lo vedo solo come un amico

anonymous asked:

Ho un problemino.. mi scrivo tutti i giorni da tipo un mese con un mio compagno di classe, solo che ho il dubbio che per lui sia qualcosa di più, mentre io lo vedo come un amico. Lui non ha mai tirato fuori il discorso, e io non mi sento di dirgli: ei guarda che sei solo un amico per me così dal nulla.. però se e nel caso lui mi dicesse che gli piaccio, mi dispiacerebbe un sacco farlo stare male. Non so come comportarmi, perché nonostante tutto è un amico importante per me.

Ahia, brutta storia la friendzone, anche se tu sei dalla parte della friendzonatrice😂
Comunque devi assolutamente farglielo capire, tipo parlandogli di qualcuno che ti piace in modo tale da fargli capire che lo vedi come un amico e basta. 
So che non è un bel consiglio, ma sai com’è, non sono mai stato da quel lato della friendzone😅

memoriesarelife  asked:

Stavo con un ragazzo. L'ho lasciato ieri perché non sono sicura dei sentimenti che provo per lui. Siamo amici da un sacco di tempo e lui all'improvviso mi dice che mi ama, da una parte lui mi piace ma dall'altra lo vedo solo come un amico. Mi ha scritta,ieri sera, perché mi ha vista giù di morale, in pratica io ci sono rimasta malissimo per come l'ha presa mentre lui fa lo stronzo. 11:44 -🥑 (lo divido perché non entra tutto)

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UN INCONTRO PARTICOLARE

L’aria era piuttosto fredda, tagliente quanto basta per sentire delle brevi fitte sulla pelle. Il cielo era nuvoloso e di lì a poco si sarebbe oscurato del tutto: stava scendendo la sera, inesorabile e malinconica.
Klaus era fermo al binario 8 della stazione di un piccolo paese di campagna; stava aspettando il treno che l’avrebbe riportato a casa o, meglio, al luogo dove si era trovato a vivere.
Aveva gli occhi sbarrati verso un punto non definito lungo un’immaginaria diagonale che partiva dalla sua spalla sinistra, oltrepassava i binari, andava oltre le siepi a raggiungere ciò che soltanto lui riusciva a identificare. Oltre le siepi non c’era nulla, qualche vecchia casupola e un sentiero cosparso di foglie umide e spente; ma Klaus era come se volesse vedere tutto e quindi proiettava immagini, pensieri, paure, inquietudini e lacerazioni in quel punto così lontano e così visibile soltanto a lui.
In stazione non c’era tanta gente, ma i pochi presenti di tanto in tanto spostavano gli occhi e gli sbuffi dovuti al ritardo del treno verso quel ragazzo come pietrificato e avvolto da una cortina di mistero.
Un osservatore esterno, infatti, pochissime cose poteva desumere guardando Klaus e quella con molte probabilità più intuibile era l’età: attorno ai vent’anni, forse qualcosa più, forse qualcosa meno.
Klaus sentiva sulla pelle gli occhi di tutti gli uomini e donne che lo osservavano, ma non lasciava trasparire nessuna emozione, nessun sentimento, niente. Restava lì, come attonito verso il nulla; quel nulla che per lui, solo lui, era tutto.
Una voce registrata nel frattempo annunciava un ulteriore ritardo di trenta minuti del treno causando il propagarsi di sbuffi prolungati, ingiurie e qualsivoglia forma di dissenso tra le persone.
Klaus era l’unico che sembrava non interessarsene. Pietrificato a poco più di un metro dalla linea gialla che segnala il confine tra banchina e binario, continuava imperterrito a guardare in quella direzione con occhi sbarrati e contemporaneamente sguardo assente, vuoto, irritato, forse.
Questo suo atteggiamento aveva cominciato a suscitare un notevole interesse in qualche persona presente lungo la banchina.
Gli uomini sono abituati a guardare sempre le stesse cose, a fare del nuovo la quotidianità, a vivere con passo cadenzato verso un futile traguardo, a parlare, parlare, parlare senza ascoltare nulla e sentendo ogni cosa. In genere l’uomo medio è radicato in un mondo finito, in un’esperienza scritta e riscritta più volte. L’uomo medio crede di aver esaurito l’inchiostro per scrivere la propria vita e si crogiola in un’effimera consapevolezza di aver visto tutto o, quantomeno, di aver visto tutto ciò che gli è utile nella vita.
Tuttavia quella sera accadde qualcosa di diverso: quel ragazzo era troppo misterioso per non essere guardato. Quella sera quelle persone non potevano mentirsi dicendosi che era una sera qualunque, da vivere con l’eccessiva superficialità alla quale erano così legati. No, quella sera era proprio impossibile.
«E’ cieco» dicevano alcuni. «Ma guarda che strano quel tipo! Cosa guarda?» si chiedevano altri.
Klaus era lì, fermo, da circa quarantacinque minuti, senza muovere un muscolo, soltanto il battito delle palpebre e quello del cuore andavano a scandire il minuto.

