latte da

mocca-latte-in-my-veins  asked:

I'm curious about Bree/Sebastian (Sebreestian?) His chastity must be driving her mad.

I’m not sure what people think about Sebastian’s commitment to his vows of chastity post-DA2–whether he stays or strays depending on the road he goes down–but the thought of him sticking with it makes me cackle with glee.

Le mie giornate sono vuote.

Sono bianche, come quelle di Dante quando non vide più Beatrice.

Non ho niente da dire, perché quando non c'è l'amore le parole finiscono.

Le pagine diventano bianche, manca inchiostro alla vita.

—  Alessandro D’Avenia

Assassin’s Creed: Coffee Imagine
Everybody gets a “tall vanilla latte” from Starbucks.

Altaïr: would drink it and make a face. Would take one sip and the rest he’d spit into a plant.
Ezio: he’d be cool with it, but he’d insist on having it iced with whipped cream on top.
Connor/Ratonhnhaké:ton: would be initially confused by the fact that it’s really a small coffee instead of actually being tall, and would think it’s too sweet but not say anything. He won’t like the aftertaste, and will probably want water afterwards.
Edward: would sneak a shot of rum in there, and get a foamy mustache because he’d toss it back in one motion.
Arno: will taste it and refuse to finish it, bitching about the taste and calling it lousy.
Shay: burns himself on the first sip and can’t taste it.
Jacob: drops it on his lap and pouts because it’s hot. After he gets an iced one he complains that it’s too bitter and dumps a lot of sugar in.
Evie: drinks with her pinky out, and accepts it for what it is without complaining, whether or not she likes it.

Bonus! Haytham: takes a sip and asks for a plain espresso. Raises an eyebrow and tells Connor coffee isn’t for children when Connor doesn’t like it.

I forgot Desmond: Desmond knows it’s bad coffee, and he ends up having to pay for everyone’s latte (and Haytham’s espresso)

La timidezza è composta dal desiderio di piacere e dalla paura di non riuscirci. La cosa divertente è che quando la gente ti definisce ‘timida’ di solito sorride. Come se fosse una cosa carina, un'abitudine buffa che perderai crescendo, come i buchi nel sorriso quando ti cadono i denti da latte. Se sapessero come ci si sente, ad essere timidi, non soltanto insicuri, non sorriderebbero. No, se sapessero cosa vuol dire avere un nodo allo stomaco o le mani sudate, oppure perdere la capacità di dire qualcosa di sensato. Non è affatto carino.
Ma perchè cerco la solitudine e poi quando annego nel suo bianco senza appigli mi terrorizza?
—  Bianca come il latte rossa come il sangue

Mentre mi avvicino sempre di più alla maggiore età, cominciando ad accorgermi di non essere più un bambino, comprendo anche quanto a doppio taglio quest’arma effettivamente sia.

Se adesso, quando guardo un film vietato ai minori di quattordici anni, non mi faccio più una risatina pensando “ihih, sto infrangendo la legge perché sono ancora piccolo”, o se non penso più “vorrei la patente, ma devo aspettare dieci anni”, o magari “non vedo l’ora di fare le selezioni per l’anno all’estero, fra cinque anni”, allo stesso tempo mi lascio andare ad altre amare considerazioni.

Capisco che alla mia età qui ormai è tutto sesso, droga e rock and selfie. Capisco che adesso la mia timidezza assurda non è più normale. Che non è più normale che io mi vergogni di me stesso al punto tale da evitare di fotografarmi, di parlare, di espormi, di avere contatti sociali. Non è più normale perché non ho più undici anni, non sono più “nella preadolescenza”. Non è più normale perché non sono più il piccolo ragazzino con i baffetti da latte che deve ancora capire chi è. Chi sono, ovviamente io non l’ho ancora capito, ma rispetto ad anni fa adesso la situazione dovrebbe essersi sbloccata almeno un po’.

Invece qui è tutto fermo, immobile. Non posso più giustificare la mia timidezza asserendomi di essere ancora piccolo, perché non lo sono più.

I miei coetanei si pigliano, si mollano, si ingravidano e si accoppiano, e io invece resto fisso a pensare che anche solo l’idea di farmi vedere senza vestiti da un altro essere umano mi fa venire i brividi. 

I miei coetanei si ubriacano, si innamorano, vanno in discoteca, trovano amici e conoscono gente, e io invece resto fisso a sentirmi solo tanto da lasciare il mio numero su Tumblr e su Omegle.

In che modo si riprende in mano la propria vita quando non sei mai stato in grado di farlo? In che modo ci si può sentire normali in una società che è capace di tagliarti fuori nel giro di un istante?

Ditemelo, se lo sapete.

