la fantastica

È cosi fantastica la notte, tutti li nel nostro letto,nell'angolo più sicuro della nostra vita,circondati dai pensieri e da quei ricordi che pian piano cominciano a svanire,ma tu stai li pronto a chiudere i tuoi occhi e trasformarli in sogni.
—  DavideR
Guardo il cielo sopra la città per cercare il paradiso e poi lo trovo lì, sopra il tuo viso, mentre ridi prendendomi in giro.
E sei fantastica anche quando sei incazzata col mondo.
Mentre ti guardo sognare, io penso: “era una vita che ti stavo aspettando”.
—  Francesco Renga

Ma avete mai pensato alla vita di una persona sensibile?
Dovete sapere che potrebbe bastare una singola parola per rendere la sua giornata incredibilmente fantastica… o incredibilmente triste.
Il suo umore cambia costantemente solo a causa delle mille emozioni che le vengono trasmesse da tutto ciò che la circonda.
Le persone sensibili vedono le cose con occhi diversi. Vedono le cose con il cuore.
Sono quelle persone buone, che sognano ad occhi aperti e che non hanno alcuna malizia nelle cose.
E non potete immaginarvi di quanto possano stare male quando la loro realtà si frantuma in mille pezzi. Ogni volta che accade si ripetono sempre di essere degli stupidi illusi, degli ingenui.
Se ne fanno una colpa. Quando in realtà la loro unica colpa è quella di dare fiducia incondizionata a tutte le persone che conoscono.
Le persone sensibili credono anche che tutti siano come loro.
Buoni, sinceri, altruisti e via dicendo. Ma non è così.

Cosa ci possiamo fare… noi persone sensibili siamo fatte così…

—  @laragazzasemplice

Nome: Roberto Blefari

Blog: @hikimi

Primo post: settembre 2010

Appassionati di illustrazione, questo mese avrete la fantastica opportunità di immergervi con Roberto nel suo blog, @hikimi, tra colori pastello, forme essenziali e pura leggerezza.

Ciao Roberto e benvenuto! Raccontaci di te e del nome che hai dato al tuo blog: “Hikimi, head in clouds” (tradotto: testa tra le nuvole).
Ciao! Sono un’illustratore e vivo a Torino.
Sono stato il classico bambino con la testa tra le nuvole, quelli che sembrano distratti ma in realtà stanno immaginando mondi fantastici, e questo ha contribuito a far crescere la mia fantasia; la stessa che uso oggi per raccontare storie con le immagini.
Ho frequentato lo IED di Torino e, dopo qualche anno di gavetta in un’agenzia di comunicazione, ho iniziato a lavorare come freelance.
Durante il passaggio da dipendente a libero professionista, ho iniziato a postare i primi lavori con lo pseudonimo di Hikimi, e oggi affianco questo nome al mio nome reale. Non ha un significato particolare ma può essere tradotto come leggerezza, la stessa che voglio tramettere con le mie illustrazioni.

Come definiresti lo stile dei tuoi disegni?
Lo stile dei miei disegni è leggero, grafico e surreale.
Racconto per lo più emozioni, e di come i personaggi che rappresento interagiscono tra di loro o con il proprio mondo interiore. Per farlo ho bisogno di togliere peso e gravità alle cose, anche visivamente.

Cosa ti piace di più dell'attività di disegnare?
Mi piace la possibilità di poter rappresentare situazioni complesse con estrema sintesi. Con il disegno riesco a mettere in ordine ed equilibrio i miei pensieri, mi da una sensazione di immediata tranquillità.  

Keep reading

Non facevamo che tenerci per mano, ad esempio. Vi sembrerà una cosa da niente, lo capisco, ma era fantastica quando la tenevate per la mano. La maggior parte delle ragazze, provate a tenerle per mano, e quella maledetta mano o muore nella vostra, o loro credono di dover continuare a dimenarla tutto il tempo, come se avessero paura di annoiarvi o che so io. Jane era un’altra cosa. Andavamo in un dannato cinema o in un posto così, e subito cominciavamo a tenerci per mano, e non ci lasciavamo sino alla fine del film. E senza cambiare posizione né farne un affare di stato. Con Jane non stavi nemmeno a pensare se avevi la mano sudata o no. Sapevi soltanto che eri felice. E lo eri davvero.
—  Jerome David Salinger, Il giovane Holden