Finalmente il treno arrivò e tra il sollievo generale partì immediatamente dopo aver caricato tutti i passeggeri. Anche Klaus salì; e sulla terzultima carrozza trovò un posto libero accanto a una ragazza che avrà avuto pochi più anni di lui e che si era appena seduta. Dopo aver dato un’occhiata veloce che non ci fosse nulla d’altro disponibile, poggiò lo zaino per terra sotto al sedile e si sedette.
Il treno viaggiava lento e lenti erano i respiri che uscivano dalla bocca del ragazzo. Dopo qualche minuto passato come a studiare ogni persona presente su quella carrozza, Klaus fece scorrere la cerniera dello zaino verso l’alto, lo aprì e tirò fuori un libro. Chiuse gli occhi per un attimo, sospirò profondamente e li riaprì vivi e accesi sulla copertina del libro.
La ragazza accanto a lui spostò un attimo lo sguardo dal telefono per curiosare su quale fosse il titolo del libro che Klaus aveva appena tirato fuori: “Il giorno della Civetta” di Leonardo Sciascia.
Ammiccando un sorriso di approvazione ritornò a concentrarsi sullo schermo del suo cellulare, che da quando aveva spostato gli occhi aveva vibrato ben tre volte.
Il libro era piuttosto consunto, non era certamente l’ultima edizione reperibile in libreria; quelle pagine avevano vissuto tante mani.
Klaus aprì il libro a pagina 116, tolse il segnalibro, sospirò più profondamente di prima, chiuse nuovamente gli occhi e sorrise: sembrava quasi commosso.
Circa a metà pagina c’erano due righe sottolineate visibilmente a matita, come a ricordare un passaggio particolarmente importante. Vi era scritto: “Lei, anche se mi inchioderà su queste carte come un Cristo, lei è un uomo.”
Klaus rimase su quella pagina per una decina di minuti quando a un certo punto venne interrotto soltanto dallo sguardo sempre più frequente della ragazza accanto che, curiosa e perplessa, si domandava perché quel ragazzo restasse fermo a leggere quella pagina e non andasse oltre.
«C’è qualche problema?» chiese abbastanza seccato Klaus.
«Oh, eh, no, no, nessun problema! Soltanto mi incuriosiva sapere cosa ci fosse scritto di tanto bello da essere riletto così tante volte di fila e con sospiri molto profondi. Niente di che, scusa il disturbo» rispose la ragazza allontanando lo sguardo.
Klaus sorrise e guardando un po’ verso l’alto, un po’ verso la ragazza, recitò la frase sottolineata a matita.
«Oh, è molto bella, ma cosa significa esattamente?» rispose interessata la ragazza.
Klaus mise il pollice in quella pagina, chiuse il libro e guardò la ragazza. Dopo qualche secondo di silenzio cominciò: «eh, cosa significa… questa frase racchiude l’essenza di quello che dovremmo essere tutti noi: uomini. Vuole trasmettere il messaggio di come non possa esserci cosa più nobile e appagante per lo spirito dell’essere uomini. Al contrario delle dicerie comuni, non si nasce uomini, lo si diventa con gli anni se si sceglie di volerlo essere.
Uomo è chi ama, incondizionatamente e perché ambisce ad essere pieno di vita; uomo è chi sputa cuore in ogni circostanza, lotta credendo in se stesso, e quando vince individua nell’umiltà il vello della vittoria. Uomo è speranza, è l’autunno in campagna, è il sole sulla vetta più alta della terra; è l’ultimo pezzo di roccia che si sgretola e cade per terra. Uomo è il lungo e impervio cammino che si staglia di fronte a noi e che conduce al senso della vita.»