Io qui, tu lì.
Viviamo una vita parallela.
Ci svegliamo in letti diversi,
sempre con un lato un po’ più freddo,
sempre con un paio d'occhi
in meno da guardare.
Un caffè al volo quando va male
o una tazza di latte con due biscotti da bagnare.
Viviamo in parallelo,
tra una giornata di pioggia ed una di sole.
Diversamente, allegramente, pesantemente
ma viviamo e sudiamo questa vita
che a volte abbracciamo
per farla sembrare meno dura,
altre, la prendiamo a calci
per le tante prove che ti chiede di superare.
Viviamo una vita parallela tra alti e bassi,
tra fregature e arrabbiature,
tra sorrisi capovolti e risate fragorose,
tra amicizie e passeggiate,
tra un cinema ed un piatto
di spaghetti al pomodoro fresco.
Viviamo bene nonostante la mancanza,
nonostante la distanza, nonostante.
Viviamo parallelamente tutto questo ed altro,
ma l'amore,
l'amore che abbiamo incollato addosso,
di incontrarsi, non ha smesso mai.
—  Erica S.
Sarà che sono appena stato riconosciuto come nato o che è lunedì e sto leggendo di che razza di gente è stata eletta ieri ma.. mi sono già caduti i coglioni da latte.
(Non credo che li metterò sotto il cuscino)
— 

3nding

Vestiti sporchi.

Da ragazzino, casa di mamma, citofonava mio padre :“scendi, ti porto a mangiare il gelato”, su quella bici per tutta l'estate.
Vestiti sporchi, calli alle mani, mi arrampicavo sugli alberi al parco, non ho niente in comune con questi cadaveri, vuoti, coi calli da smartphone.
La mentalità era: prima con le buone, poi con le cattive se serve.
Questi che rispondono alla cazzo di cane lo capiranno, si vede che non hanno mai preso due sberle.
Io mordevo la vita, questi coi denti da latte che fanno? La strada fa scuola, tu che hai imparato? Forse dovresti ripetere l'anno.
Ripenso a mio nonno, la schiena rotta, quando il sudore era l'unico modo; poi penso a tuo figlio, la schiena dritta, perché sulle spalle ha un involucro vuoto.
Senza le palle, come anche gli altri; in un mondo più giusto di questo dovrebbero selezionarvi usando il buonsenso, fanculo la legge di Darwin.

Hai gli occhi tra il marrone, il verde e il giallo; una piccola macchiolina scura su quello destro. Credi non me ne sia accorta? Mi accorgo di tutto, anche quando stai una merda e non riesci a dirlo a nessuno; per questo ti chiudi nel fumo. “Non fumare, ti fa male” ma ti fa male anche senza fumare, lo so, non me lo vuoi spiegare. Non ti conosco, non so se ami il dolce o il salato, non conosco tuo padre, non so se lavori e che lavoro fai, se ancora studi, che squadra tifi, i posti in cui sei stato; però so (e non chiedermi come) che ci sono sabati sera in cui sei circondato di gente e la malinconia si versa sui tuoi diciott'anni arrangiati, come un drink che ti cade addosso per sbaglio, per colpa di un cameriere sbadato. So che vai dietro il locale a fumare erba e te ne sbatti se ci hanno messo veleno, basta che ti faccia dimenticare e se t'ammazza meglio, così non devi più pagare per fare sembrare la vita meno bestiale. So che quando mi tocchi il viso pensi a quanto vorresti toccare il suo, perlomeno un'ultima volta; so che vorresti piangere e non lo sai fare e che preferisci sprofondare da solo piuttosto che chiedere aiuto. So che quelli che dovrebbero essere gli anni più teneri (così ci dicono) si trasformano in assassini spietati che filmano tutto mentre ci uccidono, so che gli amici ti servono per ricordarti che esisti, l'alcool per scordarti chi sei, le ragazze per riempire il vuoto che t'ha lasciato lei. Lei. Ti manca? Quanto? A me lui manca tanto, mi sto rovinando la vita. Esco la notte, bevo, ballo, io che non ho mai voluto ballare da quando mi sono caduti i denti da latte, adesso mi metto da sola nella folla e parto, con la luce stroboscopica puntata negli occhi che mi cancella il colore dell'iride. Potrà sembrare liberatorio, ma in realtà è solo triste.

Si avvicinano, mi chiedono:

“Sei single?”

Sì, glielo dico con la voce triste, perché lui mi manca da cani e se prima eravamo noi adesso sono io, sola, single. Ma non se ne accorgono loro, pensano solo ad avvicinarsi un po’ di più, e quando li allontano se ne vanno stizziti, come se fossi un loro diritto. Tu sei stato diverso, so anche questo. La prima volta ti avvicinasti mi chiedesti: “Sei fidanzata?” (in italiano va meglio) seguito da un “Vuoi ballare con me?”.

