las divisas

anonymous asked:

Vuoi sapere l'ennesima cazzata che la gente (chissà chi!!1!1) su Tumblr è riuscita a ideare? I Carabinieri hanno la divisa da Nazi, siamo rimasti nel '43 e ci dovremmo vergognare. Non so più dove sbattere la testa.

……………………………. qualcuno li informa che i carabinieri esistono da prima dell’unità d’italia e che con la divisa nazista hanno un cazzo in comune?

È sempre lo stesso problema: rimango delusa dalle persone perché credo che loro siano disposte a fare ciò che io farei per loro.
Secondo me la gelosia é divisa in due tipi: quella di chi non si fida, e quella di chi ha paura di perdere la persona che ama.
—  diariodiunragazzofratanti
La proff di italiano

Stamattina è mancata la prof. di religione e abbiamo avuto sostituzione da una professoressa di italiano, non nostra, che ci ha reso tutti interessati e curiosi dalla sua storia, la sua storia d’amore. Una di quelle che leggi solo nei libri, che se recitata in un film neanche ci credi.

[…] “Avevo 16 anni ed avevo appena rotto con il mio primo ragazzo che, avevo scoperto, era andato a letto con una ragazza di quinta per soddisfare il mio rifiuto. Frequentavo un Liceo Classico ed era il 19 novembre, o meglio, il quarto giorno in cui “occupavamo” la nostra scuola. D’improvviso io, insieme ad altri quattro ragazzi più grandi di me, fummo sorpresi da due alti poliziotti che iniziavano a fare domande. Erano le 11 di sera, c’erano due gradi, mi coprivo con delle coperte portate da casa e tutto ciò che avevo mangiato era una fetta di pizza. “Allora? Cosa succede qui? Dobbiamo entrare o parlate da soli?” nessuno di noi rispose. Uno dei poliziotti, con degli occhi blu bellissimi anche al buio, si fece avanti, ci guardò e disse “Uno di voi venga con me, il resto andate dentro e per domani tutto questo deve finire”, ci guardò ancora e mi indicò. “Tu, vieni”- disse con aria arrogante “occhi blu”. In quel momento avrei tanto preferito tirargli un pugno più che dargli delle spiegazioni a riguardo. L’altro poliziotto salì in macchina, “occhi blu” mi guardò e disse “Non ti mangio, devi solo far finta di parlare mentre cerco di riempire questo verbale”. Lo guardai stranita e chiesi di ripetere quanto detto. Lo ripeté e aggiunse che, nel caso in cui, non fossi soddisfatta della soluzione, avrei potuto arrampicarmi sugli specchi per cercare scuse più adatte. Restai in silenzio. Fermò la penna, aveva la bocca socchiusa e per un attimo, probabilmente la prima volta, i suoi occhi si incrociarono coi miei. Distolse lo sguardo. “Visto che non parli, perché non mi dici come ti chiami?” sospirai e lo risposi. Altre domande seguirono la prima e alla fine mi disse “Ascoltami, tu mi hai assicurato che entro domani finirete di fare questo atto illecito e sai che se questo non accadrà ci saranno delle sanzioni, ok?” Non mi lasciò rispondere e andò via.
Una domenica più tardi, ero ad una festa in discoteca di un compagno di scuola. Provammo dell’alcool, niente di forte. Il mio ex ragazzo si avvicinò e iniziò a provarci insistentemente. Dopo circa dieci minuti sento delle mani che mi allontanarono. Non erano le mani di Miriam che cercava di tenermi lontana da lui e nemmeno del mio migliore amico. Erano le mani di qualcuno che non conoscevo ma, in ogni caso, delle mani forti e calde. Mi voltai e scoprii il volto di “occhi blu”, lo guardai un istante confusa. “Pensavo avessi bisogno di aiuto”- mi tolse le mani dai fianchi e fece un passo indietro- “Scusami, non avrei dovuto”. Negai con la testa e lo rassicurai dicendogli di stare tranquillo. Si guardò la divisa e fece “Be’, io sono in servizio quindi tutto ciò che posso fare è esserti d’aiuto nel caso in cui tu..” non finì quella frase perché continuai io “Un poliziotto in servizio può riaccompagnare a casa una studentessa che compie atti illeciti?” sorrise. Fu la prima volta che lo vidi sorridere e tutt’oggi mi ripeto che quel sorriso, tra la musica di discoteca e le luci fastidiose, meritava di essere fotografato. Mi riaccompagnò a casa e prima di scendere mi disse che avrei potuto lasciargli il mio numero per assicurarlo, il mattino dopo, che avessi dormito bene.
Fu l’inizio di tutto. Oggi, a distanza di 20 anni abbiamo due figli, la voglia di viverci ogni giorno di più e l’orgoglio di raccontare il nostro amore a chiunque. Innamoratevi, vivete l’amore, non date una risposta negativa alle nuove esperienze. Innamoratevi e sarete felici.”
(via theeyescantlieus)

anonymous asked:

Ciao scusami, ieri mi è capitato di vedere sulla dashboard quello che hai scritto sotto il video ''La trappola'' e sono rimasta colpita, molto probabilmente perchè, quella mattina, io ho visto quel video per la prima volta. quando ci fu il G8 di Genova io avevo 3 anni, e sono rimasta ignara dei fatti fino al primo anni di superiori, esattamente quando mi invitaro a un cineforum per la visione del film della Diaz. e nulla, volevo sapere se avessi voglia di raccontare cosa ne pensavi

Tu hai 18 anni e meriti che qualcuno che abbia padronanza dei fatti più di me ti racconti per bene cosa successe quei tre giorni, però come hai detto hai visto i video, hai letto sicuramente documenti sul web e confido nelle tue capacità di discernere come sia andata tutta la faccenda e cosa abbia comportato.

