la forza del centro

Non ho più la forza. Non ho più la forza di alzarmi la mattina, stamparmi un sorriso sul volto e ripetermi che va tutto bene, che sono forte, che nulla mi butterà giù. Non ho più la forza di ascoltare la felicità delle altre persone, invidiarle, si cazzo, invidiarle, perchè anche io voglio uno che mi coccola e mi fa sentire il centro del suo universo. Non ho più la forza di dispensare consigli che per qualche porcodio di motivo funzionano con tutti tranne che con me. Non ho più la forza di correre dietro alle persone come i cani in autostrada dopo che li hai abbandonati finché non gli scoppia il cuore. Non ho più la forza di ridere alle battute idiote, alle facce buffe. Non ho più la forza. Sono stanca. Magari continuerò ad ascoltare la musica a volume troppo alto, a camminare sotto la pioggia, ad avere gli occhi gonfi. Continuerò a sbattere la testa contro il muro finché non si rompe, sapendo che probabilmente si romperà prima la mia testa. Continuerò a odiarmi. Continuerò ad essere la Bestia della situazione, non ci sarà nessuna Belle a salvarmi. La mia sarà una favola rotta, una favola a metà. Una favola senza lieto fine.
—  (vivere-di-sogni)
Scusami” dissi, fu la prima cosa che mi venne in mente.
Eravamo in camera sua, piccola a parere mio, bianca e con uno specchio dove potersi guardare tutto per intero.
Il letto dove avevamo appena finito di fare sesso, pieno di pieghe e con il cuscino al suo non posto, sapeva di lei.
La guardai rivestirsi, è sempre bello il dopo.
L'imbarazzo che c'è nel aver finito di essere una cosa unica è sempre diverso.
Lei aveva l'abitudine di mettersi il reggiseno, come primo indumento, ma prima si toccava i capelli e li passava tutti dalla parte destra del collo, liberando quella sinistra.
Io partivo, sempre, tutte le sacre sante volte, sempre, alla ricerca di qualcosa, andando a posare le mie labbra su di esso.
Lei sorride sempre, come se fosse un ringraziamento, come se fosse un “se vuoi sono ancora qui” e delle volte funziona, altre, non proprio.
Quella volta spostò i capelli, ma non la baciai, la presi a me e la strinsi.
“Scusami” dissi.
“E di che cosa scemo?” chiese, cercando le mie labbra.
“Di essere così!” risposi.
“Così come?” chiese e dopo il secondo bacio, che lei mi rubò, le presi i fianchi e con quella poca forza che avevo, la portai al centro del letto.
Con le gambe mi misi sopra di lei e con una leggera forza portai il suo corpo a stendersi su tutto il letto e dopo quello sforzo, le rubai un terzo bacio.
“Così come?” insistette.
“Le donne…” pensai e mi feci una risata.
Le donne non dimenticano nulla, ne una parola, ne un gesto, ne una sensazione.
“Scusami per essere così come sono” conclusi.
Mi guardò come se quello che stessi dicendo non avesse un vero senso e fece qualcosa con le sue gambe e nel giro di un secondo ci ritrovammo nella posizione opposta.
Lei sopra, io sotto.
Significava una cosa sola: guerra all'ultimo bacio.
Mi prese le mani, mi baciò il collo, sapendo che ne soffro il solletico e senza che io la respingessi mi ritrovai pure con le mani bloccate dietro la mia schiena.
Con le sue cosce si aggrappò al mio corpo nudo, come un animale selvaggio alla ricerca di affetto e fece quello che più non riesce a fermarmi star fermo, i soffioni con la bocca su tutto il corpo.
Poi mi guardò e chiese nuovamente: “Scusami per essere così, come?” e non smise di soffiare, andò avanti per qualche minuto, mentre io cercavo di non ammettere ciò che volevo dire, finché non ebbi  trovato il tempo e il fiato per risponderle.
“Ti amo” urlai, esausto, quasi come se fossi stato sotto tortura.
Si fermò e si mise a guardarmi, io la spostai come se fosse la mia carta vincente per uscire da quel gioco, portandola nuovamente sotto di me e iniziò così il mio turno.
Le presi il collo e cominciai a soffiarci come se avessi dovuto fare una gara a chi gonfia il palloncino più grande e in pochissimo tempo, sperando che lei non avesse realmente sentito.
Lei rise, ma mi chiese di fermarmi nell'immediato.
Lo feci, smisi di soffiare e mi allontanai da quel collo dopo due ultimi baci.
“Cosa hai detto?” mi chiese, con voce ferma, forse, se mi permettete, fermissima.
Avreste dovuto guardarla, forse non se l'aspettava, forse non si sarebbe mai aspettata che la mia prima dichiarazione sarebbe stata cosi: lei sotto di me, mezza nuda e bloccata dalle mie gambe, durante la nostra lotta a letto.
“Cosa mi hai detto?” chiese nuovamente, con lo stesso tono di voce.
Sembrava triste, aveva gli occhi dilatati, la bocca un poco socchiusa e mi fermai pure io a guardarla.
“Sei sempre così bella?” chiesi io.
Apparve il silenzio in quella stanza piccola e bianca, con il letto pieno di pieghe dopo una bella scena d'amore e con i nostri vestiti sparsi ovunque.
Lei rimase pietrificata, io la guardai ancora un volta e capii che quel gioco era finito.
Gli occhi, senza una vera spiegazione, mi appannarono la vista, lei cercò di dire qualcosa, ma non volevo.
Era veramente bellissima.
Volevo immortalare ancora una volta quel momento, ma la vista non me lo permetteva, le lacrime che si erano formate, non me lo permettevano e non volevo che mi vedesse debole per lei.
Scesi dal suo corpo, continuai a tenerle bloccate le mani dietro la schiena e cominciai a baciarle tutto il corpo.
Iniziando da non appena sotto le coppe del reggiseno, prendendone uno in mano e scendendo verso il suo essere, facendola poi diventare mia.
Era mia, sentivo il suo corpo venire in contro al mio e la musica era rincominciato.
Avevo voglia di lei.
Era così bella che quella volta, mentre facemmo l'amore, i suoi occhi che osservavo da più vicino, si riempirono di lacrime un paio di volte e mentre lei mi sorrideva, l'amavo sempre di più.
—  ricordounbacio