la perse

Ditele le cose.
Sputate le emozioni, fregandovene delle conseguenze. O farete collezione di persone perse.
—  Labellezzadellepiccolecose - (via labellezzadellepiccolecose.)
La nostra generazione

Siamo la generazione delle sigarette nascoste dai genitori.
Siamo la generazione dei tagli sulle braccia.
Siamo la generazione delle parolacce.
Siamo la generazione delle bestemmie.
Siamo la generazione delle felpe larghe.
Siamo la generazione delle cose non dette.
Siamo la generazione delle amicizie perse.
Siamo la generazione del dolore.
Siamo la generazione che per scappare dai problemi infila le cuffiette e avvia la musica.
Siamo la generazione delle uscite di casa senza l’approvazione dei genitori.
Siamo la generazione dei “vaffanculo”
Siamo la generazione dei Crookids e di Greta Menchi.
Siamo la generazione dei baci dati da ubriachi.
Siamo la generazione che si rifugia nei social.
Siamo la generazione delle bugie.
Siamo la generazione del “sto bene non preoccuparti” quando invece dentro stiamo morendo.
Siamo la generazione dell’amore.
Siamo la generazione chiamata “generazione di merda”
Siamo la generazione che fa soffrire.
Siamo la generazione dell’odio.
Siamo la generazione del “mamma hai rotto il cazzo”.
Siamo la generazione che per alcuni dovrebbe cambiare.
Siamo la generazione delle urla dentro e il sorriso fuori.
Siamo la generazione delle guerre.
Siamo la generazione della gelosia.
Siamo la generazione in alcuni casi migliore e in altri peggiore.
Siamo la generazione che non si arrende.
Siamo la generazione che continua a volere.
Siamo la generazione degli ostacoli.
Questi siamo noi,e non cambiamo per nessuno

Quando penso che la mia più miserevole impronta
Resterà nel Tempo più che tutto il mio essere,
Che gli occhi futuri mi percepiranno
più chiaro in questa pagina vergata che nell’anima mia;
E quando io immagino di mettermi a rimirare
I miei buoni lettori di un qualche giorno futuro,
Riconoscenti per qualche idea del mio essere
Che non fa neppure rima con la mia anima perduta
Una rabbia per la stessa essenza del mondo,
Che questo fa, o sol’anche questo rende pensabile,
Avvinghia l’anima mia per la gola e la rotola
Negli orrori notturni di disperate ipotesi,
E io divento un puro sentimento di furia
Cui mancan parole che, perse, la placherebbero.

Fernando Pessoa    -   Trentacinque sonetti 

principessa non adatta, torre troppo alta
era troppo complicato e nessuno venne a salvarla.
dopo qualche tempo quando perse la speranza, era carica di rabbia e l'odio cominciò a mangiarla.
vide diventare neri gli occhi, il suo volto
passarono i mesi e con il tempo il resto del corpo.
perché nessuno potesse vederla mise un'armatura, ma l'odio ben più forte rese scura pure quella.
giurò allora vendetta a quel principe mai arrivato, a quello che tutti i suoi sogni li aveva distrutti;
ma non sapendo in effetti chi fosse stato,, disse sorridendo: «allora pagheranno tutti!»
—  Charlotte
Una storia imperfetta

Leo e Filippo dormivano nella stessa brandina all'asilo nido.

Leo e Filippo giocavano sempre insieme il pomeriggio e chiedevano sempre l'uno dell'altro quando erano lontani.

Leo e Filippo, alle elementari, si chiedevano cosa fosse l’ “amore” di cui tanto gli adulti parlavano.

La madre di Leo aveva detto un giorno al suo bambino: << Ami qualcuno quando sai che vorresti passare ogni tuo momento con quella persona.>>

Allora Leo aveva detto a Filippo che lo amava e Filippo, sorridendo, aveva detto che lui lo amava di più.

Leo e Filippo si iscrissero nella stessa classe alle medie. 

Tutti i bambini prendevano in giro Leo perché aveva gli occhi a mandorla e a Filippo dispiaceva. Quando Filippo cercò di difendere il suo amico venne picchiato dai ragazzi della sua classe.

In terza media Leo iniziò a tenere ai capelli e al suo modo di vestire. Tutti i ragazzi dicevano che era un “frocio” da tenere alla larga. Nessuno parlava né con Leo né con Filippo.

Leo e Filippo scelsero scuole superiori diverse, alquanto distanti tra loro. Continuavano ad uscire insieme, ma quando i nuovi amici di Filippo lo videro in compagnia di Leo ricominciarono a prenderlo in giro.