Io ho davvero difficoltà a raccontare cosa successe, soprattutto per motivi personali e ancora non riesco a farmi un percorso lineare nella mia testa perchè furono dei giorni pesanti, confusi e tristi, prima e dopo.

Mi ricordo il nervosismo e la tensione dell’andata, io avevo 20 anni ancora da compiere, e quasi niente del ritorno e solo che io ringraziavo la madonna e mia mamma ancora quando c’è una manifestazione mi chiama dicendomi ti prego non andare.

I genitori della nostra generazione, non so, vale per me soltanto forse, soprattutto i miei genitori quindi hanno questo senso spiccato di lotta contro il potere, ma adesso anche di una manifestazione contro il parcheggio a strisce blu hanno paura, una fottutissima paura, quando ci fu la manifestazione a Roma contro Bush, forse era il 2004 volle che le telefonassi mille volte e non ci riuscivo perchè anche lì avevano bloccato la qualsiasi e lei è stata tutto il giorno davanti la tv sperando che anche stavolta il morto non fossi io, non ci furono morti, molte guardie, esageratamente molte e uno scontro gestibile, ma null’altro.

Dopo Genova anche il modo di manifestare cambiò, questo lo so, me lo ricordo benissimo.

I fatti di Genova erano figli dei fatti di Seattle, i movimenti dei social forum contro il sistema economico mondiale, e i fatti di Napoli, dove qualche mese prima i grandi del mondo si erano ancora incontrati e ricordiamo che le repressioni delle forze dell’ordine già lì furono assurde, ingiustificate e senza controllo (tutto finito in prescrizione).

Il G8 doveva tenersi in Italia e non si sa, io non so, per quale motivo scelsero Genova come luogo ufficiale.

Genova fu un forte motivo di discussione.

Tieni conto che il governo nuovo si insediò quel giugno, Governo Berlusconi, governo che durò quattro anni, uno dei più lunghi e continuativi, forse il più lungo dopo quello fascista.

Vice Presidente del consiglio era Gianfranco Fini, uno dei mandanti degli abusi, Ministro dell’Interno fu Claudio Scajola, quello dell’attico sul Colosseo a sua insaputa per dire, quello che nei giorni dei fatti di Genova diede ordine di sparare sul corteo, per dire.

Dunque il tutto partì con un governo nuovo di zecca di stampo per lo più fascio/decerebrato, era preceduto dai fatti di Seattle e Napoli che poco lasciavano presagire serenità e in più si discuteva molto sulla scelta di Genova che per la conformazione geografica dava davvero minimo spazio a manovre di contenimento e controllo dei, come si suol dire, più “facinorosi”. Quindi metti tutto questo insieme e immischialo per bene nel grande calderone dei media, di proprietà, quindi tra Rai e Meidaset erano a totale servizio del governo

You know Berlusconi.

I telegiornali paravano solo della pericolosità dei black bloc, della necessità di una zona rosso scuro, una rossa, una gialla, del fatto che di sicuro sarebbero stati giorni di fuoco, che Genova è un posto ostico e i cittadini genovesi sarebbe stato meglio si fossero chiusi in casa barricati. 

E così fu. Il Governo e i media hanno fatto di tutto per rendere quei giorni un inferno, per chi stava lì e per chi a casa guardava dallo schermo e se ci penso, mi do tante di quelle risposte che dovrò chiedere scusa a mia madre fino al mio ultimo giorno di vita.

Solo che questa spinta propaganda e questo stato di terrore iniziato ben prima del g8 trovò la sua esplicitazione nell’operato dell’arma, quelle creature squallide e vili, quei pezzi di merda decerebrati, quei vermi senza anima, quegli esseri cristosanto che se qualcuno di loro è ancora vivo deve spendere tutti i soldi che ha in medicine per la salute, lo dico senza ombra di vergogna e non chiedetemi perchè sono giustificata.

Io non riesco a far uscire dalla mia bocca quello che realmente penso, ma abbiamo avuto come presidente della repubblica uno come Cossiga (Dato che protestano perché in uno scontro violento uno di loro è stato ucciso, un governo interessato al benessere dei cittadini cosa farebbe in un caso del genere? Cercherebbe il dialogo per trovare uno sfogo non violento ai problemi sociali? Non credo proprio, semmai manderebbe dei veicoli blindati ed esaspererebbe la situazione). Abbiamo avuto per altro sempre al governo finchè non è morto in veste di qualsiasi cosa Giulio Andreotti, che insieme a Cossiga stava lasciando morire di fame, caldo, indigenza migliaia di albanesi nello stadio di Bari.

Quindi cosa possiamo aspettarci? Cosa devo dire?

