maglia azzurra

Ciao a tutti.
Sono tornata ieri da una città che dista dalla mia di molti, moltissimi km.
Erano le sei del mattino e la sveglia era stata meno stressante del solito, forse perché desideravo da morire che quella mattina mi svegliasse per andare finalmente da lui.
Lui che non vedevo da un anno, che mi mancava come mi mancava il mio orsacchiotto che avevo perso a sei anni.
Ho diciotto anni e mi sento piccola.
Mi manca ancora e faccio i capricci perché lo rivoglio indietro.
Il treno è partito alle otto e mentre viaggiava, il mio cuore accelerava il suo battito. Più mi avvicinavo alla meta, più il mio cuore palpitava.
Quando scesi da quel treno, ne presi un altro e un altro ancora, finché non mi ritrovai nella sua città.
Le mie gambe tremavano, sembrava di stare in un posto più bello perché lui vive lì. Mi chiedevo se i miei piedi stessero camminando sullo stesso asfalto in cui aveva camminato lui. Se il gelato che presi in quel bar, fosse lo stesso che voleva assaggiare lui la sera prima, magari in quello stesso bar. Se quella maglia azzurra avesse attirato il suo sguardo verso quella vetrina mentre passava da lì.
Alla fine mi ritrovai con una cartina in mano a cercare la sua via. Aveva un nome strano e ogni volta che mi ricordava dove abitasse, la sua pronuncia mi faceva sorridere.
Ecco, era quella la porta di casa sua.
Non sentivo più niente, solo un continuo tumtumtum del mio cuore.
Lui non sapeva nulla del mio arrivo.
Suonai e aspettai che rispondesse.
«Chi é?»
Stavo morendo.
Doveva essere una sorpresa, così decisi di nascondermi dietro l’angolo.
Risuonai.
«Chi è?»
E mi nascosi di nuovo.
Risuonai una terza volta e lui scese per vedere chi fosse.
Si guardava attorno, non vedeva nessuno.
Dio, il suo profumo era già arrivato alle mie narici, non ce la facevo più, cavolo, era passato un anno.
Era voltato, mi avvicinai e gli bussai alla spalla destra.
Ha iniziato a piangere. Piangevamo insieme.
Non ci credeva. Mi prese in braccio e sì, mi fece male talmente mi strinse forte. Era un male piacevole, che desideravo da fin troppo tempo.
Aveva una maglia azzurra

Lo chiamo innamoramento flash quando incontro qualcuno che non conosco con cui probabilmente non parlerò mai e accade che nel guardarci per caso negli occhi me ne innamori perdutamente per circa mezza giornata. Mi è successo un paio d’ore fa in palestra con uno che faceva arrampicata.

Sono una po’ persa, e un po’ strana direte voi, ma sono sicura non succeda solo a me…

La doppia faccia di non so quale medaglia

Nell'arco di ventiquattr'ore l’Italia è uscita dai Mondiali e Ciro Esposito è morto. Un’assurda coincidenza che probabilmente non vuol dire niente.

I mondiali ogni quattro anni ci regalano una fresca ventata di italianità, patriottismo, commovente e toccante, che sarebbe necessaria sempre. Le corse in tangenziale per trovarsi davanti allo schermo al fischio di inizio con una birra tra le mani, il tricolore che sventola, la preparazione pre-partita con schifezze e bibite per gli amici o parenti che di li a poco arriveranno perché se la partita si guarda insieme è meglio. Sarà la maglia azzurra come il cielo in una bellissima giornata primaverile, sarà una squadra che unisce dialetti dal nord a sud, sarà l’obiettivo comune, sarà l’inno, ma tutti (o almeno la maggior parte delle persone) sentono di dover partecipare con la squadra, condividendo gioie e dolori, dando il sostegno necessario perché quella coppa è la coppa di tutti, non è la coppa di una squadra. È il simbolo di una nazione che ce l’ha fatta e che ce la può fare. Ma non ce l’ha fatta. Nessuno si aspettava la vittoria, o meglio, nessuno ci credeva, ma prima di tutto non ci ha creduto l’allenatore e la squadra.Tutti si sono stretti intorno alla squadra condividendo il dolore per una sconfitta, inveendo contro un allenatore che ha subito dato le dimissioni perché la delusione è stata davvero tanta. Mi sembra proprio lo specchio di quanto abbiamo vissuti in questi anni, lo specchio di un'Italia che si arrende, e qualcuno ha commentato proprio così.

Ma ciò nulla ha a che vedere con il calcio a cui assistiamo ogni anno durante il campionato. Infatti, due mesi fa, accadeva ciò che poi ha condotto alla morte Ciro Esposito. Scontro tra tifosi a Roma cagionato da chi neppure c’entrava con la partita che si doveva giocare, da chi tutto si può considerare fuorché tifoso per la violenza più volte manifestata negli stadi, eppure aveva libero accesso agli stadi. Uno dei tanti gesti violenti che si verificano negli stadi e al di fuori degli stadi, che spesso e volentieri diventano il palcoscenico di discriminazioni razziali (e non solo per il colore della pelle, basta un dialetto a fare la differenza!), di una società che non è in grado di condividere una passione perché manca il senso civico (pur sembrando il contrario in certe occasioni come i mondiali). Ma questi molti l'hanno già dimenticato, e il dolore resta solo a chi l'ha vissuto, nonostante chi adesso si stringerà intorno alla famiglia (cosa che molti si potrebbero anche risparmiare) per poi tra qualche mese tornare ad urlare negli stadi.