intendersi

Ma il guajo è che voi, caro mio, non saprete mai come si traduca in me quello che voi mi dite. Non avete parlato turco, no. Abbiamo usato, io e voi, la stessa lingua, le stesse parole. Ma che colpa abbiamo, io e voi, se le parole, per sé, sono vuote? Vuote, caro mio. E voi le riempite del senso vostro, nel dirmele; e io, nell'accoglierle, inevitabilmente, le riempio del senso mio. Abbiamo creduto d'intenderci; non ci siamo intesi affatto.
—  Luigi Pirandello; Uno, nessuno e centomila

Le anime hanno un loro particolar modo d’intendersi, d’entrare in intimità, fino a darsi del tu, mentre le nostre persone sono tuttavia impacciate nel commercio delle parole comuni, nella schiavitù delle esigenze sociali.

— Luigi Pirandello, Il fu Mattia Pascal

Abbiamo tutti dentro un mondo di cose: ciascuno un suo mondo di cose! 
E come possiamo intenderci, signore, se nelle parole ch'io dico metto il senso e il valore delle cose come sono dentro di me, mentre chi le ascolta inevitabilmente le assume col valore che hanno per sé, del mondo com'egli l'ha dentro? Crediamo di intenderci, ma non ci intendiamo mai.

-Pirandello.

Recensione “Lo chiamavano Jeeg Robot”: il super-hero movie di Gabriele Mainetti è uno strepitoso esordio

“Una favola urbana fatta di superpoteri”. Così definisce il suo esordio nel lungometraggio il trentanovenne regista romano Gabriele Mainetti. Dove per “favola” deve intendersi una storia dalla cornice fantasy, ma certo non dalle atmosfere solari. Presentato all'ultima Festa del Cinema di Roma “Lo chiamavano Jeeg Robot” - nelle sale dal 25 febbraio – ha conquistato tutti, e a buon diritto. Mainetti sforna un'opera originale, ottimamente scritta (da Nicola Guaglione), affidata a un cast armoniosamente composto da veterani (Claudio Santamaria, all'ennesima prova tale da confermarlo come uno dei migliori attori italiani su piazza), volti in ascesa (un memorabile Luca Marinelli in versione “sulfurea”) e imprevedibili promesse (Ileana Pastorelli, ex concorrente del GF12: se darà un seguito a performance di questo tipo forse il sindacabile circo del celebre reality show avrà consegnato al mondo del cinema una seconda star dopo Luca Argentero). Un solo neo, ma in realtà trascurabile, ferisce il volto di un film che  è un vero gioiello: ma ne parleremo in chiusura. Il barometro del cinema italiano, in questo febbraio, segna senza dubbio serenissimo:  dopo l'ottimo “Perfetti sconosciuti” di Paolo Genovese (atteso nelle sale l'11) sarà la volta di questa pellicola, che consigliamo caldamente. Il merito va in primis alle storie, scritte come Dio comanda.

Ai margini della grande metropoli romana, a Tor Bella Monaca, Enzo Cecotti (Santamaria) è un scalcagnato micro-criminale che tira a campare. Un giorno, mentre sfugge alla polizia per le vie del centro della Capitale, Enzo non vede altra via d'uscita che tuffarsi nel Tevere, nei pressi di una chiatta galleggiante. Esattamente sotto di lui, a bassa profondità, sono ammassate alcune taniche di materiale tossico: appoggiandosi coi piedi ad una di esse, Enzo vi sprofonda all’interno, rischiando di affogare, ingerendo persino un po’ di liquido. Scampato agli “sbirri”, il giovane torna a casa, per affrontare una notte terribile di febbre e brividi, dalla quale però si risveglia dotato di una forza sovrumana. Nelle ore successive, accompagnando un amico criminale, Enzo resta coinvolto in una sparatoria tra spacciatori, dalla quale emerge come unico sopravvissuto. Da questa vicenda, però, nasceranno due drammatici problemi, per lui che chiede solo di essere lasciato in pace e non si fida di nessuno:  la compagnia non richiesta di Alessia (Pastorelli), sorella bella quanto ritardata dell'amico morto, ossessionata dai cartoni animati di “Jeeg Robot d'Acciaio”, e l'incontro con una banda di criminali del posto, guidati dallo psicopatico e sanguinario Zingaro (Marinelli). Con i nuovi super-poteri, Enzo pensa di arricchirsi e prendersi la rivincita su un mondo che gli fa schifo, ma l'incontro con la fragile, sensuale e innocente Alessia sembra suggerirgli che forse, dopotutto, la vita non è solo una gran fregatura. Le sue rapine spettacolari, però, intralciano lo Zingaro, che sta cercando di fare il salto di qualità trafficando droga con un clan napoletano.