Partimmo finalmente, non vedevo l'ora, dopo mesi di attesa, destinazione Firenze, a metà tra i 550 km che tuttora ci separano. 550 km che ho odiato con tutta me stessa. Ebbene, questa storia parla di un 1-0 per noi contro la distanza.
Furono due giorni, pensandoci, i più belli che io abbia mai passato. Quando sono partita ero emozionantissima, e lascio immaginare quanto lo fossi mentre ti aspettavo alla stazione. Avevo il cuore in gola, ero nervosa, mi passavano mille pensieri per la testa. Poi ricevetti il messaggio “Arrivato”.
Panico. Avevo ansia di incontrarti, di deluderti, di fare brutte figure come il solito, di rimanere impietrita vedendoti o di mettermi a piangere. E per poco non fu così. Ti stavo aspettando da un lato della stazione, con il cuore a mille, mi sentivo soffocare. Passò qualche minuto e la mente mi si offuscava di tanti tanti troppi pensieri, l'agitazione saliva. Non facevo altro che ripetermi nella mente: “550 km”, “manca poco”, “non piangere”, “non piangere”. In pochi secondi mi scorsero per la mente tutti mi messaggi precedenti alla partenza: “ Per tutte quelle volte che non abbiamo potuto…”
Stavo impazzendo, o forse stavo per piangere o magari ero talmente emozionata da non capirci più nulla. Non so bene quanti minuti passarono dell'arrivo del messaggio, so solo che dopo un po’ mi sentii chiamare: “Giulia.”
Inutile dire che sentii un tonfo nello stomaco dallo stupore, forse dallo spavento, insomma, non lo so, fatto sta che il cuore prese a battermi talmente forte che non sentivo più neanche il caos di quella enorme stazione. C'eri solo tu, esattamente così come ti avevo sempre immaginato, con la tua famosa felpa nera e rossa con i buchi, jeans e jordan, con il ciuffo all'insù e quegli occhi stupendi. Eri tu finalmente, dopo mesi di attesa. E cosa potevo fare, ti abbracciai, ti abbracciai forte, ma quell'abbraccio non durò tanto quanto avevamo progettato, chissà, magari colpa dell'imbarazzo, e ce n'era, ce n'era tanto. Che dire poi del tragitto dalla stazione alla piazza dove avresti conosciuto i miei, imbarazzo totale. Come dimenticare quell'uomo di colore che neanche dopo due minuti dall'arrivo ti sfiló i pochi spicci che avevi per dei braccialetti hahaha. Insomma, ti presentasti ai miei, e dopo la fantastica domanda di mio padre:“ ma c'hai da dormì?” e la tua risposta che li lasció a dir poco basiti “ah no, notte in bianco, dormo fuori”, ce ne andammo.
Andammo verso l'Arno, in cerca di un parco dove sdraiarci e recuperare tutto il tempo, recuperare tutte le coccole che ci eravamo promessi mesi prima. Rimanemmo lì per circa tre ore a guardare il cielo tra un bacio ed un altro. Ricordo ancora il sapore che avevano le tue labbra, menta, tutta colpa delle tue caramelle, unica fonte di sostentamento da quella mattina. Forse proprio per quello ti venne mal di testa. Camminammo verso l'hotel, su questo non c'è molto da dire, a parte il fatto che stavamo per perderci, o meglio, ci siamo persi (ops, colpa mia) e per essere investiti. Ricordo bene la sensazione che provavo camminando con te, non saprei come spiegarla… mi sentivo bene, ero felice, ero con te. Peccato che poi quelle stupide chiavi non aprirono. Non ci restó che metterci su dei gradini non molto distanti dall'hotel. Che dire, è stato fantastico. Rimanemmo abbracciati per circa un'ora o forse due, non ricordo, ore fantastiche, almeno per me che tra le tue braccia, sdraiata sugli scalini ero nella posizione più comoda che avessi mai conosciuto. Mi sentivi tremare, (e quanto faceva freddo quella sera) e mi abbracciavi. Guardavamo le stelle, tu mi coccolavi, mi tenevi stretta come per dire “questa è roba mia”, ed ogni tanto ti abbassavi per baciarmi. Lo ammetto, stavo per addormentarmi, e non nascondo che sarebbe stata una notte fantastica. Arrivarono i miei, dovetti rientrare, ma prima ti portai la mia giacca, che tu testardo come sei avevi continuato a rifiutare finché non capisti che te l'avrei data in ogni caso. Che dire, fu una notte tremenda, non facevo altro che pensare a te e stavo impazzendo. Ma arrivó la mattina, scesi e ti vidi, finalmente, mi eri già mancato. Comprato il biglietto in stazione, cercammo un altro parco, per poi scegliere quello sotto le mura della fortezza. E ci baciammo, io che ti toccavo i capelli, tu che mi mordevi le labbra e mi stringevi forte. Poi lì, sotto l'ombra di quell'albero nei pressi del “coso comune” (o come si chiamava), ci demmo il bacio più bello. Duró molto, fu qualcosa di intenso, probabilmente il bacio più bello che avessi mai dato. Ed era fantastico, io ti ero sopra e tu mi stringevi forte come per non farmi andar via e giuro, quello sarebbe stato l'ultimo dei miei desideri. Sentivo il cuore in gola che mi avrebbe impedito di parlare, ma no, non c'era bisogno di parole, eravamo abbracciati, eravamo vicini finalmente, talmente vicini che per un attimo sentii il mio cuore toccare il tuo. Poi chiedevi, “a cosa pensi?”
Non sapevo cosa rispondere, in realtà non sapevo neanche io a cosa stessi pensando, ma in ogni caso ogni domanda lasciava un piccolo passo di tempo dal bacio che mi avrebbe fatto dimenticare di ogni pensiero, ma non di te. Passammo il pomeriggio ad inseguire l'ombra, fin quando quel bambino che ripeteva insistentemente di essere Cristoforo Colombo, e di voler andare sulla luna non ci ha distratti, e tu odi i bambini, proprio come me.
Finì anche quella giornata, zaino in spalla, telo al collo non tentativo di nascondere i succhiotti da mia madre con la scusa del mal di gola e andammo verso la stazione. Quando arrivammo mancavano pochi minuti all'arrivo del treno che ti avrebbe riportato a casa. Me ne andai senza aspettare e pronunciai le parole più aspre di tutto il viaggio: “Beh, allora io vado.” Non era esattamente così che doveva finire, avrei dovuto aspettare il treno non te, passare con te quegli ultimi minuti prima che la distanza ci separasse ancora. Ma non ce l'ho fatta, e ho avuto paura, paura di piangere e di fare la parte di quella “troppo sensibile”. Non durai molto, tant'è che dopo pochi minuti ti mandai un messaggio di scuse per quel che avevo fatto. Passarono pochi minuti dal messaggio, pochi minuti dalla partenza. E dio, già mi mancavi.

