la sponda

Non sono riuscito ad averti vicino ma questo non significa non averti dentro. 
Sai cosa sarò io per te? 
Sarò sempre quel piccolissimo particolare che ogni tanto scorgerai nell’aria, nelle cose che guardi, nella loro bellezza. Il diversivo, il tempo di un sorriso quasi inatteso che ti confonde i respiri, il deja vu, la sponda di un sogno. Le storie finiscono mentre quel piccolo particolare, quel quasi niente, mi farà restare con te per sempre.

-Massimo Bisotti

Non sono riuscito ad averti vicino ma questo non significa non averti dentro. Sai cosa sarò io per te? Sarò sempre quel piccolissimo particolare che ogni tanto scorgerai nell’aria, nelle cose che guardi, nella loro bellezza, quel dettaglio emotivo che ti viene incontro. L’attimo che ti innamora l’anima per l’inquadratura di un tramonto, unico, imprevisto, che torna in mente all’improvviso. Il diversivo, il tempo di un sorriso quasi inatteso che ti confonde i respiri, il déjà vu, la sponda di un sogno. Le storie finiscono mentre quel piccolo particolare, quel quasi niente, mi farà restare con te per sempre.
—  Massimo Bisotti

Due monaci zen in cammino arrivano nei pressi di un fiume .
Incontrano una ragazza che chiede loro di aiutarla ad attraversarlo.
Uno dei due monaci la prende in braccio e la conduce sulla sponda opposta.
Una volta al di là della riva , i due monaci continuano il loro cammino. Dopo qualche ora, uno dei due monaci dice all’altro:
“Hai toccato una ragazza, lo sai che a noi monaci non è concesso”
L’altro risponde :
”Sì è vero, io ho toccato la ragazza, ma l’ho lasciata sulla riva del fiume.
Tu invece la stai ancora portando con te”

101 storie zen

Non sono riuscito ad averti vicino ma questo non significa non averti dentro. Sai cosa sarò io per te? Sarò sempre quel piccolissimo particolare che ogni tanto scorgerai nell'aria, nelle cose che guardi, nella loro bellezza, quel dettaglio emotivo che ti viene incontro. L’attimo che ti innamora l’anima per l’inquadratura di un tramonto, unico, imprevisto, che torna in mente all'improvviso. Il diversivo, il tempo di un sorriso quasi inatteso che ti confonde i respiri, il deja vu, la sponda di un sogno. Le storie finiscono mentre quel piccolo particolare, quel quasi niente, mi farà restare con te per sempre.
—  Massimo Bisotti
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“non di speciale battezzò quel pomeriggio
se non la sponda di un fosso largo un passo
dove pescavo nient’altro che acqua chiara

mi consolava la frescura delle folte tamerici 
da sempre amiche e una famiglia di ramarri
verdazzurri a cui donai fraterno le mie esche”

Il vecchio e la bimba

Altro racconto che ho scritto in terza media. Avevo uno stile un po’ più antiquato, sognante e fiabesco, a quei tempi; ora scrivo in modo più diretto e ironico. Ma forse è solo per via del fatto che narro di cose diverse. Magari se qualcuno mi caga posto anche un racconto più “moderno”.

Rebloggate se vi piace, così che possa piacere anche ad altri. Se vi fa schifo no.