Gabriele Mainetti (che ha anche lavorato alle musiche originali insieme a Michele Braga) vince su tutti i fronti, persino su quello in cui l'illustre collega Gabriele Salvatores  - con il suo “Il ragazzo invisibile” - ha francamente zoppicato: inserire in una cornice dai tratti fantasy una vicenda realistica e tutt'altro che fumettistica o, peggio, infantile. Il mondo in cui si muovono i protagonisti è una Roma a metà strada tra “Suburra” e “Romanzo Criminale”, una realtà che la cronaca ci ha consegnato spesso e volentieri sulle pagine dei giornali. Claudio Santamaria (ingrassato di venti chili) dà forma e profondità a un uomo fatto e finito, isolato dalla “gente”, alloggiato in un appartamento fatiscente dove consuma esclusivamente yogurt, birra e dvd pornografici. Non sa cosa significhi interagire con gli altri, ascoltarli, non sa nemmeno da dove partire per amare una donna. Ilenia Pastorelli, al suo esordio in un ruolo certo non facile, sfoggia una naturalezza insolita per una principiante: convincente sia nei momenti drammatici che in quelli ironici, la trentenne romana si cala in un personaggio femminile molto simile a quelli resi memorabili da Micaela Ramazzotti. Infine, il Luca Marinelli che non ti aspetti: cupo e ossessivo criminale, volto allucinato e diabolico chiaramente evocante il Joker nemico numero uno di Batman (soprattutto nello spettacolare finale), sorta di maschera distorta del glam-rock, appassionato di Anna Oxa e Loredana Bertè, protagonista di una memorabile e macabra danza di morte kubrickiana sulle note di “Ti stringerò” di Nada, dove gesti di inaudita violenza si sposano ritmicamente (e persino tematicamente!) al testo della canzone.

In “Lo chiamavano Jeeg Robot”  vive un intreccio assolutamente armonioso di generi, dal gangster-movie al noir, al fantasy, al dramma romantico. L'operazione è originalissima e, temiamo, proprio per questo destinata a generare un tutt'altro che necessario sequel. Intanto, sinergicamente al film Lucky Red e “Gazzetta dello Sport” pubblicano il fumetto omonimo del film, scritto e curato dal curatore editoriale di “Dylan Dog” Roberto Recchioni con i disegni di Giorgio Pontrelli e Stefano Simeone, disponibile in quattro copertine dal 20 febbraio in allegato alla rosea.

Ed eccoci all’unico neo del film. In una sceneggiatura così ben scritta, appare curioso che la realtà contemporanea nazionale della storia raccontata veda in atto una sorta di “strategia della tensione” al sapor di anni Settanta dove una “destra oltranzista” (queste le parole esatte nel film) fa scoppiare bombe nelle città. Un particolare che affiora sporadicamente e superficialmente ai margini della vicenda criminale locale, e che non sembra avere molto senso. Non solo: in una realtà post-Torri Gemelle e Al Quaeda e Isis, sinceramente questo ingrediente appare fuori tempo massimo, goffamente anacronistico.

Lo chiamavano Jeeg Robot
Regia: Gabriele Mainetti
Cast:
Claudio Santamaria, Luca Marinelli, Ilenia Pastorelli
Distribuzione:  Lucky Red
Uscita nelle sale:  25 febbraio

Le anime hanno un loro particolar modo d'intendersi, d'entrare in intimità, fino a darsi del tu, mentre le nostre persone sono tuttavia impacciate nel commercio delle parole comuni, nella schiavitù delle esigenze sociali.
—  Luigi Pirandello

anonymous asked:

Parla di qualcuno a cui tieni

la persona di cui voglio parlare vuole il mio naso ma non sa che molto probabilmente è messo peggio del suo.
è la mia compagna di sventura, di dieta e di ‘fanculo la dieta’ e mi ha passato il raffreddore virtualmente ‘sta stronza.
è una razza di cretina, è bellissima e non sa di esserlo, uno di quei tipi che anche se glielo ripeti cento volte non ci crede. è intelligente e scrive storie strabelle che mi fanno piangere polpette (anche se ne ho arretrate qualcosa tipo ottantasei). è una di quelle persone che vorresti nella tua vita a prescindere, che potrebbe sparare stronzate con te per sempre, e che ti capisce nonostante tu sia una rompipalle a cui manca metà cervello (l’altra metà è la sua, per intendersi). 
concludo dicendo che non sono brava in queste cose e niente, deve capire che deve smetterla di piangere e rideresorridererideresorridere. 