<<Non potresti comportarti in modo normale?! >> Gridò un giorno Filippo, stanco dei problemi che gli creava il modo di vestire dell'amico.

<<Cosa faccio di strano?>>

<<Ti vesti in questo modo e tingi i capelli!>>

<<Io sono così, non importa se agli altri non va bene.>>

<<Non ti importa nemmeno se non va bene a me?>>

Leo e Filippo, dopo quella discussione, non si parlarono più per molto tempo.

Leo e Filippo si pensavano ogni sera prima di andare a dormire e si mancavano a vicenda. 

Filippo si fidanzò con qualche ragazza e perse la sua verginità una sera in cui era ubriaco, con una ragazza che non gli faceva battere il cuore e di cui nemmeno ricordava l'odore.

Leo non baciò mai nessuno perché aveva paura di dire “ti amo” a qualcun'altro.

Una sera gli amici di Filippo, tutti ubriachi, si appostarono sotto casa di Leo e, appena rientrò, lo pestarono fino a fargli perdere i sensi.

Filippo era a casa con una ragazza e sapeva esattamente cosa stava accadendo, ma non intervenne. I suoi amici da ubriachi erano davvero pericolosi e sapeva che se avesse fatto qualcosa sarebbe anche potuto finire all'ospedale.

I genitori di Leo, spaventati di quel che era accaduto, decisero di trasferirsi in un'altra città.

Intanto Filippo aveva messo incinta una ragazza di cui non ricordava nemmeno il nome.

Leo e Filippo si rincontrarono quindici anni dopo, a Parigi.

Leo viveva lì con il suo compagno e Filippo era a fare un viaggio con la sua fidanzata.

Bevvero un caffè insieme e parlarono per tutto il giorno della loro vita.

<<Non ti ho mai chiesto di perdonarmi per quello che ti ho fatto passare.>> si scusò Leo osservando la superficie increspata del fiume << mi comportavo in modo fin troppo appariscente e lo capisco che per te sia stato difficile restarmi amico. >>

Filippo restò in silenzio ad osservare il viso del suo amico.

Si chiese quante cose aveva sbagliato nella vita e come mai il suo cuore stava battendo così velocemente. 

<<Andavi benissimo così…>> balbettò Filippo, trattenendo a stento l'emozione.

<<Perché non me l'hai mai detto, allora?>>

<<Perché avevo paura di amarti per davvero.>>

love-my-spotless-mind

È una stanza, il tuo rifugio.

Un luogo spoglio di mobili e vestito di memorie.
Memorie che appartengono a qualcosa, qualcuno.
Memorie vecchie, recenti, soltanto tue, condivise e magari perse per la via, per la vita.

Una stanza dove le foto sui muri vengono appese, strappate, buttate per poi essere ricomposte con lo scotch.

Un luogo che, di giorno, con la luce del sole che si fa strada dalla finestra insieme ai rumori delle auto, può sembrare innocuo, ma che, di notte, lascia luce ai pensieri che fluttuano come polvere.
Quattro mura buie piene di silenzi, di musica, di pianti, di risate.

Come quel porta pennelli nell'angolo della scrivania accanto agli avanzi di una pizza all'ananas della sera prima, o di qualche sera fa.
“La pizza all'ananas è la mia preferita, sai?” dicevi.
“Io la odio” pensavo. Ma come potevo odiare qualcosa che amavi?
Quel porta pennelli maledetto che è ancora lì dall'ultima volta che sei venuta e dalla prima volta che te ne sei andata.

L'aveva portato lei, una mattina.

“Fai colazione da me?” era stata la domanda.
Eri convinta che vedendo qualcosa di tuo allora t'avrei pensata anche durante le tue assenze.
E ce ne sono state tante.
“Dipingere è…come volare” dicevi.
“Addormentarmi con te dopo aver fatto l'amore, è come volare” pensavo.
Ma io non sono mica come quel porta pennelli là, che lo prendi per buttarlo perché vederlo non ti piace ma che quando sei davanti al cestino pensi “e se dovesse mai tornare? ”.
No, non sono come quel porta pennelli.
Nessuno per me si è preoccupato di porsi la domanda “e se dovesse mai…?”.

Eravamo fatti di progetti, di sogni.
Gli stessi progetti che hai reso parole al vento rispondendo ai suoi messaggi.

È una stanza.