Erano, assai probabilmente, la coppia più bizzarra che si fosse mai vista.
Lui era un uomo per il quale la definizione di “anziano” sarebbe risultata essere quasi una sorta di regalo: si trascinava stanco e curvo sul proprio nodoso bastone scuro, non parlava con nessuno, i suoi profondi occhi, neri come la pece, vagavano frenetici gettando occhiate colme di rancore a chiunque osasse fermarsi per osservare il suo passo esasperatamente calmo o i mille tic del suo corpo. Più morto che vivo, i lunghi capelli bianchi e stopposi ‑ in un tempo remoto invidiati da tutti per quei morbidi boccoli da cherubino ‑ che gli ricadevano sulle spalle, sembrava un relitto ambulante, fantasma di una forma di vita esistita solo in passato. Un passato che mai era stato più lontano, e con più tristezza e rammarico ricordato.
Lei era una ragazzina bassa e magra come un filo d’erba, talmente fragile alla vista da indurre il prossimo a pensare che una leggera brezza primaverile, di quelle che a malapena scompigliano i capelli delle ragazze, sarebbe bastata per trascinarla via, su nel cielo. Dietro l’apparenza timida ed infantile, dietro la ciocca castana che le copriva l’occhio destro, dietro le guance candide, si nascondeva una vera dura. Nessuno parlava con lei, e lei non parlava con nessuno. Mai qualcuno le aveva offerto di fare due passi insieme o due tiri con il pallone, né le pareva di averlo mai desiderato. A scuola, durante la ricreazione ‑ la quale, si sa, è per antonomasia il regno delle amicizie e dei divertimenti ‑ se ne stava seduta nel proprio angolino, in un punto remoto del cortile ricoperto da pochi cespi di erbe infestanti, con il riflesso del cielo azzurro negli occhi nocciola. Non era né una preda come la timorosa gazzella né una predatrice come la leonessa, ma si considerava piuttosto un camaleonte. Né da una parte né dall’altra, costituiva un mondo tutto suo.
Quello del vecchio e quello della bambina erano due mondi opposti, ma accomunati da un unico destino di silenzio e prigionia.
Quando i due si incontravano, però, cambiava tutto: diventavano come due aquile che planavano veloci sopra la città, come due lupi che ne battevano a passo rapido le vie con le proprie zampe felpate. Andavano in bicicletta come giovincelli spensierati, guadavano il fiume fuori città in cerca di rospi e di ululoni, si raccontavano storie pressappoco vere o straordinariamente false. Era quello il loro modo di fuggire: non pensare. E se non pensavano al resto del mondo che li ignorava, e lo ignoravano loro stessi, potevano godersi tutto ciò a cui avevano accesso; quando non dovevano guardarsi da un’occhiata indiscreta o da una malalingua, potevano immergersi nell’acqua più profonda o librarsi nell’etere più alto, potevano cavalcare stalloni nella steppa o uccidere tigri dai denti a sciabola nella giungla.
Non ricordavano affatto come si erano conosciuti, ma non gli importava: il falco non spreca il tempo che potrebbe dedicare alla caccia chiedendo alla mamma come è venuto al mondo o gettando occhiate interrogatorie ai frammenti di uova. E così vivevano ogni momento che gli veniva concesso dalla loro vita altrimenti colma di tristezza: insieme.
La ragazza, tornata da scuola, non aspettava nemmeno la fine del pranzo: inforcava la propria bici con il piatto ancora mezzo pieno di pastasciutta fumante, e scappava a tutta birra per raggiungere il suo Vecchio.
Lui la aspettava cullandosi pigramente su una sedia a dondolo che, pur essendo più vecchia di lui e addirittura più malandata, non si decideva mai a buttare. I suoi occhi erano socchiusi, ma le orecchie le teneva ben drizzate: e così, quando la sua Bimba balzava rumorosamente giù dalla sella abbandonando il proprio vicolo sul vialetto d’ingresso, sul volto stanco compariva l’ombra di un sorriso. La quale, il più delle volte, finiva per allargarsi sfoggiando una splendida collezione di denti marci, quando la Bimba capitombolava nella solita pietra sporgente.
«L’hai mangiata tutta la pasta, oggi?» domandò quel giorno il Vecchio.
«No, figurati, ci avrei messo troppo tempo: il mangiare toglie al vivere, vero? Secondo me sì. E ad ogni modo sarà bene che tu ti alzi, ho grandi progetti per questo pomeriggio». Quando era con il suo Vecchio, usciva dagli argini come un fiume in piena, ponendo domande, dando risposte senza fare nemmeno mezzo respiro. Si soffiò via i capelli scarmigliati dagli occhi e, vedendo che l’altro se la rideva sotto i baffi, andò su tutte le furie. Per finta, ovviamente: lei col vecchio non se la prendeva mai. «Allora, ti sembra il momento di prendermi in giro?» sbraitò, «Guarda che me ne torno a casa in un batter d’occhio!».
«Non lo faresti mai» la punzecchiò l’uomo, saltando su in piedi. Era straordinario quanta energia gli mettesse in corpo quella ragazzina: a vederlo senza di lei, non gli avreste dato mezzo centesimo.
Facendo orecchie da mercante alla provocazione, la bimba esortò: «Forza, prendi quel bastone da femminuccia e seguimi! Oggi andiamo nel bosco».
«Aspetta, prima fammi raccattare un paio di oggetti che potrebbero tornarci utili. Torno subito» la rassicurò il vecchio, scomparendo in casa. Ne riemerse qualche minuto più tardi, con le braccia cariche di strumenti e arnesi d’ogni genere e dimensioni ‑ in testa, ora, portava una bandana nera. Ne porse una identica, se non fosse stato per il colore rosso, alla Bimba, la quale se la legò tra i capelli. Con un sorriso sdentato, sistemò in vari punti del proprio corpo quanto aveva raccattato: una bussola il cui ago ballava come impazzito sotto il vetro, un coltello da caccia uscito da chissà dove, una scatola di fiammiferi, un’accetta e una fune. Ripose gli oggetti più piccoli in una borsa di cuoio che, un tempo, doveva essere stata marrone, ma ora era sbiadita e scollata.