..
bè raga, si è appena resa conto che il mio naso è come il suo e quindi dobbiamo barattarli con qualcun altro.
ciao razza di criceto, ti voglio bene a fondo perduto.

e ora lanciami un fazzoletto. 

L'arsenale delle baby gang che tengono in ostaggio Napoli

Sono i protagonisti di quella che è nota come la “paranza dei bimbi”. Il quotidiano Repubblica ha pubblicato un’inchiesta che traccia il profilo di questi sicari bambini, capaci di maneggiare e intendersi di pistole più di quanto la loro giovane età dovrebbe consentire. Tra le righe dell’inchiesta si leggono i feroci virgolettati degli eredi della storica famiglia Giuliano, che vestono abiti firmati.

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Si legge su Repubblica, “Ma pensa che è nuova, nuova e imballata”, dice compiaciuto uno dei rampolli della famiglia, Guglielmo, durante un colloquio intercettato alla fine di gennaio del 2014 dagli investigatori e compreso nell’informativa trasmessa ai pm anticamorra Francesco De Falco e Henry John Woodcock. Uno degli affiliati chiede se quella pistola è “la special 92”.

E un altro giovane rampollo dei Giuliano, Toni, risponde da esperto del settore: “No, no, 92 F S, è la nuova. Fuori serie calibro 9 per 19. Le botte dentro vanno, la teniamo solo noi”. Per un bel pezzo il gruppo discute solo di pistole. Parlano di quella “con tredici botte”, scherzano sulla “357 cromata con il manico di gomma, quello là è secco e lungo… quello di Al Capone”.

Le intercettazioni raccolgono i rumori di scarrellamento della pistola, in continuazione. Sono loro, i killer armati con pistole che provengono, si legge, dalla rotta balcanica. Purtroppo non solo pistole. “Ma in tempi più recenti - precisa Repubblica - si è intensificata l’importazione di armi micidiali, compresi mitra kalashnikov e mitragliette Uzi, che viaggiano a bordo di tir o auto veloci dai paesi dell'Est europeo come la Repubblica Ceca e la Russia. Oggi il mercato illegale si alimenta anche con le pistole rapinate a dipendenti di istituti di vigilanza privata, spesso presi di mira dai banditi proprio con l'obiettivo di impossessarsi delle armi per poi rivenderle oppure utilizzarle in proprio”.

E loro, i boss ragazzini, sono pronti ad uccidere per nulla. Le diverse intercettazioni raccolgono testimonianze inquietanti, come un tentato omicidio ai danni di un indiano nella notte di Capodanno 2013: “Mentre stavamo salendo dissi: spariamo in aria. Tirai una botta in petto a un nero, il nero cadde a venti metri, sul Volto Santo”. L’uomo, per fortuna, riuscì a cavarsela e si fece medicare in ospedale, ma la cronaca delle intercettazioni è inquietante.

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“Si capisce - si legge nell’inchiesta - dunque cosa voleva dire la testimone di giustizia Antonietta Pacifico, che fu ferita alle gambe per essersi rifiutata di aprire una piazza di spaccio, quando mise a verbale: ‘Il sistema di Forcella non è più quello di una volta, di quando c'era Luigino Giuliano. Questi fanno il morto per 100 euro’. Ma forse si sbagliava: i ragazzi perduti di Napoli sono pronti a uccidere per nulla”.


A proposito di Napoli e baby gang, ecco la “scuola di rapina”… Guarda il video! 

2

Le Pietre d'inciampo (ted. Stolpersteine) sono una iniziativa dell'artista tedesco Gunter Demnig per depositare, nel tessuto urbanistico e sociale delle città europee una memoria diffusa dei cittadini deportati nei campi di sterminio nazisti. L'iniziativa, attuata in diversi paesi europei, consiste nell'incorporare, nel selciato stradale delle città, davanti alle ultime abitazioni delle vittime di deportazioni, dei blocchi in pietra muniti di una piastra in ottone.
La memoria consiste in una piccola targa d'ottone della dimensione di un sampietrino, posta davanti alla porta della casa in cui abitò la vittima del nazismo o nel luogo in cui fu fatta prigioniera, sulla quale sono incisi il nome della persona, l'anno di nascita, la data, l'eventuale luogo di deportazione e la data di morte, se conosciuta. Questo tipo di informazioni intendono ridare individualità a chi si voleva ridurre soltanto a numero. L'espressione “inciampo” deve dunque intendersi non in senso fisico, ma visivo e mentale, per far fermare a riflettere chi vi passa vicino e si imbatte, anche casualmente, nell'opera.


