lingue morte

Le persone dovrebbero iniziare ad amare un po’ di più la scuola, o almeno vederla sotto un’altro aspetto. Sì, anch’io non la amo: i compagni, i compiti, le interrogazioni, lo studio, i professori pazzi e stressanti… Studiare per dovere, per riuscire ad avere almeno la sufficienza in una materia, fa schifo, è vero. Ma se vediamo la parte positiva della scuola, è assolutamente: imparare. Imparare, conoscere e aumentare, migliorare la propria cultura: questi sono gli ingredienti per avere una bellezza interiore. Secondo l’etica epicurea “per i mali dell’anima, la filosofia è in grado di curarli e liberarcene”, ed io personalmente ci aggiungerei che anche la letteratura abbia questo potere. Ho sentito molte persone dire: “ma a che serve studiare lingue morte, la vita di persone morte, le loro opere, o il passato e tutto il resto?”. Le “lingue morte” (latino, greco…) sono testimonianze del passato, e hanno contribuito a creare la cultura, e la letteratura moderna. Questo è quello che hanno fatto anche gli autori antichi (filosofi, scrittori… italiani e stranieri) e le loro opere. Il passato, la storia (inclusa la storia dell’arte), fanno lo stesso anche loro. Studiare il passato fa capire come siamo arrivati al presente, studiare il passato dell’arte fa capire come siamo arrivati al presente dell’arte. Qualcun’altro potrebbe aggiungere che non ha senso studiare i musicisti (e la musica) del passato, se abbiamo quelli di oggi, che ci trasmettono qualcosa, ma anche loro hanno creato la musica del presente.
Senza cultura l’uomo sarebbe un essere inutile. Tutto è evoluzione del passato. Il presente è l’evoluzione del passato. Senza il passato non ci sarebbero le bellezze del presente. A me non piace studiare, ma mi piace “imparare”.
—  prendendo spunto da un mio saggio breve
NOI, ΚΑΛΟΙ ΚΑΓΑΘΟΙ

Ci sono giorni in cui vorresti lanciare il dizionario, altri in cui sbatti la testa contro il muro dalla disperazione, perché la pressione è tanta, i compiti non finiscono più, e le interrogazioni si sovrappongono alle verifiche ogni giorno, sempre di più. Le aspettative sono alte, i professori esigenti, e la paura di fallire aumenta. Ma tu, classicista, non molli. Perché noi dalle situazioni difficili tiriamo fuori il meglio, ci aiutiamo, e ne usciamo più forti di prima. E sarà proprio in quella settimana con quattro verifiche e otto interrogazioni che faremo le nottate per studiare, che arriveremo a scuola mezz’ora prima perché non abbiamo capito un paragrafo, e che alla fine prenderemo un bel voto. E pazienza se i tuoi amici che frequentano altre scuole escono due o tre volte a settimana mentre te cerchi il modo di studiarti quelle 40 pagine. Anche perché, e qua devi mettere da parte l’orgoglio, questa scuola ti piace. Magari ti chiedi perché l’hai scelta, e dici che vorresti tornare indietro, ma non è vero, rifaresti quella scelta altre mille volte se possibile, perché il Classico non è una scuola, ma uno stile di vita. Noi del Classico, noi καλοι καγαθοι, siamo speciali. Noi abbiamo un qualcosa in più che niente e nessuno ci potrà mai togliere; la celeberrima apertura mentale, che potremmo mettere come sottotitolo a ogni open-day di un Liceo Classico, è questo. E’ la capacità di collegare un evento quotidiano con un episodio avvenuto nell’Antica Grecia o durante l’età Augustea. E’ quel qualcosa che ci scatta durante una lezione di letteratura greca, quando chiudiamo il libro perché il passo è talmente bello e la prof sta spiegando talmente bene che sarebbe riduttivo seguire il testo. Quel surplus che ci permette di andare oltre il canonico programma scolastico e che ci fa tornare a casa con la pelle d’oca perché l’ora di Italiano è stata splendida. E nessun pomeriggio passato nell’ozio è paragonabile a un passo di Saffo o a un sonetto di Leopardi. E’ vero, ogni tanto siamo pignoli, e guai se qualcuno sbaglia un congiuntivo in nostra presenza, perché un’oggettiva all’indicativo è blasfemia. Ma il Classico è anche questo; è puntualizzare, non lasciare mai qualcosa al caso, non sbagliare una virgola, perché è così che cresciamo, ci alleniamo ogni giorno per raggiungere un obiettivo sempre più alto. Ogni giorno alterniamo le nostre vite tra dizionari, appunti, e libri per un motivo. Perché noi siamo nati per questo, per portare avanti ciò che gli altri hanno lasciato indietro e reputano finito. E che nessuno venga a dirci che studiamo lingue morte, perché il Latino e il Greco continuano a vivere ogni giorno, e noi siamo i pochi fortunati a capirlo, a renderci conto che dentro ogni singola parola italiana ci sono le cosiddette ‘lingue morte’. Sinceramente, fare parte di questo mondo vale i pomeriggi sui libri, gli esaurimenti nervosi, le due ore di grammatica latina attaccate. E, potessi tornare indietro, risceglierei il Classico ad occhi chiusi.

A scuola non dovrebbero insegnare declinazioni,greco,latino che poi sono delle porcoddio di lingue morte. A scuola si dovrebbe insegnare a non giudicare e invece si giudica attraverso dei cazzo di voti,a scuola si dovrebbe parlare dell'omofobia,del bullismo,degli adolescenti che si tagliano e che gli passa per il cervello l'idea di ammazzarsi,che non c'è via d'uscita. La via d'uscita c'è. Siamo noi,tutti quanti noi insieme che potremmo salvarci a vicenda.

Hai presente quando...

Mi sono inventata una lingua tutta mia e la sto parlando da sola dentro una cupola di vetro, insonorizzata e trasparente. Quello che mi torna indietro alle orecchie sono solo le mie parole, confuse con il prima e con il dopo del discorso, della punteggiatura e del senso. Una perenne sconfitta nel constatare che sono l'unica a capire quello che sto dicendo quando penso che il resto del mondo, invece, abbia compreso…Insomma, hai presente quando vai dagli stranieri e gli dici “lamaialaditumà?” indicando il polso come per chiedere l'ora? Ecco io mi sento così.

Ciao, grazie.

Quando noi, come popolo italiano, dobbiamo riconoscere di avere sbagliato.

Leggere lunghi thread di commenti su facebook dove cari amici romani tentano invano di scrivere giusto ‘accelerate’ (o anche la versione italiana accelerare) ti dà la stessa sensazione di guardare i gattini appena nati che ci provano ad alzarsi sulle quattro zampe, ma proprio non ce la fanno.