la perse

Ditele le cose.
Sputate le emozioni, fregandovene delle conseguenze. O farete collezione di persone perse.
—  Labellezzadellepiccolecose - (via labellezzadellepiccolecose.)
La nostra generazione

Siamo la generazione delle sigarette nascoste  dai genitori.
Siamo la generazione dei tagli sulle braccia.
Siamo la generazione delle parolacce.
Siamo la generazione delle bestemmie.
Siamo la generazione delle felpe larghe.
Siamo la generazione delle cose non dette.
Siamo la generazione delle amicizie perse.
Siamo la generazione del dolore.
Siamo la generazione che per scappare dai problemi infila le cuffiette e avvia la musica.
Siamo la generazione delle uscite di casa senza l’approvazione dei genitori.
Siamo la generazione dei “vaffanculo”
Siamo la generazione dei Crookids e di Greta Menchi.
Siamo la generazione dei baci dati da ubriachi.
Siamo la generazione che si rifugia nei social.
Siamo la generazione delle bugie.
Siamo la generazione del “sto bene non preoccuparti” quando invece dentro stiamo morendo.
Siamo la generazione dell’amore.
Siamo la generazione chiamata “generazione di merda”
Siamo la generazione che fa soffrire.
Siamo la generazione dell’odio.
Siamo la generazione del “mamma hai rotto il cazzo”.
Siamo la generazione che per alcuni dovrebbe cambiare.
Siamo la generazione delle urla dentro e il sorriso fuori.
Siamo la generazione delle guerre.
Siamo la generazione della gelosia.
Siamo la generazione in alcuni casi migliore e in altri peggiore.
Siamo la generazione che non si arrende.
Siamo la generazione che continua a volere.
Siamo la generazione degli ostacoli.
Questi siamo noi,e non cambiamo per nessuno

Vorrei trovare la mia anima gemella, pronto a dirmi “sei bella”
perché lo sa che odio me stessa 
e che delle cause perse sono la campionessa
È una stanza, il tuo rifugio.

Un luogo spoglio di mobili e vestito di memorie.
Memorie che appartengono a qualcosa, qualcuno.
Memorie vecchie, recenti, soltanto tue, condivise e magari perse per la via, per la vita.

Una stanza dove le foto sui muri vengono appese, strappate, buttate per poi essere ricomposte con lo scotch.

Un luogo che, di giorno, con la luce del sole che si fa strada dalla finestra insieme ai rumori delle auto, può sembrare innocuo, ma che, di notte, lascia luce ai pensieri che fluttuano come polvere.
Quattro mura buie piene di silenzi, di musica, di pianti, di risate.

Come quel porta pennelli nell'angolo della scrivania accanto agli avanzi di una pizza all'ananas della sera prima, o di qualche sera fa.
“La pizza all'ananas è la mia preferita, sai?” dicevi.
“Io la odio” pensavo. Ma come potevo odiare qualcosa che amavi?
Quel porta pennelli maledetto che è ancora lì dall'ultima volta che sei venuta e dalla prima volta che te ne sei andata.

L'aveva portato lei, una mattina.

“Fai colazione da me?” era stata la domanda.
Eri convinta che vedendo qualcosa di tuo allora t'avrei pensata anche durante le tue assenze.
E ce ne sono state tante.
“Dipingere è…come volare” dicevi.
“Addormentarmi con te dopo aver fatto l'amore, è come volare” pensavo.
Ma io non sono mica come quel porta pennelli là, che lo prendi per buttarlo perché vederlo non ti piace ma che quando sei davanti al cestino pensi “e se dovesse mai tornare? ”.
No, non sono come quel porta pennelli.
Nessuno per me si è preoccupato di porsi la domanda “e se dovesse mai…?”.

Eravamo fatti di progetti, di sogni.
Gli stessi progetti che hai reso parole al vento rispondendo ai suoi messaggi.

È una stanza.

Il luogo in cui hai racchiuso tutto, tutti.
In cui hai rinchiuso te stesso.
Quelle quattro mura che sembrano ripararti da tutto e invece ti riportano a tutto.
“Io sono così perché dal passato sono scappata” ripetevi ogni sera, durante le nostre solite litigate.
E io quella frase non l'ho mai capita.
E nemmeno tu perché la tua voce tremava nel pronunciarla.
Ma come si fa a scappare da qualcosa che ti sta addosso come una leonessa intenta a rincorrere la sua preda?
Resta lì finché non ti finisce, finché non finisci.
E quando sei finito non c'è nulla che ti possa aiutare.
Nemmeno il tuo vicino ficcanaso dalle frasi fatte “sorridi alla vita, che la vita ti sorride”.
Sì, ma prima ti distrugge e poi ti lascia lì sul marciapiede, a pezzi.

Come i pezzi delle foto ridotte a brandelli.

la gente parla, ma che ne sa di me, di quante battaglie combatto ogni giorno contro me stesso. Di quante ne ho perse. La gente non sente più nulla. Non ha più orecchie per sentire. Non ama più. Tutti quei valori sostituiti da Mi piace, cuoricini, tweet. Non vivendo più la realtà.

