las divisas

È sempre lo stesso problema: rimango delusa dalle persone perché credo che loro siano disposte a fare ciò che io farei per loro.
Dei fascisti italiani mi hanno sempre incuriosito i loro continui riferimenti, fieri ed orgogliosi, ai simboli della guerra: il moschetto, la divisa, l'aquila imperiale, come a dire “eravamo un'esercito con i cazzi” quando invece, storicamente, hanno preso schiaffi pure in Albania contro i greci. Ma dico io, puntate su qualche cosa per cui siete andati forte, tipo i treni in orario. Vi vestite tutti da vetturini, un'obliteratrice in mano e nell'altra un manganello, che se non stringete forte un oggetto fallico poi vi sentite persi e via, tutti in marcia verso Roma. Secondo me, un delegato delle FS disposto a farsi due chiacchiere con voi, lo trovate pure.
— 

A proposito di marce su Romja.

La proff di italiano

Stamattina è mancata la prof. di religione e abbiamo avuto sostituzione da una professoressa di italiano, non nostra, che ci ha reso tutti interessati e curiosi dalla sua storia, la sua storia d’amore. Una di quelle che leggi solo nei libri, che se recitata in un film neanche ci credi.

[…] “Avevo 16 anni ed avevo appena rotto con il mio primo ragazzo che, avevo scoperto, era andato a letto con una ragazza di quinta per soddisfare il mio rifiuto. Frequentavo un Liceo Classico ed era il 19 novembre, o meglio, il quarto giorno in cui “occupavamo” la nostra scuola. D’improvviso io, insieme ad altri quattro ragazzi più grandi di me, fummo sorpresi da due alti poliziotti che iniziavano a fare domande. Erano le 11 di sera, c’erano due gradi, mi coprivo con delle coperte portate da casa e tutto ciò che avevo mangiato era una fetta di pizza. “Allora? Cosa succede qui? Dobbiamo entrare o parlate da soli?” nessuno di noi rispose. Uno dei poliziotti, con degli occhi blu bellissimi anche al buio, si fece avanti, ci guardò e disse “Uno di voi venga con me, il resto andate dentro e per domani tutto questo deve finire”, ci guardò ancora e mi indicò. “Tu, vieni”- disse con aria arrogante “occhi blu”. In quel momento avrei tanto preferito tirargli un pugno più che dargli delle spiegazioni a riguardo. L’altro poliziotto salì in macchina, “occhi blu” mi guardò e disse “Non ti mangio, devi solo far finta di parlare mentre cerco di riempire questo verbale”. Lo guardai stranita e chiesi di ripetere quanto detto. Lo ripeté e aggiunse che, nel caso in cui, non fossi soddisfatta della soluzione, avrei potuto arrampicarmi sugli specchi per cercare scuse più adatte. Restai in silenzio. Fermò la penna, aveva la bocca socchiusa e per un attimo, probabilmente la prima volta, i suoi occhi si incrociarono coi miei. Distolse lo sguardo. “Visto che non parli, perché non mi dici come ti chiami?” sospirai e lo risposi. Altre domande seguirono la prima e alla fine mi disse “Ascoltami, tu mi hai assicurato che entro domani finirete di fare questo atto illecito e sai che se questo non accadrà ci saranno delle sanzioni, ok?” Non mi lasciò rispondere e andò via.
Una domenica più tardi, ero ad una festa in discoteca di un compagno di scuola. Provammo dell’alcool, niente di forte. Il mio ex ragazzo si avvicinò e iniziò a provarci insistentemente. Dopo circa dieci minuti sento delle mani che mi allontanarono. Non erano le mani di Miriam che cercava di tenermi lontana da lui e nemmeno del mio migliore amico. Erano le mani di qualcuno che non conoscevo ma, in ogni caso, delle mani forti e calde. Mi voltai e scoprii il volto di “occhi blu”, lo guardai un istante confusa. “Pensavo avessi bisogno di aiuto”- mi tolse le mani dai fianchi e fece un passo indietro- “Scusami, non avrei dovuto”. Negai con la testa e lo rassicurai dicendogli di stare tranquillo. Si guardò la divisa e fece “Be’, io sono in servizio quindi tutto ciò che posso fare è esserti d’aiuto nel caso in cui tu..” non finì quella frase perché continuai io “Un poliziotto in servizio può riaccompagnare a casa una studentessa che compie atti illeciti?” sorrise. Fu la prima volta che lo vidi sorridere e tutt’oggi mi ripeto che quel sorriso, tra la musica di discoteca e le luci fastidiose, meritava di essere fotografato. Mi riaccompagnò a casa e prima di scendere mi disse che avrei potuto lasciargli il mio numero per assicurarlo, il mattino dopo, che avessi dormito bene.
Fu l’inizio di tutto. Oggi, a distanza di 20 anni abbiamo due figli, la voglia di viverci ogni giorno di più e l’orgoglio di raccontare il nostro amore a chiunque. Innamoratevi, vivete l’amore, non date una risposta negativa alle nuove esperienze. Innamoratevi e sarete felici.”
(via theeyescantlieus)