La Bimba, finito che ebbe il compare di sistemarsi, raccolse da terra la bici e cominciò a pedalare. Il vecchio la seguì di corsa con la propria bicicletta rossa e incrostata, la quale sembrava balzata fuori da un museo di cimeli antichissimi; più che di mezzo di trasporto, si sarebbe potuto parlare di reperto archeologico. Ad ogni modo, lui era un tipo allenato (solo con la sua Bimba, è ovvio): così raggiunse l’amica in pochi secondi, la superò con una smorfia derisoria e si lanciò all’impazzata lungo la grande discesa di terra battuta che, pochi metri dopo casa sua, portava al livello del Fiume. Sordo alle grida di protesta della piccola, che insisteva nel dire che stava barando e se avesse vinto ciò non avrebbe avuto alcun valore, alzò le braccia esultante quando oltrepassò il canaletto di scolo che da sempre era il loro personalissimo traguardo. Lasciò che la bici affondasse nel fango che ricopriva la sponda del corso d’acqua, e come preso da una scarica d’energia s’affrettò a levarsi le scarpe, rimboccarsi i pantaloni e saltare con uno scroscio nel rio.
L’acqua era gelida ed il fondale scivoloso ed infido: un rischio, quello, che ben pochi erano in grado di correre. Lui, però, era un figlio della natura, e non c’erano settantasette anni che tenessero. Poggiando i palmi dei piedi solo nei punti che ormai ben conosceva, non inciampò neppure una volta nelle pietre viscide, né si ferì con i cocci appuntiti che i maleducati amavano gettare nell’acqua rincasando dalle proprie solenni bevute. Tempo pochi minuti, ed aveva superato l’intero corso in orizzontale.
Si voltò per verificare che la Bimba gli stesse ancora dietro, ma ebbe un tuffo al cuore: nessun altro solcava le acque fredde, né una figura mingherlina lo fissava dall’altra sponda. Di bici accasciate nel limo, però, ce n’erano due.
«Cosa cerchi, vecchio?» lo schernì una voce alle sue spalle. «Hai dimenticato qualcosa tipo… la velocità?».
Poco ci mancò che non gli pigliasse un infarto. Mezzo morto di paura, fece una piroetta su sé stesso, trovandosi sotto il naso la Bimba più sorridente che mai. «Ma sì, magari un giorno riuscirai a battermi» si sentì deridere dalla voce cristallina.
Piccola impertinente! Aveva sì cominciato la traversata in ritardo, ma era stata ben più lesta di lui: ecco perché aveva avuto tutto il tempo di nascondersi e spuntare fuori al momento opportuno, mentre lui era tutto indaffarato a guadare. Ma no, non le avrebbe dato di certo quella soddisfazione. Fingendo un gesto di stanchezza, si chinò in ginocchio e immerse la mano destra nell’acqua. La Bimba gli si avvicinò, preoccupata, ma lui fu lesto a schizzarle in volto una manciata di fanghiglia.
«Con questo siamo pari, canaglia!» esclamò, ed entrambi scoppiarono a ridere.
Lasciando scarpe e calzini a prendere il sole su una pietra liscia, si incamminarono scalzi sul suolo muschioso e fresco della foresta che si stendeva da quel lato del fiume, battendosi pacche sulle spalle e sghignazzando.
Ma ad un tratto, mentre passeggiavano sotto alle chiome, la loro attenzione venne richiamata da un lembo di tessuto verde rubino e rosso smeraldo, come lo definì in seguito il Vecchio, il quale non eccelleva certo nella classificazione dei minerali secondo la colorazione. Ora, tuttavia, non era la tinta l’importante: bisognava capire di che cosa si trattasse.
Ad un’attenta analisi, durata pressappoco quindici secondi, risultò essere il frammento della veste del famigerato Bandito Pagliaccio. Era l’incubo di ogni bambino, in quella zona, e nemmeno gli adulti se ne stavano troppo tranquilli quando ne sentivano parlare. Girava per la periferia cittadina armato di ascia, con la quale decapitare la gente ed usarne il sangue per tingere il proprio vestito. Il sangue con cui era colorata la parte verde, invece, nessuno sapeva di chi fosse, anche se a ben pensarci magari si trattava, stavolta, di vera stoffa.
«Ma… se questo è davvero un pezzo della sua divisa, dove sarà lui?» mormorò atterrita la Bimba, guardandosi intorno in preda al terrore.
«Non temere, per tua fortuna qui ci sono io. Sai, durante la guerra ho combattuto avversari ben peggiori di questo pagliaccio» la rassicurò il vecchio. Parlava spessissimo di quella guerra, anche se ciò risultava essere davvero strano: ai tempi dell’ultimo conflitto bellico, lui non era altro che un ragazzino. Nessuno, però, osava mai confutare le affermazioni di quello che era stato, a starlo a sentire, uno dei più valorosi comandanti dell’Esercito.
All’improvviso, gettando uno sguardo al suolo in cerca di tracce, venne attratto da un luccichio nell’erba alta. Si abbassò per verificare: sì, era proprio come pensava. Si trattava di un bel paio di spade brillanti, identiche a quelle che si vedono nei film sui crociati o delle quali si legge nei libri fantasy. «Certo, non sono al livello di quelle che si usavano ai miei tempi, ma ce le faremo bastare» commentò, passandone una alla Bimba. Lei, dal proprio canto, non si lasciò sorprendere, anzi: sul viso candido comparve un cipiglio guerriero, e strinse l’arma con tale forza da farsi diventare rosse le nocche. Ora, non restava che attendere l’odiato nemico.
Passarono i minuti, ma nessuno giunse. Poi, però, s’udì un urlo lacerante che ruppe il silenzio del bosco, e i due avventurieri si precipitarono nella sua direzione a lame spianate. Nel bel mezzo di una radura si ergeva un uomo alto e dalle proporzioni grottescamente sbagliate ‑ la bocca piena di denti aguzzi pendeva oltre il mento, ricadendo sul petto, e le braccia muscolose assumevano un’orrida piega scendendo come spezzate oltre le ginocchia; per non parlare poi delle dita delle mani, contorte in pose inaccettabili per un manuale di anatomia. L’essere dalla pelle cerea sembrava però avere un’ottima cura del proprio aspetto: un lucido smalto nero gli stuccava le unghie acuminate, e non una minima porzione di labbra era stata esentata da un’impeccabile copertura di rossetto rosso sangue.
L’orrenda bestia, perché di uomo non si poteva parlare, stava divorando una povera fanciulla smarrita: ne aveva già fatto a pezzi la parte inferiore del corpo, e di lei rimanevano solo il busto e la testa urlante. Meglio non interrogarsi sull’attuale collocazione delle braccia.
