mais e moda

_George Harrison; London/Londres; New King’s Road; Arethusa Restaurant;  Apple Tailoring Opening Party/Festa de Inauguração da Alfaiataria da Apple; May 22th 1968/22 de maio de 1968.

_George Harrison, drinks and food/George Harrison, bebidas e comida.

anonymous asked:

ficou mo tempo fazendo drama ai dizendo que não ia voltar, quase chorando pra querer atenção e olha só :) hahaha

Uso tumblr há quase 4 anos e posto há quase 2, conheço bem sobre 15 minutos de fama e já tive minha ascensão aqui, mas ela se foi (como a de todos os tumblrs se vão). Compreendo seu ponto de vista, meu eu de um ano atrás talvez pensasse como você e adoraria chamar esse tipo de atenção, mas, cara, não mais, tá ligado? Se você é uma pessoa madura, precisa entender de uma vez que eu tô mesmo é preocupado com curso, grêmio, formatura, faculdade e tentando manter meu boletim com nota máxima, mal ando postando direito de tão merda que meu tempo está. Nós crescemos, mas tem gente que não nos acompanha, então eu entendo que zombar da fraqueza alheia sempre parece mais divertido e na “moda” do que procurar entender as dificuldades dos outros, porque tudo simplesmente parece “chamar atenção”, a não ser que a pessoa cometa suicídio. E é daí que saí uma das maiores hipocrisias que o ser humano comete sem perceber. Quando você não sabe o que está acontecendo na vida alheia e segue somente o que aparenta, o melhor é ficar de boca fechada para poupar mágoa de ambos os lados. 

A me non piacciono le etichette, le condizioni, i cardini stabiliti dalla società. Da ciò ne conviene che odio essere chiamato gay in via principale quando in via principale ho un nome. Non mi entusiasma iniziare una presentazione con:

«Ah, tu sei gay?»
«Sì, o meglio, no, o meglio sì, piacere.»

Non sono “gay”

-innanzitutto-

Innanzitutto sono me, sono Khalos e sono nome, sono Moscato e sono cognome, sono tante cose e gay è semplicemente la definizione della mia scelta sessuale, o meglio, il nome attribuitogli. E diciamolo, perché dirsi le cose fa sempre meglio che tenersele dentro, quando ci si presenta non capiterà mai di esordire con totale nonchalance iniziando con una frase del tipo “sei etero?”, perché la persona che hai davanti non è etero, o meglio, non è etichetta e non è prodotto, e con prodotto intendo “prodotto della società” che impone i suoi miserabili limiti e le sue miserabili classificazioni di persona. La società è come un grande supermarket, con la differenza che nessuno sceglie niente e se lo porta via; stai semplicemente lì in vetrina per un’intera vita.

Così mi viene da pensare che sia sbagliato determinare con esattezza una persona, ma è anche vero che a volte serve. Non si può dire “lavoratore” un lavoratore che fa specificamente il medico, o specificamente il veterinario e giù di lì. Se per l’interesse della comunità, e attenzione comunità, non società, bisogna etichettare determinate persone, lo accetto, è accettabile, che sia, dunque, fatto.

Gay invece no. Gay è un etichetta che va di moda, e le mode si sa sono brevi e vanno sempre a finire male, tranne il vintage, che per sua beatezza non passa mai di moda. E non possiamo permetterci di mancare il colpo, allora; e la società ci mette dentro un bel peso da portare che a portarsi da solo non saprebbe spostarsi, ed è un peso, essere gay, che viene attribuito(ci) da “non si sa chi, non si sa come”. Semplicemente nasciamo bambini, cresciamo da ragazzi, poi ci dividiamo, come tutto, come sempre:
Qui i ragazzi normali;
Qui i ragazzi gay.

Perciò i normali sono i non gay, e io sono anormale, oltre che diverso. Non ho manco la possibilità di essere normale, solo quella di essere gay, nella categoria delle credenze maschiliste, in un mondo maschilista che le donne stanno provando a capovolgere. E se non riescono loro, chi può riuscirci?

Allora vedi, qui entriamo in gioco noi, i nostri diritti, il nostro voler essere normali e voler essere chiamati per nome, per nome -innanzitutto- e per cognome.

«Piacere come ti chiami?»
«Khalos, piacere mio.»
«Stai con quel ragazzo?»
«Esattamente, lo amo.»

Che così va già meglio. Che la curiosità è un tratto indistinto dell’uomo che non puoi sbottonarti di dosso come si fa con le camicie. Che di etichette non ce ne sono, che in questo modo è tutto più scorrevole, il discorso.

È questione di parole. Le parole le devi sapere usare, che se non ci provi nemmeno rimangono ferme e ti si incastrano fra le costole e magari ti escono solo dopo fra i pensieri. E i pensieri non hanno un punto, hanno solo virgole, e non puoi mettergli un punto e basta perché tanto poi tornano più prepotenti di prima a corregge quel errore ortografico. Orrore. Punto. No, virgola.

Mi presento, sono Khalos. Sono fidanzato, il mio ragazzo si chiama Marco, e la centralità del discorso è che io sono me, e non sono moda e non sono etichetta di nessuno. Io sono amore, sono sbagli, sono sorrisi e sono lacrime, sono come te in mille nostre similitudini, e come nessun altro in tutto ciò che mi contraddistingue rendendomi unico.

Noi siamo i nostri specifici -IO- interiori e non la vetrina di ciò che la società ci impone d’essere.

Noi siamo ragazzi, e siamo randagi come i tempi che corrono, e siamo selvaggi, e siamo pieni d’amore e sentimenti che un tempo si nascondevano, ed ora fanno a cazzotti per uscire. Noi siamo così, amateci o odiateci.

E io sono me, -io, me e me stesso- piacere.

—  Khalos Moscato
Hai să recunosc ceva. Da,judec oamenii! Am momente în care îmi fuge mintea ..și dacă văd niște străini îmbrăcați în toate culorile curcubeului, cu hainele rupte,mă gândesc “Doamne,ce ciudată mai e și moda asta!” pentru că pur și simplu nu este pe gustul meu.Dar asta nu înseamnă că mă apuc să o spun în gura mare,cât să afle toată stradă cã mi se pare mie ciudat.Nu avem nici-un drept să facem asta.De ce să facem niște oameni să se simte prost cu propria lor ființă? Ați putea mulți să tãceți,dar “Nuu!Îmi susțin părerea,e o țarã liberă!”
Ei,oricât de liberă ar fii țara..nu e bine să faceți pe cineva să se simtă prost..
— 

Opinia mea

te-vreau-inapoi