“Sì” ti dissi “ma non avvicinarti troppo”. Il contatto fisico mi snerva. Mi toccasti i capelli “Sono belli i tuoi capelli rossi”. Un complimento così semplice non lo sentivo da tanto. Era buio e tu eri la fiamma di un accendino, era buio e la tua bocca parlava sulla mia guancia, e la mia nel tuo orecchio e la tua mi piaceva, e la mia sorrideva per quello che la tua diceva.

“Ti piaccio?” mi susurrasti.

“Sì”.

“E allora perché non mi hai ancora baciato?”

Sorrisi.

Approfittando di quel piccolo sorriso mi baciasti, senza quel permesso che non t'avrei mai concesso. Ricordi? Bugiardo, non dire di no con la testa, gli occhi ti tradiscono, e non chiedermi di darti un altro bacio, non te lo do inutile che insisti. Girati dall'altro lato, i tuoi occhi mi destabilizzano. Posso illudermi di averti mio un minuto e poi per il resto del tempo? Tu, l'anestesia parziale di cui voglio abusare. Non ho niente da darti, non so parlare, non ti so accarezzare e non so farti sognare: io non so, tu non vuoi. Ma di questo non posso fartene una colpa, è naturale che vada così come deve andare. Sai, è una sorta di maledizione la mia. Un giorno la vita mi ha detto: “Il tuo compito è quello di metter per iscritto il dolore, e per farlo ti tolgo l'amore”.

