È cosa indubitata che i giovani, almeno nel presente stato degli uomini, dello spirito umano e delle nazioni, non solamente soffrono più che i vecchi (dico quanto all’animo), ma eziandio (contro quello che può parere, e che si è sempre detto e si crede comunemente), s’annoiano più che i vecchi, e sentono molto più di questi il peso della vita, e la fatica e la pena e la difficoltà di portarlo e di strascinarlo. E questa si è una conseguenza dei principii posti nella mia teoria del piacere. Perciocchè ne’ giovani [2737] è più vita o più vitalità che nei vecchi, cioè maggior sentimento dell’esistenza e di se stesso; e dove è più vita, quivi è maggior grado di amor proprio, o maggiore intensità e sentimento e stimolo e vivacità e forza del medesimo; e dove è maggior grado o efficacia di amor proprio, quivi è maggior desiderio e bisogno di felicità; e dove è maggior desiderio di felicità, quivi è maggiore appetito e smania ed avidità e fame e bisogno di piacere: e non trovandosi il piacere nelle cose umane è necessario che dove n’è maggior desiderio quivi sia maggiore infelicità, ossia maggior sentimento dell’infelicità; quivi maggior senso di privazione e di mancanza e di vuoto; quivi maggior noia, maggior fastidio della vita, maggior difficoltà e pena di sopportarla, maggior disprezzo e noncuranza della medesima. Quindi tutte queste cose debbono essere in maggior grado ne’ giovani che ne’ vecchi; siccome [2738] sono, massime in questa presente mortificazione e monotonia della vita umana, che contrastano colla vitalità ed energia della giovanezza; in questa mancanza di distrazioni violente che stacchino il giovine da se medesimo, e lo tirino fuori del suo interno; in questa impossibilità di adoperare sufficientemente la forza vitale, di darle sfogo ed uscita dall’individuo, di versarla fuori, e liberarsene al possibile; in somma in questo ristagno della vita al cuore e alla mente e alle facoltà interne dell’uomo, e del giovane massimamente.
Il qual ristagno è micidiale alla felicità per le ragioni sopraddette.
—  Giacomo Leopardi, Zibaldone
Non so davvero perché sono tanto triste. E questa tristezza mi stanca, e voi stessi dite d'esserne stanchi. Ma ho ancora da sapere dove l'ho presa, dove me la son trovata, come me la son guadagnata, di che diavolo è fatta, da dove è spuntata. Ed essa mi stordisce così che stento a riconoscere me stesso.
—  William Shakespeare, Il mercante di Venezia
«Allora, dottore?»
«Il vostro malato è malato sul serio».
«È cos'ha?»
«Tutto e niente. È un uomo che a quanto pare ha perso una persona cara. E di questo si muore».
«Che cosa vi ha detto? »
«Mi ha detto che stava bene».
«Tornerete, dottore?».
«Sì», rispose il medico. «Ma bisognerebbe che tornasse qualcun'altro».
—  Victor Hugo, I miserabili, parte V Jean Valjean; Libro nono - Suprema ombra, suprema aurora, cap. II, “Ultimi palpiti della lampada senz'olio” (Jean Valjean è stato costretto da Marius ad allontanarsi da Cosette)