Secondo me la gelosia é divisa in due tipi: quella di chi non si fida, e quella di chi ha paura di perdere la persona che ama.
—  diariodiunragazzofratanti
Stamattina è mancata la prof. di religione e abbiamo avuto sostituzione da una professoressa di italiano, non nostra, che ci ha reso tutti interessati e curiosi dalla sua storia, la sua storia d'amore. Una di quelle che leggi solo nei libri, che se recitata in un film neanche ci credi…
—  […] “Avevo 16 anni ed avevo appena rotto con il mio primo ragazzo che, avevo scoperto, era andato a letto con una ragazza di quinta per soddisfare il mio rifiuto. Frequentavo un Liceo Classico ed era il 19 novembre, o meglio, il quarto giorno in cui "occupavamo” la nostra scuola. D'improvviso io, insieme ad altri quattro ragazzi più grandi di me, fummo sorpresi da due alti poliziotti che iniziavano a fare domande. Erano le 11 di sera, c'erano due gradi, mi coprivo con delle coperte portate da casa e tutto ciò che avevo mangiato era una fetta di pizza. “Allora? Cosa succede qui? Dobbiamo entrare o parlate da soli?” nessuno di noi rispose. Uno dei poliziotti, con degli occhi blu bellissimi anche al buio, si fece avanti, ci guardò e disse “Uno di voi venga con me, il resto andate dentro e per domani tutto questo deve finire”, ci guardò ancora e mi indicò. “Tu, vieni”- disse con aria arrogante Occhi Blu. In quel momento avrei tanto preferito tirargli un pugno più che dargli delle spiegazioni a riguardo. L'altro poliziotto salì in macchina, Occhi Blu mi guardò e disse “Non ti mangio, devi solo far finta di parlare mentre cerco di riempire questo verbale”. Lo guardai stranita e chiesi di ripetere quanto detto. Lo ripeté e aggiunse che, nel caso in cui, non fossi soddisfatta della soluzione, avrei potuto arrampicarmi sugli specchi per cercare scuse più adatte. Restai in silenzio. Fermò la penna, aveva la bocca socchiusa e per un attimo, probabilmente la prima volta, i suoi occhi si incrociarono coi miei. Distolse lo sguardo. “Visto che non parli, perché non mi dici come ti chiami?” sospirai e lo risposi. Altre domande seguirono la prima e alla fine mi disse “Ascoltami, tu mi hai assicurato che entro domani finirete di fare questo atto illecito e sai che se questo non accadrà ci saranno delle sanzioni, ok?” non mi lasciò rispondere e andò via. 
Una domenica più tardi, ero ad una festa in discoteca di un compagno di scuola. Provammo degli alcoolici, niente di forte. Il mio ex ragazzo si avvicinò e iniziò a provarci insistentemente. Dopo circa dieci minuti sento delle mani che mi allontanarono. Non erano le mani di Miriam che cercava di tenermi lontana da lui e nemmeno del mio migliore amico. Erano le mani di qualcuno che non conoscevo ma, in ogni caso, delle mani forti e calde. Mi voltai e scoprii il volto di Occhi Blu, lo guardai un istante confusa. “Pensavo avessi bisogno di aiuto”- mi tolse le mani dai fianchi e fece un passo indietro- “Scusami, non avrei dovuto”. Negai con la testa e lo rassicurai dicendogli di stare tranquillo. Si guardò la divisa e fece “Be’, io sono in servizio quindi tutto ciò che posso fare è esserti d'aiuto nel caso in cui tu..” non finì quella frase perché continuai io “Un poliziotto in servizio può riaccompagnare a casa una studentessa che compie atti illeciti?” sorrise. Fu la prima volta che lo vidi sorridere e tutt'oggi mi ripeto che quel sorriso, tra la musica di discoteca e le luci fastidiose, meritava di essere fotografato. Mi riaccompagnò a casa e prima di scendere mi disse che avrei potuto lasciargli il mio numero per assicurarlo, il mattino dopo, che avessi dormito bene.
Fu l'inizio di tutto. Oggi, a distanza di 20 anni abbiamo due figli, la voglia di viverci ogni giorno di più e l'orgoglio di raccontare il nostro amore a chiunque. Innamoratevi, vivete l'amore, non date una risposta negativa alle nuove esperienze. Innamoratevi e sarete felici.“

“Alvy: Ho una concezione molto pessimistica, io, della vita. Devi saperlo, questo, sul mio conto, se dobbiamo frequentarci, mi spiego. Io… secondo me… io ritengo che la vita sia divisa in due categorie: l'orribile e il miserrimo. Sono queste le due categorie. Orribile sarebbero, non so, hm… i casi più gravi, mi spiego? Tutti i ciechi, gli storpi e così via.
Annie: Sì.
Alvy: Non so… Non lo so mica, come tirano avanti. Per me è qualcosa di stupefacente. Mi spiego? Miserrimo sono tutti gli altri. È tutto, tutto qui. Quindi, quando pensi alla vita, devi ringraziare il cielo se sei soltanto miserrimo, perché è… è una grossa fortuna… essere… essere miserrimo.”
- Io e Annie, Woody Allen - 1977.