Abbiamo avuto il morto a Genova, permettetemi di dirlo, il morto non è stato il fatto peculiare della situazione di abuso e tortura legittimata che quelle povere anime subirono in quei giorni, perchè purtroppo le guardie ammazzano, purtroppo ammazzano per strada anche per sbaglio, basta vedere cosa successe a Gabriele Sandri e in che modo. Il morto fu conseguenza della situazione di terrore e allarmismo in cui vivevamo noi e anche chi doveva tutelare la sicurezza e come spesso accade tutela male o abusa del suo potere. Quindi il morto, Carlo, è vittima di un’altro problema che abbiamo a prescindere da Genova, e va ad unirsi a tutti gli altri morti ammazzati da chi invece dovrebbe proteggerci.

No, lì a Genova, è quello che successe per le strade che fu qualcosa di clamoroso, quello che successe alla Diaz che fu ingiustificabile e senza senso, quello che poi successe a Bolzaneto che è inspiegabile comunque la si mette, non esiste logica e nemmeno giustizia.

Infatti poteva andare peggio ed è andato peggio, ovvero che quasi tutte le condanne per questi fatti son state evitate per prescrizione,

Non lo so cosa possa passare per la testa di un umano, un comune umano per arrivare ad ordinare e poi anche commettere atrocità del genere, fermare gente a caso e trattenerla per interrogatorio e torturarla, così. Giornalisti, madri padri, ragazzi, studenti, persone comuni innocue, non lo so, davvero, Entrare di notte in una scuola in cui la persone dormono, persone che dormivano, non so se è chiara la situazione e sfasciarle di botte e portarle tutte via nel terrore anche della totale innocenza, così senza dire, senza mai spiegare.

Torture. A gratis. Senza giustizia. Nonostante si sappia tutto. TUTTO.

Purtroppo non ne so parlare perchè so benissimo cos’è successo, so perfettamente come le guardie si mossero per le strade e come decidevano di agire o non agire e come aspettassero e incentivassero gli scontri per poter poi giustificare l’intervento e poi gli interventi che son diventati ingiustificati perchè non avevano materiale su cui lavorare e fare propaganda. 

Volevano uscirne come paese capace di garantire la sicurezza in occasioni importanti, creare il caso e risolverlo, ma hanno creato un mostro più grande di loro e lo hanno risolto in un modo che spero esista un dio per poterli giudicare da dopo morti, credimi.

Non sono la persona indicata per parlarti di certe cose, io dai fasci le botte le ho prese e le guardie mi hanno messo le mani addosso e porto rabbia e rancore e non penso mi passerà mai.

Per me la divisa non ha senso di esistere, come le armi e i soldi.

Scusa la confusione.

Nonostante ci siamo persi sappi che continuo ad amarti ancora.
—  ibattitidelcuore

Alle 23.30 la chiamata. “C'è un'emergenza, 500 persone bloccate sui treni da qualche ora, senza acqua e senza cibo. Vieni in sede il prima possibile.”. In quel momento smetti di pensare da persona e inizi a pensare da operatore d'emergenza, ovvero quel soccorritore che interviene quando il pericolo di vita non è imminente ma che coinvolge molte persone. Inizi a muoverti, indossi la divisa e parti. Siamo arrivati sul posto col furgone pieno d'acqua. Abbiamo trasformato la stazione in una zona di soccorso, dove la fila per arrivare a noi era la linea ferroviaria. Le istruzioni erano chiare “si sale sul treno, date tutta l'acqua che potete dare, utilizzate il vostro colpo d'occhio per individuare le persone che hanno bisogno e al fischio del capotreno scendete subito altrimenti il treno riparte con voi sopra.”. Alcune persone urlavano, altre piangevano e altre dormivano dalla stanchezza. Qualcuno se l'è presa con noi per la situazione. Un treno addirittura aveva il riscaldamento rotto, sparato al massimo; su quel treno c'era veramente la sofferenza.  Abbiamo agito in modo perfetto come ci avevano insegnato; empatia ma freddezza sono le parole chiave. Alla lezione della psicologia ho sentito dire “non dovete sentirvi superiori solo perché siete i soccorritori ”, frase che mentalmente avevo contraddetto perché pensavo che quando agisci in queste situazioni sei tu ad avere il comando e invece è tutt'altro che così.

money makes the world go round

Quando seguivo Politiche e Strategie aziendali erano appena successi quei brutti fattacci di fallimenti dell’Alitalia e di Parmalat, si intende che accaddero negli anni appena precedenti.
Capirete che per me che studiavo management aziendale furono anni di grande controversia e nel dubitare la materia di studio scelta e nel pensare come entrare nel mondo del lavoro nel modo più etico possibile, a posteriori ammetto che con la laurea che mi ritrovo e il background lavorativo applicare l’etica è non impossibile, ma alquanto difficile; per lo meno sono uscita dal mondo delle assicurazioni che davvero mi creava difficoltà a convivere con me stessa.
Dicevamo, il mio professore dell’epoca costruiva degli scenari e li recitava e ad un certo punto del corso si rivelò necessario parlare dei conflitti di interesse e dei soci in amministrazione di un’azienda, azienda grande si intende e venne il momento di spiegarci come avvenivano i finanziamenti, nel senso non come sarebbero dovuti avvenire secondo procedure e regolamento, ma come effettivamente almeno in Italia avvenivano e vedendo la situazione di banche ed imprenditori attuale come anche oggi avvengono direi.