Il luogo in cui hai racchiuso tutto, tutti.
In cui hai rinchiuso te stesso.
Quelle quattro mura che sembrano ripararti da tutto e invece ti riportano a tutto.
“Io sono così perché dal passato sono scappata” ripetevi ogni sera, durante le nostre solite litigate.
E io quella frase non l'ho mai capita.
E nemmeno tu perché la tua voce tremava nel pronunciarla.
Ma come si fa a scappare da qualcosa che ti sta addosso come una leonessa intenta a rincorrere la sua preda?
Resta lì finché non ti finisce, finché non finisci.
E quando sei finito non c'è nulla che ti possa aiutare.
Nemmeno il tuo vicino ficcanaso dalle frasi fatte “sorridi alla vita, che la vita ti sorride”.
Sì, ma prima ti distrugge e poi ti lascia lì sul marciapiede, a pezzi.

Come i pezzi delle foto ridotte a brandelli.

Buon viaggio amica mia.

Ho scritto fiumi di parole con te affianco:
ho iniziato a scrivere la mia prima storia con te seduta al mio fianco
durante quelle giornate un po’ troppo lunghe e fredde di scuola:
una storia che parlava di una ragazza e di un ragazzo, innamorati.
Ricordi? Erano le mie storie preferite:
forse perchè in fondo io vivo per l'amore.
Mi conosci, e sai quanto l'ho cercato, quanto l'ho desiderato,
quante volte mi sono illusa che in un gesto inconsapevole di un amico
ci fosse racchiuso un significato grande ed immenso,
e invece, in realtà, veniva fatto solo per gentilezza,
nessun secondo fine.

Non ho bruciato tutti quei fogli pieni di parole
- alcune anche insignificanti- solo grazie al tuo supporto,
grazie ai tuoi “Puoi migliorare”
o ai tuoi “Lascia perdere quei voti, tu non sei loro” -
che erano sempre così scarsi,
e su cui, se ricordi bene, versavo infinite lacrime
perché tra tutte le mie sconfitte, quella sarebbe stata la più grande:
mi avrebbe spezzato le ali.
E ricordi, quante volte, forse troppo spesso,
ho smesso di scrivere perché qualcuno diceva che non sapevo farlo,
che quello non sarebbe mai stato il mio mestiere?
E lì c'eri tu a ripetermi continuamente che, a volte, può succedere
che qualcuno non apprezza un modo di scrivere
ma non lo fa’ con cattiveria, anzi cerca solo di seguire i propri gusti:
eppure a te non importava, perché a te piaceva come io scrivevo,
e, mi ripetevi ogni volta, che eri una delle tante,
e che sicuramente, lì fuori,
avrebbero apprezzato in molti -
dovevo solo lasciarmi andare, e permettere che gli altri leggessero.
Ma per me eri l'unica, e sei tutt'ora l'unica:
l'unica che haetto ogni cosa,
ogni piccolo pensiero che ho buttato giù durante quelle giornate,
con lo sguardo e la mente perse fuori da quelle quattro mura,
l'unica  a cui, forse, ho lasciato la possibilità di scavare nei miei più intimi segreti.
Ti scrivo da una casa silenziosa e piccola,
mentre mi fanno compagnia quelle note del pianoforte
di Yiruma e di Ludovico Einaudi.
Ti scrivo da qui dove addesso vivo completamente da sola,
dove a volte il silenzio è troppo rumoroso,
dove le prime sere avevo paura di spegnere la luce,
dove le prime mattine, quando mi alzavo, sentivo la mancanza delle mie abitudini;
ma dove ho, in poco tempo, cominciato a capire chi sono veramente,
e che ho bisogno dei miei spazi, della mia libertà,
della mia tranquillità,
lontano da una città che non faceva altro che portarmi via la mia linfa vitale.

E tu, forse, leggerai tutto questo nella tua nuova camera in Belgio,
o buttata chissà in qualche parco a leggere un nuovo libro
oppure uno di quelli che ti sei ripromessa di leggere da chissà quanto tempo.
Oppure, lo leggerai mentre sei allungata sul nuovo divano davanti al televisore,
o magari davanti al pc a guardare una nuova serie tv;
o mentre ti prendi una pausa
dopo una giornata passata a disfare bagagli e scatoloni.
Leggerai questa “lettera”, se così vogliamo chiamarla,
chiedendoti, forse, quale sarà il finale,
cosa voglio dirti, cosa vorranno significare tutte queste parole
che scrivo durante una piccola pausa dai miei studi.
E forse voglio dirti un nulla, che significa molto:
voglio, forse, solo che tu possa ricordare per sempre quello che eravamo,
quello che siamo, e quello che saremo - anche se sarà tutto diverso
adesso che tu sei lì ed io qui,
entrambe in nuova città,
entrambe pronte per iniziare una nuova vita,
che chissà forse, sapremmo apprezzare più di quella precedente.

