la formazione

Ma intanto l'angoscia aumentava, su questo non c'era dubbio; già ne conosceva la formazione: prima una vaga incertezza, un senso di sfiducia, di vanità, un bisogno di affaccendarsi, di appassionarsi: poi pian piano, la gola secca, la bocca amara, gli occhi sbarrati; il ritorno insistente nella sua testa vuota di certe frasi assurde, insomma una disperazione furiosa e senza illusioni.
—  Alberto Moravia, Gli indifferenti, 1929, cap. VII
Il colloquio più bello del mondo.

Giovedì sono stato a Vienna. La prof con cui andrò a lavorare voleva conoscermi di persona e mostrarmi il gruppo e il lab. È giusto.
Arrivo alle 7 del mattino, un paio di s-bahn per il centro della città e realizzare che non parlano lo stesso tedesco della Germania si insomma capisco quasi un cazzo di quelli che mi dicono.
Arrivo al dipartimento verso le 9, la tipa mi viene incontro, how is doing, mi presenta subito il gruppo a cui faccio un seminario di 20 min per presentare il lavoro che ho fatto negli ultimi anni. Giro di domande, giro del lab, presentazioni, ecc. Poi mi lascia al capo del dipartimento, un tipo molto aggressivo, il classico prof. alpha. Mi maltratta per 20 minuti buoni, guardandomi fissi negli occhi. Io ricambio lo sguardo e dentro di me ripeto la formazione d'Italia ‘90, allenatore Vicini.
Poi mi riporta dalla prof che mi porta fuori a prendere un caffè. Li parliamo del progetto scritto insieme e poi la classica domandona “se avessi fondi illimitati, cosa vorresti studiare?”. La risposta l'avevo preparata perché col tempo sono diventato un dito al culo!
Sono le 13.30 e la tipa mi scarica al marito, prof in fisiologia, colombiano. Mi porta fuori a pranzo e come ci sediamo mi fa “questo non è un colloquio” e io penso “questo è un colloquio!”.
Mi chiede di tutto, da dove vengo, che ho fatto, che vorrei fare e via dicendo. Nel mentre mangio la mia prima wiener schnitzel a Vienna.
Alle 3 torniamo in lab e altro giro di persone, macchinari, aule. A quel punto arriva una sua studentessa che gli chiede un paio di cose tecniche che gentilmente mi gira con un “tu Luca che dici?”. Sono le 4 ho l'aereo di ritorno alle 9. Mi fa “dammi mezz'ora e poi ti accompagno io”. Dico che non c'è bisogno, insiste e lascio fare. Prendiamo un tram verso casa loro, prendiamo ma macchina, passiamo a prendere il padre, un signore colombiano di 87 anni che pare Compay seguendo di Buena Vista. Giro della città, chiacchiere, tante un po’ su tutto. Alla fine sono distrutto, arriviamo all'aeroporto alle 7. Mi offre una birra, mi racconta qualche vecchio aneddoto e poi saluti calorosi.
Ieri mattina mi ha richiamato la tipa. Quello che doveva essere un contratto di un anno sono diventati 6. Me lo aveva accennato già prima, per questo il colloquio. Al telefono mi chiede se sono interessato a lavorare con loro. È di rito, certo, ma fa sempre effetto.
Ho accettato, ovvoamente. A settembre inizio. 6 anni. Manco con la Telekom avevo stipulato mai un contratto così lungo.

Fare i genitori è difficile.

L’interazione con i genitori è uno dei pilastri per la formazione della personalità dei figli e le conseguenze, positive o negative, avranno effetto per tutta la vita.

Esistono genitori che tendono a svalutare i propri figli. 
Cosa vuol dire essere genitori svalutanti? Criticare i propri figli, non riconoscere i loro meriti e il loro impegno e non considerarli abbastanza.
Spesso questo accade in modo non intenzionale: come quando si torna a casa con un buon voto, ma si dice che avrebbe potuto fare di più, oppure quando un figlio segue una passione, come la cucina, ma il genitore al primo sbaglio lo critica, ma soprattutto, una delle svalutazioni più comuni sono i paragoni, quelli con cugini, fratelli e/o figli di amici.

Questo porta a far crescere i propri figli con poca autostima; una persona le cui capacità vengono continuamente ipercriticate inizierà a pensare che questa sia la verità. Questo crea un meccanismo che porta ad auto-screditarsi e a sabotare i propri progetti perché si credono incapaci.

Ma perché lo fanno? Perché è stato fatto lo stesso con loro, e i figli lo faranno con i propri, portano avanti un meccanismo per generazioni che si fermerà nel momenti in cui una delle generazioni non farà un lavoro su sé stessi, sulla consapevolezza delle proprie capacità.

La perfezione non esiste. Non esistono genitori perfetti e non esistono figli perfetti. Se un figlio sente che il genitore non è mai soddisfatto rischierà di vivere sotto una costante pressione psicologica o alla continua ricerca di approvazione da parte dei genitori, con grandi sofferenze e insicurezze.

La vita è fatta di sbagli, ma questo non vuol dire che siamo persone sbagliate. Vuole semplicemente dire che abbiamo sbagliato.

Per una breve storia del modello atomico, parte prima

Dal biliardo al planetario passando per il panettone

John Dalton (1766 – 1844), che en passant scoprì il daltonismo perché andava in giro con calzini di un rosso acceso credendoli maròn, si merita un posto di primo piano nella storia della scienza, suo infatti è il primo modello atomico dell'epoca moderna, il “Billiard ball model” del 1808. Era un modello ancora spartano, praticamente senza optional, una pedissequa riproposizione dell'atomo di Democrito: l'atomo era né più e né meno che una palla da biliardo, una particella indistruttibile sprovvista di nucleo ed elettroni, un bel vantaggio per un chimico che riduceva così la formazione degli elementi a un calcolo da pallottoliere.

Nel frattempo però la scoperta della radioattività avevo posto ulteriori questioni, fu Joseph Thomson (1856-1940) a sviluppare il suo “Plum pudding model” (1904), il modello a panettone: c'era da far posto agli elettroni (i principali attori della radioattività), che Thomson chiamava “corpuscoli”, ancora i tempi non erano maturi per dare all'atomo un suo proprio nucleo, e allora si pensò di fare dell'atomo un grumo di materia più malleabile e di carica positiva al cui interno si muovevano come uvette gli elettroni di carica negativa. L'atomo così concepito era a carica neutra. Premio Nobel per la fisica del 1906.

Ma anche il modello a panettone non soddisfaceva appieno, c'era qualcosa che ancora non tornava nella distribuzione degli ingredienti, cosicché si decise di fare un esperimento per capire cosa c'era davvero dentro l'atomo, si procedette dunque come al solito, come fanno i bambini per capire cosa c'è dentro le macchinine, e cioè scassandole. Furono Geiger e Marsden, sotto la guida di Ernest Rutherford (1871-1937), già allievo di Thomson, che si occuparono di bombardare una lamina d'oro con un fascio di parcelle alfa per vedere cosa sarebbe successo: si scoprì con grande sorpresa che alcune particelle venivano deviate, sparate letteralmente indietro, segno che avevano cozzato contro qualcosa di duro: era il nucleo.

