interioris

Ci sono muri interiori altissimi che si sgretolano di fronte a un gesto di pura tenerezza.

«E non so per quale motivo le persone scelgono sempre di mettersi da parte quando invece dovrebbero mettersi al primo posto in tutto. Non capisco per quale ragione si sceglie sempre il sorriso di un estraneo al nostro quando il nostro dovrebbe essere l’unico sorriso importante. Perchè, a volte, per paura di far soffrire qualcuno ci mettiamo da parte, mettiamo da parte la nostra felicità e se ci chiedono “sei felice?” rispondiamo di si, anche se in realtà siamo tutto tranne che felici. A volte, molto spesso a dire il vero, si ha paura di far del male perchè non vorremmo riceverne mai, ma è la vita, ed è una sola e dobbiamo essere felici a tutti i costi. Dobbiamo ricercare la felicità anche se costa sacrifici, guerre interiori, pianti, urla. Dobbiamo andare incontro a ciò che in questa vita conta davvero, noi stessi. E mi viene da dare un consiglio a voi e anche a me: non mettiamoci da parte, non nascondiamoci in un angolino pur di vedere felici gli altri, perchè in questa vita, l’unica, vera cosa che vale siamo noi stessi. Perchè il giorno che tutte queste persone andranno via finiremo per rimpiangere tutta la felicità che non abbiamo tenuto, che non abbiamo, a volte, neanche cercato. Quindi è giusto essere un po’ egoisti, è giusto pensare a se stessi, è giusto ridere a crepapelle, è giusto dire “prima di tutto ci sono io”. Siate un po’ egoisti e non insensibili, ma quando vi rendete conto che le cose stanno cadendo, quando vi rendete conto che voi vi state perdendo beh è arrivato il momento di ritrovarvi. Ritrovatevi sempre, non rimandate mai. »
—  Cristiana Tognazzi

Non sono appariscente.
non ho un ego smisurato.
non mi si nota passando per il corso.
non amo essere al centro dell'attenzione.
non urlo.
non mi arrabbio.
tengo per me le mie piccole capitolazioni interiori.
le prese delle Bastiglia del mio cuore di piombo.
faccio piano.
tolgo il disturbo.
sono sottile e smusso gli spigoli. Ché non vorrei ferire mai.

Forse la trasparenza è un'arte.
Molto più probabilmente è una condanna.

La mia notte mi strema. Sa bene che mi manchi e tutta la sua oscurità non basta a nascondere quest’evidenza che brilla come una lama nel buio, la mia notte vorrebbe avere ali per volare fino a te, avvolgerti nel sonno e ricondurti a me. Nel sonno mi sentiresti vicina e senza risvegliarti le tue braccia mi stringerebbero. La mia notte non porta consiglio. La mia notte pensa a te, come un sogno a occhi aperti. La mia notte si intristisce e si perde. La mia notte accentua la mia solitudine, tutte le solitudini. Il suo silenzio ascolta solo le mie voci interiori. La mia notte è lunga, lunga, lunga. La mia notte avrebbe paura che il giorno non appaia più ma allo stesso tempo la mia notte teme la sua apparizione, perché il giorno è un giorno artificiale in cui ogni ora vale il doppio e senza di te non è più veramente vissuta. La mia notte si chiede se il mio giorno somiglia alla mia notte. Cosa che spiegherebbe la mia notte, perché tempo anche il giorno. La mia notte ha voglia di vestirmi e di spingermi fuori per andare a cercare il mio uomo. Ma la mia notte sa che ciò che chiamano follia, da ogni ordine, semina-disordine, è proibito. La mia notte si chiede cosa non sia proibito. Non è proibito fare corpo con lei, questo, lo sa, ma si irrita nel vedere una carne fare corpo con lei sul filo della disperazione. Una carne non è fatta per sposare il nulla. La mia notte ti ama fin nel suo intimo, e risuona anche del mio. La mia notte si nutre di echi immaginari. Essa, può farlo. Io, fallisco. La mia notte mi osserva. Il suo sguardo è liscio e si insinua in ogni cosa. La mia notte vorrebbe che tu fossi qui per insinuarsi anche dentro di te con tenerezza. La mia notte ti aspetta. Il mio corpo ti attende. La mia notte vorrebbe che tu riposassi nell’incavo della mia spalla e che io riposassi nell’incavo della tua. La mia notte vorrebbe essere spettatrice del mio e del tuo godimento, vederti e vedermi fremere di piacere. La mia notte vorrebbe vedere i nostri sguardi e avere i nostri sguardi pieni di desiderio. La mia notte vorrebbe tenere fra le mani ogni spasmo. La mia notte diventerebbe dolce. La mia notte si lamenta in silenzio della sua solitudine al ricordo di te. La mia notte è lunga, lunga, lunga. Perde la testa ma non può allontanare la tua immagine da me, non può dissipare il mio desiderio. Sta morendo perché non sei qui e mi uccide. La mia notte ti cerca continuamente. Il mio corpo non riesce a concepire che qualche strada o una qualsiasi geografia ci separi. Il mio corpo diventa pazzo di dolore di non poter riconoscere nel cuore della notte la tua figura o la tua ombra. Il mio corpo vorrebbe abbracciarti nel sonno. Il mio corpo vorrebbe dormire in piena notte e in quelle tenebre essere risvegliato al tuo abbraccio. La mia notte urla e si strappa i veli, la mia notte si scontra con il proprio silenzio, ma il tuo corpo resta introvabile. Mi manchi tanto, tanto. Le tue parole. Il tuo colore.

