Mi sarei staccata la lingua a morsi pur di non proferire quelle parole, ma non esiste bestia più indomabile che ragione possa placare della lingua velenosa di una donna ferita nell'orgoglio.
—  Lucrezia Beha
Dovreste capire che l’inglese è la lingua più bella del mondo, se provereste a capirla, ve ne innamorereste.
In inglese innamorarsi si dice “fall in love” letteralmente tradotto “cadere in amore”, e infatti in amore si cade e cadendo ci si fa male e rialzarsi è una vera e propria sfida.
Invece “I am in love with you”, si traduce in “io sono innamorato con te”, non di te, e come se si desse per scontato che l’altra persona ricambi.
In together c’è la parola “to - get - there” ovvero “per arrivare li” , come se per arrivare da qualche parte bisognerebbe essere insieme.
Si potrebbe amare l’inglese anche per il solo motivo che la parola “crush” che vuol dire “cotta”, ti fa venire in mente il rumore di uno schianto infatti quando si è cotti di una persona si va a sbattere con la testa un po’ ovunque.
Oppure ci avete mai pensate mai che la stessa parola “imperfect” contiene “I’m perfect”?
Ed è la stessa cosa in impossibile. Mentre “piangere a dirotto” si dice “crying your heart out” come se ogni volta che piangiamo forte rischiassimo di perdere un pezzo di cuore.
Mentre la parola “lucciole” si traduce con “fireflies” letteralmente “fuoco che vola” e solo se provi ad immaginare la scena potresti rabbrividire.
Cioè dai, vogliamo parlare della parola “bed” che se la guardi attentamente ha la forma di un letto? O della parola “stressed” che al contrario si legge “dessert”?
Pensate alla parola fine, che in italiano fa tanta paura e provoca spesso dolore che in inglese vuol dire “bene”.
La parola maschio invece si traduce in “male” e questo già ci fa capire quale sia la differenza tra maschio e uomo. Una cosa meravigliosa e invece che “io” è l’unico pronome che si scrive sempre maiuscolo, non “tu”, non “noi”, sempre e solo “io” come a ricordarci che noi stessi siamo esseri importanti.
Gli Inglesi inoltre usano l’espressione “learn by heart” per dire “imparare a memoria” come se la memoria non risiedesse nella mente e infatti i ricordi più belli hanno sede nel cuore.
Ma la cosa più bella rimane che dicendo “I love you” si annulla la differenza che in italiano abbiamo tra ti amo e ti voglio bene.
Diciamolo questi inglesi con le parole ci sanno proprio fare.
[…] nel petto il cuore ha un sussulto,
ti lancio un'occhiata
brevissima, e non so più
modulare le parole,
mi s'imbroglia la lingua
e tace, sottile un fuoco
corre sotto la pelle, gli occhi
non vedono, rimbombano
le orecchie, sudo freddo, un tremito
totale mi prende,
pallida, verde più dell'erba.
A tu per tu con qualcosa
che è simile a morire.
—  Saffo

In Sicilia quando non sei proprio convinto dici “ora poi lo facciamo…” oppure ad una domanda rispondi contemporaneamente “sì,no…”
Noi siciliani, abbiamo una percezione del tempo molto particolare, ad esempio quello che hai fatto il giorno prima diventa passato remoto, come fossero trascorsi secoli… oppure quando stai uscendo di casa, rassicuri tutti affermando “sto tornando”, anche se il tuo rientro sarà dopo un paio d'ore.
Per noi il condizionale è quasi inutile, infatti lo sostituiamo direttamente con il congiuntivo, tipo “se putissi, u facissi”. Abbiamo anche il “potere” di far diventare transitivi i verbi intransitivi, infatti noi usciamo la macchina, saliamo la spesa, usciamo i soldi… Poi a noi piace molto utilizzare gli spostamenti “salire e scendere” in modi molto fantasiosi, infatti noi “scendiamo giù a Natale” e “saliamo dopo le feste”, anche il caffè “è salito” e la pasta si cala. Qui, in Sicilia, le macchine camminano come avessero gambe, e non vengono guidate ma “portate”.
Spesso utilizziamo una sola parola per indicare più oggetti, ad esempio non c'è differenza tra tovaglia, asciugamano, tovaglietta, per noi è solo tovaglia, e basta. Se vogliamo dire ad un amico di venire a trovarci, gli diciamo di “avvicinare”, che è meno formale e più amichevole.
Riusciamo anche a trasformare un luogo in un modo di fare, ad esempio il cortile diventa curtigghiu, ovvero spettegolare, anche se quest'ultimo non rende molto l'idea.
Se parliamo in questo modo, non vuol dire che siamo ignoranti e arretrati, dietro ogni parola o espressione che utilizziamo si nascondono le nostre origini, la nostra storia. Ad esempio “tumazzu, carusu, cammisa”, sono parole greche (vedi tumassu, kouros, poucamiso); “carrubo” deriva dall'arabo “harrub”, così come le parole “cassata e giuggiulena”. “Accattari”, deriva dal normanno “acater” (da cui il francese “acheter”), oppure “arrieri” (da darriere). Dal catalano abbiamo preso in prestito le parole “abbuccari” (da abocar),“accupari” (da acubar), “cascia” (da caixa) ecc… Questi sono solo alcuni esempi, in realtà sono migliaia i vocaboli presi in prestito dalle altre lingue.

Essere orgogliosi delle proprie radici però non significa chiudersi e rifiutarsi di conoscere la grammatica italiana, ritenendo snob “quelli del nord” quando ci correggono. Anzi, utilizzare il proprio dialetto (più che dialetto è una lingua a tutti gli effetti) con consapevolezza, può soltanto arricchire.

—  Sconosciuta