korako34  asked:

Maki llevo un tiempo viendote en youtube y AMO TU TRABAJO! Eres fantastica creando las tramas en los comics y me encanta el comic Zack y Black son tan pero tan preciosos. Ay tengo tantas ganas de hacerles un Fanart... Sería capaz de abrazar a Zack y Black hasta extrangularlos. ¿Me das permiso?

Ay gracias :3😊😊😊😊 claro puedes abrazarlos, pero ellos estan durmiendo ahora (????)
xD

Raga chiedo un attimo la vostra attenzione, prendetevi 2 minuti, andate in balcone, guardate fuori dalla finestra o se siete già fuori, alzate gli occhi al cielo, ed ammirate la luna, è fantastica. Io innamoratissimo.

E poi un giorno apri gli occhi e ti rendi conto che avevano ragione quando ti hanno detto che per risalire a galla sarebbe stato necessario toccare il fondo. Io non solo l'ho toccato; io mi ci sono seduto sul fondo. Imperturbabilmente attaccato al vuoto dell'abisso senza apparenti vie di uscita. Ed è proprio nel nulla di quel momento che qualcosa è cambiato, perchè ognuno di noi merita molto più di uno spazio vuoto. Risalgo a galla, mi chiedo se il sole sia sempre stato tanto luminoso e torno a respirare. In fondo la vita è fantastica se non ci si ferma a sprofondare, non pensate?
¿Sabes cuantas veces el mundo ha estado a punto de ser destruido? El final es inevitable.
—  El suspiro de infierno, Jennifer L. Armentrout.
Il passeggero oscuro

C’era una cosa che non capiva della vita umana: come gli altri facessero a vivere bene, come prendessero le loro scelte, come riuscissero a non distogliere mai lo sguardo dal loro obiettivo, dal prossimo passo, dal comportamento ideale. Quando sarai grande, gli dicevano, imparerai. Imparerai a comportarti, ad essere e vivere in un certo modo. Non ti preoccupare; ora esci, gioca, fai.