Così fu che Rutherford ideò il modello planetario, l'atomo con un nucleo di carica positiva al centro e gli elettroni sparsi un po’ a caso tutt’intorno, il modello non era ancora quello che poi entrerà nell'iconografia del novecento, quello a forma di sistema solare (anche quello errato), però era già un bel progresso. Rutherford fu premio Nobel del 1908 ma non per via dei suoi studi sull’atomo bensì per i suoi precedenti studi di chimica.

[continua]

(eventuali precisazioni da parte di personale più qualificato sarà sempre ben accetto)

E come ogni anno, puntuale, la retorica degli esami di maturità, le tracce copiate, le notti insonne, Antonello Venditti, i temi già online, l'errore ortografico sul sito del Ministero, i consigli dell'illustre, del Ministro, di Umberto Eco, la dieta da fare prima dell'esame, durante, dopo, il mare, l'estate in città, la calura, le strade semi deserte, i parcheggi sotto casa, la tristezza del banco verde, quello con ancora i buchi per il calamaio e sotto le gomme da masticare appiccicate tra legno e sbarra di metallo, le viti che sempre ti graffiavano, il dondolare sulle seggiole di legno duro, la prof, il prof, la professorè, il professò, gli antichi romani, l'industria siderurgica e tessile, le equazioni di secondo grado, la scuola come luogo di formazione, la scuola come luogo per l'apprendistato, l'ora di religione, il vocabolario, la calcolatrice sì o no, i libri di testo da consultare sì o no, il tema di storia, l'articolo, l'analisi del testo, i commenti al testo, l'andare fuori tema, l'ultimo a consegnare, il primo a scappare, posso andare in bagno, i cellulari vietati, nascosti, un mio amico m'ha detto che, tu quale hai fatto, cosa hai scritto, andrà bene, cioè, l'anno prima era meglio, ai miei tempi e poi l'orale e dopo l'attesa, i quadri e infine la vita.
—  Cioè

Nome: Lorenzo Mò

Blog: @lorenzo-mo

Primo post: novembre 2012

Se siete alla ricerca di illustrazioni surreali, talvolta spiazzanti e con un retrogusto pop, vi assicuriamo che il blog di @lorenzo-mo​ fa al caso vostro. Ve lo presentiamo questo mese, con le nostre sette domande. Leggete, leggete!

Benvenuto! Chi è Lorenzo Mò? Parlaci un po’ di te.
Lorenzo Mo’ è un fumettista e un illustratore. Aspetta, forse è meglio parlare in prima persona. Sono nato nel 1988, vivo a Mondovì in provincia di Cuneo e disegno da quando ho memoria. Ho frequentato il liceo Artistico “Ego Bianchi” di Cuneo e dopo il diploma ho frequentato l’Accademia Albertina di Belle Arti di Torino. La mia vera formazione però, l’ho avuta dai classici di Walt Disney, dalla loro controparte più demenziale targata Warner Bros, dai personaggi di Jack Kirby, dal fumetto underground, e tutta la gente interessante con la quale ho potuto confrontarmi al tempo delle scuole superiori e l’accademia (parlo dei compagni di scuola).
A partire dal 2014 ho collaborato con LOKzine, Canemarcio, Lucha Libre, B Comics, Sciame, Linus, e di tanto in tanto faccio i poster per gruppi musicali. Ora mi sto dedicando al mio primo libro edito da Eris Edizioni.

Tre aggettivi con cui descriveresti le tue creazioni?
Mi viene da pensare Sporche (nel senso che rimangono sempre le mie ditate di matita), Contrastanti e Difficili (perché mi è difficile trovare un terzo aggettivo). Forse come terzo aggettivo ci poteva stare Pop, ma sarebbe stato troppo prevedibile.

Keep reading

Dicono gli intenditori che viaggiare è importantissimo per la formazione dello spirito, eppure non c'è bisogno di essere un luminare dell'intelletto per capire che gli animi, per quanto viaggiatori siano, hanno bisogno di tornare di tanto in tanto in casa perché solo lì riescono ad acquisire e conservare un'idea discretamente sufficiente circa se stessi.
—  José Saramago, La caverna, 2000, pag. 265-266
La conoscenza di Svevo da parte del poeta genovese non è soltanto un capitolo importante per la cultura letteraria italiana (fu Montale che contribuì in modo decisivo a farlo apprezzare nel nostro paese); è anche un avvenimento di netto rilievo per la formazione letteraria e ideologica dell'autore degli Ossi. L'autoidentificazione avviene proprio sul terreno che unisce psicologia e cultura: l'inettitudine diviene tratto esistenziale e, insieme, marca distintiva di una nuova «condizione umana». Negli antieroi sveviani, così come nel protagonista di Trucioli di Sbarbaro, egli riconosce il «nuovissimo Ulisse», una figura dell'«uomo europeo», in cui l'indecisione, la «senilità», la estraneità sono, nel contempo, manifestazioni psicologiche e reazioni culturali e sociali tipiche di un'intera civiltà: i personaggi di Svevo - scrive Montale - sono «scarti o outcast di una civiltà che si esaurisce in se stessa e si ingorga».
—  Romano Luperini, Storia di Montale

 -Amore-
“胸いっぱいの切なさ”

L’ideogramma che definisce la parola amore ”愛(アイ)” pronunciato “Ai” (anche in cinese la pronuncia è la stessa) e spiegarne l’etimologia. Potrà risultare un po’ complesso tutto il concetto, ma queste non sono cose semplici, soprattutto in una lingua come questa. Perciò vediamo come sono andate le cose, partendo da una vignetta che riassume l’etimologia che andrò a spiegare subito dopo.

Significato dell’ideogramma ”愛” (amore): ”胸いっぱいの切なさ” (Mune ippai no setsunasa) = “Un cuore colmo di pena”

Perché questo significato?
Ricordandoci che stiamo sempre ragionando secondo una concezione orientale, qualsiasi spiegazione verrà riferita in questo senso, anche perché il nostro termine “amore” ha un significato del tutto diverso (amore sta per “a mors”, ovvero, “non morte” quindi la vita. L’amore è l’antitesi della morte). 
Così come del tutto diversa è la parola inglese “love”. Deriva dall’inglese di periodo medievale “lufu” che sta per “preoccuparsi di qualcuno, desiderare, quindi amare”. Termine che a sua volta deriva dall’antico germanico “lubh”, figlio del verbo latino “libere”, ovvero”essere piacevole, desiderabile, caro”. Da qui anche il nostro”libido”, apparentato quindi con “Love”, che in inglese ha l’accezione, originariamente, di desiderio.
Questa premessa per far capire che il concetto di amore assume diverse sfumature a seconda della cultura, parlando di etimologia naturalmente: più filosofico, astratto, “mistico” e razionale nella nostra lingua, più istintivo, terreno e “carnale” in inglese; vediamo cosa nasconde, invece, in giapponese, o in cinese visto che l’ideogramma è il medesimo.
Premessa fatta per evitare anche di fraintenderci, magari confondendo il termine italiano, quello inglese e quello giapponese. Insomma, cerchiamo di andare per ordine.

D’ora in poi farò riferimento all’amore inteso in senso orientale scrivendo l’ideogramma al posto della parola.
Secondo la concezione orientale, ”愛” è un qualcosa che dà tristezza (悲しみ- Kanashimi)piuttosto che felicità (喜び-Yorokobi). In tutti i casi “愛” rappresenta una condizione di anormalità dell’anima che si trova in uno stato più elevato e l’anima che prova “愛” porta certamente con sé una pena o una malinconia (切なさ- Setsunasa).

