indicazioni stradali

QUELLI CHE DICONO SEMPRE LA VERITÀ.
- Salve, utente numero 814, sono un computer che sa tutto.
- Salve, computer che sa tutto. Posso farle una domanda?
- Certo, sono qui per questo.
- E otterrò una risposta sincera?
- Certo, sono un computer, mica un essere umano con la vocazione per la menzogna.
- Perché non si sono mai viste persone completamente sincere?
- Si sono viste. Semplicemente lei non ne ha mai sentito parlare, utente numero 814.
- E come mai?
- Perché dopo un po’ hanno smesso. La loro sincerità non è stata apprezzata.
- Può farmi qualche esempio?
- Posso farne anche mille. 1) “Le servono indicazioni stradali, persona che sembra spaesata in quanto priva di senso dell'orientamento e verosimilmente stupida?”. Epilogo: ridotto in fin di vita con calci e pugni. 2) “No, non ho notato il lieve mutamento di sfumatura dei tuoi capelli, probabilmente indotto da qualche tintura a buon mercato. Per natura mi occupo di faccende serie e non presto attenzione a cose così insignificanti”. Epilogo: cadavere ritrovato in una discarica. 3) “Prego, si sieda pure al mio posto, cinquantenne che dimostra ottant'anni a causa dell'aspetto poco attraente e dell'andatura da bradipo”. Epilogo: torturato e ucciso con un bastone da passeggio…
- Ok, basta così, penso di aver capito…
- Ne dubito. Lei non ha l'aria molto sveglia.
(Epilogo: computer torturato e ucciso mediante installazione di Windows 10).

La vita ci mette costantemente davanti a degli incroci, costringendoci a scegliere la strada da prendere, senza darci indicazioni stradali, senza dirci dove ci porterà; sono sempre stato del parere che i “se solo non avessi” non servano a nulla, perché infondo ora sai che quella strada portava a te del presente e dopotutto non è andata così male, no?
—  Me @gioeleavellino

mia nonna non sa cucinare e non le piace nemmeno, in 22 anni di vita non mi ha mai vista sciupata, sono io a chiamarla per accertarmi che abbia mangiato, non mi chiede mai di matrimonio e nipoti e, anzi, spesso mi sfotte pure, ad ogni compleanno spegne le candeline e dice “si vo dij chist è l’ultim” e poi lo ripete l’anno dopo e l’altro ancora e così da dieci anni circa, ha così tanta smania di andarsene che ha comprato non uno ma due loculi

però però però mi racconta delle storie che sono la fine del mondo, che io le sento e penso “ma dove te ne vuoi andare, resta qua che le voglio sentire tutte altre 20 volte”, oggi ad esempio mi ha raccontato di quella volta in cui San Paolo ha indicato la strada per Bari a suo padre, il mio bisnonno era a cavallo e San Paolo, ovviamente in borghese e senza aureola, gli ha dato delle indicazioni stradali, lei ci crede, è convinta, ma effettivamente chi sono io per dire che non è vero, solo che non è che San Paolo mi potrebbe apparire un poco pure a me? qualche indicazione mi servirebbe, però non devo andare a Bari e sto senza cavallo, chissà se funziona lo stesso

Ti porto ai concerti, quelli belli, quelli con le migliaia di persone, quelli che parti la mattina presto e stai tutto il giorno in piedi e ci portiamo la pizza con la mortadella e dieci bottiglie di acqua frizzante di cui la metà è destinata a diventare calda e imbevibile, quelli dove si arriva ad un certo punto in cui si pensa di tornare a casa, quelli che quando si spengono le luci parte il boato, quelli dei baci durante il pezzo più bello della canzone più famosa, quelli che puntualmente ti capita quello alto due metri davanti.
Ti porto a suonare ai citofoni e a scappare, e ad avere il fiatone dopo cento metri, scherzare sull’età che non abbiamo più pur sapendo di essere ancora giovani, pur sapendo che il mondo può essere ancora nostro, che possiamo ancora dare qualcosa.
Ti porto alle serate estive, quelle verso le otto e mezza, col crepuscolo e le cicale, una bella terrazza, le famiglie che rientrano dal mare, e l’odore di frittura di pesce, ti porto in quei momenti in cui forse sarebbe il caso di andare a casa a dormire ma poi ci viene un’idea, ci viene da andare da qualche parte ancora, e rimontiamo in macchina, i tuoi pantaloncini corti, la mia maglietta larga, le tue fasce per capelli, le mie Vans, i baci di sfuggita per non distrarsi dalla guida, tra i semafori di Roma e il basso iniziale di “She” dei Green Day.
Ti porto al mare, nelle spiagge attrezzate, a litigarsi l’ombra, a contendersi l’ultimo panino con le melanzane e il Galbanino, a condurre dibattiti sull’eterna lotta tra il thè al limone e quello alla pesca, ti porto tra gli scogli a sentire le onde che si infrangono come tutti i pregiudizi che ho sempre avuto sull’amore.
Ti porto negli abitacoli con l’aria condizionata rotta e i finestrini tirati giù, tutti e quattro, davanti e dietro, maledire i rallentamenti sull’autostrada che ci fanno rimanere fermi e boccheggianti, seguire le tue indicazioni stradali che arrivano troppo tardi quando c’è da girare a destra o a sinistra, ricalcolo percorso, orario di arrivo posticipato e non me ne importa comunque niente.
Ti porto dentro, ti porto addosso.
Ti porto a quelle feste in spiaggia dove c’è la musica di merda e i cocktail annacquati, ti porto agli sguardi d’intesa che vogliono dire che la nostra comparsa l’abbiamo fatta e possiamo andarcene, ti porto ai litigi e agli insulti pesanti, al fare la pace per colpa di una battuta detta al momento che ti accenna un sorriso che vorresti reprimere per orgoglio ma non ci riesci.
Ti porto nell’umidità di Trastevere alle dieci di sera di un giovedì qualunque, tra i senegalesi che suonano i tamburi e un musicista cinquantenne che guadagna qualche soldo suonando gli assoli di David Gilmour, ti porto a raccontarci quello che vorremmo fare da grandi, ti porto a domandarci se alla fine ce la faremo, ti porto a risponderci “Si, purchè insieme.”
Che insieme a te, ne sono sicuro, mi riuscirebbe bene tutto.
—  Tommaso Fusari
Rido. Sono io.