(Foto mia)

RAVVEDIMENTO E COMODATO: ANCORA NOVITA'
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L'ambito di applicazione della nuova disciplina sui comodati sta diventando sempre più agevole e come conseguenza aumenta il numero di cittadini che ne stanno usufruendo, con il rischio però che le risorse previste con la legge di Stabilità non riescano a coprire per intero il mancato gettito.

E’stato chiarito che il termine “immobili” è da intendersi riferito ai soli immobili ad uso abitativo, non rilevando il possesso di terreni, aree fabbricabili o altri fabbricati non ad uso abitativo. Pertanto, la riduzione al 50% della base imponibile opera se il soggetto passivo possiede (a titolo di proprietà, usufrutto, superficie, uso o abitazione) al massimo due abitazioni non di lusso, di cui una data in comodato ed una destinata a propria abitazione principale ed a condizione che comodante e comodatario abbiano residenza e dimora nello stesso Comune. E’ stato trattato anche il problema del termine entro il quale registrare il contratto di comodato. La legge di stabilità prevede come condizione che il contratto di comodato sia registrato, quindi non è richiesto espressamente che si tratti di un contratto scritto. Pertanto occorre distinguere se si è concessa l'abitazione in comodato con contratto scritto o solo verbale. Nella primo caso, l'obbligo di registrazione scatta entro 20 giorni, e quindi per poter beneficiare dell'agevolazione per tutto gennaio, il comodato può partire dal 16 gennaio ed essere registrato entro il 5 febbraio, questo perché in Imu si considera come mese intero quello in cui il possesso si è protratto per almeno 15 giorni.

Il Mef però non ha affrontato il tema del ravvedimento, ma si ritiene che sia sempre possibile registrare il comodato in ritardo, usufruendo del ravvedimento operoso, previsto per l'omessa dichiarazione, di cui all'articolo 13 del Dlgs 472/1997 (la circolare n. 180/E/1998 equipara la nozione di atto/denuncia a quella di dichiarazione). Occorre tener conto anche delle modifiche recate all'articolo 69 del Dpr 131/1986, che prevede, se la richiesta di registrazione è effettuata con ritardo non superiore a 30 giorni, la riduzione della sanzione minima dal 120% al 60%, ma con un minimo di 200 euro.

Quindi, se la regolarizzazione avviene entro 30 giorni occorrerà versare 1/10 di 200 euro; entro 90 giorni la sanzione del 120% è ridotta ad 1/10 e quindi diventa il 12%; entro un anno si applica la riduzione ad 1/8 (sanzione del 15%); entro due anni si ha la riduzione ad 1/7 (sanzione del 17,14%); oltre due anni si rende applicabile la riduzione ad 1/6 (sanzione del 20%).
Ovviamente occorre che il comodatario abbia la residenza e la dimora, e queste non possono essere ravvedute. Quindi con la registrazione tardiva si regolarizza una situazione di fatto che è immediatamente verificabile dal Comune e ciò impedisce ravvedimenti atti ad eludere i vincoli imposti dalla norma.





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Le anime hanno un loro particolar modo d'intendersi, entrare in intimità, fino a darsi del tu, mentre le nostre persone sono tuttavia impacciate nel commercio delle parole comuni, nella schiavitù delle esigenze sociali.
—  Pirandello
Montanari: "Amore al circo Massimo"

Montanari: “Amore al circo Massimo”

Osservazioni sulle parole sentite al Family Day di Maurizio Montanari, lettera43.it, 1 febbraio 2016 Come ha scritto J. Kristeva: ‘ se un analista riesce a stare nel solo posto che è il suo, il vuoto, gli è forse possibile intendere e intendersi costruire un discorso intorno a quell’intreccio d’orrore e di fascino che segnala l’incompletezza dell’essere parlante. L’analista è forse tra i pochi…

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Comprendersi per vivere meglio insieme

Vi capiterà più volte nella vita di incontrare uomini - e forse anche voi appartenete a questo tipo - che ritengono una prova di carattere lo schiacciare immediatamente con la violenza ogni resistenza, ogni contraddizione, ogni diversità, e addirittura sono orgogliosi di trovare resistenza e inimicizia, perché questo dà loro modo di dimostre la propria forza. Perciò si dice «Molti nemici, molto onore» e «Ogni cedimento è mancanza di carattere» ecc.

Tutto ciò suona molto bene, ma è al livello di uno scolaretto.

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