Il carattere “愛” veniva scritto in passato seguendo questa sequenza dall’alto in basso「旡+心+久」, sequenza che potete vedere riassunta nella vignetta sulla parte sinistra. L’ideogramma odierno “愛” presenta la parte inferiore esattamente come quella originaria, ma la parte superiore si presenta nella forma antica ”旡” (quest’ideogramma si usa solo come radicale, ma presenta due pronunce: カイ/アイ-Kai/Ai). Quest’ultima ha assunto una forma completamente differente nel moderno ideogramma. Questo ”旡” è un elemento molto importante perché dà all’ideogramma la sua pronuncia attuale cioè “Ai”, che è difatti una delle due letture comprese in questo elemento come detto, che costituiva anticamente la parte superiore di “愛”.
A  tal proposito è necessario citare vari esempi di ideogrammi che si compongono con l’elemento ”旡” fra i quali: ”既-慨-漑-概”.

Questo ”旡” non è altro che la raffigurazione, come potete vedere nella vignetta in alto a destra, di un uomo che si piega all’indietro perché ha la pancia piena, avendo mangiato più del dovuto. Perciò, il carattere ”既”, che appartiene alla categoria di ideogrammi detti”会意文字” (Kaii-moji = Caratteri composti da più parti significative; questa categoria comprende il 70-80% del totale degli ideogrammi), raffigura quest’uomo che ha consumato un vassoio stracolmo. Alla fine, satollo, si piega pesantemente all’indietro.
Questo ”既” comprendente la parte destra ”旡”di cui si è spiegato il significato, come si vede anche nella vignetta, raffigura un vassoio colmo di rotondi ”お饅頭” (O-manjuu- un dolcino farcito di marmellata Azuki cotto al vapore). Nella lingua odierna ”既” ha perciò il significato di “pieno”.

Ad esempio, si usa ”既” quando si fa genericamente riferimento al termine giapponese per eclissi, sia di sole, sia di luna, col composto ”皆既蝕” (Kaikishoku), il quale sta letteralmente per ”皆 = Tutto+既 = completamente+蝕 = Divorare/Occultare”. L’ultimo ideogramma ”蝕” è spesso sostituito nel linguaggio più comune con l’ideogramma”食”, ovvero “mangiare, divorare” di cui è sinonimo, anche se non ha la sfumatura di “occultare/eclissare”. Per traslazione di significato l’ideogramma ”既” ha assunto anche l’accezione di “aver finito qualcosa e non esserci margine per fare altro”, da cui l’avverbio”既に” (Sude ni = già, ormai) usatissimo nella lingua moderna.

Questo breve ragionamento in cui ho citato un esempio fra i tanti non è del tutto casuale, né l’ho scritto per annoiarvi. Serve a far comprendere il meccanismo, che come si può facilmente capire è complesso per sua natura, attraverso cui si ha la formazione di un ideogramma e grazie al quale si può spiegare il significato. Meccanismo che si può far ricondurre anche al significato della parola di cui si vuole parlare in questo articolo. Fermo restando che l’esempio citato è direttamente connesso alla parola ”愛” e ora vedremo perché e concluderemo la questione.

Prendiamo l’ideogramma ”慨” (Gai = lamento, sofferenza). A destra abbiamo il solito ”既”, di cui ora sappiamo il significato. A sinistra abbiamo un elemento rappresentato da una linea verticale e due virgolette su entrambi lati, che è una variante usata come radicale del carattere ”心” (Kokoro = cuore, anima), che difatti è una raffigurazione dell’organo cardiaco. In tutte le culture il cuore rappresenta il parametro con cui misuriamo le nostre emozioni, perché quando proviamo qualcosa la sentiamo nel nostro cuore, che batte più forte.
Abbiamo quindi raffigurato un “cuore colmo” di lamento, pena. In sostanza, la parte superiore di”愛(アイ)” ha questo tipo di composizione, cioè ”既/旡” pieno+ ”心” cuore.

Ma rimane da capire la parte inferiore costituita da questo ”夂”. E’ un “pittogramma” (in giapponese una categoria detta ”象形文字”Shookei-Moji, cioè raffigurazione di un’immagine reale, a cui appartiene anche il già citato ”心”) raffigura un piede che si trascina e di conseguenza un’andatura pesante, stanca, come si vede nella vignetta in alto a sinistra. Se consideriamo l’unione di ”心+夂”, cioè parte mediana e parte inferiore dell’ideogramma ”愛(アイ)” avremo un’ “anima o un cuore che si trascina”.

Quindi si torna al significato iniziale: ”胸いっぱいの切なさ” (Mune ippai no setsunasa) = “Un cuore colmo di pena”. Un cuore colmo di pena che si trascina per la sofferenza, cioè l’amore. Metaforicamente un uomo che ha mangiato troppo e si piega all’indietro tanto da non poter camminare e da doversi trascinare.
La metafora viene elevata a sentimento proprio dalla presenza nell’ideogramma ”心”, quindi un cuore che ama e soffre è come un uomo che soffre perché ha mangiato troppo tanto da piegarsi e trascinarsi con fatica.
C’è da aggiungere che durante il periodo Heian (794-1185 d.C.) il carattere ”愛(アイ)” in letteratura veniva letto “Kanashi” (愛(かな)し  Kanashi = tristezza, sofferenza) e non è certamente un caso. Sintetizza in modo molto chiaro tutto il concetto appena spiegato.

Questa è la storia, sicuramente complessa, difficile da comprendere al volo, ma spero sia stata sufficientemente chiara (per quanto è possibile visto l’argomento).
Scavare nel passato di un ideogramma così articolato presuppone sempre una certa difficoltà di comprensione, ma credo che il significato sia piuttosto naturale quando lo si legge con attenzione.
In definitiva c’è da dire un’ultima cosa. L’amore non può essere certo spiegato con un’etimologia, né  con una metafora, perché è un sentimento troppo complesso. Ma non v’è dubbio che tutte le culture condividano, in modi diversi, lo stesso principio di base. Il nostro amore è vita, inteso come una ragione di vita, e vivere per qualcosa porta sofferenza, preoccupazione, ansia e anche tristezza a volte. In inglese l’amore è prettamente desiderio, nella sua accezione originaria, ma il desiderio si sa è anch’esso sofferenza, tendere a qualcosa vuol dire cercare con tutte le proprie forze di ottenerla e questo presuppone che si debba mettere in gioco sé stessi e il proprio cuore. 
In giapponese o cinese, rifacendosi alla cultura buddista, la vita è sofferenza e la sofferenza è amore come lo stesso Buddha professava: amore verso le persone e le cose.
L’etimologia del termine orientale per questa parola spiega chiaramente questo concetto definito “tristezza, malinconia”, quindi sofferenza. E in fin dei conti non dissimile, come tanti studiosi spesso affermano, dal nostro principio cristiano e dal principio base di altre culture.

Insomma l’amore è, in parole povere, un sentimento universale che tutto muove come Dante stesso diceva “L’amor che move il sole e l’altre stelle”. Niente di più vero in qualsiasi lingua lo si voglia dire.

