l'armadio

E dopo quattro mesi tua nipote arriva ancora a casa tua sorridendo, convinta di trovarti al solito posto, sdraiata sul divano, avvolta dalle coperte,intenta a guardare la tivù.
Ora prova a immaginare la delusione nei suoi occhi nel trovare il tuo divano vuoto, la tivù spenta e le coperte piegate dentro l'armadio.
Ma lei tornerà anche domani e credimi ci spererà ancora…
—  Mi manchi nonnina mia. Ti amo.

A TUTTI COLORO CHE SI TAGLIANO

Sono ancora nella notte, qui. Gli occhi mi pizzicano e qualche lacrima è scesa ma non per mia volontà.. Ho solo un obbiettivo:quella mia cara amica. Dovete sapere tutti quanti che ho un'amica molto speciale:la mia lametta, la adoro, è così bella. Ha quel colore sovrastato dal mio sangue, è una cosa meravigliosa.
Sto divagando.
Questa notte è una difficile perché il buio ha qualcosa di strano:nasconde qualcosa, quel qualcosa è oscuro e magico. Mi spinge a prendere il mio temperino, sapete i temperini con i contenitori? Ecco quelli,ho smontato le due lamette e una di quelle da barba e le ho depositate là dentro. Questo buio, come ho detto prima, mi spinge vero l'armadio, a scavare nei vestiti e prendere la lametta più grossa,non ho così tanta voglia di farlo ma quel buio mi spinge, mi invita a farlo,mi invita con una tale dolcezza che pare ai miei occhi al quanto irresistibile. La lametta è nella mia mano e i miei occhi fanno tipo parkour tra il mio polso,pressoché colmo tagli e le mie dita che abbracciano la lametta.Accendo la torcia del mio telefono e la posiziono, tolgo le cuffie perché nel letto di sotto c'è mio fratello e nella camera affianco i miei genitori; devo stare attenta a non far rumore, se si sapesse qualcosa mi toglierebbero le lamette, tagliarmi è la mia forma preferita di autolesionismo, so che è una pazzia. Le lacrime scendono e i ricordi affiorano, so che non dovrei, so che è uno sbaglio, che non devo permetterlo ma è una dipendenza, assurdo, un pezzo di ferro; metallo; vetro o quello che sia crea dipendenza.
Certe volte mi chiedo:non posso essere come le altre ragazze? Non posso mostrare tranquillamente le mie braccia? Voi ora risponderete:basta smettere, no? Eh no, se fosse così facile non pensate che avrei smesso? Invece di alimentare ogni giorno questa mia voglia?
Comunque, tornando alla mia situazione, sto ricordando ogni cosa, in ogni particolare che forse solo ora sto ricordando e fa un male atroce,la mia mente di sta piegando in due dal dolore,il mio cuore sta diventando polvere da sparo per le lacrime.
Ho deciso:stanotte mi taglio.Vorrei poter tornare al primo taglio e fermarmi,interrompere quell'inizio di una macabra dipendenza che colpisce così tanti ragazzi che sono così poco compresi.
La luce punta sul mio polso con ancora i tagli dei giorni precedenti e passo leggermente la lama da provocare un brivido lungo la mia schiena, un solletichio che scaturisce in me sempre più voglia e con una prontezza da me inaspettata lascio affondare la lametta lungo il mio polso e gocce di sangue scivolano via con una tale velocità da non riuscire a realizzare che questo è più profondo, continuo con i tagli sempre più lunghi, sempre più profondi. Esce troppo sangue e questa forse è la mia fine ma prima voglio disinfettarli:mi lascio andare alle urla e alle lacrime cercando di curare quelle crepe sul mio polso con le lacrime. I miei genitori avvertendo le mie urla si sono alterati e mi urlano di fare silenzio ma non sanno che ho braccato 2 vene, finalmente, lo aspettavo.
Ho mantenuto la mia promessa:il giorno che avrei fatto un anno di tagli, di autodistruzione e di tutte le mie cadute mi sarei tagliata le vene.
Oggi è esattamente un anno che pianifico la mia morte, riuscita con un notevole successo, esattamente un anno fa, a quest'ora mi sono fatta il primo taglio. Esattamente un anno dopo, alla stessa ora sono morta.
Grazie a tutti voi di aver contribuito alla mia gloriosa morte.