Per due guerrieri d’onore come il Vecchio e la Bimba un simile scempio non poteva andare avanti. Si gettarono a testa bassa contro il mostro, agitando le sciabole e gridando all’unisono, un’espressione folle in entrambi i volti e i piedi scalzi che divoravano la distanza che li separava dal nemico. In breve gli furono addosso, e ZAC! cominciarono a colpirlo in ogni dove, aprendo squarci sul suo vestito e provocandone la furia. Il pagliaccio lasciò andare la malcapitata mezza divorata per dedicarsi ai nuovi arrivati: con poche mosse, con la rapidità di una faina in caccia, riuscì a disarmare il Vecchio e ad immobilizzarlo contro il tronco di un albero, gli artigli stretti intorno al suo collo. Aveva scelto di colpire prima l’esemplare che appariva come più pericoloso, ma aveva compiuto un errore madornale.
La Bimba, infatti, non perse neppure un secondo e, mentre il demonio si compiaceva del nuovo prigioniero, si affrettò ad aggredirlo alle spalle muta e silenziosa come un rapace notturno, perforandone il corpo con la propria lama. Questo si accasciò al suolo, contorcendosi selvaggiamente e lanciando strazianti versi di dolore, talmente sovrumani da essere troppo orridi addirittura per essere immaginati. Dopo qualche secondo di convulsioni, il corpo finalmente s’immobilizzò. Il Bandito Pagliaccio era finalmente morto.
Ogni traccia di spavalderia era scomparsa dal volto del Vecchio, quando questi venne liberato dalla presa mortale. Ansimava tenendosi una mano sul petto, lo sguardo impietrito fisso sul cadavere, balbettando dei ringraziamenti alla Bimba.
«Ma figurati, ho fatto solo il mio dovere» rispose lei, gettando uno sguardo di ripugnanza al tronco in decomposizione che era stato finalmente sconfitto. Gettò in terra il proprio bastone, il quale ormai aveva fatto il suo dovere. Il Vecchio, quando lasciò cadere a propria volta l’arma. Era davvero una fortuna che la ragazza squartata fosse solo un formicaio, rimuginò tra sé e sé, perché altrimenti avrebbero avuto qualcosa da spiegare alla polizia.
Ad ogni modo, ora ogni pericolo era passato.
Infilandosi in tasca la foglia che era stata un lembo del tessuto del Bandito, lanciò di sottecchi un’occhiata alla Bimba. Lei lo fissava apertamente, aspettando ordini sul da farsi ora: per salvare la donzella, si erano allontanati dal sentiero.
«Non ti preoccupare, Bimba» la rassicurò lui. «Conosco perfettamente ogni pollice di questa foresta maledetta. E anche se così non fosse, ho con me la mia fedele bussola, niente mi potrebbe cogliere impreparato».
«Eh, già, siamo proprio fortunati. Ma ora che ne diresti di andarcene in una radura? Ce n’è una piuttosto tranquilla qui vicino, dove possiamo prendere un po’ di sole. Qua sotto è buio».
«Oh, certo, conosco bene quella radura» fece il Vecchio con aria da intenditore, annuendo piano. «Seguimi, ti ci porterò in un batter di ciglia. Ecco, dovrebbe essere… ehm, di qua, sì, ovviamente» concluse, incamminandosi in una direzione assolutamente casuale.
«Stai andando nella direzione opposta» sghignazzò la ragazzina prendendolo per mano. «Ma si sa, l’età gioca brutti scherzi».
Il Vecchio, mortificato, decise che per quel giorno bastava e avanzava, così ‑ promettendo tra sé e sé di evitare altre figuracce ‑ camminò docilmente dietro alla Bimba fino ad una stretta radura soleggiata. C’era appena lo spazio per stendercisi in due, ma a loro non importava: vi si stravaccarono comodamente, schiena accasciata sull’erba verde e pancia all’aria. Entrambi fissavano due nuvolette piccole ma testarde, che si stagliavano bianche contro il cielo azzurro, le uniche rimaste nella vastità celeste mentre nessun altro nembo osava mostrarsi.
«Ecco, noi siamo un po’ così» osservo la Bimba. «Vedi? Quella più piccola sono io, e quella più grande sei tu. Siamo diversi da tutti gli altri, siamo speciali; tutti gli altri sono scappati. Ma noi?».
«Noi no, ce ne restiamo lassù e sfidiamo tutto e tutti».
«Sì, è quello che credo anch’io. Chissà quando ce ne andremo anche noi, cosa resterà lassù. E se invece solo uno se ne andasse? Che ne sarebbe dell’altro?».
Il sorriso bonario svanì dal volto del Vecchio, e le nuvole coprirono il cielo, ma non quello lassù: quello dentro la sua testa. Erano nuvole di tempesta e di dolore. Non parlò per minuti interi, se ne rimase semplicemente lì muto, a fissare il cielo immaginandolo con una sola nuvola. Dove sarebbe andata? Con chi avrebbe giocato?
Sola al mondo, sarebbe diventata una pietra e sarebbe caduta giù.
Ora, mentre parlava, la sua voce era incrinata. «Noi… nessuna delle due nuvole se ne andrà. Rimarranno lì insieme, fino alla fine. Ne sono certo.».
«Ma le nuvole piovono, e gli uomini muoiono…» capitolò la Bimba, fredda, diretta e sincera.
Il vecchio chiuse gli occhi, tentando di scacciare ogni pensiero dalla testa, ma ecco quel grosso e fastidioso moscone mentale che continuava a ripresentarglisi. Era nero come la pece, ma sul suo fianco spiccava, dipinta in bianchi caratteri cubitali, una scritta: MORTE.
Ronzava, ronzava, ronzava incessantemente, poggiava le sue zampine appiccicaticcie sulle pareti del cervello stanco, vi si arrampicava, ne leccava la superficie, vi deponeva le proprie uova.
«No, no, no!» gridò il vecchio, tentando di scacciarlo. Ma non se ne andava, e ora i suoi piccoli, le sue larve, crescevano forti e vigorosi…
«Ehi, Vecchio, sono un po’ stanca di stare qui al sole. Fa caldo, torniamo al fiume!».
Incredibile, quella Bimba, incredibile davvero, pensò l’anziano signore, riaprendo gli occhi ansimante. Prima lo spingeva crudelmente nell’abisso, e poi tendeva timidamente una mano per aiutarlo a tornare su, a risalire il crinale.
«E dai, Vecchio, diamoci una mossa!» lo esortò ancora, battendogli la mano sul braccio.
«E va bene, hai vinto: si torna al fiume, forza. Però tocca a te fare strada».
«Come sempre» bofonchiò lei, fingendosi seccata, mentre in realtà i suoi occhi risplendevano di divertimento.
Tornarono al fiume, e di lì ognuno rincasò. Presero strade diverse, e a mano a mano che si allontanavano l’uno dall’altro ognuno tornava ad essere il solito di sempre. La dodicenne solitaria e silenziosa che non era amica di nessuno, ed il vecchiaccio scorbutico che odiava il mondo intero.

