liceo uno

Uno studente del classico

Uno studente del classico si riconosce da piccoli ma evidenti particolari:
1) E’ generalmente un soggetto che vive aspettando di dormire. I soggetti femminili sono caratterizzati da imponenti occhiaie che solcano la loro faccia,incorniciata da un lunga coda:sintomo dell’impossibilità di lavarsi i capelli perché “non c’è un minuto libero “
2) I suddetti sono fortemente irritabili, sia per il mancato
sonno,sia per l’ardua scelta di studiare in un pomeriggio o venti pagine di una materia o tutte le altre. Puntualmente lo studente, ricorre a dosi massicce di caffè ,ben visibili dagli occhi spiritati che tutte le mattine implorano un letto.
3) Lo studente classicista, credente o ateo, ricorre spesso a preghiere fatte in casa, riti scaramantici ,santini e tutto ciò che può assisterlo in un’interrogazione o far cadere per le scale qualcuno …
4)E’ evidente, nella maggior parte dei soggetti analizzati, una forte repulsione nei confronti del mondo circostanti, sorgono, soprattutto nei soggetti dell’ultimo anno, manie suicide e omicide che determinano, in alcuni individui, la progettazione di piani malefici .

Qui si ride e scherza, ma c'è davvero chi se la passa male, perciò è sempre un bene darsi una mano a vicenda, e perchè no, le chiacchiere nei corridoi e gli sfoghi aiutano parecchio. Parola di una ex alunna del classico.

- R. C.

Ti ho guardato negli occhi e per un istante tutto mi è parso chiaro. Cavolo, ho capito ciò che non capivo da tempo: le divisioni delle elementari, l'algebra delle medie, la fisica del liceo.
Con uno sguardo mi hai mostrato l'universo e il modo in cui si vive sugli altri pianeti. Mi hai mostrato il paradiso e l'inferno.
Ti ho guardato negli occhi e hai riportato la pace nel mondo, e messo sottosopra il mio.
Hai sconvolto le mie ragioni, la terra su cui poggiavo i piedi.
Quante cose è capace di fare uno sguardo. S'incolla addosso e non vedi più con i tuoi occhi, vedi cose nuove.
—  Unmetrofuoridaisogni

anonymous asked:

Chi è il tuo ragazzo? Ce ne parli?

Il mio ragazzo è un cucciolo di un metro e ottantatre con dei bellissimi occhi verdi tendenti all’ambra. Andiamo al liceo insieme ed è da qui che nasce tutto.

Al primo anno ero timidissima e Lui più di me. Ricordo che capii come si chiamasse soltanto qualche settimana dopo iniziata la scuola. E lo notai soltanto perché mi sentivo quei due occhi puntati addosso, dall’angolo più remoto della classe. Quando cominciarono a girare le solite voci su chi piaceva a chi, uscì fuori che l’uomo nero aveva una cotta per me. Anche se non mi aveva mai rivolto la parola. Qualche mese più tardi lo aggiunsi su MSN e cominciammo a parlare lì. Lui mi contattò con la stupida scusa di passargli una versione di latino e non so come successe che a un certo punto cominciammo a parlare di musica, dei Muse, di libri, di Twilight in particolare. E più ci scrivevamo più avevo voglia di continuare, c’era qualcosa in Lui, qualcosa che lo legava a me in qualche strano modo che anche ora non riesco a comprendere. In classe la situazione era abbastanza.. silenziosa: qualche sorriso timido, tanti sguardi, tanti. Purtroppo non avevamo la possibilità di uscire insieme. Lui abita a 80 km dalla scuola e passa un pullman ogni morte di papa. Il nostro primo appuntamento fu ad una turnazione. Non ricordo per quale motivo ma andavamo a scuola a giorni alterni. Era un giovedì e uscivamo alle 10.15. Avevamo le nostre tre ore per innamorarci.

Era il 3 dicembre del 2009. Usciti dal portone cominciammo a incamminarci per il corso con alcuni della classe. Quasi subito ci ritrovammo da soli. Stavamo lì, uno accanto all’altra, senza parlare. Ogni tanto scappava uno sguardo timido. Le mani tremavano e non sapevamo che fare. Per rompere il ghiaccio, mossa da un lampo di follia, mi tuffai sul suo braccio, lo rapii e continuammo a camminare così. Si riusciva a sentire il battito del suo cuore anche da quella distanza. Il mio era in gola. Comminammo così tanto che finimmo per sperderci. Ci ritrovammo sul retro del teatro. Un posto che non avevo mai visto. C’erano delle scale di ferro, due lampioni e le porte posteriori delle sale da dove usciva della musica. Ci mettemmo lì a guardare la città e non potevamo immaginare che quello sarebbe diventato il Nostro posto. 

Seduti sulle scale, a guardarci forte. Le mani sul viso. Parole dolci. Il primo bacio.

Da quel giorno le cose non fecero che andare in salita. Invincible dei Muse diventò la nostra canzone. Lui mi suonava il piano e mi faceva disegni. Disegnava i miei occhi e diceva che erano le sue stelle. Uscivamo insieme alle assemblee e ai ponti, andavamo al Nostro posto. Io sorridevo tanto. Stavamo sempre al computer a fare le video chiamate. E quando non potevamo lo chiamavo a casa. Stavamo ore e ore. Ricordo ancore gli sguardi di mio padre quando passava per la mia camera e mi trovava a ridacchiare sul letto. Una volta mi portò al conservatorio. Ci chiudemmo in una stanza con un piano. Suonò per me. Io persi la testa. Quando andavo io a lezione di piano a casa di una ragazza lo trovavo sempre sotto al portone ad aspettarmi. Io cercavo di andare lì il prima possibile così c’era ancora tempo prima che arrivasse il suo pullman per portarlo via.