MUSICA [cit.]

Senza musica la vita sarebbe un errore.
(Friedrich Nietzsche)

La musica è semplicemente là per parlare di ciò di cui la parola non può parlare. In questo senso, la musica non è del tutto umana.
(Pascal Quignard)

La vera musica, che sa far ridere e all’improvviso ti aiuta a piangere…
(Paolo Conte)

La musica ha un grande potere: ti riporta indietro nel momento stesso in cui ti porta avanti, così che provi, contemporaneamente, nostalgia e speranza.
(Nick Hornby)

Senza la musica per decorarlo, il tempo sarebbe solo una noiosa sequela di scadenze produttive e di date in cui pagare le bollette.
(Frank Zappa)

La musica esprime ciò che è impossibile da dire e su cui è impossibile tacere.
(Victor Hugo)

La musica aiuta a non sentire dentro il silenzio che c’è fuori.
(Johann Sebastian Bach)

La musica scaccia l’odio da coloro che sono senza amore. Dà pace a coloro che sono in fermento, consola coloro che piangono.
(Pablo Casals)

La musica era il mio rifugio. Ho potuto strisciare nello spazio tra le note e dare la schiena alla solitudine.
(Maya Angelou)

La musica che ti rende felice è la musica che ti fa piangere.
(Anonimo)

La musica è un fluido in divenire, un linguaggio evanescente; ascoltandola entriamo in un’altra vita e in un altro tempo.
Siamo altrove.
(Anonimo)

Secondo le statistiche la musica è l’ “oggetto” più rubato al mondo.
(Anonimo)

Un uomo non può essere ebbro di un romanzo o di un quadro, ma può ubriacarsi della Nona di Beethoven, della Sonata per due pianoforti e percussione di Bartók o di una canzone dei Beatles.
(Milan Kundera)

Il linguaggio della musica è un linguaggio che solo l’anima capisce, ma che l’anima non potrà mai tradurre.
(Arnold Bennett)

La musica è basata sull’armonia tra Cielo e Terra, è la coincidenza tra il disordine e la chiarezza.
(Hermann Hesse)

La musica è una rivelazione, più alta di qualsiasi saggezza e di qualsiasi filosofia.
(Ludwig van Beethoven)

La musica è la voce che ci dice che la razza umana è più grande di quanto lei stessa sappia.
(M. C. Garretty)

La musica è arrivata prima di ogni teoria ad unire il tempo e lo spazio.
(Twilla_ria, Twitter)

La musica è il solo passaggio che unisca l’astratto al concreto.
(Antonin Artaud)

La musica è il calice che contiene il vino del silenzio.
(Robert Fripp)

La musica apre il cassetto dei sogni con la sua chiave di violino.
(trappolapertopi, Twitter)

La musica è Dio che sorride all’uomo.
(Anonimo)

A che cosa faccia appello la musica in noi è difficile sapere; è certo però che tocca una zona così profonda che la follia stessa non riesce a penetrarvi.
(E.M Cioran)

Perché frequentare Platone, quando anche un sassofono può farci intravedere un altro mondo?
(E.M Cioran)

Non sarebbe la musica una lingua perduta, della quale abbiamo dimenticato il senso, e serbato soltanto l’armonia?
(Massimo d’Azeglio)

Ho i miei dolori, amori, piaceri particolari; e tu hai i tuoi. Ma dolore, gioia, desiderio, speranza, amore, appartengono a tutti noi, in ogni tempo e in ogni luogo. La musica è l’unico mezzo con cui sentiamo queste emozioni nella loro universalità.
(HA Overstreet)

Che cosa cercate nella musica?
Cerco rimpianti e lacrime.
(Pascal Quignard)

A volte nella musica si trovano le risposte che cerchi, quasi senza cercarle. E anche se non le trovi, almeno trovi quegli stessi sentimenti che stai provando. Qualcun altro li ha provati. Non ti senti solo. Tristezza, solitudine, rabbia.
(Alessandro D’Avenia)

La passione per la musica è già da sola una confessione. Sappiamo di più su uno sconosciuto appassionato di musica che su qualcuno che alla musica è insensibile e che incontriamo ogni giorno.
(E.M Cioran)

La musica è una macchina per sopprimere il tempo.
(Claude Lévi-Strauss)

La musica è l’unico piacere sensuale senza vizi.
(Samuel Johnson)

La musica può fare di un’anima devastata una Cattedrale.
(Vasile Ghica)

Fate un bagno di musica una volta o due alla settimana per alcune stagioni, e scoprirete che fa all’anima quello che il bagno d’acqua fa al corpo.
(Oliver Wendell Holmes Sr)

La musica può nominare l’innominabile e comunicare l’inconoscibile.
(Leonard Bernstein)

Più si conosce la musica, meno si è in grado di dire qualcosa di valido.
(Patrick Süskind)

Il bello della musica è che quando ti colpisce non senti dolore.
(Bob Dylan)

La musica è tra i doni più misteriosi di cui sono dotati gli esseri umani.
(Darwin Charles)

La musica è il mediatore tra lo spirituale e la vita sensuale.
(Ludwig van Beethoven)

Una vita senza musica è come un corpo senz’anima.
(Marco Tullio Cicerone)

La musica è la lingua dello spirito. La sua segreta corrente vibra tra il cuore di colui che canta e l’anima di colui che ascolta.
(Kahlil Gibran)

Ci sono dei sentimenti così intraducibili che ci vuole la musica per esprimerli.
(André Esparcieux)

Amore e musica sono tutto, tranne il “non essere”.
(Hélène Grimaud)

Sai cos’è la musica!? È Dio che ci ricorda che esiste qualcos’altro in questo mondo!
(dal film “La musica nel cuore”)

La mia idea è che c’è musica nell’aria, musica attorno a noi; il mondo è pieno di essa, e basta semplicemente prendere ciò che si desidera.
(Edward Elgar)

La musica classica mi Mozart il fiato.
(Tragi_com78, Twitter)

Il pittore dipinge su tela. I musicisti dipingono invece i loro quadri sul silenzio.
(Leopold Stokowski)

La musica non è nelle note, la musica è tra le note.
(Wolfgang Amadeus Mozart)

Ognuno di noi ha un accompagnamento musicale interiore. E se gli altri l’ascoltano bene, si chiama personalità.
(Gilbert Cesbron)

La musica rende pura la comprensione; la ispira, e la solleva in un regno che non avrebbe raggiunto se fosse stata lasciata sola con se stessa.
(Henry Ward Beecher)

Musica: ci hai insegnato a vedere con l’orecchio e a udire con il cuore.
(Kahlil Gibram)

Quando la musica inizia, non esiste nient’altro, dimentichi il mondo e le sue preoccupazioni e ti lasci travolgere dal turbine di note che sale in cielo.
(Cécile Ludwig)

La musica, la migliore religione al mondo in cui non ci sono minacce o promesse.
(Minou Drouet)

La musica è il vino che ispira nuovi processi generativi, e io sono Bacco che pressa questo vino glorioso per l’umanità e la rende spiritualmente ubriaca.
(Ludwig van Beethoven )

Chi ascolta musica, sente d’incanto popolarsi la sua solitudine.
(Robert Browning)

La musica: una pompa per gonfiare l’anima.
(Milan Kundera)

