industria discografica

una buona notizia, anzi due.

Ogni tanto succede che le notizie che mi trovo a leggere si accavallino come i percorsi interdisciplinari di un esame scolastico. E’ quello che mi è successo i primi giorni del mese di settembre. Da un lato, l’uscita del documentario sul rise and fall della catena di negozi di dischi più imponente e forse importante del mondo: la Tower Records. Dall’altro, l’annuncio da parte della Tesco, uno dei maggiori negozi di vendita al dettaglio d’Europa, di reinserire nella sua offerta anche i dischi in vinile. Ecco la notizia nella versione apparsa sui principali quotidiani europei, eccezion fatta ovviamente per l’Italia:

“Oggi, Tesco ha annunciato di voler riprendere la vendita di un vasto catalogo di vinili, incominciando dal nuovo disco degli Iron Maiden “The Book Of Souls”, disponibile da venerdì 4 settembre in 55 delle oltre 2 mila sedi nel Regno Unito, per poi proseguire la distribuzione di tutto il futuro catalogo in tutte le sue sedi presenti nel Mondo, dalla Polonia all’Irlanda, dagli  Stati Uniti alla Turchia. Così facendo, il marchio Tesco diventa il primo supermercato a volere reintrodurre la vendita del formato in vinile. Il portavoce Michael Mulligan ha poi dichiarato che questa scelta è un passo logico nella strategia aziendale dopo che nel gennaio scorso è stato annunciato che la vendita degli LP ha fatturato più di 1.3 milioni di pounds. Il picco più alto mai raggiunto dal 1995″.

Ovviamente è partita la solita litania di opinioni opinabili di giornalisti, blogger e semplici internetnauti pronti a bollare la cosa come meglio hanno creduto: si va da “mercificazione dell’arte“ a presunte “lobby del disco” e via dicendo, ci sono pure i paladini dei “piccoli negozietti che lottano per sopravvivere” e i timorosi di non trovare i propri beniamini ma solo nomi blasonati. C’è qualcuno che scrive pure “Era ora!” ma di solito viene redarguito da chi gli ricorda che la Tesco nel 2O1O aveva introdotto Digital Locker, un servizio on-line contro la supremazia di iTunes e quindi la sua è solo moda, un’ennesima trovata che và dove ci sono i soldi. Premesso che chiunque offra alternative al monopolio di chicchessia per me adrebbe, se non supportato, quanto meno lodato, non c’è nulla di peggio del sentire l’uomo medio complottare su cose che non conosce. Soprattutto per un avvenimento che potrebbe dar un segnale positivo a centinaia di altri store, facendoli uscire dal loro cuscio di diffidenza nei confronti dell’industria del disco che, ora come non mai, sta vivendo forse la sua fase più difficile e carbonara.

L’idea che sembra stufare di più è quella di ritrovarsi l’ultimo disco degli Oasis (tanto prima o poi si riformano) tra la drogheria, la telefonia mobile e con molta probabilità pure l’intimo. Niente di eccezionale in verità: l’unico album che mia madre mi abbia mai comprato fu The Number Of The Beast (ironicamente pure quello) degli Iron Maiden e me lo prese alla Standa di via Paolo Orlando, non di certo al Sonic Boom di Seattle o nell’East End di Londra dai vecchi marpioni di Rough Trade. In questo modo: lei mi ha fatto uno dei pochi regali azzeccati di tutta la sua vita e io ho ricevuto un disco che comunque la si pensi ha segnato la storia della musica. Attenzione: non sto dicendo che questa sia la migliore di una serie di soluzione possibili, pure io vedendo una scritta AFFITTASI fuori da un qualsiasi buco mi viene in mente di aprirci un negozio di vinili stra-selezionati (come, a voi non succede?) dove trovare tutto quello che vorrei trovare senza dovermi affidare a eBay, magari condito di merchandising ufficiale e poi basta che sto divagando; dicevamo, non la migliore delle soluzioni possibili bensì la più probabile di questi tempi, per aumentarne l’interesse e la sopravvivenza.

Esattamente per questo Colin Hanks ha diretto All Things Must Pass (già, come il disco solista di George Harrison) sulla storia dell’epopea Tower Records. Solo che quella è oramai defunta e, come tutti i trapassati, si piange e si compiange, Tesco invece è vivo e vegeto e fattura 43 miliardi di sterline l’anno. Che schifo i soldi, vero? Peccato solo che la Tower Records, soprattutto nell’ultimo periodo, non facesse tante storie a vendere asciugamani di Super Mario e completini da mare di SpongeBob per risanare i suoi debiti con gli azionisti. Già, perché pure Tower era quotata in Borsa come Tesco. La scalata finanziaria del rivenditore musicale famoso per aver in catalogo numerose etichette indipendenti però si è arenata nel 2OO6 quando ha dichiarato bancarotta con un debito tra gli 8O e i 1OO milioni di dollari, più o meno, e a chiuso i battenti. Abbiamo visto un trailer col solito Dave Grohl intento a pontificare il suo spirito rock pure nell’acquisto di dischi, ma il resto del documentario sembra meglio. Ecco, lo vedrò e poi saprò dire come e se Colin affronta la parte più scura della faccenda: il licenziamento di 5 mila persone solo negli States per cattive gestioni, incompetenze e piccole truffe ai danni dell’erario - non solo per l’avvento di internet o della pirateria. A parte questo, credo che prima di santificare a destra e crocifiggere a manca si dovrebbero soppesare tutti i dati in nostro possesso (mentre solitamente il più forte è lo stronzo e basta).

Poi ovviamente si può decidere che i dischi debbano essere un affare solo per pochi sopravvissuti sparsi per il mondo, con un pedigree certificato. E’ un’idea di molti, non vi credete. Dato però che il consumo del prodotto “vinile” aumenta ma la sua reperibilità scarseggia, soprattutto nei piccoli centri dove un negozio di dischi (temo) non aprià mai più ma un Megastore aprirà senz’altro, sarebbe bello non fare gli assolutisti, vedere il lato positivo della faccenda, come il fatto che Laura Pausini non stampa dischi in formato vinile dal 1999 mentre gli artisti che piacciono a tutti noi quasi lottano per ottenere quel formato, e poi ci son le ristampe e l’idea di una nuova produzione di giradischi dall’ottima resa ma più economici rispetto a oggi. La mente da qui potrebbe poi fantasticare in lungo e in largo in tutti i migliori futuri possibili, con milioni di ragazzi che tornano a casa dopo aver comprato uova e latte con il loro bel 12″ di plastica nera sotto il braccio (preso facendo la cresta sul solito resto, ovviamente), per buttarsi sul letto e tuffarsi in quegli oggettoni ingombranti che a volte nascondono mondi interi. Futuri che mai si avvereranno, lo so, ma tanto sognare non costa nulla.