«Mh, interessante, ma non ancora molto chiaro. Qual è il senso della vita? E tu, sei un uomo?»
«Non so quale sia il senso della vita, sarebbe troppo facile così. E’ affascinante, non trovi? L’uomo si mette in marcia lungo un cammino arduo e ricco di ostacoli senza sapere dove porti perché nutre una ben salda consapevolezza che sia quello che deve fare. Non c’è nessun «se» né alcun «ma» che gli balenano nella testa. Una salda configurazione interiore porta l’uomo a radicarsi nei «nonostante» per affrontare il proprio cammino. La maggior parte delle persone pensa «e se poi dopo questo scoglio trovo anche una montagna ripidissima? Ma soprattutto, dove porta questo itinerario?» L’uomo invece ragiona «nonostante non riesca ad individuare una meta plausibile, nonostante questo mare in tempesta, questa bufera di neve, questo vento ladro d’ogni emozione, io continuo la mia marcia, perché nonostante possa non arrivare ad ottenere nulla, a dilaniarmi di dubbi, a bagnarmi di sofferenza e a nutrirmi di esperienza, io potrò ammettere alla mia coscienza di essere morto uomo.
«Però! Cavolo, sei veramente particolare! Prima in stazione, ora questo discorso… cavolo!”
«Prima in stazione cosa, scusa?» chiese Klaus con tono irritato.
«Prima in stazione, dai! Eri come pietrificato. Immobile, inerte, statico e insensibile a qualsiasi cosa. Gli occhi guardavano il nulla, lo sguardo sofferente, stanco…»
«Tsk» rispose Klaus facendo un cenno di disapprovazione con la mano. «Tu credi che io stessi guardando il nulla, tu credi che fossi insensibile, ma la vuoi sapere qual è la verità? Io contemplavo il tutto e amavo terribilmente in quel momento. La ragazza che amo non era lì con me, era a casa tra libri, sigarette e pesanti e incombenti paure nella testa. Io guardavo in là e la vedevo, bellissima, vestita di un’eterea invisibilità, sorridermi con labbra dipingenti un amore eterno.
Non importa come apparivo dall’esterno, non conta quanto fossi assente in quella sporca e fredda stazione, io in quel momento, solo in compagnia di me stesso, amavo.
«Oh… non so se essere colpita o se preoccuparmi.»
«Non ti vedo preoccupata. Non confondere ciò che ti destabilizza con ciò che ti preoccupa. Non aver paura ad ammetterti che un’esperienza diversa dal solito non ti deve per forza preoccupare, anzi. Perché tu non sei preoccupata e lo sai.»
Sapeva sempre trovare le parole giuste quel ragazzo e riusciva comunque e nonostante tutto a tranquillizzare e rasserenare il prossimo, sconosciuto o amico di sempre che fosse.
La ragazza sorrise, fece un cenno di approvazione con la testa e disse «va bene, hai vinto. Hai ragione» e allungando la mano si presentò: «io mi chiamo Claudia, è un piacere conoscerti…»
«Klaus!» la interruppe il ragazzo. «Piacere mio».
«Dai, parlami di questa ragazza, adesso sono molto curiosa!»
«Non c’è molto da dire, lei è una donna. Questo non immaginartelo come non esaustivo, perché, riflettici un attimo, ti ho detto tutto di lei».