Del consiglio di amministrazione di Parmalat per esempio, all’epoca del fallimento, faceva parte anche il direttore della banca di Parma.
La scenetta era divisa in due parti.
La prima durante il consiglio di amministrazione in cui si varava la decisione di un investimento pericoloso e insensato (non ricordo assolutamente quale) e dunque la necessità di chiedere un finanziamento, che di regola l’azienda non poteva ottenere vista la situazione delle attività e dei debiti sussistenti.
La seconda si svolgeva in banca, nella banca di parma precisamente, in cui si presenta il socio col conflitto di interesse e chiede il finanziamento che gli viene negato, ovviamente, ma ad un certo punto al tipo viene un'illuminazione e si ricorda che:
Ma che scemo! Io sono il direttore della banca, io posso darmi il finanziamento! E finanziamento sia!

Vorrei dirvi che il racconto è basato su fatti realmente accaduti, ma romanzati, però non me la sento.
Non me la sento perché vedo cosa sta succedendo oggi sia nel contesto delle banche che delle varie istituzioni in generale.

E’ chiaro e lampante che esiste una categoria di gente, la stragrande minoranza, quella che si dice essere il 10% che detiene il 90% della ricchezza del mondo, che non ha idea di cosa siano i soldi proprio come materia, come prodotto del lavoro (degli altri ovviamente) e come si ottengano, da dove escano.
Vale a dire che la massa, quella che lavora nello sfondo, quelli come me che stanno davanti ad un pc otto ore al giorno sottopagati, quelli che raccolgono pomodori in nero schiavizzati, quelli che si svegliano ogni mattina ad un orario disumano per potersi permettere di portare del mangiare decente a tavola ad una famiglia e tutti gli altri che fanno girare il pil di ogni paese, la classe dei lavoratori insomma, è quella che crea i soldi.
I soldi son frutto di lavoro, vengono prodotti e l’offerta di moneta segue l’andamento della ricchezza del cittadino.
Sintetizzando l’offerta di moneta è composta da totalità di moneta pubblica (indovinate da dove viene), totalità del circolante (indovinate chi lo detiene), quantità di risparmi / riserve bancarie (se calcolate che per lo più i grandi investitori detengono debiti indovinate chi sono i risparmiatori che effettivamente risparmiano soldi?).
Il punto è che la massa di lavoratori che creano la base monetaria non decide però sui meccanismi della base monetaria, che viene decisa da andamenti di titoli di stato, da riserve monetarie obbligatorie delle banche e da operazioni sui tassi di sconto.
E’ ovvio che se aumenta la ricchezza non in termini reali (di moneta), ma di attività, aumenta la base monetaria e quindi l’offerta, però di base, noi che creiamo base monetaria si lavora e basta.
Noi si lavora e basta e nel caso subiamo l’inflazione, la rivalutazione ancora non l’ho mai vista, ho visto solo diminuire il prezzo del carburante per merito / causa di una guerra del pertrolio tra arabia e stati uniti.

Il fatto è che volevo parlare della ereditiera della Lamborghini che è nata tra quel 10% che detiene il 90% insomma e che di fatti non ha idea di cosa siano i soldi e a cosa servano.
Lei che ne ha più di tutti (permettetemi l’iperbole) non sa da dove vengano e di chi sia il sudore colato sopra le banconote, perché?
Perché non usa banconote, lei usa debito, anche nel momento in cui striscia la carta di credito usa debito.
Una volta le hanno chiesto quanto vale una delle macchine con cui va in giro e ha sparato tipo boh centomila dollari? Duecento?
No le hanno detto, qesta è un modello raro, ce ne sono forse solo dieci in giro, vale milioni di dollari! Ah sì? E come son fati i dollari?
Son fatti col culo della gente che non può permetterseli.

I debiti non possiamo permetterci, noi che lavoriamo.
Tanto quello conta.

Gli unici he ancora aprono il portafogli per pagare coi soldi, che hanno ancora idea di come sia fatto un cinque euro per pagare il pane siamo noi, noi poveracci.
Noi che li creiamo e lavoriamo per ottenerli.

Quelli grossi non ne hanno bisogno, tanto i loro debiti anche quelli li paghiamo noi.