Eppure non succedeva niente, e lui non imparava niente. Tredici anni gli sembravano eterni, e tutta la sua vita era già ben oltre il periodo di tempo che sentisse di poter accumulare nella memoria.
Vuoi che non bastino a crescere, diceva a sé stesso; vuoi che non bastino a imparare una cosa così semplice?

È andando a comprare dell’acqua che un giorno capisce ogni cosa. Sua madre gli fa, Vai a comprare l’acqua? Tieni questi, ti bastano. E lui ci va, esce di casa, cammina, si ferma.

Le grandi mattonelle del marciapiede di Via Catania hanno forme sicure, limiti precisi, spalle rocciose. Quanto sarà lunga una? Un metro? Un metro e mezzo? Uno, due, tre passi. Una mattonella dura tre dei suoi passi, una dimensione destinata ad accorciarsi col tempo, ma che per il momento gli dà sicurezza, una spalla di marmo su cui fermarsi, un percorso amico da rispettare, con cui crescere.

E allora impara a vivere così, a misurare i passi, a far proprie le distanze della vita, concentrarsi su di esse e non badare a nient’altro. Uno, due, tre.
Da casa fino a comprare l’acqua sono duecentoventisei passi andata e ritorno, uno, due, tre; dalla fermata dell’autobus a scuola sono quarantuno, uno, due, tre; quattrocentonove da casa della nonna a casa propria, uno, due, tre; cinque da camera sua fino al bagno, uno, due, tre.

Passi, numeri sensibili, finalmente un metro razionale, finalmente, che misuri la sua vita.
Una fantastica, incredibile progressione scientifica: passi, e tra di loro niente. Nessuno sbaglio, nessun errore, nessuna promessa, nessuna speranza e nessuna delusione.

Ma un giorno, una mattina di Ottobre, mentre va a scuola si lascia distrarre. Eppure sono solo quarantuno, è facile rispettarli, è facile aspettare, proseguire senza pensare a niente, niente, niente.
Al passo numero dodici vede accanto a sé una finestra che dà sulla strada. È totalmente aperta.
Si volta per guardare al suo interno, e ciò che vede lo cambia per sempre. Con i suoi occhi si impadronisce di qualcosa, e qualcosa si impadronisce di lui. Un male viscoso, subdolo, alieno, gli si attacca addosso e gli sale fino al cervello, il punto stesso in cui ha origine la vita, a una virgola da dov’è conservata la memoria, a uno sputo dall’anima.

Distoglie lo sguardo e riprende a camminare, a contare.
Non se n’è ancora accorto, ma ora nella sua consueta progressione, nel suo breve ritaglio di sicurezza, nello spazio vuoto tra un passo e il successivo, si nasconde qualcos’altro.

Uno, due, tre.

Perché è la tua migliore amica?

“Dimmi perché è la tua migliore amica? Cosa vi ha legato cosi tanto?”

“Professoressa, lei è la mia migliore amica, perché ha riparato ad una mia grande delusione che ebbi con un'altra ragazza e mi ha fatto ricredere all'amicizia. Lei mi sa capire, basta che mi guarda negli occhi per capire come sto, mi ascolta, ha accettato i miei difetti e non mi giudica mai. Siamo amiche perché ci completiamo, siamo amiche perché ci siamo l'una per l'altra. Le voglio un mondo di bene e non saprei vivere senza di lei, al solo al pensiero mi verrebbe da piangere se la perdessi. Io non la posso vedere tutti giorni, ma quella volta che ci vediamo è sempre un emozione vedere il suo sorriso e la sua allegria, ed anche se in quel momento sto un po’ nervosa o triste mi sa tirare su il morale. È bellissima, una stella smetterebbe di brillare se la vedesse, ed ha una dolcezza che pochi hanno. Siamo simili su alcune cose, ma completamente diverse su altre. Insomma, che dire, è semplicemente fantastica. La amo con tutto il mio cuore.