Nei mesi successivi, il numero di trofei che il vecchio si portava a casa dopo ogni battuta di caccia insieme alla Bimba crebbe a dismisura. Al brandello di tessuto del Bandito Pagliaccio si aggiunse un artiglio del temibile Sguisciasgrippa (il quale, a detta dell’uomo, li avrebbe scannati vivi se lui non fosse stato talmente pronto da neutralizzarlo colpendolo nel suo unico punto debole, l’alluce destro), la pelliccia dell’Ammazzamaiali, temibile lupo grosso come un toro, l’intero mantello di Franz Pigliatutto, il giocatore di poker criminale, e molti altri. E così, nel primo cassetto del comodino del vecchio si accumulavano, l’uno sull’altro, foglie, sassolini appuntiti, strati di muschio marroncino, sacchi di naylon neri, e quelli che, ad uno sguardo qualunque, sarebbero potuti sembrare materiali da discarica, erano in realtà i reperti più mozziafiato delle avventure più folli.
Nessuno si ricordava di avere settantasette o dodici anni, quando c’era una fanciulla da salvare o un criminale da cogliere con le mani nel sacco.
Quel giorno, il Vecchio aveva una grande sorpresa in serbo per la sua Bimba. Si era svegliato presto, aveva percorso in corriera tutta la strada per arrivare alla Grande Città (quella vera, non il suo paesino) ed aveva incontrato un allevatore professionista. Da lui, abbaiandogli addosso cifre spropositatamente basse, era riuscito ad ottenere un magnifico cucciolo di cocker, talmente tenero da suscitare simpatia ad una sola occhiata. Quello, però, non era altri che Zanna, prossimo compagno d’avventure e membro della ciurma.
Intendeva regalarlo alla Bimba in quanto aveva compiuto, proprio il giorno prima, tredici anni.
Se ne stava seduto su un grosso sasso, sulla sponda selvaggia del fiume, fischiettando un motivetto allegro e accarezzando Zanna. «Caspita» si disse, «la Bimba oggi è in ritardo. Peccato, si godrà di meno il nuovo amico… ma, in fin dei conti, è assai probabile che qualche parente fastidioso la stia trattenendo nel tentativo di propinarle auguri e regali noiosi».
I minuti passavano lenti, senza la Bimba, e a poco a poco al Vecchio la voglia di fischiettare passò del tutto. «Vuoi vedere che aveva altro da fare e si è dimenticata di avvertire?» sbottò dopo un’intera ora di attesa. I suoi piedi, ormai, stavano gelando così immersi nell’acqua.
Altre ore passarono, ma della Bimba nessuna traccia. Il Vecchio, però, non se la sentiva di rincasare dichiarandosi sconfitto, perché se lei fosse arrivata ci avrebbe fatto proprio una figura meschina.
In fondo, però, c’era dell’altro. Non voleva alzarsi di lì perché un’ombra scura si era infiltrata di nuovo nella sua testa, vi si aggirava sibilando. Era di nuovo il grosso moscone nero.
Ormai era buio. Muovendosi a tentoni nell’acqua, guadò nuovamente il torrente e saltò sulla bici. Voleva vederci chiaro. Pedalando come un matto, sterzando bruscamente e senza rispettare alcun semaforo o cartello di precedenza, corse come un matto fino a casa della Bimba. Un folto gruppo di persone era raccolto a capanello sotto il portico, parlando concitatamente, e nessuno sembrava sorridere. Dall’interno della casa, arrivavano dei singhiozzi sommessi.
Il Vecchio si diede un pugno sul capo, tentando di uccidere quel dannato moscone, ma era tutto inutile. Facendosi largo a spintoni nella selva di uomini vestiti di scuro, entrò prepotentenmente in casa.
«Bimba!» gridò, la voce strozzata. «Bimba, vieni fuori, ho una cosa per te!» quasi stridette, stringendo il cagnolino disperatamente.
«La vuole smettere di gridare?» lo interruppe un uomo di mezza età che lo aveva seguito fin dentro. «Non riesce a capire il dolore di queste persone?» continuò a mezza voce. «La loro unica figlia è morta da poche ore!».