—  Superninni
Mi sono alzata dal letto e mi sono messa davanti allo specchio. Mi sono tolta il pigiama e sono entrata in doccia. Ho massaggiato ogni angolo del mio corpo con quel buonissimo bagnoschiuma all'olio di cocco che mi ha regalato mia mamma per Natale, amo l'odore che mi lascia addosso. Poi sono uscita e mi sono rimessa davanti allo specchio. Ho acceso la piastra e ho iniziato a farmi dei boccoli vaporosi. Poi ho aperto l'armadio e ho tirato fuori il body di pizzo che ho comprato l'altro giorno e me lo sono messa addosso, ho preso i miei pantaloni preferiti e me li sono infilata dolcemente appoggiando la punta del piede sul bordo della vasca, un po’ come fanno quelle nei film. Poi mi sono seduta davanti alla toeletta e ho tirato fuori tutti i trucchi dalla trousse. Mi sono truccata come fanno quelle fighe nei video con tanto di glitter sparsi sul viso e un bel rossetto rosso. Poi ho infilato ai piedi quelle Jeffrey Campbell che ho desiderato per anni e che ormai sono finite nel dimenticatoio della mia scarpiera. Ho iniziato a fare su e giù per il corridoio, come se fossi su una passerella, scrutando i minimi particolari della mia persona. Per un attimo mi sono sentita bella, sicura di me e devo dire che è stato un attimo magico. Per qualche momento la parte orribile di me sembrava nascosta, forse camuffata dai chili di trucco sul mio viso. Ma poi mi sono fermata di nuovo davanti allo specchio, stavolta non per scrutare i piccoli difetti o le ciocche fuori posto, stavolta volevo cercare la vera me sotto quel ammasso di finzione. Io non sono così, io non metto corpetti trasparenti che lasciano intravedere anche l'intestino, io non metto scarpe col tacco, le odio, io odio il trucco sul mio viso, odio sentire quegli strati di schifo arancione, mi fanno mancare l'aria. Mi sono strappata i vestiti di dosso e sono tornata in doccia, ho preso la spugna e ho iniziato a strofinare fortissimo sulla pelle, quasi irritandola, quasi come se volessi strappar via quello strato dalla mia persona che nascondeva la vera me. Poi mi sono seduta in un angolo e ho lasciato che l'acqua e le lacrime diventassero un tutt'uno.
—  Nightmareaw
Ma chiunque abbia avuto un dolore così grande da piangerci fino a non avere più lacrime, sa bene che a un certo momento si arriva a una specie di tranquilla malinconia, una sorta di calma, quasi la certezza che non succederà più nulla.
—  C. S. Lewis, Le cronache di Narnia - Il leone, la strega e l’armadio

Io non ho paura di quelle che il mondo chiama “belle donne”.

Io ho paura delle altre.

