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 -Amore-
“胸いっぱいの切なさ”

L’ideogramma che definisce la parola amore ”愛(アイ)” pronunciato “Ai” (anche in cinese la pronuncia è la stessa) e spiegarne l’etimologia. Potrà risultare un po’ complesso tutto il concetto, ma queste non sono cose semplici, soprattutto in una lingua come questa. Perciò vediamo come sono andate le cose, partendo da una vignetta che riassume l’etimologia che andrò a spiegare subito dopo.

Significato dell’ideogramma ”愛” (amore): ”胸いっぱいの切なさ” (Mune ippai no setsunasa) = “Un cuore colmo di pena”

Perché questo significato?
Ricordandoci che stiamo sempre ragionando secondo una concezione orientale, qualsiasi spiegazione verrà riferita in questo senso, anche perché il nostro termine “amore” ha un significato del tutto diverso (amore sta per “a mors”, ovvero, “non morte” quindi la vita. L’amore è l’antitesi della morte). 
Così come del tutto diversa è la parola inglese “love”. Deriva dall’inglese di periodo medievale “lufu” che sta per “preoccuparsi di qualcuno, desiderare, quindi amare”. Termine che a sua volta deriva dall’antico germanico “lubh”, figlio del verbo latino “libere”, ovvero”essere piacevole, desiderabile, caro”. Da qui anche il nostro”libido”, apparentato quindi con “Love”, che in inglese ha l’accezione, originariamente, di desiderio.
Questa premessa per far capire che il concetto di amore assume diverse sfumature a seconda della cultura, parlando di etimologia naturalmente: più filosofico, astratto, “mistico” e razionale nella nostra lingua, più istintivo, terreno e “carnale” in inglese; vediamo cosa nasconde, invece, in giapponese, o in cinese visto che l’ideogramma è il medesimo.
Premessa fatta per evitare anche di fraintenderci, magari confondendo il termine italiano, quello inglese e quello giapponese. Insomma, cerchiamo di andare per ordine.

D’ora in poi farò riferimento all’amore inteso in senso orientale scrivendo l’ideogramma al posto della parola.
Secondo la concezione orientale, ”愛” è un qualcosa che dà tristezza (悲しみ- Kanashimi)piuttosto che felicità (喜び-Yorokobi). In tutti i casi “愛” rappresenta una condizione di anormalità dell’anima che si trova in uno stato più elevato e l’anima che prova “愛” porta certamente con sé una pena o una malinconia (切なさ- Setsunasa).

Il carattere “愛” veniva scritto in passato seguendo questa sequenza dall’alto in basso「旡+心+久」, sequenza che potete vedere riassunta nella vignetta sulla parte sinistra. L’ideogramma odierno “愛” presenta la parte inferiore esattamente come quella originaria, ma la parte superiore si presenta nella forma antica ”旡” (quest’ideogramma si usa solo come radicale, ma presenta due pronunce: カイ/アイ-Kai/Ai). Quest’ultima ha assunto una forma completamente differente nel moderno ideogramma. Questo ”旡” è un elemento molto importante perché dà all’ideogramma la sua pronuncia attuale cioè “Ai”, che è difatti una delle due letture comprese in questo elemento come detto, che costituiva anticamente la parte superiore di “愛”.
A  tal proposito è necessario citare vari esempi di ideogrammi che si compongono con l’elemento ”旡” fra i quali: ”既-慨-漑-概”.

Questo ”旡” non è altro che la raffigurazione, come potete vedere nella vignetta in alto a destra, di un uomo che si piega all’indietro perché ha la pancia piena, avendo mangiato più del dovuto. Perciò, il carattere ”既”, che appartiene alla categoria di ideogrammi detti”会意文字” (Kaii-moji = Caratteri composti da più parti significative; questa categoria comprende il 70-80% del totale degli ideogrammi), raffigura quest’uomo che ha consumato un vassoio stracolmo. Alla fine, satollo, si piega pesantemente all’indietro.
Questo ”既” comprendente la parte destra ”旡”di cui si è spiegato il significato, come si vede anche nella vignetta, raffigura un vassoio colmo di rotondi ”お饅頭” (O-manjuu- un dolcino farcito di marmellata Azuki cotto al vapore). Nella lingua odierna ”既” ha perciò il significato di “pieno”.

Ad esempio, si usa ”既” quando si fa genericamente riferimento al termine giapponese per eclissi, sia di sole, sia di luna, col composto ”皆既蝕” (Kaikishoku), il quale sta letteralmente per ”皆 = Tutto+既 = completamente+蝕 = Divorare/Occultare”. L’ultimo ideogramma ”蝕” è spesso sostituito nel linguaggio più comune con l’ideogramma”食”, ovvero “mangiare, divorare” di cui è sinonimo, anche se non ha la sfumatura di “occultare/eclissare”. Per traslazione di significato l’ideogramma ”既” ha assunto anche l’accezione di “aver finito qualcosa e non esserci margine per fare altro”, da cui l’avverbio”既に” (Sude ni = già, ormai) usatissimo nella lingua moderna.