Aspettò 100 giorni per me.
Quando mi disse che gli piacevo ne erano già passati 12 che mi era stato vicino, che mi sosteneva, che mi dedicava canzoni. Io avevo capito ma facevo finta, gli dicevo “sta lontano”, gli spiegai di essere complicata, che non ne valeva la pena.
Il tutto si tradusse in “non voglio una storia seria”.
Il quindicesimo giorno lo passò interamente ad elencarmi i vantaggi:
“Coccolerò solo te, bacerò solo te, sarò solo tuo, andremo al mare insieme, ti bacerò sotto le stelle, tutti sapranno che sei mia.
” “Tuo, mia” gli dissi “sono pronomi che non mi piacciono. Non siamo oggetti. Io voglio stare con colui con il quale non devo essere nulla all'infuori di me.”
Si dispiacque ma continuammo a parlare e continuava a costruirsi sogni che smontavo ogni volta.
Il ventesimo giorno lo passai ad elencargli i motivi per il quale non potevamo stare insieme:
“Siamo diversi” chiarii “ io sono troppo libera e tu sei troppo possessivo. Io amo la musica attuale, tu adori i miti del pop. A te piacciono le cose romantiche, io non posso sopportarle. Tu odi leggere, io scrivo affinché qualcuno possa capirmi.”
Dopo 30 giorni passati a negargli anche un giro al parco vicino casa, il trentunesimo gli feci ascoltare “she’s not afraid.” Volevo fargli capire che non avevo paura di niente tranne che dell'innamorarmi ma lui si focalizzò sull'ultima strofa chiedendomi se le mie amiche non ci volessero insieme. Era vero ma non gli avrei mai detto di no per loro, o almeno questo affermai.
Sapeva che lavoravo nel negozio dei miei, il trentaquattresimo giorno venne a chiedermi informazioni su una cosa inutile. Scoppiai a ridere. Mi disse che ero bellissima. La sera parlammo, mi mandò le sue canzoni preferite dei Beatles.
Il quarantaquattresimo giorno lo incontrai in piazza di sabato sera. Era davvero bello ma non dovevo fissarlo,fantasticare. Non dovevo innamorarmi, me l'ero promessa. Lo salutai, stetti un po’ con lui. Mi offrii delle patatine fritte e io presi una coca cola da dividere. Me ne dovetti andare dopo poco e riuscii benissimo a capire che ci era rimasto male.
Il cinquantesimo giorno mi avvertii “ sono 50 giorni che aspetto. Io resto fino al centesimo. Io mi sono innamorato. Io ti ho dato il cuore. Io ci sto mettendo tutto me stesso. Io ti sto dedicando tutto.”
Io, io, io… E io? A me non ci pensava? Non pensava al fatto che dovevo chiudere gli occhi, tapparmi le orecchie e non far battere il cuore? Io non dovevo innamorarmi, non volevo essere delusa un'altra volta. Una storia non la volevo, lo avevo messo in chiaro, e se lui sapeva che si sarebbe fatto male, perché me lo stava rinfacciando?
“E dopo i 100 giorni?” Chiesi.
“Me ne vado, come se nulla fosse successo.”
Al settantaduesimo giorno avevo deciso che vederlo morire per me ogni volta mi aveva stancato, che sarebbe stato meglio un taglio netto. Era sabato, di nuovo. Baciai uno dei miei amici, lui era di fronte.
Gli feci male, mi fece male ma era l'unico modo per tenerlo lontano. Così gli avevo spezzato il cuore ma sarebbe stato meglio, mi avrebbe dimenticata più in fretta. Ero stata stupida, un'egoista.
Avevo sbagliato, lo sapevo.
La sera mi scrisse: “ puoi escogitare tutti i trucchi che vuoi, baciare chi vuoi, io non mi spavento. Io non me ne vado.”
Mi chiese dei miei sogni. Gli dissi che amavo scrivere.
Passò il mio compleanno, mancavano 24 giorni allo scadere dei 100. Mi regalò un quaderno. C'era una dedica scritta in blu, il mio colore preferito. “Spero che un giorno ci scriverai la nostra storia.”
Non l'ho mai fatto, mi fa male soltanto toccarlo e sentire il suo profumo.
Il giorno dopo lo vidi per strada. Mi chiese della collana che avevo al collo. Gli dissi che me l'aveva regalata mia madre per il mio compleanno. Pensò che il ciondolo fosse adatto a me. “ Ha le ali d'angelo, come te.” All'ottantanovesimo giorno mi disse che si sarebbe trasferito nel paese vicino dopo poco tempo. Gli chiesi se ci saremmo visti ancora e lui mi disse che mi avrebbe raggiunto anche gattonando. “Tutto finché si tratta di te.” Ma non dovevo caderci, non dovevo innamorarmi, non sarebbe durata nemmeno un inverno.
Il novantaduesimo giorno mi mandò una foto. Era il periodo in cui la coca-cola metteva le frasi sulle etichette. Era un desiderio semplice :“ voglio tutto, voglio te.”
Ci incontrammo il novantottesimo giorno, mi suonò una soave melodia alla chitarra. “ L'ho scritta per te.”
Provò a baciarmi ma all'ultimo secondo mi scansai. Gli dissi che dovevo andar via. Corsi forte, corsi veloce. Mi veniva da piangere ma non piansi. Lo raccontai alle mie amiche. Risero. Risi anch'io ma stavo morendo. Mancavano due giorni ed io ero divisa tra la strada facile e quella giusta. Presi una decisione la sera stessa. Non potevo permettermi di stare male per un ragazzo. Non potevo più. Il novantanovesimo giorno non gli risposi, non visualizzai, eliminai il suo nome dalla rubrica. Il centesimo mi mandò una storia con il link annesso che rimandava al video “all you need is love”. Il racconto narrava: “Un soldato aspettò 100 giorni per la principessa. Ogni volta passava sotto la finestra della sua camera nel castello e il centesimo giorno la principessa avrebbe dovuto scegliere se sposare lui o il principe a cui era stata promessa. Il soldato si uccise il novantanovesimo perché sapeva che se lei avesse scelto l'altro non avrebbe potuto sopportare il rifiuto. Almeno in questo modo si sarebbe accontentato di aver goduto di ogni suo sorriso.” Piansi tanto. Avrei voluto tornare da lui una settimana dopo ma aveva mantenuto la sua promessa, era scomparso mentre io mi ero innamorata senza volerlo, senza saperlo. L'ho rivisto due giorni fa dopo un anno. Mi ha fatto ancora lo stesso strano effetto. Mi hanno fatto male i muscoli, le ossa sono diventate molli. Avevo i brividi. Lui mi ha visto, è sobbalzato. Ha ricordato? Chissà se sta aspettando un'altra principessa adesso, se si è reso conto che non avevo il cuore nobile che cercava, che le mie ali non erano quelle di un angelo. Spero solo abbia trovato quello che desiderava perché non conosco nessuno che lo meriti più di lui.
—  About a moonlight

L'abbigliamento era costituito dalla classica camicia nera, fazzoletto azzurro, pantaloni grigioverde, fascia nera, fez (il copricapo arabo mutuato dagli arditi): la divisa dei Balilla tradiva l'impostazione paramilitare (e propedeutica alla leva militare vera e propria) dell'ONB.