Firenze

Ho chiuso facebook appena in tempo, ma le notizie giungono anche qui. Oggi nella mia amarezza e nella mia maretta di odio per la razza umana faccio un pensiero pubblico sullo stupro di via Tornabuoni. 

Scatta l’allarme, la discoteca è la solita, la pattuglia va a sfrangiarsi le palle a calmare gli ubriachi. Routine di ogni città con due locali in croce che ogni tanto fanno caciara. Beghe, niente di troppo dannoso.
Gli animi si calmano appena la divisa appare, ma ci sono due americane, troppo ubriache per lasciarle a far caciara nel locale. Sicuramente potrebbero peggiorare la situazione o cacciarsi nei guai. Vanno riportate a casa. 

Le americane in vacanza fanno le americane in vacanza, ma degli uomini in divisa dovrebbero fare gli uomini in divisa. 
Rappresentano la legge, l’ordine, la sicurezza, la giustizia. Se porti la divisa lo sai, è onore e condanna. Vedi cose brutte, pesanti e non puoi reagire, il tuo ruolo è mantenere l’ordine e la sicurezza, difendere, calmare e consegnare alla giustizia. 

Anche i medici e gli infermieri a volte vorrebbero prendere a schiaffi i propri pazienti e i loro cari, (soprattutto). 

Anche i baristi e le commesse dei negozi vedono la merda, si sorbiscono le storie dei clienti che se ne fottono di chi hanno davanti. Ascoltano, sorridono dando consigli quando ci riescono. 

Gli insegnanti che si prendono le offese dei ragazzini maleducati.
Anche gli impiegati pubblici e quelli delle poste che si prendono gli urli della gente incazzata per le code, quando i server non gli funzionano. Ci mettono la faccia per dei problemi tecnici di cui non hanno colpa. 

Si lavora per mantenere se stessi e per farlo si lavora con gli altri e per gli altri. 
Funziona così. 
Stare al pubblico è difficile. 

Le americane continuano a fare le americane in vacanza, ubriache, espansive, con lo stereotipo maschile mondiale  “l’uomo italiano scopa meglio” sotto gli occhi, per di più con la divisa, ridono e ci provano. 


Si fanno le cretinate in vacanza, e noi italiani all’estero non siamo certo da meno.


E’ qui che si sarebbe dovuta andare diversamente. 
Hai una divisa e sei operativo, ti tira il cazzo da morire? 
Loro sono americane, sono ubriache te la menano sotto il naso, ti fanno pure vedere le tette magari?
Sempre ubriache sono loro e sempre operativo tu rimani.

Scrivi un biglietto e lasciagli il numero, chiudi la porta e vai via.  

Sparati una sega nei cessi se proprio delle ubriache urlanti, sudaticcie e puzzolenti di alcool te l’han fatta salire tanto pesante, ma non fare cazzate.

 
Se ti va di culo, domani tu sarai di riposo e loro saranno sobrie. Ti chiameranno. Tu ti potrai scopare un’americana e loro potranno confutare o confermare se l’italiano medio scopa meglio o peggio. Non rischieresti lavoro, il carcere, la gogna mediatica per te e tutta la tua famiglia e i tuoi colleghi. E non faremo una figura di merda con l’america, con il turismo di cui vive Firenze, con gli italiani che ancora nell’arma ci vogliono credere. 
Non mandi a puttane la tua vita per una scopata. 

Se ti va male, non ti richiameranno… Pace. Hai sempre un lavoro, una vita e c’è sempre tinder se non riesci ad avere una vita sessuale. 

No, se anche fosse stato un rapporto consenziente da ambo le parti, non è comunque ammesso. Ne per te, ne per i medici, gli insegnanti, gli impiegati e le commesse di tutto il mondo. 
Stavate lavorando. 

A meno che non siate porno attori, escort, prostituti professionisti, il cui contratto di lavoro lo prevede, sul lavoro non si scopa. 

I flirt, i momenti in cui… “cazzo se mi farei una scopata con il tipo nello sgabuzzino” a lavoro, capitano. Anche molto spesso. 

E’ un sogno erotico molto comune. Compreso quello del “poliziotto che ti castiga” è abbastanza in voga. Ma si chiamano sogni erotici per un motivo.


E’ anche per quello che si lavora ad orari prestabiliti.