Questo breve ragionamento in cui ho citato un esempio fra i tanti non è del tutto casuale, né l’ho scritto per annoiarvi. Serve a far comprendere il meccanismo, che come si può facilmente capire è complesso per sua natura, attraverso cui si ha la formazione di un ideogramma e grazie al quale si può spiegare il significato. Meccanismo che si può far ricondurre anche al significato della parola di cui si vuole parlare in questo articolo. Fermo restando che l’esempio citato è direttamente connesso alla parola ”愛” e ora vedremo perché e concluderemo la questione.

Prendiamo l’ideogramma ”慨” (Gai = lamento, sofferenza). A destra abbiamo il solito ”既”, di cui ora sappiamo il significato. A sinistra abbiamo un elemento rappresentato da una linea verticale e due virgolette su entrambi lati, che è una variante usata come radicale del carattere ”心” (Kokoro = cuore, anima), che difatti è una raffigurazione dell’organo cardiaco. In tutte le culture il cuore rappresenta il parametro con cui misuriamo le nostre emozioni, perché quando proviamo qualcosa la sentiamo nel nostro cuore, che batte più forte.
Abbiamo quindi raffigurato un “cuore colmo” di lamento, pena. In sostanza, la parte superiore di”愛(アイ)” ha questo tipo di composizione, cioè ”既/旡” pieno+ ”心” cuore.

Ma rimane da capire la parte inferiore costituita da questo ”夂”. E’ un “pittogramma” (in giapponese una categoria detta ”象形文字”Shookei-Moji, cioè raffigurazione di un’immagine reale, a cui appartiene anche il già citato ”心”) raffigura un piede che si trascina e di conseguenza un’andatura pesante, stanca, come si vede nella vignetta in alto a sinistra. Se consideriamo l’unione di ”心+夂”, cioè parte mediana e parte inferiore dell’ideogramma ”愛(アイ)” avremo un’ “anima o un cuore che si trascina”.

Quindi si torna al significato iniziale: ”胸いっぱいの切なさ” (Mune ippai no setsunasa) = “Un cuore colmo di pena”. Un cuore colmo di pena che si trascina per la sofferenza, cioè l’amore. Metaforicamente un uomo che ha mangiato troppo e si piega all’indietro tanto da non poter camminare e da doversi trascinare.
La metafora viene elevata a sentimento proprio dalla presenza nell’ideogramma ”心”, quindi un cuore che ama e soffre è come un uomo che soffre perché ha mangiato troppo tanto da piegarsi e trascinarsi con fatica.
C’è da aggiungere che durante il periodo Heian (794-1185 d.C.) il carattere ”愛(アイ)” in letteratura veniva letto “Kanashi” (愛(かな)し  Kanashi = tristezza, sofferenza) e non è certamente un caso. Sintetizza in modo molto chiaro tutto il concetto appena spiegato.

Questa è la storia, sicuramente complessa, difficile da comprendere al volo, ma spero sia stata sufficientemente chiara (per quanto è possibile visto l’argomento).
Scavare nel passato di un ideogramma così articolato presuppone sempre una certa difficoltà di comprensione, ma credo che il significato sia piuttosto naturale quando lo si legge con attenzione.
In definitiva c’è da dire un’ultima cosa. L’amore non può essere certo spiegato con un’etimologia, né  con una metafora, perché è un sentimento troppo complesso. Ma non v’è dubbio che tutte le culture condividano, in modi diversi, lo stesso principio di base. Il nostro amore è vita, inteso come una ragione di vita, e vivere per qualcosa porta sofferenza, preoccupazione, ansia e anche tristezza a volte. In inglese l’amore è prettamente desiderio, nella sua accezione originaria, ma il desiderio si sa è anch’esso sofferenza, tendere a qualcosa vuol dire cercare con tutte le proprie forze di ottenerla e questo presuppone che si debba mettere in gioco sé stessi e il proprio cuore. 
In giapponese o cinese, rifacendosi alla cultura buddista, la vita è sofferenza e la sofferenza è amore come lo stesso Buddha professava: amore verso le persone e le cose.
L’etimologia del termine orientale per questa parola spiega chiaramente questo concetto definito “tristezza, malinconia”, quindi sofferenza. E in fin dei conti non dissimile, come tanti studiosi spesso affermano, dal nostro principio cristiano e dal principio base di altre culture.

Insomma l’amore è, in parole povere, un sentimento universale che tutto muove come Dante stesso diceva “L’amor che move il sole e l’altre stelle”. Niente di più vero in qualsiasi lingua lo si voglia dire.

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