Pensaci, è quasi come se fosse finito un libro - il nostro libro -,
e adesso l'autore - a sorpresa dei suoi lettori rimasti, forse, un po’ delusi dal finale -
ne sta scrivendo uno nuovo,
che parte proprio da due ragazze con le valigie tra le mani,
e che forse verrà intitolato “A new life” oppure “The new beginning”,
e che racconterà parallelamente della storia di due amiche
che vivono la loro vita, aspettando - con un conto alla rovescia -
il giorno in cui si potranno riabbracciare di nuovo.
Qualche giorno fa, sono andata a bere una birra con le “nuove amicizie”,
con quelle che probabilmente faranno parte della mia “nuova vita”.  
Mi sono guardata attorno, alla ricerca di uno sguardo familiare,
poi mi son resa conto di non essere più nella mia città:
quello non era un pub della mi zona,
e quelle non erano, affatto le solite facce
ed ho provato un'emozione osccillante tra l'euforia e la maliconia.
E mi sono domandanta se,
quando ho chiuso per la prima volta quella valigia,
fossi davvero pronta per quel cambiamento.
La risposta?
No, non ero pronta.
Non ero pronta a partire, a cambiare città, casa,  
non ero pronta a delle nuove amicizie,
e ancora meno ad abbandonare ogni cosa.
Sapevo solo che dovevo farlo,
che dovevo andare via, cambiare, buttarmi,
lasciarmi il passato alle spalle,
se volevo davvero star bene con me stessa.
Ho fatto la valigia senza pensare alle conseguenze,
senza sapere cosa volesse realmente dire uscire fuori da quel piccolo paesino
dove pensa una persona per tutti, e spesso anche male,
cambiare ogni cosa e addirittura iniziare a vivere da sola.
E’ adesso che inizia il gioco:
essere completamente indipendente,
dovermi mettere in gioco,
crescere,
cambiare,
decidere da sola della mia vita,
non deludere nessuno.
Non ero pronta a lasciare le vecchie amicizie per aprire la porta alle nuove,
a lasciare che quelle vecchie prenderessero una strada opposta alla mia,
che cambiasserro città proprio come ho fatto io.
No, io volevo tornare e trovarle lì,
e vedere che nulla era cambiato,
neanche dopo tutto quel tempo passato lontane.

Seduta su quello sgabello, in quel Irish Pub di Bologna,
bevendo la mia birra, con la musica che rimbombava attorno a me,
le parole di quelle ragazze che mi raccontavano di loro,
dei loro ragazzi, delle loro sbornie, delle fantastiche spiagge della Sicilia, dei falò di San Lorenzo,
delle amicizie che hanno lasciato che prendessero una strada diversa
mi sei tornata in mente tu,
all'improvviso,
ho ripensato a noi due,  
a quelle sere, anche se poche, in cui uscivamo insieme,
alle nostre lunghe chiacchierate,
ai nostri libri, alla nostra musica,
ai nostri biscotti, alle nostre storie,
alle risate, ai pianti, ai segreti che ci sussurravamo all'orecchio
ai tuoi disegni sui miei quaderni,
a tutte quelle volte che per la stanchezza e nervosismo accumulato ci mandavamo a quel paese,
agli abbracci.
Non fraintendermi, amica mia,
ero felice, davvero felice.
Sorridevo come non avevo mai fatto,
ridevo davvero.
Respiravo davvero, e mi sentivo libera,
e mi sembrava quasi un sogno ad occhi aperti.
Eppure avrei voluto così tanto che tu fossi lì con me,
in quel momento di felicità,
avrei voluto che fossi felice insieme a me,
avrei voluto che ridessi insieme a me di nuovo,
come abbiamo sempre fatto, e come - spero, davvero - faremo ancora,
per molti anni della nostra vita.