Quando arriva la fine, ti togli divisa, camice, grembiule, tuta e caschetto e arriva la libertà di poter fare pompini, scambismo, frociaggine, travestimenti e godersi la gioia del sesso, delle relazioni, dell’onanismo furioso, di quel che cazzo si vuole senza incasinare il lavoro con cui ci si mantiene, senza abusare di nessuno, senza innescare reazioni a catena con ripercussioni a volte infinitamente enormi, talvolta internazionali. 


E no. Non lo prendo neanche in considerazione lo stupro. Non deve esistere. 

Giacché esistono il “Sì” il “No” e il punto di domanda più o meno in tutte le lingue, e con i gesti ce la caviamo pure bene qua, non deve esistere l’abusare delle altrui persone senza il loro consenso. 
Non - deve - esistere. 

Vuoi scopare? Si - bene divertiamoci!.
Vuoi scopare? No - Apposto… ciao! Next! 
Vuoi scopare? Ni, boh… ma me forse… - Quando mi vuoi chiama. Ciao. 
Vuoi scopare? Si ma sssono bbbriaqua HIC! - Ti riporto a casa, che è meglio, dormi, Ci sentiamo domani. 

Non è difficile. E non dovrebbe esserlo nel 2016. Si chiama civiltà. Educazione. Rispetto.

Sono passati 500.000 anni dalla comparsa dell’uomo su questo pianeta e non si sa ancora usare il consenso, si giustifica l’abuso e se ne discute pure… 

Riassumendo. 

Riceveranno un processo come è giusto che sia.
Se non erano in servizio, non erano in divisa, non erano con una volante di caserma, non hanno stuprato nessuno, quindi: 
Se hanno solo riportato a casa delle ragazze e da cosa nasce cosa si sono  fatti una sana scopata… Saranno considerati innocenti. 

Se diversamente, anche solo una delle cose sopra elencate è stata fatta, dovranno ricevere la condanna che la legge e i regolamenti interni del loro lavoro prevedono.

E per inciso. 

Vorrei che la gente comprendesse quanto anche il giornalismo è lavoro. Quanto sia cambiato, quanto anche per loro sia difficile sopravvivere e si agganciano ad  ogni notizia, ogni dato a caso, ogni parola, purché faccia numero la loro testata. 

Il loro è un lavoro, è del singolo individuo invece la capacità di comprendere che non è necessario partecipare alla gogna mediatica, che alla condanna ci pensa un Tribunale, alle indagini i P.M., alle punizioni le Carceri. E che questa è una notizia che è giusto che ci venga data per rendere il popolo partecipe di ciò che accade nel proprio paese, ma partecipe non significa carnefice, carceriere, giudice, detective, santo patrono dalla scienza infusa. 

Significa che siamo umani e si commettono degli sbagli, e dobbiamo imparare dagli sbagli per rimanere umani. Non solo giudicarli. Non li abbiamo commessi noi questa volta, ma va ricordato che non dobbiamo neanche mai commetterli soprattutto se di mezzo c’è un abuso.

E mi dispiace che questo concetto sia davvero scontato oramai. Che la parola popolo sia sinonimo di “tutti contro tutti, la colpa tanto non è mia di certo!”. 

E’ davvero triste.

