella quel giorno, gli orecchini di tua madre brillavano alla luce, le guance appena arrossate dal calore del sole e quei capelli biondi con la riga che ti cadevano sulle spalle.

Non so nemmeno dove trovai il coraggio di pronunciare quelle parole, non oso nemmeno ripeterle ma mai mi dimenticherò il tuo sguardo e le tue di parole.

“Sapevo che ci fosse qualcosa che non andava, ma non pensavo che avessi deciso di non credere più nella nostra storia…..”

“ di non credere più in noi e in quello che abbiamo costruito, ma se è la tua scelta io la rispetto…”

Non una cenno, non una lacrima, non un momento di esitazione.

Ti sei alzata e te ne sei andata, mentre io ti fissavo, inconsapevole del male che ti avevo fatto ma che tu, fragile come un castello di carte, non volevi mostrarmi.

Nei giorni successivi stavo abbastanza bene, sicuro che avevi capito e dopotutto non l’avevi nemmeno presa così male.

MI SBAGLIAVO.

Ti scrissi un messaggio, in un noioso pomeriggio di videogiochi e pizza, solo per sapere come stavi.

“bene grazie, devo studiare, ci sentiamo.”

Una parte di me si rilassò, ma l’altra, la parte che più ignoravo, sapeva che stavi male, malissimo. A darmi ragione ci penso Marta, la tua migliore amica, che mi chiamò il giorno dopo, mettendomi al corrente che stavi male e non era il caso di sentirti, che non andavi a scuola da 5 giorni, avevi il volto solcato dalle lacrime e che aveva trovato le nostre foto nel cestino davanti a casa tua.

Continuai ad ignorare il mio cuore che mi diceva di tornare da te per dare ragione alla testa, che mi suggeriva che il tempo curava le ferite…di entrambi.

MI SBAGLIAVO. ANCORA.

Mi vennero in mente le parole di Marta, le nostre foto buttate, ma io avevo le nostre foto? ma certo nell’hardisk nel terzo cassetto, l’avevamo lasciato li dopo il viaggio alle Canarie.

Collegarlo al computer fù come permettere a 16 mesi di storia di uscire tutti in una volta, come un pugno in faccia.

Iniziai a guardarle, dalle prime foto a scuola, alla tua prima volta in moto con il casco, dio come eri tenera con il mio giubbotto da moto, alla nostra prima cena, alla nostra prima notte insieme in montagna.

C’erano tutti i nostri ricordi, i nostri momenti, che nessuno aveva mai visto, che custodivamo gelosamente, mi ricordo ancora della foto al bowling, ti vergognavi perchè le scarpe non si abbinavano alla tua maglietta.

Oppure quella volta che ci scattammo la foto al Mc, di notte, quando presi dalla fame ordinammo 10 hamburgher.

E come dimenticare la foto di San Valentino? quella appoggiati alla macchina di mio padre? quanto eravamo belli amore mio? Io in abito e tu con quel bellissimo vestito nero con uno spacco, l’allacciatura dietro al collo e la schiena scoperta, che solo al pensiero mi viene voglia di fare l’amore.

 Avevi anche la collana che ti regalò tuo padre, brillava, ma il tuo sorriso di più.

Finchè non arrivò proprio quella foto, quella che ti scattai al mare, sulla spiaggia. Avevamo appena comprato del cocco e due drink, volevamo festeggiare, ci stavamo divertendo come pazzi, c’era un leggero tramonto, la spiaggia deserta, qualche pellicano e una piccola brezza marina che ti accarezzava i capelli.

Mi ricordo, che ti ho scattato la foto con in mano le noci di cocco, sorridevi, ed eri così bella. Con i capelli legati, un pò di lentiggini che ti erano spuntate per il troppo sole, un pò di sabbia sul viso e avevi il profumo del mare.

Mi ricordo che che ti fissavo mentre ti sistemavi il costume, ma proprio in quel momento mi hai stupito, sei corsa ad abbracciarmi dicendomi la frase che ancora oggi non riesco a dimenticare..