Ho ripensato a quelle mattine, fredde, gelide
in cui ti aspettavo al bar,
la tua colazione,
e quell'orologio che velocemente si avvicinava alle ‘otto’,
che velocemente ci ricordava che l'ansia del giorno prima non era finita andando a dormire,
che cinque lunghe ore ci aspettavano
per essere trascorse se si poteva con un sorriso sulle labbra;
e così sbuffare, caricarsi lo zaino su una spalla
ed entrare in quelle scuola
che nonostante il dolore,
l'insicurezze ed i pianti,
ci ha fatto crescere
e regalato dei momenti che,
nonostante indietro non vorremmo tornare mei,
difficilmente riusciremo a dimenticare.
Ho ricordato quelle sere in discoteca,
quando ti ho convinto a buttarti in pista e ballare affianco a me
nonostante ti vergognassi così tanto perchè dicevi di non saper ballare,
quando ti ho convinto a provare un drink
e tu ha fatto una smorfia così brutta che non dimenticherò mai,
quando io bevevo per entrambe,
e tu eri costretta a sorreggermi, a frenarmi, a togliermi il drink dalle mani;
quando il giorno dopo ad ogni mio vuoto mi ricordavi ogni cosa,
descrivendomi nei minimi particolari cosa avessi combinato
cercando di orientarti tra le tante persone che ti avevo presentato di cui non ricodavi mai il nome;
quando mi riempivi di messaggi per chiedermi cosa indossavo,
come mi truccavo, che acconciatura avrei fatto,
se il vestito ti stava bene - ed ogni volta eri un incanto -
se quella sera saremmo andate insieme, e il “chi prima arriva, aspetta”.
Ho ricordato quelle sere in cui venivo a dormire a casa tua,
e quelle poche sere in cui tu sei venuta a dormire da me
ed ogni volta promettevamo di andare a letto presto,
e poi le ore passate a parlare diventano infinite.
Mi son tornati in mente quei pomeriggi passati a casa tua,
sdraiate sul divano, o in camera a far finta di studiare,
i nostri soliti pasti, il succo alla frutta nel pomeriggio.
E così quella sera ho brindato a noi,
anche se nessuno lo sapeva;
ho brindato ricordando quella settimana al mare piena di risate e allegria,
dove facevamo a gara a chi si fosse abbronzata di più,
senza accorgerci che in realtà il nostro colorito era uguale al giorno in cui eravamo arrivate;
e tutte quelle volte “adesso andiamo in spiaggia”
ma mai nessuna di noi si alzava per prepararsi.
Ho brindato alle gare in bicicletta lungo mare,
alle corse in acqua a causa della sabbia troppo calda,
al bagno di prima mattina, alle biciclette rubate,
ai miei super-alcolici e ai tuoi analcolici alla frutta,
al cornetto caldo di prima mattina,
alle uscite di casa solo da mezzanotte in poi.
Ho brindato alle nostre foto,
alle facce buffe,
alle tue facce buffe quando io non guardavo l'obiettivo,
e al fatto che tu non sappia sorridere,
ma quando spontaneamente si apre sul tuo volto
diventa la visione più bella che io possa avere durante la giornata.
E così ho brindato a noi, ad ogni cosa che ricorda noi,
che parla di noi.
E guardando la mia nuova vita
in quel momento ho sperato che tutto questo non finisca mai,
che i messaggi non finascano mai,
che questa non sia solo una scusa per dirci 'addio’,
che il nostro legame possa essere più forte dei chilometri che ci separano,
e che tu, finalmente, possa trovare la tua strada,
vivere dove puoi sentirti te stessa,
senza nasconderti,
senza desiderare di essere altrove o qualcun altro.
Spero, davvero, che sia l'occasione giusta per tracciare la tua strada,
per essere felice, per sentirti finalmente 'a casa’,
per trovare qualcuno come te,
uguale a te,
che ami leggere un libro accanto a te,
che ami passare le giornate assieme a te anche tra i silenzi che saranno frequenti,
che sappia affrontare al meglio i tuoi 'no, stasera non voglio uscire’,
che ami il tuo carattere anche se dovrà spesso farci a pugni.
Spero che tu possa trovare qualcuno
che sappia amarti veramente senza illuderti e senza deluderti,
qulcuno che sappia aiutarti, supportarti e sopportarti,
qualcuno a cui racconterai la parte segreta di te,
davanti al quale non avrai paura di piangere, mai.
Ti auguro il meglio,
e che io possa essere partecipe di questo tuo cambiamento,
perché questo non è un addio,
è un nuovo inizio e la vita ci ha messo davanti un ostacolo,
e ci sta sfidando a combatterlo, a superarlo, e a vincerlo:
ed è pronta a ridere ogni volta che cadremo,
ad alzare muri ancora più alti pur di non lasciarceli superare.
E, non lasceremo che si faccia beffe di noi, vero?
Noi sapremo come combatterla,
noi non le lasceremo la possibilità di ridere di noi,
di vincere ed abbatterci, vero?
Noi vinceremo, e presto, molto presto,
troveremo il modo per rivederci,
per abbracciarci di nuovo
e sarà l'abbraccio pi bello della nostra vita,
il più lungo e forse, il più vero.