Originally posted by dreaminfinityme

Sono felice di com'è andata perché è andata.
Perché ho avuto il mio momento, la mia storia d'amore.
Ho avuto il ragazzo dagli occhi verdi che mi porta al mare, al cinema e le rose. Ho avuto il mio anello, i miei auguri di buon compleanno speciali, le sorprese, gli abbracci, i baci, l'amore.
Ho avuto tutto e non importa se è finito.
Ne è sempre valsa la pena.
Anche adesso, sono fiera di tutto questo.
Racconterò del ragazzo dagli occhi verdi a chi incontrerò, racconterò del ragazzo che mi ha reso felice, davvero, e di quanto io sia fiera di lui per la persona fantastica che è.
Le storie d'amore finiscono, ma le belle persone restano.
—  Al ragazzo dagli occhi verdi
Hai gli occhi blu, scuri e profondi, come il mare d'inverno.
Hai la pelle ambrata che profuma di nocciola.
Hai il tipo di sorriso che ti si imprime nel cuore, perché ogni volta che lo guardo, me lo fa battere all'impazzata.
Ti guardo come si guarda la luna; in silenzio e da lontano, da molto lontano.
Con gli occhi pieni di sogni e la mente che fantastica su noi.
Non mi conosci.
Non ti conosco.
E va bene così.
Perché, in fondo, la luna sarà attratta dal sole, non da una piccola Margherita come me.
—  Volevoimparareavolare (scritta da me)
Così l'assassinio fu legalizzato, su basi strettamente individuali e solo per coloro che lo richiedevano. I vari governi si accordarono gli Uffici della Catarsi Emotiva.
Dopo un periodo sperimentale furono adottate regole uniformi. Chiunque desiderasse uccidere poteva iscriversi all'U.C.E. e, se rispondeva ai requisiti necessari, gli veniva concessa una Vittima. Chiunque si era iscritto per uccidere nei modi consentiti dalla legge doveva poi, se era sopravvissuto, fare un turno come Vittima qualche settimana dopo.
Queste le linee generali dell'organizzazione. Ogni individuo poteva commettere tutti gli omicidi che desiderava. Ma tra l'uno e l'altro doveva fare la parte della Vittima. Se riusciva a uccidere il suo Cacciatore, poteva ritirarsi o mettersi in lista per un altro assassinio.
Alla fine dei primi dieci anni risultò dalle statistiche che un terzo della popolazione dei paesi civili aveva usufruito del diritto di uccidere, almeno per un assassinio. La percentuale scese poi a un quarto e si stabilizzò a questa quota.
I filosofi scuotevano la testa, ma i realisti erano soddisfatti. La guerra era tornata là dove era nata: nelle mani degli individui.
—  Robert Sheckley, La settima vittima, (traduzione di Gilberto Tofano; 1ª ed.ne or.le The Seventh Victim, 1953); tratto da: Le meraviglie dl possibile - Antologia della fantascienza, a cura di Sergio Solmi e Carlo Fruttero, Einaudi, 1966⁶ [1ª ed.ne it.na 1959], pp. 489-90.

from @4ndreadesantis - Il mio contributo per la fantastica iniziativa dei miei paladini che lavorano ininterrotamente per difendere i diritti degli animali 🐘🐅🐕🐈🦏, un tema che mi tocca da sempre nel profondo, questo è il loro messaggio:👉🏻Il 4 marzo siamo chiamati a votare per il nuovo Parlamento.
La politica italiana si è interessata finora molto poco degli animali.
Oggi da Trento, dove sono state uccise le orse Daniza e Kj2, lanciamo il nostro Programma per la firma di tutti i candidati premier alle prossime elezioni goo.gl/tkyQYM
Vogliamo che la prossima Legislatura sia di cambiamento. Anche per gli animali! #ancheglianimalivotano #lavonlus #animali #votazioni #lav #animals #vote #election #elezioni #dirittianimali #illustration #conceptual #isometric #box #nature #orange #cage https://www.instagram.com/p/BeLiaDElCS9/