—  amantedellarte

anonymous asked:

Secondo lei, perché si è gelosi e possessivi anche di una persona che abbiamo lasciato noi stessi? Ho lasciato la mia ragazza due settimane fa e l'ho incontrata, era felice, non me lo aspettavo, era davvero solare, raggiante... Vedo che mette molte foto con un ragazzo, magari è solo un suo amico, magari no... E sono geloso. Ma non dovrei, l'ho lasciata io, dovrei forse essere contento ma non ci riesco. Perché il cervello mi fa questi scherzi?

E’ insopportabile che le persone osino rifarsi una vita a prescindere da noi, non trovi?

Ma davvero, sti stronzi, come si permettono di essere felici dopo di noi? Come si permettono di andare avanti, di trovarsi qualcuno, come si azzardano a cercare di star bene nonostante la nostra storia bellissima sia finita? Dovrebbero rimanere spezzati a terra, a cercarci, a desiderarci, a tenerci sempre nel cuore, sti stronzi.

E invece questi dopo che li abbiamo allontanati, si prendono pure il diritto di metterci nella scatola dei ricordi, per fare spazio nel loro cuore ad altra gente.

Che stronzi.

(Cit. Un normale cervello alla fine di una relazione, quando pensa che nessuno l’ascolti)

anonymous asked:

È tornato dopo un anno e mezzo? Lo hai perdonato?

Non è tornato, precisiamo.
Mi è venuto a chiedere scusa, per tutto quello che mi ha fatto, ha capito di essere stato un pezzo di merda, ed io l'ho perdonato, ma in realtà non gli ho mai dato nessuna colpa, ma era il mio migliore amico.
Io l'ho aspettato per un anno e due mesi, dopo tre mesi dal mio andare avanti lui è venuto a chiedermi scusa, e io le ho accettate
Ma io sono andata avanti, per me lui può essere solo un amico, io gli voglio bene, un bene che potrei provare solo verso il fratello che non ho mai avuto.
Ora siamo ‘amici’, parliamo, ogni tanto, mi fa sempre piacere parlare con lui, ma ripeto, io lo vedo e lo vedrò sempre come un bellissimo ricordo
Se non fosse per lui questo blog non esisterebbe, io non esisterei, io non sarei così
Resterà sempre un ricordo, il più bello, probabilmente

anonymous asked:

Racconti una storia? Sono giù e non so come fare a riprendermi, sei l'unica che mi ha aiutato in questi ultimi tempi, adoro il tuo blog e quello che scrivi

Tu non puoi capire quanto mi fa piacere leggere questa cosa, soprattutto in questo periodo “no”.
Sarò piuttosto ripetitiva in ciò che scrivo ma, purtroppo o meno, l'unica cosa che ho in testa in questo periodo è solo lui.

“Dove sei?”
Il telefono mi sta facendo impazzire, ricevo i messaggi ma non ho abbastanza campo per rispondere, non capisco. Finalmente ho 5 tacchette.
“Sono in metro, alla prossima cambio, prendo la gialla e son li.”
Ormai è iniziato già da qualche settimana questo 2015 e il mio unico pensiero è rivederlo, come sempre ho il cuore a mille.
“Sofia calmati o il cuore ti uscirà dal petto” scherza la mia amica.
Son già passati esattamente 56 giorni dal nostro ultimo incontro.
La prima volta che l'ho incontrato in piazza Duomo a Milano avevo aspettato io, questa volta è lui che mi sta aspettando.
“Stazione centrale” leggo in lontananza, “è la nostra” dico a Diana alzandomi afferrando il palo.
Scendiamo e prendiamo la metro gialla, dopo poche fermate eccoci in Duomo.

È Domenica e la piazza è gremita di gente, mi fermo per 10 secondi in mezzo alla piazza, tutto intorno a me si muove, le persone camminano spedite senza fermarsi un secondo, il cuore che batte a mille.
Scruto tra l'immensa folla degli occhi familiari, appena li trovo di fronte a me accenno un lieve sorriso.

