kusturika

anche i tamarri hanno un cuore.

Tutto quello che vuoi: e fu quello il saluto.
Tutto quello che voglio alla fine l'ho avuto
”.
(Giorgio)

Amore fa, anche di un contadino, un poeta
(Euripide)

Il microcosmo del vendituenne Alessandro, fatto di giornate passate a bighellonare e commentare il nulla dalle sedie di un bar, va in crisi quando la sua oziosa quotidianità viene messa in discussione: suo padre, andato a prenderlo in caserma per una rissa nata da un nonnulla, lo obbliga di malavoglia a lavorare come badante per un anziano del quartiere. In poco tempo prende forma una sinfonia all'apparenza statica, frutto di una buona sceneggiatura, in cui l'elemento in divenire si innesta in una pluralità umana che gira tra bassa e alta borghesia, menti sofferenti e presenza/assenza di affetti.

Con la leggerezza caratteristica dei suoi racconti quotidianamente filosofici, nel senso del riuscire a inserire nel quotidiano sfumature etiche ed esistenziali(ste) non del genere, la commedia, Francesco Bruni, con Tutto Quello che Vuoi, mette in scena un'amicizia che è pure legame filiale e reinventa e amplifica l'ultimo cinema di Valeria Golino (penso a Miele) e il primo Ferzan Ozpetek (penso a La Finestra di Fronte) passando per Paolo Virzì, di cui ha scritto tutti i film tranne La pazza gioia.

Il tutto calato in una cornice che se da un lato dichiara di voler ricreare la concretezza di una Roma dura e attuale, come un Caligari ma più “per famiglie” (anche senza virgolette), dall'altro gioca con disinvoltura con materiali eterogenei e presunti anacronismi di spessore. Bruni si muove con garbo tra dilemmi amorosi, rimembranze resistenziali, in una storia che è a tutti gli effetti un romanzo di formazione che ha nei silenzi e nelle piccole cose il proprio punto di forza. L'Italia non è nuova a questo genere di film – basti pensare alla costante sensazione di déjà vu che anche lo spettatore medio può avvertire durante la pellicola – nel quale i viaggi a ritroso nella memoria collettiva e lo spirito dei tempi coabitano grazie alla sensibilità e alle sintesi dialettiche del regista. Tutto Quello che Vuoi non è da meno rispetto a quanto già visto, e senz'altro una delle prove più lievi e toccanti.

Nel seguire le ronde tra il giovanotto trasteverino fannullone e ignorante (interpretato da Andrea Carpenzano) con il vedovo 85enne, poeta e smemorato (Giorgio, ovvero Giuliano Montaldo), si passa la linea d’ombra della maturità mentre si risvegliano nella dolente vecchiaia dell'anziano i ricordi più belli. Pur non mancando qualche scorciatoia (la “tamarragine” dei giovani, così come l'anzianità sbadata e sentenziosa, usate per sfornare battute), ne esce comunque un film fresco e riuscito, se si vuole trarre, se non un insegnamento, qualche buona riflessione sugli ultimi brividi di vitalità che il presente ha da offrirci. Grazie alla poesia in primis, come motore che muove, volenti o nolenti, l'esplorazione dei sentimenti più intimi della propria personalità, anche in quattro compagni di nullafacenza, e capace di svelare snodi esistenziali cruciali come l’incedere del tempo, il farsi e disfarsi del corpo, l’importanza della memoria, la potenza dei sogni.  

Tutto Quello che Vuoi però non è un film sulla poesia.Piuttosto uno spaccato (etimologicamente) romantico e allo stesso tempo un film sull'idea di società all’interno di un quadro che sa dare un senso di forza e verità, dove il regista romano mette in piedi una narrazione dai toni universali come solo i motivi e i colori della città eterna riescono a dare. Quasi subito abbandona il prevedibile, che sia  lo scontro generazionale o l'importanza della cultura, per diventare un più preciso scavo dentro le fragilità e le inquietudini di una gioventù che ha perso i propri punti di riferimento e  finisce per rifugiarsi nella rabbia o improbabili amori. E lo fa senza usare scene madri ma, monicellianamente, preferendo scene figlie, quelle ai limiti dell’insignificanza, mononucleari, rare tra i contemporanei, che permettono allo spettatore (oltre che ai protagonisti) di scoprire, se si vuole, una bella vita fatta piccoli dettagli, fragili premure e inattese ricchezze interiori.

Il film così prende una strada in perfetto equilibrio tra il sorriso della commedia e il realismo del (quasi) dramma, mentre accompagna dentro un cinema che rivela più qualità di quelle che possono apparire a prima vista. A proposito, nella combriccola di Alessandro spicca Riccardo, ossia Arturo Bruni alias DarkSide della Dark Polo Gang, nonché figlio di Francesco. Il che potrebbe far storcere il naso per un numero infinito di motivi. Invece sorprende che lo smilzo rapper de noantri riesca a reggere bene tutto il film, confermandone la giustezza dell'inserimento nel cast grazie a una propria personalità stranamente misurata e godibile, quando un Capovilla, che va in giro a leggere Pasolini e Majakóvskij (e si fa pagare per sentirlo), ne I Primi della Lista non riuscì a risultare credibile per mezzo minuto. E se poi penso che Emir Kusturika s'è buttato su Monica Bellucci…

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