Io non sono nessuno, non sono niente.
Non ho neanche il nome…
E che me ne importa di avere il nome se non è lei a pronunciarlo?
La mattina, la sera, in camera da letto, in cucina, in sala da pranzo, quando siamo soli, quando siamo in compagnia, quando mi telefona per dirmi se butto la pasta o se ho fatto la spesa o se per favore le metto in ordine la divisa perché lei deve andare a lavoro…
E quando torna la sera stiamo abbracciati, stretti stretti, e lei si addormenta sulla spalla mia… perchè così non ha paura…
Che me ne importa di essere chiamato dagli altri?
Io voglio essere chiamato solo da lei.
—  Dal film Volesse il cielo
Aspettò 100 giorni per me.
Quando mi disse che gli piacevo ne erano già passati 12 che mi era stato vicino, che mi sosteneva, che mi dedicava canzoni. Io avevo capito ma facevo finta, gli dicevo “sta lontano”, gli spiegai di essere complicata, che non ne valeva la pena.
Il tutto si tradusse in “non voglio una storia seria”.
Il quindicesimo giorno lo passò interamente ad elencarmi i vantaggi:
“Coccolerò solo te, bacerò solo te, sarò solo tuo, andremo al mare insieme, ti bacerò sotto le stelle, tutti sapranno che sei mia.
” “Tuo, mia” gli dissi “sono pronomi che non mi piacciono. Non siamo oggetti. Io voglio stare con colui con il quale non devo essere nulla all'infuori di me.”
Si dispiacque ma continuammo a parlare e continuava a costruirsi sogni che smontavo ogni volta.
Il ventesimo giorno lo passai ad elencargli i motivi per il quale non potevamo stare insieme:
“Siamo diversi” chiarii “ io sono troppo libera e tu sei troppo possessivo. Io amo la musica attuale, tu adori i miti del pop. A te piacciono le cose romantiche, io non posso sopportarle. Tu odi leggere, io scrivo affinché qualcuno possa capirmi.”
Dopo 30 giorni passati a negargli anche un giro al parco vicino casa, il trentunesimo gli feci ascoltare “she’s not afraid.” Volevo fargli capire che non avevo paura di niente tranne che dell'innamorarmi ma lui si focalizzò sull'ultima strofa chiedendomi se le mie amiche non ci volessero insieme. Era vero ma non gli avrei mai detto di no per loro, o almeno questo affermai.
Sapeva che lavoravo nel negozio dei miei, il trentaquattresimo giorno venne a chiedermi informazioni su una cosa inutile. Scoppiai a ridere. Mi disse che ero bellissima. La sera parlammo, mi mandò le sue canzoni preferite dei Beatles.
Il quarantaquattresimo giorno lo incontrai in piazza di sabato sera. Era davvero bello ma non dovevo fissarlo,fantasticare. Non dovevo innamorarmi, me l'ero promessa. Lo salutai, stetti un po’ con lui. Mi offrii delle patatine fritte e io presi una coca cola da dividere. Me ne dovetti andare dopo poco e riuscii benissimo a capire che ci era rimasto male.
Il cinquantesimo giorno mi avvertii “ sono 50 giorni che aspetto. Io resto fino al centesimo. Io mi sono innamorato. Io ti ho dato il cuore. Io ci sto mettendo tutto me stesso. Io ti sto dedicando tutto.”
Io, io, io… E io? A me non ci pensava? Non pensava al fatto che dovevo chiudere gli occhi, tapparmi le orecchie e non far battere il cuore? Io non dovevo innamorarmi, non volevo essere delusa un'altra volta. Una storia non la volevo, lo avevo messo in chiaro, e se lui sapeva che si sarebbe fatto male, perché me lo stava rinfacciando?
“E dopo i 100 giorni?” Chiesi.
“Me ne vado, come se nulla fosse successo.”
Al settantaduesimo giorno avevo deciso che vederlo morire per me ogni volta mi aveva stancato, che sarebbe stato meglio un taglio netto. Era sabato, di nuovo. Baciai uno dei miei amici, lui era di fronte.
Gli feci male, mi fece male ma era l'unico modo per tenerlo lontano. Così gli avevo spezzato il cuore ma sarebbe stato meglio, mi avrebbe dimenticata più in fretta. Ero stata stupida, un'egoista.
Avevo sbagliato, lo sapevo.
La sera mi scrisse: “ puoi escogitare tutti i trucchi che vuoi, baciare chi vuoi, io non mi spavento. Io non me ne vado.”
Mi chiese dei miei sogni. Gli dissi che amavo scrivere.
Passò il mio compleanno, mancavano 24 giorni allo scadere dei 100. Mi regalò un quaderno. C'era una dedica scritta in blu, il mio colore preferito. “Spero che un giorno ci scriverai la nostra storia.”
Non l'ho mai fatto, mi fa male soltanto toccarlo e sentire il suo profumo.
Il giorno dopo lo vidi per strada. Mi chiese della collana che avevo al collo. Gli dissi che me l'aveva regalata mia madre per il mio compleanno. Pensò che il ciondolo fosse adatto a me. “ Ha le ali d'angelo, come te.” All'ottantanovesimo giorno mi disse che si sarebbe trasferito nel paese vicino dopo poco tempo. Gli chiesi se ci saremmo visti ancora e lui mi disse che mi avrebbe raggiunto anche gattonando. “Tutto finché si tratta di te.” Ma non dovevo caderci, non dovevo innamorarmi, non sarebbe durata nemmeno un inverno.
Il novantaduesimo giorno mi mandò una foto. Era il periodo in cui la coca-cola metteva le frasi sulle etichette. Era un desiderio semplice :“ voglio tutto, voglio te.”
Ci incontrammo il novantottesimo giorno, mi suonò una soave melodia alla chitarra. “ L'ho scritta per te.”
Provò a baciarmi ma all'ultimo secondo mi scansai. Gli dissi che dovevo andar via. Corsi forte, corsi veloce. Mi veniva da piangere ma non piansi. Lo raccontai alle mie amiche. Risero. Risi anch'io ma stavo morendo. Mancavano due giorni ed io ero divisa tra la strada facile e quella giusta. Presi una decisione la sera stessa. Non potevo permettermi di stare male per un ragazzo. Non potevo più. Il novantanovesimo giorno non gli risposi, non visualizzai, eliminai il suo nome dalla rubrica. Il centesimo mi mandò una storia con il link annesso che rimandava al video “all you need is love”. Il racconto narrava: “Un soldato aspettò 100 giorni per la principessa. Ogni volta passava sotto la finestra della sua camera nel castello e il centesimo giorno la principessa avrebbe dovuto scegliere se sposare lui o il principe a cui era stata promessa. Il soldato si uccise il novantanovesimo perché sapeva che se lei avesse scelto l'altro non avrebbe potuto sopportare il rifiuto. Almeno in questo modo si sarebbe accontentato di aver goduto di ogni suo sorriso.” Piansi tanto. Avrei voluto tornare da lui una settimana dopo ma aveva mantenuto la sua promessa, era scomparso mentre io mi ero innamorata senza volerlo, senza saperlo. L'ho rivisto due giorni fa dopo un anno. Mi ha fatto ancora lo stesso strano effetto. Mi hanno fatto male i muscoli, le ossa sono diventate molli. Avevo i brividi. Lui mi ha visto, è sobbalzato. Ha ricordato? Chissà se sta aspettando un'altra principessa adesso, se si è reso conto che non avevo il cuore nobile che cercava, che le mie ali non erano quelle di un angelo. Spero solo abbia trovato quello che desiderava perché non conosco nessuno che lo meriti più di lui.
—  About a moonlight