La musica è l’arte che è più vicina alle lacrime e alla memoria.
(Oscar Wilde)

La musica è quello che suona come la vita.
(Eric Olson)

La musica esprime sentimento e pensiero, senza linguaggio, ma è al di sotto e prima del discorso, ed è al di sopra e al di là di ogni parola.
(Robert G. Ingersoll)

La musica è la letteratura del cuore; comincia dove finisce il discorso.
(Alphonse de Lamartine)

La musica è il più grosso equalizzatore di umore per gli alti e bassi della vita.
Impossibile vivere senza.
(Zziagenio78, Twitter)

La Musica è un libro che puoi leggere anche ad occhi chiusi.
(Swanito75, Twitter)

La musica è la stenografia dell’emozione.
(Leo Tolstoi)

La musica fonde insieme tutte le singole parti del nostro corpo.
(Anaïs Nin)

Forse la musica è la cosa più vicina all’amore. Ti eleva. Personalmente mi dà le emozioni più vicine a quelle che provo quando mi sento innamorato.
(Ludovico Einaudi)

La gente tradisce, ferisce. La musica è fedele, cicatrizza le ferite.
(Anonimo)

Non c’è verità più vera di quella a cui l’uomo arriva con la musica.
(Robert Browning)

Dopo il silenzio, quello che più si avvicina ad esprimere l’inesprimibile è la musica.
(Aldous Huxley)

La musica è amore in cerca di una parola.
(Sidney Lanier)

La musica è il chiaro di luna nella notte cupa della vita.
(Jean Paul Richter)

La musica è la poesia dell’aria.
(Jean Paul Richter)

E innegabile che la musica induce in noi un senso di infinito e la contemplazione dell’invisibile.
(Victor de LaPrade)

La musica è il rifugio degli animi ulcerati dalla felicità.
(E.M Cioran)

La buona Musica accorda i sensi.
(vinkweb, Twitter)

La pittura trasforma lo spazio in tempo, la musica il tempo in spazio.
(Hugo Von Hofmannsthal)

La musica comincia dove finisce il potere delle parole.
(Richard Wagner)

La musica crea uno spiraglio nel cielo.
(Charles Baudelaire)

Tra i piaceri della vita, la musica è seconda solo all’amore. Ma l’amore stesso è musica
(Aleksandr Puskin)

Ascolti una musica, passano i giorni, passano gli anni, risenti quella musica e tutto ritorna, tutto rivivi: le immagini, i profumi, lo stato d’animo vissuto in quei 3 minuti di vita passata. Tutto è stato magicamente registrato nel profondo della tua anima… come una chiave riapre una vecchia porta, riaccedi, tramite dolci o amare note, in un mondo tuo al momento dimenticato…
(Pierluigi Cavarra)

Dove il mondo fallisce, parla la musica.
(Christian Andersen)

La musica è la più romantica di tutte le arti, si potrebbe quasi dire che essa sola è romantica, poiché solo l’infinito è il suo tema.
(Ernst Theodor Amadeus Hoffmann)

La musica è l’arte di pensare attraverso i suoni.
(Jules Combarieau)

Penso che la musica contenga una libertà, più di qualsiasi altra arte, non limitandosi solo alla riproduzione esatta della natura, ma ai legami misteriosi tra la natura e l’immaginazione.
(Claude Debussy)

La musica è la rappresentazione sonora, simultanea, del sentimento del movimento e del movimento del sentimento.
(M. Aguéev)

La Musica è come il Mare.
Ti ci immergi e sai sempre dove sei.
(vinkweb, Twitter)

La musica è forse l’unico esempio di quello che avrebbe potuto essere – se non ci fosse stata l’invenzione del linguaggio, la formazione delle parole, l’analisi delle idee – la comunicazione delle anime.
(Marcel Proust)

Per sua natura la musica non può spiegare niente: né delle emozioni, né dei punti di vista, né dei sentimenti, né dei fenomeni della natura. Essa non spiega che se stessa.
(Ígor Fiodorovich Sravinskij)

La musica è una legge morale: essa dà un’anima all’universo, le ali al pensiero, uno slancio all’immaginazione, un fascino alla tristezza, un impulso alla gaiezza e la vita a tutte le cose.
(Platone)

Ecco quel che ho da dir sulla musica: ascoltatela, suonatela, amatela, riveritela e tenete la bocca chiusa.
(Albert Einstein)

La musica è il miglior antidepressivo in commercio.
(Anonimo)

La musica è un’architettura senza edificio.
(Claudio Baglioni)

Non ci fa ragionare la musica però ci fa capire se e quando val la pena di ragionare.
(Marcella Tarozzi)

La musica non trasporta: fa stare.
(Carlos Marzal)

La musica viene creata dal silenzio, non dal suono.
(Boris Ostanin)

Nessun teologo è stato così convincente come Bach: se si guarda bene, tutte le dottrine teologiche hanno lasciato delle fessure attraverso le quale si possono sbirciare difetti e bassezze indegne di una divinità. A vedere un Dio così mal parato, l’incredulità e l’ironia sostituiscono la fede. Al contrario, la musica di Bach è un’estasi che crea e rende credibili gli Dei e l’Infinito.
(Francisco Rodriguez Barrientos)

Se c’è qualcuno che deve tutto a Bach quello è proprio Dio.
(E.M Cioran)

La musica è la pittura dei ciechi
(Mikhail Kuzmin)

La musica è il tipo perfetto dell’arte, perché non può mai svelare il suo ultimo segreto.
(Oscar Wilde)

La musica è abbastanza per una vita, ma una vita non è abbastanza per la musica
(Sergej Rachmaninov)

La musica è il piacere che la mente umana prova quando conta senza essere conscia di contare.
(Leibniz)

La musica può rendere gli uomini liberi.
(Bob Marley)

Soltanto la musica è all’altezza del mare.
(Albert Camus)

La musica è come il vento: soffia, continua a passare, a fluire. E finché c’è vento ci sono nuove canzoni.
(Ben Harper)

Per me la musica è catarsi, respiro, aria nuova che pulisce l’aria vecchia, gioia.
(Ornella Sgrò)

Per me la musica è il riempitivo dei puntini della vita.
(Gabriele Onolfo)

Non hai bisogno di un cervello per ascoltare la musica.
(Luciano Pavarotti)

La musica è il linguaggio della passione, ma non tutte le passioni meritano di essere messe in musica.
(Christoph Martin Wieland)

La musica è l’unica lingua nella quale non si può dire una cosa mediocre o sarcastica.
(John Erskine)

La musica è ciò che ci permette di intrattenerci con l’aldilà
(robert Schumann)

La musica è la mia via di fuga. Ogni nota mi apporta un battito cardiaco.
(Oxmo Puccino)

La musica è una matematica sonora. La matematica, una musica silenziosa.
(Edouard Herriot)

La musica fa danzare le coscienze.
(Enzo Cormann)

La musica è quella variabile che per un secondo può darti la sensazione di guidare non su una provinciale piena di buche ma sulla Route 66.
(saraturchina, Twitter)

Ti penetra. La ami e neanche prende spazio nel letto. Ti manca e lei non sa forse neppure che esisti. La musica è l’amante migliore.
(comeprincipe, Twitter)

La musica è il miglior designer di interni emotivi.
(suonalanc0ra, Twitter)