Ho paura di quelle che escono di casa con un filo di trucco.
Di quelle che capisci subito se hanno passato una nottata in bianco dalle occhiaie che si portano dietro.
Di quelle che si legano i capelli con una matita.
Di quelle che si guardano allo specchio e sorridono perché non hanno nemmeno un capello al posto giusto.
Ho paura di loro.
Di quelle che si fermano sui dettagli, su particolari tuoi che nemmeno tu stesso pensavi di avere.
Di quelle che sanno stare accanto agli altri, ma non sanno come stare accanto a se stesse.
Di quelle che le basterebbe trovare un messaggio con scritto “Buongiorno”, ogni giorno, appena sveglie per rallegrarle tutta la giornata.
Di quelle che sono sempre di corsa, ma si fermano ad ascoltare. Uno sconosciuto, un amico, un bambino.
Ho paura di loro.
Di quelle mai banali, che parlano il doppio di me, senza per questo parlare del niente, anzi ti fanno sorridere rompendoti le scatole ripetendoti di quanto siano belli i loro nipotini. Di quanto siano dolci quando la chiamano zia.
Di quelle che vorrebbero avere una famiglia tutta loro per prendersene cura, anche se a volte non sanno prendersi cura nemmeno di loro stesse.
Ho paura di loro.
Di quelle che ad un “Sei bellissima”, arrossiscono, s'imbarazzano perché nessuno glielo ha mai detto.
Di quelle che custodiranno gelosamente il Girasole che le hai regalato finché l'ultimo petalo non si sarà seccato e rompendosi cadrà sul pavimento, perdendosi tra la polvere, sotto l'armadio.
Di quelle che non appaiono, non si vedono, non si notano. Il mondo sempre in primo piano. E loro dietro. Sullo sfondo.
Ho paura di loro.
Di quelle che sorridono alla vita, tutti i giorni, nonostante abbiamo migliaia di motivi per non farlo.
Di quelle che ti ascoltano davvero. E, quando parlano, ti guardano come a dire “Anche a me. È successo anche a me.”
Di quelle che non ti diranno mai un "Ti Amo”, anche quando saranno innamorati di te.
Di quelle che non sono mai state scelte. Nemmeno una volta.
Ho paura di loro.
Di quelle che ogni giorno ti sussurreranno “Credo di amarti”, perché hanno paura di non essere scelte. Perché loro non sono “belle donne”. Loro non scelgono.
Di quelle che amano essere belle, solo ogni tanto. Solo per qualcuno.
Di quelle che sanno piangere. Anche quando sono ad un concerto. Anche quando intorno ci sono ottantamila persone, loro piangono.
Anche se a farle piangere è una canzone e tu, con un leggero sospiro, le guardi senza capire.
Ho paura di loro.
Di quelle che credono nell'Amore vero.
Di quelle che ci credono anche quando gli altri fuggono l'amore per colpa dei troppi chilometri. O per paura.
Di quelle che per passare un'ora con te, passerebbero anche otto ore in treno.
Ho paura di loro.
Di quelle che cercano di capire perché non resti mai.
Di quelle che non sanno restare.
Di quelle per cui vale la pena restare. Una volta. Restare.
E ho paura di loro, soprattutto, quando, senza dire una parola ti scelgono, restano e tu sei troppo distratto per accorgertene, troppo concentrato a fuggire da non sai cosa per restare.
Una volta.

Ho paura di loro perché di belle donne il mondo è pieno.
Una donna del genere, invece, se te la lasci scappare non saprai mai in quale parte del mondo la ritroverai.

Se mai la ritroverai.

—  Abdou Mbacke Diouf, È sempre estate

Sono molto innamorato. Sono molto timido. Amo Beatrice. Non ho il coraggio di dirglielo.
L'ho scritto su un foglio di carta, ma non ho il coraggio di darglielo.
Ho paura possa scoprirlo, così l'ho nascosto in una busta, poi ho nascosto la busta in un quaderno, poi ho nascosto il quaderno in un cassetto, ho nascosto il cassetto in un armadio, ho nascosto l'armadio in una stanza, ho nascosto la stanza in una cantina, ho nascosto la cantina sotto la mia casa, ho nascosto la mia casa in un vicolo cieco.

Giro alla larga da quel vicolo cieco. Frequento altre vie.

In una via ho trovato una villa, nella villa c'era una soffitta, nella soffitta c'era un tappeto, sotto il tappeto c'era una botola, nella botola c'era un baule, nel baule c'era un cofanetto, nel cofanetto c'era un diario, nel diario c'era una busta, nella busta c'era un foglio di carta, nel foglio di carta c'era una frase d'amore scritta da lei, perchè anche lei è timida.

Ma ama un altro.