Così apprese tutto. La Bimba pedalava più velocemente del solito, quel giorno, non vedeva davvero l’ora di incontrare il suo Vecchio: di conseguenza frenare, con quella bicicletta da quattro soldi provata da mille avventure, era stato difficile quando un pilota distratto aveva sbandato, scivolando su una macchia d’olio. Era stata sbalzata giù dalla bici, scagliata violentemente contro il marciapiede, sul quale aveva sbattuto il capo. Era morta sul colpo, secondo le ricostruzioni dei medici.
Il Vecchio rimase immobile per ore intere, dopo la fine del racconto. Non sentì neppure la miriade di persone che gli chiesero chi fosse, cosa facesse lì, ignorò chi gli intimava di andarsene e fu sordo alle minacce di contattare la polizia. Se ne stette semplicemente fermo, in silenzio, e con lui il moscone. Era zitto, ormai, morto.
Sapeva di essere vecchio, e da quel giorno, quando la Bimba gli aveva parlato della morte, si era rassegnato al fatto che, prima o poi, avrebbe dovuto abbandonarla. Non aveva mai creduto, non era mai stato tanto folle o tetro da arrivare anche solo ad immaginare che sarebbe stata lei a lasciare lui.
Il mondo, a volte, sapeva davvero essere crudelmente, terribilmente ironico.
Se ne tornò a casa in bicicletta, guidando piano, senza più gioia di vivere. Il suo sguardo era spento, agiva meccanicamente, non pensava ad altro che a lei, ai suoi sogni, alle sue passioni, alle sue paure: in quei tanti pomeriggi insieme, si erano confidati tutto. Ed ora tutto era svanito, come per magia. Lei era stata l’unica ad averlo mai capito, ascoltato, amato, e viceversa. Ora, però, era tutto finito. Era solo.
Si accasciò sulla sedia a dondolo, in attesa, e rimase lì a lungo. Perse il senso del tempo, gli occhi chiusi e le orecchie drizzate, speranzose di poter sentire la Bimba che inciampava nel solito sasso. Ma nessuno venne.
Nel cielo, la nuvoletta ora era sola.