Ripenso all'estate e a quanto amavo il mio lavoro fatto di momenti semplicissimi ma che mi avevano fatto tornare a essere quella personcina che amo e che sorride sempre, che ascolta la musica a tutto volume in macchina cantando felice e spensierata tornando a casa alla sera tardi, che non conosce più la timidezza e nemmeno l'ansia, che non ha paura di niente e di nessuno, che non si vergogna di indossare una maglietta di tre taglie più grandi come divisa perché si sente bella lo stesso, che riceve tante attenzioni da tante persone perché quel sorriso è contagioso.

Sentirsi leggera.

Ora, il nuovo lavoro, lo sguardo perso nel vuoto, la paura che ha rubato il mio sorriso, l'ansia fortissima che fa piangere, sentirsi sbagliata anche quando nessuno ti fa sentire così, sentirsi giudicata da tutti, sentirsi inferiore a tutti, sentirsi brutta con la nuova divisa, sentirsi invisibile.

Stare male fino a sentirsi soffocare.

Usi la tua divisa come una corazza, così non sei tenuto a dirmi nulla. Ma quando facciamo l'amore, abbandoni tutte le difese. Se io fossi veramente forte, ti farei delle domande in quei momenti, così riuscirei ad ottenere risposte. Il fatto è che io… non sono forte, mi sento indifesa davanti a te. Ho paura di vedere la verità, di vedere il tuo dolore. Ho paura che tu mi dica addio, che mi abbandoni perchè pensi che io non sia in grado di capirti.
—  Il Cavaliere d'Inverno

anonymous asked:

¿Sinónimos para el verbo mirar (en varias situaciones, no sé si me explico)? He usado cosas como "desvió la mirada/dirigió la mirada hacia otro lado", pero ya es repetitivo, porque siempre uso la palabra "mirada/vista" o el verbo mirar. Ayudaría mucho,

¡Hola anon! No siempre te va a funcionar intentar usar un sinónimo, pero puedes cambiar el mirar de vez en cuando por otras palabras pero teniendo en cuenta que no van a tener siempre las mismas connotaciones. 

Como solemos decir en este tipo de consultas, quien sepa más que nos corrija que aquí somos más de ciencias que de letras, aunque nos sentimos un poco todoterreno (?) Pero vaya, que no quiero que me tiren piedras los señores filólogos.

No es lo mismo divisar que curiosear, pero con las dos estamos entendiendo que el personaje está mirando algo. En el primero posiblemente esté divisando al enemigo acercarse en la lejanía o quizás divisa tierra desde su barco, mientras que en el otro caso estará curioseando unos documentos o tal vez dentro de un cajón. ¿Entiendes? 

Puedes ver algo, pero no estar observándolo. Es decir: algo puede estar en tu campo de visión pero no prestarle atención, mientras que observar es algo más deliberado, mirar más atentamente 

En tu mano quedaría ir mirando analizando qué palabra utilizar y dónde, nunca las cambies de manera indiscriminada o puede perder el sentido la frase. Se nota cuando alguien ha intentado cambiar la palabra por un sinónimo al que no está familiarizado porque queda raro o no significa lo mismo. 

Te voy a decir los que más se suelen usar:

Ver: es el más general casi, porque es el que está directamente relacionado con la vista como sentido. Pasa lo mismo con oír/escuchar.

Observar: Examinar atentamente. Mirar con atención y cautela.

Ojear: Mirar a alguna parte. Mirar superficialmente un texto.

Contemplar: Poner la atención en algo material o espiritual.

Luego verás que hay sinónimos un pelín más afines entre sí como: otear y escudriñar, quizás en el mismo palo divisar, atisbar, avizorar, vislumbrar e incluso distinguir. Todos estos por ejemplo si digo:

Divisó un barco en el horizonte. 
Vislumbró un barco en el horizonte.
Distinguió un barco en el horizonte. 