Quasi sempre presente nelle esercitazioni,era inoltre il moschetto Balilla (in versione giocattolo per i figli della lupa).

Immagine tratta dal libro: Domenichelli Piero, “Vita fascista : Volume I per i Balilla e le Piccole Italiane”, Firenze, Bemporad Figlio, A. X (1932). Illustrazioni di Baldo e copertina di Roberto Sgrilli.

Stamattina è mancata la prof. di religione e abbiamo avuto sostituzione da una professoressa di italiano, non nostra, che ci ha reso tutti interessati e curiosi dalla sua storia, la sua storia d'amore. Una di quelle che leggi solo nei libri, che se recitata in un film neanche ci credi…
—  […] “Avevo 16 anni ed avevo appena rotto con il mio primo ragazzo che, avevo scoperto, era andato a letto con una ragazza di quinta per soddisfare il mio rifiuto. Frequentavo un Liceo Classico ed era il 19 novembre, o meglio, il quarto giorno in cui "occupavamo” la nostra scuola. D'improvviso io, insieme ad altri quattro ragazzi più grandi di me, fummo sorpresi da due alti poliziotti che iniziavano a fare domande. Erano le 11 di sera, c'erano due gradi, mi coprivo con delle coperte portate da casa e tutto ciò che avevo mangiato era una fetta di pizza. “Allora? Cosa succede qui? Dobbiamo entrare o parlate da soli?” nessuno di noi rispose. Uno dei poliziotti, con degli occhi blu bellissimi anche al buio, si fece avanti, ci guardò e disse “Uno di voi venga con me, il resto andate dentro e per domani tutto questo deve finire”, ci guardò ancora e mi indicò. “Tu, vieni”- disse con aria arrogante Occhi Blu. In quel momento avrei tanto preferito tirargli un pugno più che dargli delle spiegazioni a riguardo. L'altro poliziotto salì in macchina, Occhi Blu mi guardò e disse “Non ti mangio, devi solo far finta di parlare mentre cerco di riempire questo verbale”. Lo guardai stranita e chiesi di ripetere quanto detto. Lo ripeté e aggiunse che, nel caso in cui, non fossi soddisfatta della soluzione, avrei potuto arrampicarmi sugli specchi per cercare scuse più adatte. Restai in silenzio. Fermò la penna, aveva la bocca socchiusa e per un attimo, probabilmente la prima volta, i suoi occhi si incrociarono coi miei. Distolse lo sguardo. “Visto che non parli, perché non mi dici come ti chiami?” sospirai e lo risposi. Altre domande seguirono la prima e alla fine mi disse “Ascoltami, tu mi hai assicurato che entro domani finirete di fare questo atto illecito e sai che se questo non accadrà ci saranno delle sanzioni, ok?” non mi lasciò rispondere e andò via. 
Una domenica più tardi, ero ad una festa in discoteca di un compagno di scuola. Provammo degli alcoolici, niente di forte. Il mio ex ragazzo si avvicinò e iniziò a provarci insistentemente. Dopo circa dieci minuti sento delle mani che mi allontanarono. Non erano le mani di Miriam che cercava di tenermi lontana da lui e nemmeno del mio migliore amico. Erano le mani di qualcuno che non conoscevo ma, in ogni caso, delle mani forti e calde. Mi voltai e scoprii il volto di Occhi Blu, lo guardai un istante confusa. “Pensavo avessi bisogno di aiuto”- mi tolse le mani dai fianchi e fece un passo indietro- “Scusami, non avrei dovuto”. Negai con la testa e lo rassicurai dicendogli di stare tranquillo. Si guardò la divisa e fece “Be’, io sono in servizio quindi tutto ciò che posso fare è esserti d'aiuto nel caso in cui tu..” non finì quella frase perché continuai io “Un poliziotto in servizio può riaccompagnare a casa una studentessa che compie atti illeciti?” sorrise. Fu la prima volta che lo vidi sorridere e tutt'oggi mi ripeto che quel sorriso, tra la musica di discoteca e le luci fastidiose, meritava di essere fotografato. Mi riaccompagnò a casa e prima di scendere mi disse che avrei potuto lasciargli il mio numero per assicurarlo, il mattino dopo, che avessi dormito bene.
Fu l'inizio di tutto. Oggi, a distanza di 20 anni abbiamo due figli, la voglia di viverci ogni giorno di più e l'orgoglio di raccontare il nostro amore a chiunque. Innamoratevi, vivete l'amore, non date una risposta negativa alle nuove esperienze. Innamoratevi e sarete felici.“

Due uomini, entrambi molto malati, occupavano la stessa stanza d’ospedale.