Non si vende la musica. La si condivide.
(Leonard Bernstein)

La musica merita di essere la seconda lingua obbligatoria in tutte le scuole del mondo.
(Paul Carvel)

La musica ha sette lettere, la scrittura venticinque note.
(Joseph Joubert)

La musica è l’aritmetica dei suoni come ottica è la geometria della luce.
(Claude Debussy)

Tutta la musica è semplicemente una sequenza di impulsi che convergono verso un punto di riposo definita.
(Igor Stravinsky)

La musica, quello che è: respirazione. Marea, la lunga carezza di una mano di sabbia.
(Christian Bobin)

La felicità non è una nota separata, è la gioia che due note hanno nel rimbalzare una contro l’altra.
(Christian Bobin)

La musica vale tutte le filosofie del mondo.
(Ludwig van Beethoven)

Il vaso dà forma al vuoto e la musica al silenzio.
(Georges Braque)

Quando passiamo il tempo a fare o ascoltare musica qualcosa nel tempo cessa di passare.
(Pascal Quignard)

Come fa la musica a sapere sempre quello che senti?
(iparchia, twitter)

Se volete conoscere un popolo, dovete ascoltare la sua musica.
(Platone)

Se dovessi mai morire, e Dio non voglia, chiedo che questo sia il mio epitaffio:
“L’unica prova di cui aveva bisogno PER L’ESISTENZA DI DIO era la musica”.
(Kurt Vonnegut)

samuelegiuli  asked:

Salve Professore, volevo chiederle: I buchi neri supermassicci al centro delle galassie a spirale "nascono" con le galassie stesse o collassano tempo dopo che la galassia si è formata? Quale è la dinamica dell'evento in ogni caso?

Caro Samuele,

questa è una domanda intrigante, ed è una domanda alla quale purtroppo non possiamo ancora opporre una risposta certa. E’ ormai assodato come sia normale per le grandi galassie avere al loro centro un buco nero di grandissima massa. Sono stati rilevati in molte galassie (M84, M87, M104…) e la nostra non fa certo eccezione, con il “famoso” buco nero nella zona di SgrA*, ovvero proprio nel centro galattico. Per quest’ultimo, studiando il moto delle stelle al suo intorno, è stata stimata una massa dell’ordine di (tieniti forte…) 2,6 milioni di volte il Sole. 

Insomma, roba ben diversa, come si può capire, dai buchi neri “stellari”, quelli cioè che sono il risultato finale dell’evoluzione di stelle abbastanza grandi (tipo una decina di volte il Sole), insieme ovviamente all’esplosione in supernova. Buchi neri entrambi, ma con masse totalmente differenti.

Originally posted by dimensao7

Ecco, possiamo dire che abbiamo buchi neri “piccoli” e buchi neri “giganti”, con una bizzarra lacuna nella zona di massa intermedia (quelli stellari arrivano ad una trentina di volte il Sole, quelli supermassicci partono da robe tipo centomila masse solari). La cosa è lungi dall’essere completamente capita, e siamo nel campo delle ipotesi ancora (almeno, a mia conoscenza…). 

Tra le possibilità aperte, cito l’ipotesi di un accrescimento di un buco nero stellare, nel corso di milioni di anni, oppure la fusione di molti buchi neri più piccoli. Non è nemmeno da escludersi la formazione di un buco nero supermassivo da un collasso di una enorme nube di gas. 

Chiaramente, il rapporto con la formazione della galassia ospite è parimenti incerto. Quello che però sappiamo è che sembra esserci una relazione molto stretta tra la massa del buco nero centrale e quella del “nucleo” galattico (la zona più densa al centro delle galassie, di forma sferica). Per capirci, una galassia con un nucleo più grande ha di solito al suo centro un buco nero parimenti più grande. Questo suggerisce fortemente come la formazione del buco nero e quello della galassia siano strettamente legati.  

E’ comunque un campo di attiva indagine e non è escluso che presto dovremmo saperne di più.

Come forse qualcuno avrà notato, le recensioni del mese di maggio, con poco slancio fantasioso, sono state tutte dedicate ad artiste. Ho deciso così perché il rapporto tra le donne e la musica ha spesso sottintesi delicati in un mondo musicale che a dispetto di una certa sbandierata universalità ha vissuto momenti di settarismo di genere importanti. L’artista di oggi, una delle voci del rock, all’università era trovata così poco attraente che fu votata da un gruppo di studenti vicini al Ku Klux Klan l’uomo più brutto del campus. Da queste ferite, insieme ad un’adolescenza travagliata e da un animo curioso e fragile, Janis Joplin crebbe in sé quel seme del blues che fece dire a Big Mama Thorton, autore di Ball & Chain, suo classico ripreso da lei in maniera clamorosa, “quella ragazza prova le stesse cose che sento io”. Nata in Texas, la Joplin fin da giovanissima si interessa alla musica, con una passione speciale per il soul e il blues. La figura chiave della prima parte della sua carriera è Chet Helms, che prima organizza le sue serate in Texas, poi la porta con sé in California. Là Janis conosce l’eroina, da cui dipenderà per tutta la vita, e inizia a scoprire gli influssi psichedelici che la comunità beat sta innervando nella musica. Non è tutto rose e fiori, anzi presto se ne torna in Texas, non prima di aver registrato insieme a Jorma Kaukonen i famosi The Typewriter Tapes, classici blues registrati in maniera non professionale mentre la moglie del futuro chitarrista dei Jefferson Airplane batteva a macchina, da cui il titolo. Tornata in Texas, Helms la convince a riprovarci a San Francisco e nel 1965 le organizza un provino per una nuova band, i Big Brother & The Holding Company, composti da Sam Andrews, Peter Albin, James Gurley, Dave Eskerson e Chuck Jones. Eskerson e Jones lasciano subito, e tra il 1966 e il 1967 la band è protagonista di memorabili concerti nei locali leggenda della zona di San Francisco, tra cui l’Avalon del quartiere Haight Ashbury e il Festival di Monterey. È subito chiara una cosa: la fortuna della band si basa tutta sulla voce prorompente, vitale e spumeggiante della Joplin, mentre il resto del gruppo rimarrà sempre vittima di errori, mancanza di coesione e di una tecnica un po’ approssimativa. Nel 1968 pubblicano l’omonimo Big Brother & The Holding Company ma soprattutto il live Cheap Thrills, che oltre la clamorosa e storica copertina disegnata da Robert Crumbs contiene le prime leggendarie e da pelle d’oca performance della Joplin: Summertime di Gershwin, Ball & Chain di Big Mama Thorton, Piece Of My Heart che solo l’anno prima era una romantica ballata per Erma Franklin e che adesso è tutt’altro. Il successo spinge la Joplin a lasciare la band e a focalizzarsi su sé stessa, spinta anche dal manager Albert Grossman, che aveva portato lei e la Big Brother alla Columbia Records. Ma il successivo I Got Dem Ol’ Kozmic Blues Again Mama! del 1969 è un poco pasticciato e l’affiatamento con la Kozmic Blues Band, la sua nuova formazione, è approssimativo. Nonostante le sue prime canzoni autografe (la bella Kozmic Blues) e le consuete cover trascinanti (Little Girl Blue, Maybe) l’unica cosa davvero notevole fu la loro partecipazione a Woodstock, dove la Joplin incantò la oceanica platea con Summertime Blues, Piece Of My Heart e Ball & Chain (con bis). Sempre più insoddisfatta, sempre più dipendente da eroina e alcol, nel 1970 lavora all'ennesima band, la Full Tilt Boogie Band. Con Grossman alla regia, Pearl avrebbe dovuto essere il suo definitivo trionfo. Ma il 4 ottobre 1970, a 27 anni, viene trovata morta, per overdose di eroina. Grossman, non senza polemiche, decide di pubblicare Pearl nel gennaio 1971. L’album è un portento: è finalmente focalizzato sulla voce straziante e struggente della Joplin, che finalmente scrive pezzi convincenti, come la bella Move Over di apertura e la iconica Mercedes Benz, cantata a cappella e così messa su disco, dato che la Joplin non aveva approvato la musica. Discorso inverso è invece Buried Alive in the Blues che il fido Nick Gravenites rifiutò di cantare al posto della Joplin, rimanendo così un brano solo strumentale. Ma come sempre sono le cover a dare idea della potenza della sua voce: la meravigliosa A Woman Left Lonely di Dan Penn e Spooner Oldham (che scrissero cose del tipo When A Man Loves A Woman per Percy Sledge), la storica Cry Baby di Jerry Ragovoy e Bert Berns (gli stessi di Piece Of My Heart), Half Moon, la stupenda versione di Me And Bobby McGhee di Kris Kristofferson (per un periodo suo amante), Trust Me di Bobby Womack, e la dolce, tutta piano e voce, Get It While You Can. Come forse Grossman si aspettava, l’album arrivò primo in classifica donando, fuori tempo massimo, il tanto agognato successo alla Joplin. Che da allora è icona rock: per la vita sregolata, la spiccata sessualità (era apertamente bisessuale), per la fine tragica, per quella malinconia insita in ogni nota che cantava. Una leggenda, non c’è che dire, che affascina ancora tantissimo.