Evidentemente hay cambios leves en muchas ocasiones, pero hay palabras que si podrás ir cambiando. No necesitas estar diciendo que miras tu personaje mira todo el rato a su interlocutor, la gente tiende a imaginar que si dos personajes están hablando no están de espaldas el uno al otro. 

¿Tu personaje siempre quita la mirada de su pobre compañero? Bueno, a ese respecto te podríamos hacer algunas recomendaciones más.

Yo, Lord Morningstar, que soy un manco y que escribo mal,buscaría otras alternativas para el gesto. Digo esto porque hay veces que comento “lo que yo haría” y parece que es la única solución o la mejor solución, pero ni mucho menos, simplemente es como saldría yo del paso. Quizás alguien más te pueda dar sus tips, para eso está este lugar, para interactuar y compartir ayudándonos unos a otros.

  • No solo tienes mirada/vista, tienes cabeza #LordObvious Puedes poner que giras la cabeza, que la bajas… y ya tienes el mismo efecto. 
  • Poniendo que miras otra cosa, es lo mismo: “Por un momento algo atrajo su atención dejando de mirarle, pero después de un instante volvió a observarle detenidamente mientras continuaba hablando.” 
  • Cualquier cosa tipo: “No pudo continuar mirándole a los ojos, por lo que rompió el contacto visual antes de seguir hablando.” Consigues básicamente el mismo gesto que apartar la mirada. 

¿Por qué aparta la mirada tu personaje? Seguramente estás usando el gesto para mostrar algo ya sea culpabilidad, inseguridad… puedes recurrir a otras maneras de mostrar este tipo de emociones sin caer en eso.   

Ignorad un poco si mi redacción es un desastre, solo es para que se capte la idea de lo que estoy diciendo. Es tarde, estoy cansado y llevo todo el día haciendo un proyecto que no quiere salir. ¡Espero que ayude un poco y siento la tardanza he estado enfermo y no solo tengo que ponerme al día aquí sino en clases!

«Io passo attraverso i muri. Attraverso le villette antiladro controllate dagli allarmi antizingaro, protette da inferriate antinegro con vernice antiruggine dove antipatici padroni antisemiti con crema antirughe fanno antipasti antiallergici in bunker antiatomici. Attraverso le banche videosorvegliate. Attraverso i muri delle caserme, dei manicomi, delle galere. E mi viene da ridere mentre una guardia prova a fermarmi, perché attraverso anche lei con la sua divisa. Lei che si girerà dicendo: – Brigadiere, che facciamo? Questa è stregoneria! E io le risponderò: – No, questa è lotta di classe».

L'abbigliamento era costituito dalla classica camicia nera, fazzoletto azzurro, pantaloni grigioverde, fascia nera, fez (il copricapo arabo mutuato dagli arditi): la divisa dei Balilla tradiva l'impostazione paramilitare (e propedeutica alla leva militare vera e propria) dell'ONB.

Quasi sempre presente nelle esercitazioni,era inoltre il moschetto Balilla (in versione giocattolo per i figli della lupa).

Immagine tratta dal libro: Domenichelli Piero, “Vita fascista : Volume I per i Balilla e le Piccole Italiane”, Firenze, Bemporad Figlio, A. X (1932). Illustrazioni di Baldo e copertina di Roberto Sgrilli.

Due uomini, entrambi molto malati, occupavano la stessa stanza d’ospedale.

A uno dei due uomini era permesso mettersi seduto sul letto per un’ora ogni pomeriggio per aiutare il drenaggio dei fluidi dal suo corpo.