Soul Whispers

Modena, PhBroking, fino al 3 maggio 2014

A Modena la nuova galleria PhBroking debutta con “Soul Whispers”, una mostra di sette fotografi contemporanei dedicata ai risvolti inaspettati e sorprendenti dell’anima.

Alena Adamchyk, Majeed Benteeha, Ghigo Roli, Riccardo Varini, Eitan Vitkon, Zhu Yu, Marikel Lahana sono i sette artisti, provenienti da tutto il mondo, che esporranno i loro scatti. Stili personalissimi e background differenti, con radici che spaziano dalla Bielorussia all’Italia, da Israele alla Cina.

Dieci opere per ciascun autore, dedite al racconto di quello che sgorga dall’anima, in un’epoca di frastuono e rumore che nulla hanno a che fare con la profondità silenziosa e flebile del sentire umano. Il loro lavoro testimonia la vitalità di un settore, quello della fotografia, che negli anni ha visto rivoluzionare le proprie forme espressive, trovare strade nuove e linguaggi innovativi, senza confini di paese, cultura, lingua.

Alena Adamchyk, bielorussa, propone una prospettiva polarizzata sull’universo femminile. Nel 2004 ha realizzato il suo progetto più noto, “Donne d’Europa”, seguito dalla serie “Donne di Monaco” nel 2009. Di ritorno da un viaggio a Beirut lo scorso anno, ha dato vita al volume “Donne del Libano”.

Sempre le donne sono al centro dell’opera di Majeed Benteeha, i cui lavori rappresentano un’espressione di rivolta contro l’ortodossia che vede prevalere nel suo Paese d’origine. L’autore accenna e allude alla religione e alla società, utilizzando il velo e ciò che esso copre o svela per esprimere rispetto alle donne attraverso il suo personalissimo metodo. Allo stesso modo vuole evidenziare il contrasto tra la realtà tradizionalista e quella moderna, le forti tensioni oggi presenti ovunque in Iran.

L’italiano Ghigo Roli, dopo aver pubblicato oltre trenta libri e numerosi articoli di riviste, (In Germania ha pubblicato presso Hirmer Verlag e Belser Verlag), oggi sta facendo confluire le sue ricerche personali in un’indagine che coniuga le forme naturali alle regole sottese all’armonia.

Sempre dall’Italia, Riccardo Viviani, sceglie di mostrare il suo forte legame con la natura che ha segnato tutta la sua opera. I suoi lavori poetici fanno riflettere l’osservatore. La sua arte è calma e dominata dalla passione per le piccole cose.

Marikel Lahana, francese, con oltre venti esposizioni all’attivo in tutto il mondo, si concentra soprattutto sui ritratti e sulla rappresentazione del corpo umano: l’utilizzo della luce dà voce e profondità a volti che sembrano raccontare la loro storia.

Dall’altra sponda del Mediterraneo arriva invece l’israeliano Eitan Vitkon, che indirizza la sua opera sulla sorpresa, anche linguistica e semantica, sin dai titoli delle sue opere, battezzate di volta in volta “Medusa Hope”, “No Masks”, “Photography of Illusion”, “Memories in a box”, “Wander Fool”.

Dall’oriente più controverso, dal “continente” cinese, arriva invece Zhu Yu, che ama esplorare luoghi e spazi altrimenti inesplorati. Per averne un’idea, Zhu Yu ha trascorso un mese in un negozio di cani o alcune settimane in una darkroom, cercando di raccontare e cogliere le atmosfere e i riflessi di ambiti tanto vicini, ma al tempo stesso sconosciuti e ignoti.