A uno dei due uomini era permesso mettersi seduto sul letto per un’ora ogni pomeriggio per aiutare il drenaggio dei fluidi dal suo corpo.

Il suo letto era vicino all’unica finestra della stanza.
L’altro uomo doveva restare sempre sdraiato.
Infine i due uomini fecero conoscenza e cominciarono a parlare per ore.
Parlarono delle loro mogli e delle loro famiglie, delle loro case, del loro lavoro, del loro servizio militare e dei viaggi che avevano fatto.
Ogni pomeriggio l’uomo che stava nel letto vicino alla finestra poteva sedersi e passava il tempo raccontando al suo compagno di stanza tutte le cose che poteva vedere fuori alla finestra.
L’uomo nell’altro letto cominciò a vivere per quelle singole ore nelle quali il suo mondo era reso più bello e più vivo da tutte le cose e i colori del mondo esterno.
La finestra dava su un parco con un delizioso laghetto.
Le anatre e i cigni giocavano nell’acqua mentre i bambini facevano navigare le loro barche giocattolo.
Giovani innamorati camminavano abbracciati tra fiori di ogni colore e c’era una bella vista della città in lontananza.
Mentre l’uomo vicino alla finestra descriveva tutto ciò nei minimi dettagli, l’uomo dall’altra parte della stanza chiudeva gli occhi e immaginava la scena.
In un caldo pomeriggio l’uomo della finestra descrisse una parata che stava passando.
Sebbene l’altro uomo non potesse sentire la banda, poteva vederla.
Con gli occhi della sua mente così come l’uomo dalla finestra gliela descriveva.
Passarono i giorni e le settimane.
Un mattino l’infermiera del turno di giorno portò loro l’acqua per il bagno e trovò il corpo senza vita dell’uomo vicino alla finestra, morto pacificamente nel sonno.
L’infermiera diventò molto triste e chiamò gli inservienti per portare via il corpo.
Non appena gli sembrò appropriato, l’altro uomo chiese se poteva spostarsi nel letto vicino alla finestra.
L’infermiera fu felice di fare il cambio, e dopo essersi assicurata che stesse bene, lo lasciò solo.
Lentamente, dolorosamente, l’uomo si sollevò su un gomito per vedere per la prima volta il mondo esterno.
Si sforzò e si voltò lentamente per guardare fuori dalla finestra vicina al letto.
Essa si affacciava su un muro bianco.
L’uomo chiese all’infermiera che cosa poteva avere spinto il suo amico morto a descrivere delle cose così meravigliose al di fuori da quella finestra.
L’infermiera rispose che l’uomo era cieco e non poteva nemmeno vedere il muro.
“Forse, voleva farle coraggio.” disse.
Epilogo: vi è una tremenda felicità nel rendere felici gli altri, anche a dispetto della nostra situazione.
Un dolore diviso è dimezzato, ma la felicità divisa è raddoppiata.
Se vuoi sentirti ricco conta le cose che possiedi che il denaro non può comprare.
L’oggi è un dono, è per questo motivo che si chiama presente.

—  L'origine di questa storia è sconosciuta.
-“Anna ,ma perché vuoi fare il militare?”-.
Avevo 9 anni, quando mi fecero questa domanda per la prima volta. -“voglio la divisa”-risposi a mia madre. Ricordo benissimo il giorno ,in cui decisi quello che avrei fatto della mia vita. Era inizio primavera, e in classe venne e trovarci un ex alunno della maestra, era un soldato,un militare. Ricordo che quando lo guardai ,e lo vidi e lo osserva in tutta la sua forza e integrità ,vidi in lui qualcosa di magnifico,diverso e spaventoso.Sentii come una stretta al cuore,tipo quando qualcuno vi spaventa saltando da dietro ad un muro, e questa stretta la sento ancora oggi,ogni volta che vedo un militare.Il soldato iniziò a parlare e un bambino gli chiese -“Ma tu perché fai il militare?”- e ricordo che lui,senza esitazione rispose -” Io faccio il militare perché sono nato per essere questo. Amo la mia famiglia ,voglio proteggerla e voglio fare lo stesso con il mio stato,perché ci credo.”-. Sono passati 8 anni ormai e vi giuro ,che potrei raccontarvi ogni singola sensazione di quella giornata. Potrei raccontarvi la stretta al cuore, la reazione di mia madre a quello che,lei credeva,essere un desiderio volubile,potrei descrivervi il volto di Mauro,il mio militare.
-“Ci sono così tante opportunita Per una ragazza giovane e bella come te,perché vuoi fare questo alla tua vita ? Perché vuoi fare il militare Anna?”-
Gli insegnati,i parenti,gli amici, i genitori ,mi fanno tutti la stessa domanda. Mi chiedono tutti perché. La parte più difficile è che è quasi impossibile spiegare a qualcuno una cosa come questa, è difficile spiegare come questa cosa mi prenda sempre di più ogni giorno e mi consumi nell’attesa di essere realizzata.
-“Anna ,perché vuoi fare il militare?”- mi ha chiesto la mia professoressa di matematica -“perché voglio la divisa”-ho risposto.
-
“Perché voglio la divisa” é la risposta che do a tutti quelli che chiedono.
La verità è che credo talmente tanto in quello che voglio fare della mia vita che non sopporterei critiche.
Lo sai mamma,lo sai perché voglio fare il militare?
Voglio fare il militare perché credo in quello che vedo, credo ancora nell’Italia padrone del mondo, ho fiducia se non nell istituzione ,nel popolo stesso. Credo nel tricolore , credo nei cittadini Italiani,e credo che per loro ,valga la pena lottare.
Ecco Mamma, ecco perché voglio fare il militare.
Perché ne vale la pena.
Perché come Mauro io ci credo,e continuerò a crederci ,finché avrò vita.
Finché ne varrà la pena.
—  20lines, ~”Mamma ,io voglio fare il militare.”
Usi la tua divisa come una corazza, così non sei tenuto a dirmi nulla. Ma quando facciamo l'amore, abbandoni tutte le difese. Se io fossi veramente forte, ti farei delle domande in quei momenti, così riuscirei ad ottenere risposte. Il fatto è che io… non sono forte, mi sento indifesa davanti a te. Ho paura di vedere la verità, di vedere il tuo dolore. Ho paura che tu mi dica addio, che mi abbandoni perchè pensi che io non sia in grado di capirti.
—  Il Cavaliere d'Inverno
5