Dedicata a @comebeatrice

Dottoressa, sa che c'ho pensato e sono arrivato ad una conclusione: penso che io non abbia nulla da raccontare" dissi seduto in quella sedia, alla solita ora, del solito martedì di ogni settimana.
“In che senso?” chiese.
“Sempre domande mi fa dottoressa, eppure non mi da mai una vera risposta… Tanto non ho nient'altro da fare, quindi ora le spiego il perché di questo mio ragionamento” risposi e cominciai col spiegarle ciò che avevo iniziato a raccontarle precedentemente.
“Quando esco con gli amici, loro mi parlano sempre di loro e dei loro problemi del cazzo.
Mi siedo, li ascolto e sto zitto, esattamente come fa lei con me.
Mi chiedono dei consigli, come se io sapessi veramente quale è la soluzione giusta per loro, eppure ci provo.
Consiglio alle persone, ma il fatto è che non so nemmeno consigliare a me stesso, quindi non so quanto potrebbe avere senso ciò che dico a loro.
Non sono una brava persona e lei, Dottoressa, lo sa, forse meglio di me, altrimenti non sarei qui a parlarle delle mie stronzate.
Il mio problema avviene dopo, quando dopo ore e ore di conversazioni inutili, alla quale do risposte inutili, mi chiedono come sto e cos'ho di nuovo da raccontare.
Ed è lì, che mi rendo conto che sono una persona noiosa e che non ho nulla da raccontare.
Mi fanno notare, con una semplice ed inutile domanda, che io ho una vita monotona e che non ho niente.
Non ho amori, perchè… Beh, basta guardarmi, non ho sentimenti, perchè le persone fanno male. Non ho tanti amici, perchè le persone oltre a fare male, non mi piacciono.
Quella sera, mentre ero a letto, col buio che non m'aiutava, mi sono chiesto: "Cos'ho da raccontare?”
E sa cosa? Non ho trovato una risposta così mi sono acceso una canna e sono andato a dormire.
Triste vero?“ chiesi dopo quel stupido monologo fatto a voce alta, con voce spenta, triste e vuota.
E lei, senza fare domanda riguardante il discorso che avevo appena fatto, mi fece un'altra domanda: "E perchè ti fumi le canne?”
Ormai non m'interessava se mi fossero state domande o risposte quelle che mi dava, ero così vuoto, che veramente non m'importava, così parlai e basta.
“Perchè mi distrae…” risposi.
Non era lunga come frase, ma in quel momento, con quel tono di voce, ero pieno di diverse emozioni che non potrei descrivere ciò che provavo.
“Ti distrae da cosa? Non è una giustifi…”
“Stia zitta, cazzo!” urlai interrompendola, quasi innervosito.
“Voglio vivere, dottoressa. Non le chiedo tanto, voglio un consiglio. Voglio un consiglio, magari anche inutile, come quello che do io ai miei amici, ma ne ho bisogno. Anche se uno solo. Voglio vivere. Mi dia una stupida ragione, mi dica qualcosa…”
“Ne vuoi una?” disse, quasi arrabbiata, ma non per il fatto di averle urlato dietro, forse per ciò che avevo appena detto.
Si avvicinò a me, mi guardò negl'occhi e disse una cosa, con lo stesso tono, freddo e da mamma.
“Vai da lei e dille che la ami!”
“Cosa?” chiesi, sbalordito e confuso.
“In tutte queste sedute mi hai sempre raccontato di lei, delle vostre passeggiate, le vostre litigate in macchina, i vostri baci con gli occhi e sai cosa? Non hai mai avuto il coraggio di dirle che l'ami. Sei qui, cerchi di distrarti con altri discorsi, facendomi credere che tu sia una persona noiosa, ma non sei affatto noioso. Non venire fuori con queste storie stupide. Sei così pieno di amore, di storie da raccontare. Hai fatto innamorare migliaia di persone con le tue storie, ma hai mai chiesto a lei cosa prova per te? O tu! Tu le hai mai dimostrato cosa provi per lei?” l'ultima frase, mi fece riflettere, l'ultima frase fu un colpo al cuore.
“No, non l'ho mai fatto, ho sempre, pensato e, avuto paura di sbagliare”
“Ecco! Ed è qui che ti sbagli. Tu pensi troppo, non vivi abbastanza. Hai paura delle persone, ma sai, tutti i mostri che tu hai creato, sono solo dentro il tuo cervello.
Come i cazzo di maglioni verdi dentro l'armadio che i bambini scambiano per mostri.