“Grazie amore, dopo tanto tempo sono felice, solo perchè ci sei tu qui con me”

Tu non eri felice perchè eravamo alle Canarie, non per la spiaggia, non per il mare, non eri felice per tutto quello che avevamo intorno, ma eri felice perchè lo stavamo facendo insieme.

In quel momento ho capito tutto.

Volevi condividere con me le esperienze, volevi farle con ME.

Ed io come un egoista bastardo pensavo che fosse meglio che ognuno facesse le sue per conto proprio, ma che cazzo avevo in testa? Volevo disperatamente tornare a quel momento per dirti “sei tu la mia felicità, ti amo.”

Non sapevo cosa fare, ti chiamai disperatamente, non mi rispondevi, con i messaggi nemmeno provavo. Ho provato a cercare su instagram, facebook, qualsiasi social per capire dove fossi, dove trovarti.

MARTA, Marta avrà la risposta alla mia domanda.

pronto Marta? ciao, dovè Greta?”

“senti lasciala stare davvero non è ….”

“Marta stai zitta e dimmi subito dovè la mia fidanzata, ho bisogno di saperlo.”

“A casa di Andrea……”

Non ebbi nemmeno il tempo di realizzare che iniziai a piangere, cosa avevo fatto? come avevo potuto perderla? come avevo potuto spingerla nelle braccia di un’altro?

Decisi per il tutto per tutto e mi fiondai in moto a casa di Andrea, non sapevo nemmeno io cosa avrei fatto, ma a qualcosa sarebbe servito, riprendermela o perderla per sempre.

Arrivai, cancello aperto e mi lanciai verso il citofono. Nessuna risposta.

Chiamai Andrea.

“Andrea ciao, sei con Greta? ti prego devo parlarle”

“Te lo ha detto Marta vero?”

“si, ti prego è importante…”

“è un segreto, non posso dirtelo”

“dimmi solo se è li, ti prego cazzo! sono disperato devo parlarle”

“non è qui tranquillo, non è mai stata qui.”

“Andrea ma che cosa stai dicendo? dimmi dovè allora!”

“La trovi nell’unico posto dove solo tu la puoi trovare”

Mi mise giù il telefono…non capivo, ero spaesato. Io non sapevo dove trovarla, non sapevo quale fosse il nostro posto, non ne avevamo uno preciso.

Girai per tutti i posti dove eravamo stati, grazie a dio in moto potevo spostarmi veloce, mentre i ricordi mi perforavano la mente come proiettili.

Ogni posto faceva riaffiorare un tuo ricordo, un’immagine, un tuo odore, un tuo bacio. 

Amavo i tuoi baci, il mondo in cui mi mordevi piano le labbra mentre ridevi. Tu e quegli occhioni color nocciola. Ti volevo a tutti i costi, avevo sbagliato, ero pronto a pagarne le conseguenze ma ti volevo con tutto me stesso.

Non sapevo dove fossi ne sapevo dove cercare.

Come faccio a trovarti in un posto che solo io so dovè se nemmeno io so dove cercarlo? non aveva senso.

Oppure si? Poteva essere, ne valeva la pensa tentare. Mi precipitai li.

Mentre correvo come un pazzo in moto, cosa che odiavi e mi raccomandavi sempre di avvisarti quando arrivavo, sentivo le lacrime scendermi una dopo l’altra, avevo fatto l’errore più grosso della mia vita.

Volevo la libertà. Ma libertà di cosa, cosa mi mancava? Adesso tutto, certo, mi mancavi tu, i tuoi rimproveri, i tuoi pizzicotti, le tue chiamate inutili sul cosa comprare, i tuoi consigli, i tuoi pianti isterici quando non ti piacevi.

Avevo abbandonato la libertà….. la libertà di essere felice.

Quando arrivai, non legai nemmeno la moto, mi tolsi il casco e  corsi all’interno del parco.

Era tardi, non c’erano persone, era buio e c’erano soltanto alberi e stelle, mentre correvo verso il bar.

Non andavi da Andrea, eri d’accordo con lui per mentire a Marta, tu andavi dove ti avevo lasciato, l’unico posto nel quale solo io potevo tornare. Nel posto dove tutto era finito, dove il NOI si era fermato. Tu andavi nel parco a piangere, dove nessuno poteva vederti.