La Takara Tomy produrrà una nuova bambola di Oscar François de Jarjayes per celebrare il 40° anniversario dalla prima pubblicazione del manga. La doll sarà immessa sul mercato a Marzo 2015. Questa splendida riproduzione è curata in ogni dettaglio per renderla quanto piu somigliante possibile e la confezione non solo conterrà la classica divisa rossa ma anche l'abito (camicia bianca e pantalone a zampa di elefante) che la nostra bella madamigella indossava nel suo tempo libero

Ci vorranno solo 37 secondi per leggere questa storia e
cambiare per sempre il tuo pensiero.
Due uomini, entrambi molto malati, occupavano la stessa stanza d’ospedale.
A uno dei due uomini era permesso mettersi seduto sul letto per un’ora ogni pomeriggio per aiutare il drenaggio dei fluidi dal suo corpo.
Il suo letto era vicino all’unica finestra della stanza.
L’altro uomo doveva restare sempre sdraiato.
Infine i due uomini fecero conoscenza e cominciarono a parlare per ore.
Parlarono delle loro mogli e delle loro famiglie, delle loro case, del loro lavoro, del loro servizio militare e dei viaggi che avevano fatto.
Ogni pomeriggio l’uomo che stava nel letto vicino alla finestra poteva sedersi e passava il tempo raccontando al suo compagno di stanza tutte le cose che poteva vedere fuori alla finestra.
L’uomo nell’altro letto cominciò a vivere per quelle singole ore nelle quali il suo mondo era reso più bello e più vivo da tutte le cose e i colori del mondo esterno.
La finestra dava su un parco con un delizioso laghetto.
Le anatre e i cigni giocavano nell’acqua mentre i bambini facevano navigare le loro barche giocattolo.
Giovani innamorati camminavano abbracciati tra fiori di ogni colore e c’era una bella vista della città in lontananza.
Mentre l’uomo vicino alla finestra descriveva tutto ciò nei minimi dettagli, l’uomo dall’altra parte della stanza chiudeva gli occhi e immaginava la scena.
In un caldo pomeriggio l’uomo della finestra descrisse una parata che stava passando.
Sebbene l’altro uomo non potesse sentire la banda, poteva vederla.
Con gli occhi della sua mente così come l’uomo dalla finestra gliela descriveva.
Passarono i giorni e le settimane.
Un mattino l’infermiera del turno di giorno portò loro l’acqua per il bagno e trovò il corpo senza vita dell’uomo vicino alla finestra, morto pacificamente nel sonno.
L’infermiera diventò molto triste e chiamò gli inservienti per portare via il corpo.
Non appena gli sembrò appropriato, l’altro uomo chiese se poteva spostarsi nel letto vicino alla finestra.
L’infermiera fu felice di fare il cambio, e dopo essersi assicurata che stesse bene, lo lasciò solo.
Lentamente, dolorosamente, l’uomo si sollevò su un gomito per vedere per la prima volta il mondo esterno.
Si sforzò e si voltò lentamente per guardare fuori dalla finestra vicina al letto.
Essa si affacciava su un muro bianco.
L’uomo chiese all’infermiera che cosa poteva avere spinto il suo amico morto a descrivere delle cose così meravigliose al di fuori da quella finestra.
L’infermiera rispose che l’uomo era cieco e non poteva nemmeno vedere il muro.
“Forse, voleva farle coraggio.” disse.

Epilogo: vi è una tremenda felicità nel rendere felici gli altri, anche a dispetto della nostra situazione.
Un dolore diviso è dimezzato, ma la felicità divisa è raddoppiata.
Se vuoi sentirti ricco conta le cose che possiedi che il denaro non può comprare.
L’oggi è un dono, è per questo motivo che si chiama presente.

L’ origine di questa storia è sconosciuta.

Being continued

Banchi di prova come fondali spumeggianti,
ed il cantante reduce dalla celebrità degli anni ‘90
sghignazza il ritmo con risate e doppi sensi.

Ballano gli irriducibili del genere goliardico, 
arriva la signora in divisa ma il gioco non si spegne.

Io mi ci gioco i polmoni ed il sonno,
perdendo il tempo ed il diritto, ma non lo spirito:
ancora attivo e sempre più vivo
il mio processo di normalizzazione.