—  “E allora perché non mi hai ancora baciato?” di Federica Maneli

“Quel giorno era un bel giorno di sole.
La primavera era appena arrivata, e i fiori iniziavano già a comparire sui rami degli alberi rimasti spogli durante l'inverno.
Marco, un paffutissimo bimbo di sei anni e mezzo, intanto progettava già di passare il pomeriggio di primavera a colpire di nascosto con la fionda, il suo pantagruelico gatto domestico.
Aveva preparato le palline di carta, e la fionda che gli aveva regalato suo zio al compleanno.
Sulla tavola della cucina si accingeva ad organizzare il suo agguato, mentre l'orologio elettronico in cucina diceva chiaramente che il pomeriggio era iniziato.
"Un colpo secco sul musetto e poi mangiamo panini con la nutella come se non ci fosse un domani” pensò in cuor suo Marco, mentre sghignazzando agguantò la fionda nella mano destra e si infilò le palline di carta nella tasca destra del pantalone corto.
Girando con passo felpato per casa, si guardava intorno circospetto cercando il micio, nel luogo dove più amava stare, il salone.
Il Gatto era comodamente sdraiato sulla poltrona del padre di casa, stiracchiandosi e sbadigliando mentre si beava della tranquillità del luogo e di un fioco raggio di sole pomeridiano che gli riscaldava tutto il ventre mentre s'appisolava tranquillo.
Marco lo vide, e socchiudendo l'occhio sinistro si nascose dietro il divano in pelle, color caffè.
Si voltò un paio di volte a vedere se il gatto l'aveva notato, e quando si accorse che la povera bestia se ne stava ignara a sonnecchiare, avvicinò la fionda all'occhio destro, aperto prendendo accuratamente la mira.
Con l'indice e il pollice della mano destra teneva la pallina di carta e tendeva l'elastico fino quasi allo spezzarsi, con una gocciolina di sudore che gli cadeva dalla fronte e la lingua fuori, spremendosi quasi fosse un olimpionico arciere.
Il silenzio fu rotto all'improvviso dal rumore delle chiavi, nella serratura della porta principale di casa.
Marco preso di sorpresa scagliò la pallina di carta che imprecisa volò contro il divano, senza far destare il gatto che per tutta risposta si stiracchiò ancora di più sulla poltrona, anch'essa color caffè, e tornò poi a dormire.
Resosi conto del suo tentativo vano, il tondeggiante bambino arrabbiato iniziò a camminare verso la porta di casa, quasi fosse un padre che attende furibondo il figlio, che anche stasera ha fatto tardi.
Quando, vide la madre sbucare dalla porta e richiuderla poco dopo alle sue spalle, il bimbo incrociò le braccia sotto il petto e della sua bassezza, alzò la testa con quei pochi capelli rasati e si imbronciò, impiantandosi fermo come una statua di gesso.
“Cosa succede tesoro?” domandò la madre con voce calda e dolce, mentre si accovacciava alla sua altezza, e lo fissava dritto negli occhi, toccandogli il mento.
“Io, io , stavo giocando, il gatto, la fionda eeeeee uff..” sbuffò poco dopo, spegnendo di nuovo la voce fastidiosa e bianca. Il broncio si fece ancora più accentuato.
La madre rise per qualche istante e poi di nuovo. “ Ah capisco, stavi ancora dando fastidio a Grattastinchi, eh? Ti ho detto molte volte di lasciarla in pace!” alzò gli occhi al cielo, fingendo un'aria esasperata, per poi spezzare la tensione creata con un altro sorriso. “Sai, oggi ho il pomeriggio libero, e se ti va possiamo andare a giocare in villa! So che di questi tempi ci sono molti tuoi amici lì” gli disse la madre, con la solita voce, dolce e premurosa.
Sul volto rotondo di Marco, si allargò un enorme sorriso, mostrando i denti da latte e il posto vuoto dell'incisivo nell'arcata inferiore, caduto qualche giorno fa.
In risposta il bimbo, si allontanò saltellando e rotolando in direzione della sua stanza, infilandosi velocemente le scarpe con lo strappo, mentre l'idea dei panini con la nutella scompariva dalla sua mente come la terraferma quando sei su una barca.
Dopo mezz'ora, uscirono e dopo una breve passeggiata entrambi arrivarono alla villa comunale.
Fu il caos.
Bambini di tutti i tipi scorrazzavano qua e la, correndo sui prati e sulle altalene come cuccioli di cani liberati in un enorme prato.
Chi preparava agguati alle formiche.
Chi si arrampicava sulle giostre.
I soliti trasgressivi che salivano lo scivolo al contrario, mentre tutte le bimbe si ammucchiavano negli angolini, giocando ad acchiapparella e a campana.
Una felicissima visione di pargoli che scatenò in Marco una voglia matta di avventarsi contro l'erba e poter anche lui bearsi dei raggi di sole pomeridiani, proprio come il gatto, soltanto a differenza del micio, saltando qua e la e magari tirando due calci al solito pallone dove tutti i suoi compagni si avventavano nel giocare a calcio, perché non sapevano come fare e tutti volevano segnare e sentirsi osannati.
Manco entrarono che Marco lasciò la mano della madre e iniziò a correre in direzione del gruppetto dei suoi compagni di classe che aveva riconosciuto.
Dopo qualche istante, guardandosi qua e la, non più con fare circospetto, incontrò la figura di una bambina che aveva sicuramente la sua età.
Capelli rosso fuoco, leggermente sfumati sull'arancio carota.
Occhi castani, colore della sua amatissima nutella.
E un sorriso che fece arrossire Marco solamente da quella distanza.
Raccolto il coraggio necessario, camminò piano verso lei e alzando la manina destra per salutarla le disse
“Ciao bimba” tenendo fissato sul volto morbido, un sorriso piuttosto ebete e cotto.
“Ciao bimbo.” rispose lei, con una voce sottile e candida.
“Come ti chiami?” disse lui, rimanendo circa a due metri di distanza da lei, mentre fissava i suoi piedi dalla vergogna.
“Mi chiamo Chiara. Tu come ti chiami?” continuò la bambina rossa, mentre teneva le braccia incrociate dietro la schiena e come un carillon, si muoveva da destra a sinistra.
“Marco.” con occhi ancora spiritati e quel sorriso timido.
Improvvisamente Marco scappò, e andò a prendere un fiore poco lì distante, sul prato.
Quando tornò, vide che Chiara non era più al suo posto, ma si era allontanata e pareva stare per andarsene.
Non corse mai più così tanto nella sua vita, quando arrivò da lei, aveva l'affanno e si piegava sulle ginocchia, mentre con la mano destra allungata, le porgeva il fiore.
“Tie..tie..tieni.” ancora prendeva il respiro.“Qualche volta..gio..gio..giochiamo insieme?” continuò ancora il piccolo Marco.
“Certo, grazie Marco.” disse a lui Chiara mentre le sue guance si fecero più rosse dei capelli e scoccò un bacetto sulla guancia sinistra del bambino.
Da quel momento, la vita di Marco fu sempre diversa. “

Marco terminò la lettura, chiudendo piano il piccolo libro e riponendolo sul comodino della propria stanza da letto, mentre si accingeva a mettersi sotto le coperte.
Chiara al suo fianco, lo guardava ancora incantata, sciogliendo i capelli ormai grigi, tenuti da mollette per tutta la giornata, mentre l'anziano Marco, si toglieva gli occhiali e con dei colpi di tosse, si infilava nel lettone della sua bimba rossa.
-Questo è il primo capitolo, vero? Voglio assolutamente che tu me ne legga altri, ogni giorno- gli disse Chiara, mentre si affannava a parlare, tra un colpo di tosse ed un altro.
-Te ne leggerò uno ogni sera, sempre, è bello leggere, la nostra vita.-
-Certo, grazie Marco, grazie per tutto. Ti amo.- continuò la non più rossa signora.
Chiara gli stampò un bacio sulla guancia rugosa, mentre Marco non rispose e con un sorriso che sapeva interi discorsi, si addormentò nel calore dell'abbraccio della sua Chiara.

—  Davide Avolio