luccichii

Suppongo di essere quello che chiamano un decadente, che ci siano in me, come definizione esterna del mio spirito, quei tristi luccichii di una stranezza posticcia che incorporano in parole insperate un’anima ansiosa e funambola. Sento di essere così e di essere assurdo. Per questo cerco, in un’imitazione di un’ipotesi di classici, di raffigurare almeno in una matematica espressiva le sensazioni decorative della mia anima sostituita. A un certo punto del ragionamento scritto, non so più dove è rivolta la mia attenzione - se alle sensazioni disperse che cerco di descrivere, come tappezzerie sconosciute, o se alle parole con cui, volendo descrivere la descrizione stessa, mi imbosco, svio e vedo altre cose. Si formano in me associazioni di idee, di immagini, di parole - tutto lucido e diffuso -, e sto parlando tanto di ciò che sento come di ciò che suppongo di sentire, e non distinguo ciò che l’anima mi suggerisce da ciò con cui le immagini, che l’anima ha lasciato cadere, mi infiorano il suolo, e nemmeno se il suono di una parola barbara, o un ritmo di frase interposta, non mi distolgono dall’argomento già giusto, dalla sensazione già diventata parco, e mi assolvono dal pensare e dal dire, come grandi viaggi fatti per distrarsi. E tutto questo che, se lo ripetessi, dovrebbe darmi una sensazione di futilità, di fallimento, di sofferenza, non riesce a fare altro se non a dotarmi di ali dorate. Da che parlo di immagini, forse perchè ne condanno l’abuso, mi nascono immagini; da che mi innalzo da me stesso per ripudiare ciò che non sento, lo sto già sentendo, e il ripudio stesso è una sensazione ricamata; da che, perduta infine la fede nell’impegno, voglio abbandonarmi al traviamento, un termine classico, un aggettivo spaziale e sobrio, all’improvviso, come la luce del sole, mi fanno vedere chiara davanti a me la pagina scritta in maniera dormiente, e le lettere dell’inchiostro della mia penna sono una mappa assurda di segni magici. E mi depongo come una penna, e mi getto alle spalle il mantello del reclinarmi senza nesso, distante, intermedio e succubo, finale come un naufrago che affoga in vista di isole meravigliose, in quegli stessi mari dorati di violetto che in letti remoti avevo veramente sognato.
—  Fernando Pessoa - il secondo libro dell'inquietudine