Le cose andarono così per nove mesi. Nove splendidi mesi. Finché la distanza non ci spezzò. Era il 10 agosto del 2010. Non ci eravamo visti per tutta l’estate e da quel giorno smettemmo anche di sentirci. 

Al rientro a scuola dalle vacanze non ci degnammo di uno sguardo. Un colpo al cuore. L’insegnate di italiano ci chiese della nostra estate, ci chiese se stavamo ancora insieme. Silenzio. Lui “No”. Silenzio. Abbassai la testa. Fece male.

Piansi tanto, ma mai come Lui.

Presi tutti i suoi disegni e li misi in una scatola nell’armadio. Insieme ai suoi plettri, i plettri che tenevo sempre al collo, dove lui aveva inciso da un lato “3/12/09” dall’altro “Ti Amo”.

Passarono anni e non ci degnammo mai di uno sguardo. Finì tutto in silenzio. O forse non finì.

Tre anni. Tre anni di nuove vite. Io con un altro ragazzo, Lui con un’altra. Ci abituammo a quella vita che infondo non era mai stata nostra. Scolorì il suo nome dalla mia pelle e quei suoi splendidi occhi non erano più un chiodo fisso.

Successe che dopo tre anni di apparente felicità il mio ex mi lasciò brutalmente per un’altra. Fu un brutto colpo. Cominciai a stare davvero male, tanto che mi capitava di rigarmi i polsi con la lametta. 

Il 16 settembre del 2013 cominciò il quinto anno di liceo. Io ero uno zombie. Non mi reggevo in piedi. Avevo voglia di scappare, di vomitare l’anima. Eravamo tutti ammassati all’entrata ad aspettare la campanella, sentivo le lacrime che volevano scendere, la gola bruciare, ma trattenni tutto. Salii in classe fingendo sorrisi. Una mia compagna mi tenne il posto. Ero in trappola. Ma bastò uno sguardo. Un semplice sguardo. Per una frazione di secondo i miei occhi incrociarono i suoi. Quei due begli occhi verdi tendenti all’ambra. Uno sguardo dopo 4 anni, un mese e 8 giorni. Uno sguardo, che mi ha salvata.

Aveva notato il grigio dei miei occhi, qualcosa gli era scattato nel cervello. Pensò che non meritavo di soffrire. Cominciò a scrivermi in anonimo su Ask ogni giorno. Ogni pomeriggio dopo scuola mi chiedeva come stessi. Mi diceva che non meritavo di star male per un coglione. Mi chiese di quando avevo 14 anni. Mi fece ascoltare Invincible. Io gli inviai la foto dei plettri. Mi salvò con la musica.

In classe stava sempre a fissarmi, forse pensava non lo notassi. Io ridacchiavo con la mia compagna, lei che sperava tornassimo insieme.

Fece coming out qualche giorno prima della festa di 18 anni di un nostro compagno di classe. Da quel giorno stavamo sempre a scriverci su Fb. Parlavamo delle nostre vite, di quante cose fossero cambiate, di Noi, di quello che siamo stati.

Successe tutto il 5 ottobre. Eravamo alla festa. Tutti in tiro. Mi ero fatta bella per Lui. Avevo messo i tacchi, me li ero fatti prestare da mia zia. Lui era in smoking con le Dr. Martens ai piedi. Qualche sorriso di sfuggita fin quando non presi il coraggio. Mentre tutti ballavano, io, sola al mio tavolo, mi alzai e andai verso di Lui, solo al suo tavolo. Dissi “ti va di parlare?”. Lui, rigido, senza guardarmi: “Usciamo”. Presi il giubbotto e uscimmo fuori. Doveva raccontarmi quel che era successo in tutto questo tempo. 

Sembrava strano sentire la sua voce. Non sapevo come comportarmi. Avevo solo voglia di buttarmi al collo e non pensare più a niente, di stringerlo forte e di baciare quelle sue belle labbra. Perché qualsiasi cosa avesse dette io non potevo che Amarlo per quel che aveva fatto per me. Non potevo che Amarlo perché sapevo che in tutto questo tempo non si era mai dimenticato di me.

Mi disse di quello che successe dopo che ci lasciammo. Pianse tutte le sere da quel 10 agosto. Ogni anno il 3 dicembre faceva un minuto di silenzio per ricordarsi di me. Stette male, male. E parlare solo dei tagli sarebbe poco. Il solo pensarmi lo trasformava in un mostro. Usciva pazzo. Una volta tagliò persino un albero con la motosega. Cominciò a fumare, a bere. Cominciò a distruggersi. Perché una vita senza me non era vita. Le cose cambiarono quando il suo migliore amico gli diede “quatto schiaffi nfaccia” (come dice Lui). Si regalò qualche ritaglio di vita con la sua migliore amica. Ma il fatto era che per Lui ci sono sempre e solo stata io. Che il mio nome era ancora inciso sulla testata del suo letto. Sul suo cuore. 

Io non sapevo che dire, che fare. Mi tolsi i tacchi e rimasi scalza sull’asfalto umido. Dicevo “mi dispiace” come una deficiente. Ero spiazzata. Pensavo “dimmi che non hai mai smesso di Amarmi così scoppio a piangere e ti bacio”. 

Ci sedemmo per terra a guardare le stelle. Io aggrappata al suo braccio. Lui che mi baciava la fronte. Fece partire Invincible sul cellulare. E le sue labbra dalla fronte passarono al naso e poi sulle mie fino a togliermi il fiato. 

5 ottobre 2013, il nostro secondo primo bacio. L’inizio di un ritorno.

(Potrei continuare a parlare di Lui per ore ed ore ma non vorrei ammorbarti. Se ti va di sapere come continua basta che mi scrivi. c:)