Vederti li seduta, esattamente dove ti ho visto andartene per l’ultima volta.

Eri cosi, come ti avevo incontrato a scuola, Air force bianche, Jeans stretti e strappati, una canotta bianca, ma cosa più bella, avevi la mia felpa nera con la zip che ti piaceva tanto perchè ti stava enorme e aveva il mio profumo, me lo dicevi sempre.

Avevo il cuore in gola, le gambe mi tremavano e probabilmente avevo gli occhi sbarrati.

Hai alzato lo sguardo per un attimo fissando il vuoto di fronte a te, come se avessi capito che ci fosse qualcuno li con te e poi ti sei girata verso di me.

Ci siamo guardati per qualche secondo, ho notato che i tuoi occhi si stavano stringendo, stavi inarcando le spalle e avevi il respiro pesante.

Stavi per scoppiare a piangere.

Lasciai cadere il casco a terra mentre correvo verso di te come se volessi impedire quel pianto a tutti i costi.

Corsi verso di te come mai prima nella mia vita, ti abbracciai fortissimo e tu stavi piangendo, piangevi tantissimo e intanto cercavi quasi di scappare da quell’abbraccio.

“ti odio” “vattene” “non voglio vederti”

Erano solo alcune delle cose che mi dicevi mentre piangevi, ma io ti stringevo sempre più forte.

Più mi dicevi cattiverie, più sapevo di meritarmele.

Ti stringevo così forte che ad un certo punto, non hai più retto e sempre piangendo mi hai stretto fortissimo dicendomi che mi odiavi a morte ma che mi amavi, ti ero mancato ma dovevo andarmene, che non meritavi di stare così male.

Avevi ragione, avevi tremendamente ragione.

Mi staccai un attimo e ti presi le mani, mentre ero accovacciato davanti a te che eri seduta sulla panchina, ti guardai negli occhi, erano così gonfi, ancora sospiravi per le troppe lacrime e il nervoso e ti asciugai le lacrime.

Ti dissi che ti amavo, che avevo sbagliato, che non sapevo cosa avevo perso e che ti imploravo di non dirmi che era troppo tardi, ti dissi che ero stato soggiogato dal fatto che volevo vivermi la vita e le esperienze, inconsapevole che in due è più bello, che in due si può condividere, che in due ci si lega enormemente di più e che in due le esperienze hanno tutto un’altro sapore e rimangono impresse nella nostra memoria per sempre, che in due si ha sempre una spalla, che in due si cresce. Insieme.

Ti dissi un fiume di parole che mi veniva dal cuore, mentre trattenevo le lacrime, ma allo stesso tempo il respiro mi tradiva, si sentiva che ero li li per piangere.

Ti dissi infine, che eri la cosa più bella della mia vita, che eri la ragione per cui quando aprivo gli occhi sorridevo, che mi mancavano i tuoi capelli, le docce in due, le litigate in salotto con i cuscini, mi mancava quando mi mettevi il muso perchè ti infastidivo, mi mancava vederti mangiare il gelato sotto casa e mi mancava quando ti sporcavi il nasino con quel gelato.

Mi mancava il vederti gironzolare per camera mia, vederti mentre ti cambiavi prima di uscire, mentre ti preparavi, mentre ti sistemavi i capelli, mi mancava rimanere imbambolato quando provavi un nuovo vestito, mi mancava il guardarti negli occhi quando facevamo l’amore. 

MI mancavi tu.

Sputai cosi tante parole che mi mancò quasi l’aria.

Alla fine tu mi fissavi, non piangevi più, io ancora ti tenevo le mani.

Mi tirasti uno schiaffo, fortissimo.

Non dissi niente, rigirai la testa e continuai a guardarti. Avevi capito che ero pentito, che avevo realmente capito cosa fossi tu per me.

E poi, così forte come era arrivato lo schiaffo, arrivò un bacio.

Il più bello di sempre, ci baciammo, noi due sotto le stelle, in quel parco, dove tutto era finito, ora tutto iniziava.

Di Nuovo.