Giù le mani dal liceo classico

Di recente il noto settimanale “L’Espresso” ha promosso un’iniziativa a mio avviso degna di nota: chiamando a raccolta scrittori, intellettuali e opinionisti di vario genere ha chiesto loro di esprimersi circa l’opportunità, fantasticata da alcuni, di sopprimere il liceo classico.

Le motivazioni addotte dall’accusa, per lo più composta da finanzieri senza scrupolo, politici di bassa lega e imprenditori più pragmatici che pratici, sarebbe rivolta all’inconsistente professionalizzazione della cultura classica e umanistica, che nel liceo classico, ovviamente, è predominante.

Sì perché, pare, il sapere letterario, teatrale, artistico, filosofico, non troverebbe riscontro nelle odierne esigenze di mercato, ergo la formazione degli studenti in questi campi è inutile, e va soppressa.

Per questi signori, quindi, non importa se i futuri studenti italiani saranno privati della possibilità di imparare a pensare, a sviluppare una criticità di fondo verso tutto ciò che li circonda, non importa se saranno privati della possibilità di imparare ad imparare.

Non sono luoghi comuni, il liceo classico insegna davvero tutto questo. Io l’ho fatto, per fortuna, e pur non essendo (chiaramente) all’altezza di chi si è già espresso al riguardo sul noto settimanale, voglio comunque provare a riflettere su quello che mi hanno lasciato quei cinque fatidici anni.

Innanzitutto la meraviglia. La meraviglia nello scoprire che l’uomo di ieri è esattamente uguale all’uomo di oggi: con tutti i suoi pregi, i suoi difetti, le sue debolezze e le sue potenze, la sua arroganza e la sua umiltà, la sua capacità di creare e di distruggere, la sua paura per la morte e il suo terrore per la vita.

La meraviglia nello scoprire che la disperazione di Antigone, mitologica principessa di Tebe, nel far valere i propri diritti davanti a una legge ingiusta, è la stessa che proviamo noi che combattiamo ogni giorno contro le ingiustizie sociali, economiche, culturali. Ed è disarmante, ma ti rende consapevole che siamo stati destinati a combattere dal momento in cui i primi uomini comparvero sulla terra, e ti dà la forza di non demordere, perché sai che i diritti sono giusti, il mondo quasi mai.

La meraviglia nello scoprire che Orazio, celebre poeta latino, già sapeva e confessava ad un amico che viaggiare muta i cieli e i boschi che ti circondano, ma non il male che ti affligge dentro. E ti rinvigorisce perché insegna, a noi della “generazione erasmus”, che a volte partire è necessario, tornare è sempre bellissimo.

La meraviglia nello scoprire che la parola “Xènos”, in greco, fin dall’alba in cui Omero cantó il viaggio di Odisseo, è lo straniero ma anche l’ospite, sacro agli dei. E allora capisci che i profughi di oggi sono i nostri salvatori di domani, che lasciarli morire nel mare che fu “nostrum” è assurdo e, se questo non basta, contro il volere di Zeus.

Il liceo classico mi ha insegnato tutto questo, ma anche tanto altro: troppo per essere riassunto ragionevolmente nel post di un blog.

E chissà, nel tempo, quanti altri insegnamenti sepolti nella memoria scopriró di aver ricevuto. Il bello di aver fatto il classico è questo: non sai mai quando effettivamente potrà tornarti utile, ma quando succede tutti gli ingranaggi vanno al loro posto e il mondo si ricompone in quella storia infinita e assurda che è la vita e che per ore, nella tua cameretta, hai studiato.

L’hai studiata attraverso gli Omero, i Sofocle, gli Eraclito, i Polibio, i Luciano e, perché no, anche attraverso le favole all’apparenza tanto stupide di Esopo, gioia pura dei ginnasiali, certi che, se gli venisse presentata sul banco “Il corvo e la volpe”, arriverebbe un 8 facile facile.

Il liceo classico è una scuola di vita, non esagero: una scuola di sensibilità, una scuola di politica (in senso lato), una scuola di mondo.

E pazienza se lungo il percorso hai incontrato qualche maniaca dei verbi deponenti, troppo isterica per riuscire a capire la bellezza vera di quello che insegna.

E pazienza se ti è venuto il mal di schiena a furia di portare nello zaino 10 kg di dizionario, troppo pesante per quel 6 e mezzo che hai strappato alla versione.

Anni dopo, ripensandoci, accetti anche quello e pensi che, anzi, forse è stato meglio così, perché sai che prima di te i greci avevano capito che gioia e dolore si definiscono e completano a vicenda, che senza una fatica non c’è un piacere, e sei così grato di averlo imparato a scuola.

Anni dopo, ripensandoci, sorridi e pensi che sì, lo risceglieresti il liceo classico, a occhi chiusi.

Penso che le motivazioni elencate non siano poche, nè di poco conto: il liceo classico non deve morire, nè ora nè mai. Si può modificare, certo, migliorare, ma senza soffocarne il cuore pulsante, che è l’eredità degli antichi, i nostri avi, troppo saggi per essere defenestrati da un manipolo di gretti industriali e scaltri lupi della finanza.

Sopprimere il liceo classico sarebbe paragonabile a un parricidio, che a Roma veniva punito con la “pena del sacco”: il reo veniva cucito vivo in un sacco di cuoio, assieme ad un cane, una scimmia e una vipera, per poi essere gettato nelle acque del Tevere.