Lui era pazzo di lei ma non riusciva a dimostrarglielo … forse l'ansia, l'agitazione, lo bloccavano, gli impedivano di dire quelle parole, quelle poche parole che l'avrebbero resa felice… Così, stando zitto, la perse. La perse senza aver fatto nulla, la perse e basta. Da quel giorno, il ragazzo decise che se mai avesse dovuto perdere di nuovo qualcuno, sarebbe stato a causa delle sue parole, non a causa dei suoi silenzi …

Quando mi innamorai per la prima volta, seriamente, riuscivo a vedere il mondo a colori ed ogni colore mi sembrava più bello dell'altro: era come mostrare un arcobaleno ad una persona non vedente che per uno strano scherzo del destino ha riacquistato la vista.
Quando mi innamorai per la prima volta, seriamente, la notte stavo sveglia, ma non per pensare a problemi che fino a poco tempo prima mi sembravano impossibili da risolvere, no, ma restavo sveglia involontariamente a pensare ad un futuro irrealizzabile, perché è il pensiero di un futuro insieme che tiene in piedi una relazione, insieme a tante altre cose.
Quando mi innamorai per la prima volta, seriamente, riuscivo a fare cose che fino a poco tempo fa, neanche mi immaginavo. Riuscivo persino a non fumare delle stupide sigarette per giorni, riuscivo persino a far a meno della nicotina.
Quando venni lasciata dal ragazzo di cui mi innamorai per la prima volta, seriamente, la mia vita perse tutto il suo senso. Non vedevo più i colori: vedevo solo delle ombre opache con qualche stupida sfumatura. Non vedevo più il colore del cielo, anzi, il cielo non lo guardavo neanche più. Non vedevo neanche più le scritte sui muri, o la felicità dei bambini.
Quando venni lasciata dal ragazzo di cui mi innamorai per la prima volta, seriamente, la mia vita andò in frantumi. Avevo smesso di mangiare e fumavo sempre più. Avevo smesso di credere nelle persone e mi nascondevo dal mondo sempre più.
Quando venni lasciata dal ragazzo di cui mi innamorai per la prima volta, seriamente, avevo fatto della mia autodistruzione una forma di arte. Per me, era divertente vedere come io, potessi andare in frantumi con poco. Per me, era divertente vedere come io, cercassi di imboccare la strada piena di curve piuttosto che una strada lineare, senza curve.
Ero rimasta intrappolata in un amore troppo grande di me. Ero rimasta intrappolata come un gatto in qualche stupido garage. Ero in trappola e non riuscivo ad uscire da quella stanza senza finestre. Inutile raccontare cazzate, io da quella stanza non volevo uscirci.
Sentivo il peso del tempo addosso, avevo una strana malinconia che dentro, mi torturava. Mi alzavo ogni mattina con la voglia di dire “Basta, ora non mi ferirà più”, eppure ogni volta, puntualmente, mi feriva con tutto. Ogni volta che pensavo fosse uscito dalla mia vita, tornava. Ed io ero li. Ero li come sempre, perché si sa, chi ama, perdona. Poi, una bella mattina mi sono svegliata e dal nulla è tornato il sole. Sono tornati i colori. Poi, una bella mattina era tornato tutto quanto.
In quel periodo, arrivò un'altra persona, un'altra persona con la voglia di starmi accanto, con la voglia di prendermi per mano.
In quel periodo, arrivò un'altra persona, e si sa, no? Molte volte aspettiamo qualcuno e poi per uno strano scherzo del destino, arriva una persona, in una bella giornata, per caso, ad offrirci ciò che abbiamo sempre voluto.
Arrivò un'altra persona che invece di abbattere i miei muri, li scavalcò. E si sa, chi ama, perdona. Ed io, l'ho perdonato per tutto il male, ma non potevo continuare ad aspettarlo, non in eterno. E così, quando tornò, ricordo di come non ci fossi, di come provassi un bene enorme verso di lui, si, ma non provavo più l'amore che provavo prima.
Non l'ho mai dimenticato, mai. Non si può dimenticare ciò che è stato, capite?
Così un bel giorno, arrivò un'altra persona pronta a prendermi per mano ed io, quasi distrattamente la lasciai fare. A distanza di tempo posso dire di aver scelto me, di aver vinto. Posso dire che ora, sono felice. Posso dire, inoltre, che finalmente so cosa si prova ad essere scelta. Posso dire che finalmente, sono in grado sia di vedere i colori, sia di non vederli. Non lo ringrazierò mai abbastanza, al mio primo amore, per avermi fortificata, per avermi fatto attraversare una tempesta per farmi rendere conto di quanto io, potessi essere forte.
Oggi, a distanza di quasi un anno, posso guardarmi allo specchio sorridendo. Oggi, a distanza di quasi un anno, posso dire di aver vinto.