Vorrei trovare la mia anima gemella, pronto a dirmi “sei bella”
perché lo sa che odio me stessa 
e che delle cause perse sono la campionessa
la gente parla, ma che ne sa di me, di quante battaglie combatto ogni giorno contro me stesso. Di quante ne ho perse. La gente non sente più nulla. Non ha più orecchie per sentire. Non ama più. Tutti quei valori sostituiti da Mi piace, cuoricini, tweet. Non vivendo più la realtà.

Lui era pazzo di lei ma non riusciva a dimostrarglielo … forse l'ansia, l'agitazione, lo bloccavano, gli impedivano di dire quelle parole, quelle poche parole che l'avrebbero resa felice… Così, stando zitto, la perse. La perse senza aver fatto nulla, la perse e basta. Da quel giorno, il ragazzo decise che se mai avesse dovuto perdere di nuovo qualcuno, sarebbe stato a causa delle sue parole, non a causa dei suoi silenzi …

La prima volta che lui mi baciò,
baciò solamente le dita della mano che scrive,
che si fece così più delicata e bianca,
restia al mondo ma non coi suoi.  ” Senti?”,
al brusio degli angeli. Ora io non vorrei
un anello di ametista alla vista più puro
di quel bacio. Fu più in alto il secondo
e, cercando la fronte, si perse una metà sopra i capelli.
O dono supremo! Crisma
d’amore che con benefiche dolcezze
precede la vera ghirlanda d’amore. Il terzo fu
deposto, perfetto, sulla mia bocca, e fin d’allor
superba, io ripeto:”mio unico, mio amato!

Sonetto XXXVIII

da “Sonetti dal Portoghese”

Elizabeth Barret Browning

🍀☀Li🍀☀

vabboh okay io dico solo na cosa prima di andare a dormire e poi ciao

manco ci provo in inglese perché chi si sbatte troppa fatica

io non è che ho problemi con la gente che fa battute su dante/inserisci-autore-o-periodo-storicoitaliano-qui in teoria, io ho problemi con il fatto che un post che dice che la divina commedia di base è una fanfic (che è una cosa che a scuola da me se sarà detta cinquanta volte con tanto di battute su chi stesse sopra tra dante e virgilio al solito) ha 40k di note e alcune abbiano commenti tipo ‘ah io l’ho letto e garantisco al 100% che questo post è very accurate’ (perché ce li ha) e che sta cosa venga fatta alle spese di un’opera come la divina commedia che si merita ben altro che sto cazzo di trattamento. come non si meritava quel deficiente che ci ha fatto il videogioco con dante che ammazza demoni all’inferno per salvare beatrice ma poi diceva che un videogioco da macbeth non l’avrebbe mai fatto perché ‘shakespeare è sacro non si tocca’. ah ecco però dante sì? mi sono un tantino scocciata l’anima di gente non italiana e che della divina commedia forse sa la trama da wikipedia (che poi cazzo parli di beatrice non mettere la copertina dell’inferno, almeno quello) che fa ste battute carine che si beccano una marea di note di altra gente che pensa che questi post siano oro colato/dicano la verità su roba scritta da vecchi uomini bianchi che ti fanno passare come classici senza sapere che cavolo ci sta dietro la divina commedia. lasciamo stare il discorso vecchi uomini bianchi visto che ho passato sei anni a studiare roba scritta da vecchi uomini bianchi per cui secondo il 90% dell’utenza di sto sito avrei misoginia internalizzata solo per il fatto che me ne sbatte qualcosa dei suddetti. che poi sia chiaro che quando stavo al liceo e la gente diceva ‘ma perché dovemo studiare sta palla mostruosa chi cazzo c’ha voglia de fare la parafrasi’ mi veniva da strangolarli uguale eh.

ma poi porca miseria in questo dannato paese la cultura/la letteratura/l’arte è l’unica cosa che abbiamo da vendere ormai e considerando che facciamo cadere a pezzi pompei e varie ed eventuali manco quello riusciamo a fare, avemo i ministri che dicono che con la cultura non ci mangi e che i fondi a pompei non devono essere prioritari perché so solo quattro pietre, I POLITICI, e poi devo venire su un sito dove in teoria dovrei piangere sulle mie fandom e sulla faccia di bucky barnes per sentirmi dire da parte di gente qualificata al livello dei politici di cui sopra se non meno (famo il greatest hits va) che dante scriveva fanfic, che il rinascimento in realtà non esiste ed era tutto merito degli arabi, che gesù cristo è bianco nei quadri perché CESARE BORGIA, che garibaldi si è inventato la mafia, che la cucina italiana è solo la pasta, che la pizza in realtà è una cosa americana e (questa era una conversazione privata ma vabbe sticazzi tanto non penso che la persona con cui l’ho avuta mi segua più e pure se mi seguisse l’italiano non lo sa) che se sono orgogliosa della cultura del mio paese e se boh mi sento proprio contenta se su youtube vedo video di due cantanti russi che vanno in tournee a cantare l’opera italiana in giappone per i giapponesi è una cosa sbagliata perché l’opera mica l’ho scritta io, e poi sono a rischio di diventare una razzista xenofoba perché penso che il mio paese sia tanto meglio degli altri? (cioè sta tizia praticamente mi ha detto una roba per cui secondo lei non dovrebbe piacermi il va pensiero e dovrei rifiutare di sentirlo a prescindere perché piace ai leghisti, quindi visto che piace ai leghisti dovrebbe farmi schifo e se non succede rischio di diventà come i leghisti. capiamoce.)