Non sono riuscita ad averti vicino ma questo non significa non averti dentro. Sai cosa sarò io per te? Sarò sempre quel piccolissimo particolare che ogni tanto scorgerai nell’aria, nelle cose che guardi, nella loro bellezza. Il diversivo, il tempo di un sorriso quasi inatteso che ti confonde i respiri, il deja vu, la sponda di un sogno. Le storie finiscono mentre quel piccolo particolare, quel quasi niente, mi farà restare con te per sempre.
—  M. Bisotti
Non sono riuscito ad averti vicino ma questo non significa non averti dentro. Sai cosa sarò io per te? Sarò sempre quel piccolissimo particolare che ogni tanto scorgerai nell'aria, nelle cose che guardi, nella loro bellezza, quel dettaglio emotivo che ti viene incontro. L'attimo che ti innamora l'anima per l'inquadratura di un tramonto, unico, imprevisto, che torna in mente all'improvviso. Il diversivo, il tempo di un sorriso quasi inatteso che ti confonde i respiri, il déjà vu, la sponda di un sono. Le storie finiscono mentre quel piccolo particolare, quel quasi niente, mi farà restare con te per sempre.
—  Massimo Bisotti, Il quadro mai dipinto.

Non sono riuscito ad averti vicino ma questo non significa non averti dentro. Sai cosa sarò io per te? Sarò sempre quel piccolissimo particolare che ogni tanto scorgerai nell’aria, nelle cose che guardi, nella loro bellezza. Il diversivo, il tempo di un sorriso quasi inatteso che ti confonde i respiri, il deja vu, la sponda di un sogno. Le storie finiscono mentre quel piccolo particolare, quel quasi niente, mi farà restare con te per sempre.
(M. Bisotti)

Sai cosa sarò io per te?
Sarò sempre quel piccolissimo particolare che ogni tanto scorgerai nell’aria, nelle cose che guardi, nella loro bellezza, quel dettaglio emotivo che ti viene incontro.
L’attimo che ti innamora l’anima per l’inquadratura di un tramonto, unico, imprevisto, che torna in mente all’improvviso.
Il diversivo, il tempo di un sorriso quasi inatteso che ti confonde i respiri, il deja vu, la sponda di un sogno.
Le storie finiscono mentre quel piccolo particolare, quel quasi niente, mi farà restare con te, per sempre.
—  Massimo Bisotti
Non sono riuscito ad averti vicino ma questo non significa non averti dentro. 
Sai cosa sarò io per te? Sarò sempre quel piccolissimo particolare che ogni tanto scorgerai nell’aria, nelle cose che guardi, nella loro bellezza, quel dettaglio emotivo che ti viene incontro, l’attimo che t’innamora l’anima per l’inquadratura di un tramonto, unico, imprevisto, che torna in mente all’improvviso, il diversivo, il tempo di un sorriso quasi inatteso che ti confonde i respiri, il deja vù, la sponda di un sogno. 
Le storie finiscono mentre quel piccolo particolare, quel quasi niente, mi farà restare con te per sempre.
—  Massimo Bisotti
Non sono riuscito ad averti vicino ma questo non significa non averti dentro. Sai cosa sarò io per te? Sarò sempre quel piccolissimo particolare che ogni tanto scorgerai nell’aria, nelle cose che guardi, nella loro bellezza, quel dettaglio emotivo che ti viene incontro.
L’attimo che ti innamora l’anima per l’inquadratura di un tramonto, unico, imprevisto, che torna in mente all’improvviso. Il diversivo, il tempo di un sorriso quasi inatteso che ti confonde i respiri, il deja vu, la sponda di un sogno. Le storie finiscono mentre quel piccolo particolare, quel quasi niente, mi farà restare con te per sempre.
—  Massimo Bisotti
Sai cosa sarò io per te?
Sarò sempre quel piccolissimo particolare che ogni tanto scorgerai nell'aria, nelle cose che guardi, nella loro bellezza, quel dettaglio emotivo che ti viene incontro. Il diversivo, il tempo di un sorriso quasi inatteso che ti confonde i respiri, il deja vu, la sponda di un sogno.
—  amore a distanza (on facebook)
Non sono riuscito ad averti vicino ma questo non significa non averti dentro. Sai cosa sarò io per te? Sarò sempre quel piccolissimo particolare che ogni tanto scorgerai nell’aria, nelle cose che guardi, nella loro bellezza, quel dettaglio emotivo che ti viene incontro. L’attimo che ti innamora l’anima per l’inquadratura di un tramonto, unico, imprevisto, che torna in mente all’improvviso. Il diversivo, il tempo di un sorriso quasi inatteso che ti confonde i respiri, il deja vu, la sponda di un sogno. Le storie finiscono mentre quel piccolo particolare, quel quasi niente, mi farà restare con te per sempre.
—  Massimo Bisotti.