Mi ricordo che una volta finito quel bacio, ti guardai e ti dissi:

“signorina, torniamo a casa, si è fatto tardi”

“ok amore, portami con te”

Ti presi in braccio come una bambina, ci baciammo anche mentre camminavamo, finchè tu non misi la tua testa contro il mio petto e mentre io ti accarezzavo dolcemente i capelli, ti sentivo piangere, ma di gioia.

Stavo perdendo l’unica ragazza che avevo davvero amato nella mia vita.

Niente mi lascerà il segno come la foto di quella notte. Io e te, abbracciati nel letto, mentre ridiamo, seppur esausti dopo aver fatto l’amore per tutta la notte.

Volevo fare chissà quali esperienze, ma sapete una cosa?

Non esiste miglior esperienza dell’amore.

Nulla è gratuito in questo basso mondo. Tutto si sconta, il bene come il male, presto o tardi si paga. Il bene è necessariamente molto più caro.

Louis-Ferdinand Céline
ph  Tuschman

quando mi accorsi di come sarebbe andata a finire, ormai era troppo tardi… ero completamente persa di lui
—  speravaqualcunolanotasse
Oltre il torto e la ragione

Lei riusciva a risultare sempre uno scricciolo dai capelli ondulati, nonostante in fin dei conti fosse abbastanza alta. L'altra, invece, aveva i capelli setosi e liscissimi, dritti ad incorniciarle un volto perennemente ammiccante.
Lui era un uomo grosso, con le mani sempre calde, la barba scura e folta, le spalle solide ed il cuore proporzionato al resto, o forse addirittura più grande. Sorrideva spesso, ma principalmente rideva, di cuore e di gusto.
L'altra c'era stata da prima, e questo lei lo sapeva bene. Lo aveva affascinato e desiderato, e quando poi l'aveva avuto, aveva subito dovuto allontanarlo di slancio, per ricostruire repentinamente le distanze. S'era alzata di buon mattino e gli aveva regalato il dolore, spiegando che era solo a causa di quel suo limite invalicabile, di una sé ancora adolescente nonostante gli anni, cresciuta tardi e male, senza aver mai capito come si facesse ad amare. Lui ne era uscito un po’ ammaccato e malconcio, aveva temporaneamente perso l'uso del coraggio, ma aveva continuato comunque a ridere, solo un po’ meno forte e con lo sguardo un po’ meno trasparente.
Lei lo aveva ricevuto così in dono dal caso, e, nonostante fosse evidente che si trattasse di un regalo riciclato, aveva deciso di raccoglierlo esattamente com'era, per intessergli tutto attorno arazzi di pietre preziose e sete indiane. A lui era piaciuto pascere in quell'opulenza di aspettativa e di colore. A lei era piaciuto avere una mano calda ad accarezzarle la fronte la sera. Tutto stava funzionando pressappoco da sempre, oramai, se ci si soffermava sulla prima, veloce apparenza.
In verità lei era mangiata da paure ed ansie, che ogni notte le rosicchiavano le tempie là dove lui aveva poggiato i palmi quella medesima sera. Lui si struggeva nello scacco d'un autoconvincimento che non sapeva reggere e che non valeva la candela. L'altra soffriva senza scampo, rinchiusa nella prigione dorata che aveva voluto, senza sapere davvero come poterla montare.
Lui stava con lei e cenavano in famiglia. Lei gli faceva discorsi di possibili futuri e di carriera. L'altra soffiava sulle candeline le proprie insicurezze, facendo leva su un ego che ostinatamente la precedeva.
Facevano l'amore, di tanto in tanto. Non tutti e tre insieme, ma con lui separatamente. Lei stava investendo una fiducia che non le apparteneva pur di scommettere tutto su quel barlume di dolcezza. Lui voleva volerla ma non sapeva innalzarla a proprio sempre, non poteva davvero regalarle l'esclusiva sul suo cuore troppo grosso e pieno, e nemmeno sul suo corpo. L'altra, ubriaca, tirava i fili dei loro tre cuori senza sapere davvero cosa fare.
Uno solo che potesse respirare senza affanni, in questa storia, non c'era e per molto tempo ancora non ci sarebbe potuto essere. Sono tutti troppo umani.