poi ovvio che ‘butto fin troppe parole per un post che era una battuta’ *parafrasi* ma grazie ar cazzo, però qualcuno lo dovrà pure fare visto che è palese che ste cose non le sapete. ma butto fin troppe parole a cercare di capire che le cose che studi a scuola non le studi perché chi ha fatto i programmi ti odia dai tempi del liceo, dove lo facevo con italiani a cui di sapere due cose in croce di dante o virgilio o foscolo o leopardi o ungaretti o che so io gliene fregava proprio niente e io la trovavo una cosa infinitamente triste. che poi io sono una di quelle persone noiosissime che pensano che se non hai una vaga idea della cultura letteraria/artistica del tuo paese (ma almeno vaga, non dico mi devi recitare a memoria l’opera completa di manzoni ma almeno sappi chi è) poi della sua storia poco ci capisci e se poco ci capisci poi quando vai a votare so cazzi amari per tutti e quindi boh sarò nata vecchia. però che cazzo ogni volta che se fanno battute sull’Italia/su cose italiane qui dovremmo metterce a ridere? e dante, e il rinascimento, e la pizza, e la mafia che vuol dire crimine organizzato e mica si riferisce solo alla mafia siciliana, sembra sempre che ce la prendiamo troppo e di solito viene da gente che non sa un benemerito niente manco della cultura del paese suo. e magari mi so anche stufata e magari quello di buono che abbiamo prodotto culturalmente vorrei che fosse preso sul serio per quello che è invece de sentirmi dire - che so, ah si durante il discorso di john green e il rinascimento - pure da italiani che ‘vediamo il rinascimento come la nostra epoca d’oro quando invece magari dovremmo ridimensionare le nostre aspettative e non è una cattiva cosa che gli altri ce lo facciano notare’, e che poi sticazzi di leopardi che era depresso a scuola dovremmo studiare i post emo di tumblr. ma qualcosa di buono abbiamo fatto, sarà mica un delitto farlo notare.

e che cazzo però.

naturalmente sto post mi è partito perché ho letto la risposta di una riga a quel commento al post di dante che oltretutto vorrei solo capire perché l’OP l’ha visto adesso quando ho fatto quel commento a luglio o ad agosto boh e naturalmente ho scritto tre paragrafi di scazzo ad una riga di post il che in realtà è testimonianza del fatto che me la dovrei prendere infinitamente di meno, però che cazzo mi sono scocciata. 

Provo a fare un post diverso...

… non perché non ci sia bisogno della memoria solida, classica ed importante del messaggio storico e civile generale né perché io mi illuda che tutti sappiano davvero quanto orribile è stato ciò che ricordiamo oggi, ma perché voglio ricordare che chi era nei campi erano a tutti gli effetti persone. E, come tutte le persone, avevano dei lavori, delle passioni, dei talenti. Alcuni di loro erano artisti.

Ho pensato in questo post di proporvi alcune opere ed artisti legati ai campi di concentramento, che li hanno vissutiQuesto post ha delle biografie brevissime e non dà un commento artistico che probabilmente lo renderebbe troppo esteso per il sito e l’attention span generale, ho voluto lasciare solo degli spunti. Magari vedendo una di queste opere e leggendo una breve storia vi verrà voglia di approfondire uno o due di questi artisti… questa è la mia speranza.

Chi volesse una versione più estesa, può chiederla in privato. 

Zoran Mušič

Sloveno, deportato nel novembre 1944 a Dachau. Riuscì a ritrarre segretamente la vita del campo in circostanze estremamente difficili e pericolose, continuando a disegnare durante la prigionia; tra il 1970 e il 1976, cominciò la serie Noi non siamo gli ultimi (Nous ne sommes pas les derniers), in cui trasformò il terrore e l'inferno della prigionia nel campo di concentramento di Dachau in documenti di una tragedia universale.