Fra poco si leverà il sole.

— 

Lettera di Frida Kahlo a Diego Rivera, Città del Messico 12 settembre 1939.

 Mai spedita.

(via moscacieca)

Non credo tu sia la persona in grado di guarirmi dalle ferite interiori; ma forse, in questa fase della mia vita, non ho tanto bisogno di un medico quanto di una persona che ha una ferita simile alla mia.
—  David Grossman, “Che tu sia per me il coltello”
Sono incapace di apprezzare le vittorie.

Piccole o grandi che siano, non le trovo mai soddisfacenti. Da qui a provare un minimo di compiacimento poi.. è un abisso.

Spesso non le considero neanche, come se fossero risultati scontati da ottenere.. non importa quanto abbia realmente faticato per raggiungerli.

Delle volte mi sono chiesta: Quanto effettivamente sarebbe migliore o più semplice la mia vita se, almeno una volta, riuscissi ad accontentarmi?

La risposta.. è sempre stata una ed una soltanto:

Ma che domanda del cazzo…

lupasenzaluna asked:

I suoi studi personali l'hanno mai portata a interessarsi di magia? Non parlo di quella dei ciarlatani da trasmissione televisiva, ma di pratica culturale vera e propria, specie se antica. Pensa possa venir definita come una sorta di rafforzo psicologico più che una pratica occulta?

Hai detto bene, lupasenzaluna , la magia come pratica rituale è fondamentalmente un rafforzo psicologico; cioè il rituale fa da catalizzatore a quelle energie interiori che sono la vera origine del processo magico.
Personalmente l'ho studiata quando ero più giovane e ne ho colto più l'aspetto filosofico e simbolico pittosto che quello che le tradizioni insegnano.
C'è molta teatralità nella magia, voluta apposta per indurre la debita suggestione nel soggetto che la esegue. Ma poi tutto sfuma in una consapevolezza che il potere è nella comprensione di tutte le dinamiche dell'io che devono essere gestite dalla coscienza.
Solo quest'ultima possiede la vera magia dell'essere che non ha bisogno di volere per potere.

Purtroppo quando si parla di magia, vengono subito in mente ritualità, amuleti, talismani e qualt'altro possa sovvertire l'ordine delle cose in funzione dei propri bisogni. Così molti si ingegnano a studiare manuali o trattati di magia nella speranza di trovare il mezzo per soddisfare le proprie necessità nel mondo occulto.
Questo è l'aspetto più deleterio dello studio del magico.
Ritengo che il fatto di poter accedere a formule o ritualità che possano ottenere degli effetti, è pura superstizione; oppure è ingenuità, ignoranza, disconoscenza della magia.

La formula o il rito, infatti, come dicevo, sono solo dei catalizzatori di ben altre forze o energie, la cui conoscenza non nei libri né può essere insegnata.
Si matura con l'esperienza e con una comprensione dei propri movimenti interiori, che diventa una fatto personale e non trasmissibile. E’ quello che si dice “segreto”.
Si possono imparare tutti i rituali di questo mondo, tutte le formule più nascoste, si possono possedere tutti i talismani o gli amuleti più potenti; ma la loro applicazione, se non è accompagnata dalla vera “conoscenza”, vale come una superstizione che può solo suggestionare, ma non operare.

Il potere di un manufatto, di una formula o di un rito (come lo è anche l’ostia consacrata, la Messa, una preghiera qualsiasi, così come il potere seduttivo di una minigonna o di un tacco 12, ecc.) non sono negli oggetti in se stessi, ma nella persona che li usa.
Inoltre io posso avere la volontà di compiere qualunque azione, ma, per alcune di esse ho bisogno degli strumenti adatti.
Se voglio abbattere un albero, mi procurerò la scure adatta, altrimenti, con la sola volontà non lo potrei fare.
Però chiedo: chi abbatte l'albero? La scure o la mia volontà?
Se avessi solo la volontà non lo abbatterei, ma non potrei farlo neanche se, pur avendo la scure, non usassi la volontà nel modo giusto.
Dunque tutto è legato, ma è sempre la mente che produce il risultato.

La paura di non sentirsi abbastanza, la paura di non essere all’altezza. Io non le avevo mai sperimentate davvero, perché sono abituata ad essere quella brava, quella che studia come gli altri e dà il triplo degli altri, quella che riesce subito e sempre. Da quando faccio interpretariato la mia autostima è scesa sotto le scarpe e anche la mia sicurezza, adesso a ogni occasione dubito di tutto ciò che mi riguarda e questo non mi piace affatto. Non ho mai temuto un esame, non ho mai temuto una prova, anzi, l’ho sempre vista come un’occasione in più per far vedere quanto io valessi e dare prova di me agli altri e soprattutto a me stessa. Mi entusiasmava. Anche in triennale, ho navigato a vele spiegate verso il 110 e lode con sicurezza e soddisfazione, senza turbamenti, senza crisi interiori. Adesso invece scopro che sono diventata quel tipo di persona che trema all’idea di affrontare un esame, che si identifica in un numero in trentesimi e che non crede più in se stessa. Non vedo l’ora di uscire da questa università.