Immagino nessuno voglia fare questa orrenda fine, sbaglio?
Se è così, giù le mani dal liceo classico.

Voi siete sicuri che la scuola sia un posto di formazione per i ragazzi? Veniamo classificati in base a dei numeri, veniamo giudicati, sottoposti a continue ansie e preoccupazioni. Ci fate sentire delle merde per dei numeri insignificanti al di sotto del 6, neanche fossimo bestie. Avete trasformato un nostro diritto nella paura di andare male, così non studiamo più per noi stessi, ma per i voti. Che poi, se ci facciamo il culo studiando dalla mattina alla sera, sempre chini sui libri e poi solo quello che i professori illustrissimi sanno dire è “Potresti fare meglio.”, è un altro conto. La chiamate “formazione scolastica” svegliarsi presto la mattina, studiare cinque, sei ore, tornare a casa e continuare a studiare? Siamo stanchi, arriviamo -se ci arriviamo- a fine settimana con il cervello fuso e per di più ci costringete a stare in un luogo con persone che criticano, ci guardano dall'alto verso il basso, si sentono superiori e ci deridono perchè sono andati meglio all'interrogazione. Siamo soggetti a discriminazioni, vieniamo etichettatati “sfigati” se non abbiamo l'ultima felpa di Michael Kors o se ci piace leggere al posto di passare il pomeriggio a scopare come conigli in calore, “ciccioni” se non abbiamo il fisico come i modelli sulla copertina di Vogue, “finocchi” solo perché siamo più sensibili o perché proviamo un amore diverso dal vostro, “emo”, “bipolari”,“depressi” o “asociali” perché preferiamo stare soli. Certo, capisco la cultura, il diritto allo studio, ma davvero vogliamo chiamare “formazione scolastica” il non avere tempo per leggere un libro, per vedersi un film o magari per andare a fare una passeggiata? Io questa non la chiamo “formazione scolastica”. Questa è la formazione a far diventare la nostra vita una stupida routine a base di studio e di insicurezze, per non parlare dell'insegnamento che ci date attraverso il giudicare senza sapere, il giudicare solo la “performance” e non la sostanza. Siete sicuri che oggigiorno, noi ragazzi, andiamo a scuola per piacere e non per dovere?

cecace  asked:

So che probabilmente te lo dicono in molti, ma lo sai che sei proprio brava? Poi volevo chiederti: credi che se non fossi entrata nella scuola internazionale di comics, saresti diventata così brava lo stesso? Potresti mostrarci qualche esempio di come disegnavi prima di studiare? Poi auguro ogni bene per il futuro

Ti ringrazio tantissimo, che bel messaggio /// ❤
Avendo avuto una formazione artistica già prima di entrare in questa scuola, diciamo che qualcosina già sapevo farla (tipo.. mantenere una matita in mano x’ ). La cosa bella di questa scuola però è che ti spinge a fare molto di più, a sperimentare cose che magari da solo risultano un po’ difficili. Essere seguiti è importantissimo per la propria formazione ed ogni consiglio è preziosissimo.
Prima di entrare all'internazionale facevo molto di testa mia, non ero abituata a guardare riferimenti, non avevo proprio idea di cosa fosse l’anatomia xD. E avevo zero conoscenze sulla prospettiva

Questi sono dei disegni che feci un paio di anni fa. Dov'è la linea d'orizzonte? Cos'è quella salita verso il faro? Non voglio nemmeno commentare l’immagine con la nave.
Sì, inventavo e non avevo idea di quello che stavo facendo.

Ora mi è tutto molto più chiaro e alla fine non è nemmeno così difficile una volta capito come funziona! Basta solo tanta pazienza x3

Per quanto riguarda le persone… disegnavo sempre e solo teste, e quando provavo a farle a figura intera ho sempre cercato di fare la “furba” nascondendo il tutto sotto i vestiti, spesso larghi

(Mario.. cosa stai facendo esattamente?)

Sapevo che c'era qualche rigonfiamento qua e là ma non avevo idea di cosa ci fosse esattamente a livello muscolare e scheletrico:
X (<<questo post è pieno dei miei peccati)

(Perchè la sua testa sta sulla spalla sinistra???)

(Sulley… il tuo braccio..)

Grazie al primo anno di Solo disegno base (sottostruttura, scheletro, muscoli) ora ho una maggiore comprensione di come funziona il corpo, ma per essere una pro, devo studiare ancora tanto!

Per rispondere alla domanda “credi che se non fossi entrata nella scuola internazionale di comics, saresti diventata così brava lo stesso?” la mia risposta è… davvero non saprei. Ma soprattutto non credo in tempi così corti.
Il segreto è sfidare sè stessi e non restare bloccati a fare sempre le stesse cose. Se metto personaggi e personaggetti su tumblr anzichè studi più complessi è perchè preferisco usare questo sito più come uno svago. Ma nel momento dello studio do il massimo e cerco di portare a termine tutti gli esercizi che chiedono a scuola (e non sono pochi, eh!).
Alla fine di tutto, scuola consigliatissima, con prezzi contenuti per essere una scuola privata.
Perdonami per essermi dilungata un po’ x’

anonymous asked:

Bellissima! Credi che un giorno possa diventare magra come te? Un consiglio? 🙈

a me dispiace dare “consigli” o “incoraggiamenti” su questo, perché so quanto una ragazza possa star male per il suo fisico e so fin dove possono arrivare i complessi. Mi dispiace vedere tante persone che non stanno bene con loro stesse e purtroppo io non mi sento in grado di dare un “consiglio” perché io non ho fatto nulla per diventare così o avere questo corpo, ci sono nata. Ogni tanto vado in palestra ma la formazione è quella, quindi oltre a dirti questo non so più come aiutarti e credimi, che vorrei farlo tanto 🌸

Accadde Oggi: 28 Settembre 1944

Comincia l’eccidio di Monte Sole (più noto come strage di Marzabotto, dal maggiore dei comuni colpiti), un insieme di stragi compiute dalle truppe naziste in Italia che si concluderanno solo il 5 ottobre 1944, nel quadro di un’operazione di rastrellamento di vaste proporzioni diretta contro la formazione partigiana Stella Rossa.

Continua su Aforismi di un pazzo.

I compiti in classe, le interrogazioni, i voti, la media, i crediti, le assenze, i programmi da finire.
Siamo solo scatole, scatole da riempire.
Siamo delle valutazioni da numerare.
Siamo un voto su un compito di italiano.
Siamo il sistema feudale e l'analisi del testo poetico.
Siamo le giornate spese sui libri e il voto in condotta abbassato perché l'unica vita sociale che ci è rimasta è quella in classe con i nostri compagni.
Siamo un'interrogazione, siamo pagine e pagine di ripetizione da ricordare per avere un voto “più che sufficiente”, un otto.
Ma cos'è un otto?
Un giudizio? O un semplice numero?
E’ un'impressione?
E’ la mia cultura?
E’ quello che diventerò?
E’ ciò che mi resterà da adulta?
E’ la mia formazione da cittadina consapevole?
E’ realmente ciò che voglio, essere “da otto”?
Voglio davvero anche solo interessarmi a quelli che sono dei metri di valutazione assolutamente disinteressati, distaccati e imparziali?
—  Blackseason-huf