“Eccolo” sussurro, lui non mi ha vista, senza farmi vedere, mi avvicino e lo sorprendo alle spalle mettendo le mie mani sui suoi occhi.
“Dai non fare il cretino che non vedo se arriva Sofia”

La sua voce, cavolo. In me rimbomba “Sofia”, solo lui sa pronunciare il mio nome in quel modo che mi scioglie sempre.

Il suo amico mi sorride in segno di saluto, ricambio e lentamente faccio scivolare via le mie mani dai suoi occhi.
“È arrivata?” chiede senza girarsi.
Di colpo lo abbraccio da dietro, lui riconosce le mie mani che gli cingono la vita “ah ma sei quii.”
Si gira e mi stampa un bacio sulla fronte.
“Sei arrivata finalmente, mi sei mancata.”

Non c'è nulla di meglio dell'aspettare per qualcosa di così bello come per vedere la persona a cui tieni di più. Aspettiamo sempre, urlandoci “mi manchi” senza preoccuparci troppo dei chilometri, l'importante è l'amore, non quanto dista da noi, l'importante è che l'amore sia presente nella nostra vita.

cose a caso che hanno un prima e un dopo

1) I tappini delle penne a sfera
un tempo chiusi, ora bucati, da pessiconsumista incallito ho sempre pensato a biechi motivi di mercato (meno materiale, o la biro si secca così ne compri di più) ma pare sia per evitare soffocamento se un biNbo se ne inghiotte uno. Da quando l'ho scoperto ogni volta che vedo un tappino ho questa immagine di biNbi con tappino in gola che dicono “refpiro come darth vader, ma almeno refpiro”

2) Le giacche a due bottoni
ho comprato il mio primo completo per il matrimonio di mia sorella, e mentre me lo provavo, figo come può sentirsi uno che non s'è mai messo un completo, ho sentito la voce gelida della commessa che mi diceva “della giacca a due bottoni si allaccia solo quello sopra, non tutti e due” con il tono con cui diresti ad un amico al ristorante giapponese “le bacchette non si mettono nel naso”. E ora che lo so e che non posso fare a meno di notarlo in tutti quelli che vanno in giro con la giacca a due bottoni ho una vocina dentro che piange e si chiede il perché. C'è un'altra asola, c'è un altro bottone. E se te l'allacci vuol dire che fa fresco, mi lasci proprio aperto il bottone sul pancino?

3) Gli indiani sikh
da quando ho scoperto che oltre turbante e barbona girano con un pugnale rituale (il kirpan) e che dagli anni ‘70 è uno stillicidio di accordi e disaccordi su dove, come e quando lo possano portare in determinati ambienti (viaggi aerei, eventi pubblici, cose così) quando ne vedo uno mi chiedo dove sia il pugnale e se sia uno di quei cosetti simbolici da 5cm o uno sciabolone tipo sandokan, eccetera. Tipo l’altro giorno c’erano degli operai che asfaltavano un pezzo di strada, uno era un sikh e aveva questo meraviglioso turbante arancio fluo in tinta con la tuta di sicurezza e mi son chiesto se anche l’impugnatura del pugnale facesse pendant.

anonymous asked:

Mi spieghi una cosa? Perché una ragazza mi dice 'provo qualcosa per te' (e per me è la stessa cosa) per poi continuare a rispondermi male? Io non capisco. Ho provato anche a chiederglielo, ma risponde sempre 'non ho niente'.. Io finirò col prendermi dei gatti, vivere con loro e vaffanculo a tutto quanto. (Scusa per il disturbo, ma dovevo dirlo a qualcuno)

Credo che non capiró mai le ragazze, son complicatissime e incoerenti al massimo, non so quello che combinano e non lo voglio sapere. Te lo dico da ragazza, potrebbero sposarti e il giorno dopo dirti “ti vedo solo come un amico” son bastarde.
Opta per i gatti amico. Vengo con te.