Il suo letto era vicino all’unica finestra della stanza.
L’altro uomo doveva restare sempre sdraiato.
Infine i due uomini fecero conoscenza e cominciarono a parlare per ore.
Parlarono delle loro mogli e delle loro famiglie, delle loro case, del loro lavoro, del loro servizio militare e dei viaggi che avevano fatto.
Ogni pomeriggio l’uomo che stava nel letto vicino alla finestra poteva sedersi e passava il tempo raccontando al suo compagno di stanza tutte le cose che poteva vedere fuori alla finestra.
L’uomo nell’altro letto cominciò a vivere per quelle singole ore nelle quali il suo mondo era reso più bello e più vivo da tutte le cose e i colori del mondo esterno.
La finestra dava su un parco con un delizioso laghetto.
Le anatre e i cigni giocavano nell’acqua mentre i bambini facevano navigare le loro barche giocattolo.
Giovani innamorati camminavano abbracciati tra fiori di ogni colore e c’era una bella vista della città in lontananza.
Mentre l’uomo vicino alla finestra descriveva tutto ciò nei minimi dettagli, l’uomo dall’altra parte della stanza chiudeva gli occhi e immaginava la scena.
In un caldo pomeriggio l’uomo della finestra descrisse una parata che stava passando.
Sebbene l’altro uomo non potesse sentire la banda, poteva vederla.
Con gli occhi della sua mente così come l’uomo dalla finestra gliela descriveva.
Passarono i giorni e le settimane.
Un mattino l’infermiera del turno di giorno portò loro l’acqua per il bagno e trovò il corpo senza vita dell’uomo vicino alla finestra, morto pacificamente nel sonno.
L’infermiera diventò molto triste e chiamò gli inservienti per portare via il corpo.
Non appena gli sembrò appropriato, l’altro uomo chiese se poteva spostarsi nel letto vicino alla finestra.
L’infermiera fu felice di fare il cambio, e dopo essersi assicurata che stesse bene, lo lasciò solo.
Lentamente, dolorosamente, l’uomo si sollevò su un gomito per vedere per la prima volta il mondo esterno.
Si sforzò e si voltò lentamente per guardare fuori dalla finestra vicina al letto.
Essa si affacciava su un muro bianco.
L’uomo chiese all’infermiera che cosa poteva avere spinto il suo amico morto a descrivere delle cose così meravigliose al di fuori da quella finestra.
L’infermiera rispose che l’uomo era cieco e non poteva nemmeno vedere il muro.
“Forse, voleva farle coraggio.” disse.
Epilogo: vi è una tremenda felicità nel rendere felici gli altri, anche a dispetto della nostra situazione.
Un dolore diviso è dimezzato, ma la felicità divisa è raddoppiata.
Se vuoi sentirti ricco conta le cose che possiedi che il denaro non può comprare.
L’oggi è un dono, è per questo motivo che si chiama presente.

—  L'origine di questa storia è sconosciuta.
5

La Takara Tomy produrrà una nuova bambola di Oscar François de Jarjayes per celebrare il 40° anniversario dalla prima pubblicazione del manga. La doll sarà immessa sul mercato a Marzo 2015. Questa splendida riproduzione è curata in ogni dettaglio per renderla quanto piu somigliante possibile e la confezione non solo conterrà la classica divisa rossa ma anche l'abito (camicia bianca e pantalone a zampa di elefante) che la nostra bella madamigella indossava nel suo tempo libero

-“Anna ,ma perché vuoi fare il militare?”-.
Avevo 9 anni, quando mi fecero questa domanda per la prima volta. -“voglio la divisa”-risposi a mia madre. Ricordo benissimo il giorno ,in cui decisi quello che avrei fatto della mia vita. Era inizio primavera, e in classe venne e trovarci un ex alunno della maestra, era un soldato,un militare. Ricordo che quando lo guardai ,e lo vidi e lo osserva in tutta la sua forza e integrità ,vidi in lui qualcosa di magnifico,diverso e spaventoso.Sentii come una stretta al cuore,tipo quando qualcuno vi spaventa saltando da dietro ad un muro, e questa stretta la sento ancora oggi,ogni volta che vedo un militare.Il soldato iniziò a parlare e un bambino gli chiese -“Ma tu perché fai il militare?”- e ricordo che lui,senza esitazione rispose -” Io faccio il militare perché sono nato per essere questo. Amo la mia famiglia ,voglio proteggerla e voglio fare lo stesso con il mio stato,perché ci credo.”-. Sono passati 8 anni ormai e vi giuro ,che potrei raccontarvi ogni singola sensazione di quella giornata. Potrei raccontarvi la stretta al cuore, la reazione di mia madre a quello che,lei credeva,essere un desiderio volubile,potrei descrivervi il volto di Mauro,il mio militare.
-“Ci sono così tante opportunita Per una ragazza giovane e bella come te,perché vuoi fare questo alla tua vita ? Perché vuoi fare il militare Anna?”-
Gli insegnati,i parenti,gli amici, i genitori ,mi fanno tutti la stessa domanda. Mi chiedono tutti perché. La parte più difficile è che è quasi impossibile spiegare a qualcuno una cosa come questa, è difficile spiegare come questa cosa mi prenda sempre di più ogni giorno e mi consumi nell’attesa di essere realizzata.
-“Anna ,perché vuoi fare il militare?”- mi ha chiesto la mia professoressa di matematica -“perché voglio la divisa”-ho risposto.
-
“Perché voglio la divisa” é la risposta che do a tutti quelli che chiedono.
La verità è che credo talmente tanto in quello che voglio fare della mia vita che non sopporterei critiche.
Lo sai mamma,lo sai perché voglio fare il militare?
Voglio fare il militare perché credo in quello che vedo, credo ancora nell’Italia padrone del mondo, ho fiducia se non nell istituzione ,nel popolo stesso. Credo nel tricolore , credo nei cittadini Italiani,e credo che per loro ,valga la pena lottare.
Ecco Mamma, ecco perché voglio fare il militare.
Perché ne vale la pena.
Perché come Mauro io ci credo,e continuerò a crederci ,finché avrò vita.
Finché ne varrà la pena.
—  20lines, ~”Mamma ,io voglio fare il militare.”