David Olère

Arrestato nel 1943, Olère fu portato prima a Drancy e poi deportato ad Auschwitz con circa altri 1000 ebrei, di cui solo 120 selezionati abili al lavoro. Registrato nel Sonderkommando di Birkenau, ne fu sempre tormentato nei sensi di colpa, pur sapendo di non avere alcuna scelta. Fu anche forzato a lavorare come illustratore, scrittore e decoratore di lettere per le SS. Fu coinvolto nella marcia della morte, raggiungendo Mauthausen e Ebensee, dove rimase fino alla liberazione. 

Cominciò a disegnare negli ultimi giorni nel campo e il suo lavoro è una testimonianza unica, non essendoci foto di ciò che succedesse all’interno delle camere a gas ed essendo l’unico artista del Sonderkommando sopravvissuto.


Aldo Carpi

Su delazione di un collega, è arrestato nel 44 e deportato a Mauthausen e poi a Gusen: riesce a documentare la vita e la morte nel campo di concentramento tramite moltissimi disegni. Rientrato in Italia l’anno successivo, viene acclamato direttore dell'Accademia di Brera.


Alice Lok Cahana

Ungherese, arrivò ad Auschwitz-Birkenau appena adolescente e vide anche Begen-Belsen e Guben. Parte della sua famiglia sopravvisse grazie al diplomatico svedese Raoul Wallenberg, cui Alice dedicò moltissimi lavori. Fu liberata nel 1945 insieme alla sorella Edit e da allora scrisse e dipinse dell’Olocausto senza sosta.


Shelomo Selinger

Ebreo polacco, fu deportato nel 1943 a Faulbruck con suo padre. Sua madre e le sorelle morirono, mentre lui sopravvisse a ben nove campi e due marce della morte. Fu scoperto vivo in una pila di cadaveri quando l’armata rossa liberò Terezin. Recuperò la salute ma perse la memoria per sette anni per il trauma. E’ opera sua il monumento nell’ex campo di Drancy.


Alfred Tibor

Ungherese, gli fu negato il sogno di diventare un ginnasta per via della fede ebraica, che lo portò all’espulsione dalla olimpiadi estive negli anni 30. Nel 40 fu mandato ai lavori forzati in un campo dell’esercito ungherese, ma fu catturato e mandato nei campi di prigionia per più di sei anni e uno dei due uomini sopravvissuti dei 270 del suo battaglione.


Dina Babbitt

Imprigionata ad Auschwitz, fu costretta per salvare la vita della madre ad obbedire al dottor Mengele, che le commissionò disegni dei prigionieri Rom e dei suoi atroci esperimenti. Fuggita in America nel dopoguerra e diventata un’animatrice, Dina avrebbe voluto i disegni distrutti, ma ottenne sempre un secco rifiuto. La sua storia fu raccontata nel documentario Eyewitness (1999) e in una graphic novel scritta per perorare la sua cause nel riavere i dipinti.


Alina Szapocznikow

Nata a Kalisz da una famiglia di medici, crebbe nella Polonia occupata e spese la maggior parte dell’adolescenza nei ghetti, lavorando come infermiera. Vide morire il padre nel 38 e il ghetto liquidato nel 42. Insieme a sua madre, fu deportata ad Auschwitz, Bergen-Belsen e Terezin.

Respiro.

Ho sentito parlare di quell'uomo che perse la moglie durante l'attentato delle torri gemelle. Tornò a casa e preso dalla disperazione buttò tutto ciò che apparteneva alla donna tranne una palla gonfiabile da mare, perché lì dentro c'era ancora il suo respiro.
Gesto disperato? Esagerato? Inconcepibile e banale?
Non so, ma credo che il respiro della persona che amiamo sia la cosa più preziosa che ci possa essere.
Quindi no, non è un folle in preda alla disperazione. C'è molto di più dietro.
Ci si “abitua” a quel respiro…Perché il respiro ha dei toni, ha varie essenze tutte proprie. Sono attimi inconfondibili.
Il respiro della persona che ami lo riconosci subito perché tra i tanti non ti urta il sistema nervoso.
È come una carezza e a volte come un pugno allo stomaco.
Perdere quel respiro è uno di quei fallimenti che chi ama davvero non dovrebbe mai sperimentare.
Ci creiamo una dimensione in quel respiro.
Lo respiriamo e lo facciamo nostro.
“Tu sei il mio respiro”, l'avete mai detto?
Se sì, siete fortunati.