indicazioni stradali

La vita ci mette costantemente davanti a degli incroci, costringendoci a scegliere la strada da prendere, senza darci indicazioni stradali, senza dirci dove ci porterà; sono sempre stato del parere che i “se solo non avessi” non servano a nulla, perché infondo ora sai che quella strada portava a te del presente e dopotutto non è andata così male, no?
—  Me @gioeleavellino

Due o tre cose che ho imparato sul Portogallo e i portoghesi limitatamente a un soggiorno fisso di sette giorni a Porto di cui due occupati da un fantastico matrimonio in una delle migliori cantine di porto della città (città che in realtà non è Porto ma Vila Nova de Gaia, che sta sulla riva sud del fiume che bagna Porto, giusto dirimpetto a quest'ultima)

-i portoghesi, mediamente, danno indicazioni stradali a chiunque, anche se non gliele hai chieste, anche se sai già dove andare e per dove andare, anche se stai utilizzando il navigatore del cellulare - ovvero per il portoghese medio tu non devi andare dove vorresti, ma dove lui pensa che sia meglio per te andare (di solito si tratta della cattedrale di Porto);
-un piatto non è completo se non ha un uovo all'occhio di bue sopra;
-un pasto non è completo se non si è iniziato con un piatto di olive e una zuppa calda, e lo si è finito con formaggio di capra o torta al cioccolato;
-esistono diversi tipi di porto, ma dopo la terza bottiglia scolata in loco non mi ricordo più niente;
-i tedeschi all'estero sono i nuovi italiani all'estero;
-alla televisione trasmettono solo partite di calcio e programmi che riguardano partite di calcio, i quali vengono ogni tanto interrotti da telegiornali in cui si comunica il nome del nuovo primo ministro (di solito questo accade fra la mezzanotte e le due di ogni altro giorno);
-nei ristoranti e in tutti i negozi in genere, l'infima velocità del servizio è resa tollerabile solo dall'estrema premura che sai ci sarà nello stesso;
-la lingua portoghese consiste in un'unica parola passepartout ripetuta in continuazione, di cui cambiano, a volte, intonazione e accento: “OBRIGADO”;
-gli autobus hanno un servizio wi-fi libero e gratuito così potente che ancora oggi qui a Padova riesco a beccarlo con una tacca;
-sputare per terra non è obbligatorio, ma se non lo fai sarai guardato con estremo sospetto;
-capisci che i portoghesi in genere sono piccoletti non tanto perché quelli che incontri per strada sono effettivamente piccoli (anzi, ci sono pure diversi cristoni di due metri), quanto perché ogni maledetto water sul quale hai tentato di sederti è di dimensioni che spaziano dal minuto al microscopico.

[precedentemente su queste pagine: Berlino]

Ruth Orkin - American Girl in Italy, Firenze 1951

“American Girl in Italy” è una fotografia famosissima, che non necessita di lunghe spiegazioni, realizzata a Firenze nel 1951 da Ruth Orkin, una trentenne fotografa americana.

E’ uno scatto ambientato e costruito, qualcosa di appena meno che recitato.
E’ uno scatto provocato.

Alla ragazza, Ninalee Craig, un’amica della Orkin con la quale la fotografa aveva intrapreso un viaggio in Italia, venne chiesto per due volte di passare lungo il marciapiedi di fronte al Caffè Gilli di Firenze, sotto lo sguardo di quindici uomini che si voltano al passaggio della giovane donna americana di soli 23 anni, che sembra attraversare lo spazio con espressione di disagio e imbarazzo.

E’ tutto sommato una fotografia emblematica di come in America si guardasse all’Italia come intrisa di un certo provincialismo: l’abitudine degli uomini di soffermarsi al bar, la gestualità potente, l’amore per le donne.

Erano andate insieme in vacanza in Italia le due amiche, e Ruth chiese alla compagna di fare da modella per una serie di scatti che contava di vendere all’Herald Tribune di New York: Ninalee che guarda con aria sciocca una statua, che chiede a un vigile indicazioni stradali, che attraversa distrattamente una strada trafficata.
Il giornale non le acquistò, ma la fortuna di “American Girl in Italy” è rimasta immutata negli anni.