Prova a far finta che questi, i fottuti pensieri negativi, siano solo un maglione e sei cresciuto ed è ora di buttarlo via.”
La guardavo, i miei occhi erano lucidi, ma io continuavo a dirmi “Sii forte, non ora”
Non piansi, ci riuscii e finimmo la seduta ridendo di un stupido libro che avevo letto.
Tornato a casa però tornai nella mia malinconia e monotona vita, così m'accesi una canna, giusto per distrarmi.
“Buona serata” mi dissi, guardando le stelle.
Guardai le stelle così tanto, che ripensai all'ultima domanda che mi aveva fatto la dottoressa e m'erano pure tornati gli occhi lucidi.
“Sii forte, non ora” ridissi, alle stelle.
M'alzai di colpo, avevo la testa che girava un pochino, ma poco m'importava, avevo voglia di un abbraccio.
Scrissi un messaggio a quella ragazza: “Puoi uscire due minuti di casa, devo dirti una cosa importante”
“Va bene, dammi dieci minuti e scendo”
Scese dopo due minuti che ero arrivato lì, si avvicinò e mi disse “Ehi, tutto bene? Cosa c'è?”
“Io oggi sono andato, come tutti i marte.. No, scusa… Ho sbagliato… volevo dire che non ho mai avuto il coraggio di dirti una cosa”
“Ok, dimmi” chiese, quasi sciocca e stanca dalla giornata.
Non avevo raccontato a nessuno che andavo dalla psicologa, magari avrebbe potuto pensare che fossi un ragazzo pazzo o che non andava bene per lei.
“No, nulla.. Ho sbagliato ancora..” dissi.
Non ci riuscii, perchè c'erano quei cazzo di mostri che stavano dietro di lei e che ridevano di me.
“Ti prego… Dimmi” questa volta lo chiese con tono dolce, quasi stanco di aspettare.
Occhi lucidi, ma con lei, vicino, non mi vergognavo di me stesso, così piansi.
“Ehi, vieni qui” mi prese e m'abbracciò.
“Dio quel profumo.” pensai, poi la strinsi ancora più forte e i mostri non stavano più ridendo.
Ero io, lei e quell'abbraccio di cui avevo assolutamente necessità.
Avrei veramente voluto gridare al mondo che l'amavo, così, con qualche forza e con un pizzico di coraggio, lo feci.
M'avvicinai alle sue orecchie e le sussurrai “Ti amo.
—  ricordounbacio
Oggi la prof di religione mi ha chiesto «Cos'é per te l'amore?» e io senza pensarci su le ho detto:
«L'amore é mia madre, che dopo tredici anni dalla scomparsa di mio padre ancora é innamorata di lui come fosse il primo giorno.
L'amore sta nei suoi occhi che quando mi racconta qualcosa del babbo, si illuminano come due stelle nel buio più totale.
L'amore é lei che di notte si allunga dal lato del letto in cui dormiva lui.
L'amore é ritrovarsi ancora il profumo che usava mio padre sparso per tutta casa.
L'amore é vedere ancora quello che era il suo cappello appeso all'attaccapanni.
L'amore é aprire l'armadio di mia madre e trovarci le cravatte di mio padre.
L'amore, mi ha insegnato mia mamma, é immortale, perché continua a vivere nelle persone che non ci sono più.»
Poi ho guardato la prof e ho notato che aveva gli occhi lucidi, ho abbassato lo sguardo e sono scoppiata a piangere.. Anche questo penso sia amore.
—  Chiara
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“Mi guardo intorno e nulla mi sembra degno di attenzione,apro l'armadio per vestirmi e nessun abito mi sembra abbastanza bello,osservo i volti della gente che incontro ma nessuno di loro sorride e nessuno mi trasmette gioia; sento il rumore di tram e autobus sotto casa che fanno da colonna sonora al mio tempo. E allora ripenso alla bellezza di quel posto pieno di sole,polvere e pini;al giardino zen sulla mia tenda e ai pantaloncini blu con una semplice maglia colorata buttata sopra. Ma soprattutto ripenso ai visi sconvolti e FELICI delle 30.000 persone intorno a me. Ho nostalgia dei canti accompagnati dalle chitarre che suonavano h24, delle risate continue per le cose più sceme,delle doccie fredde tanto agognate e anche dei fruttini. Chi è stato con me sa cosa intendo,ma a chi non sa di cosa sta parlando chiedo: sicuri di essere vivi?

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