Vorrei dedicare un pensiero a tutte le persone che mi hanno chiesto indicazioni stradali: spero che un giorno possiate tornare dai vostri cari.

- Nina, @tinapica88, insanity page, fb.

prepartenza poco tecnologico:
«papà ti ho mandato l'itinerario di google maps su whatsapp, così quando apri il messaggio ti collega direttamente alle indicazioni stradali da casa a dove dobbiamo arrivare, ok?»
«sì ma qual è l'indirizzo?»
«papà te l'ho mandato con tutte le indicazioni per raggiungerlo»
«eh ma non ha un nome questa via? come si chiama così la cerco su google maps?»
«AAAAAAHHH»

Insomma:

Oggi c’era sciopero dei mezzi pubblici e io ovviamente non ne sapevo nulla. Mi trovavo in università senza la possibilità di tornare a casa ma visto che sono un baldo giovane (come dice mia nonna) ho deciso di usare il mezzo più antico: De pedibus (Aka: appér).
L’unica strada che conoscevo purtroppo è quella che ho fatto un paio di volte con la macchina, più lunga del necessario (6.2km, dang!) e che per altro ho pure sbagliato (ri-dang!). 

Unica nota positiva è che lungo il percorso ho dato delle indicazioni stradali in inglese a dei turisti indiani (credo), però non sapevo dov’era il posto in cui dovevano andare per cui gli ho dato delle indicazioni a caso. Magari non sono arrivati dove volevano, ma di sicuro hanno imparato un’importante lezione di vita. Quale? Non ne ho idea.   

Due o tre cose che ho imparato sul Portogallo e i portoghesi limitatamente a un soggiorno fisso di sette giorni a Porto di cui due occupati da un fantastico matrimonio in una delle migliori cantine di porto della città (città che in realtà non è Porto ma Vila Nova de Gaia, che sta sulla riva sud del fiume che bagna Porto, giusto dirimpetto a quest'ultima)

-i portoghesi, mediamente, danno indicazioni stradali a chiunque, anche se non gliele hai chieste, anche se sai già dove andare e per dove andare, anche se stai utilizzando il navigatore del cellulare - ovvero per il portoghese medio tu non devi andare dove vorresti, ma dove lui pensa che sia meglio per te andare (di solito si tratta della cattedrale di Porto);
-un piatto non è completo se non ha un uovo all'occhio di bue sopra;
-un pasto non è completo se non si è iniziato con un piatto di olive e una zuppa calda, e lo si è finito con formaggio di capra o torta al cioccolato;
-esistono diversi tipi di porto, ma dopo la terza bottiglia scolata in loco non mi ricordo più niente;
-i tedeschi all'estero sono i nuovi italiani all'estero;
-alla televisione trasmettono solo partite di calcio e programmi che riguardano partite di calcio, i quali vengono ogni tanto interrotti da telegiornali in cui si comunica il nome del nuovo primo ministro (di solito questo accade fra la mezzanotte e le due di ogni altro giorno);
-nei ristoranti e in tutti i negozi in genere, l'infima velocità del servizio è resa tollerabile solo dall'estrema premura che sai ci sarà nello stesso;
-la lingua portoghese consiste in un'unica parola passepartout ripetuta in continuazione, di cui cambiano, a volte, intonazione e accento: “OBRIGADO”;
-gli autobus hanno un servizio wi-fi libero e gratuito così potente che ancora oggi qui a Padova riesco a beccarlo con una tacca;
-sputare per terra non è obbligatorio, ma se non lo fai sarai guardato con estremo sospetto;
-capisci che i portoghesi in genere sono piccoletti non tanto perché quelli che incontri per strada sono effettivamente piccoli (anzi, ci sono pure diversi cristoni di due metri), quanto perché ogni maledetto water sul quale hai tentato di sederti è di dimensioni che spaziano dal minuto al microscopico.

[precedentemente su queste pagine: Berlino]

Ruth Orkin - American Girl in Italy, Firenze 1951

“American Girl in Italy” è una fotografia famosissima, che non necessita di lunghe spiegazioni, realizzata a Firenze nel 1951 da Ruth Orkin, una trentenne fotografa americana.

E’ uno scatto ambientato e costruito, qualcosa di appena meno che recitato.
E’ uno scatto provocato.

Alla ragazza, Ninalee Craig, un’amica della Orkin con la quale la fotografa aveva intrapreso un viaggio in Italia, venne chiesto per due volte di passare lungo il marciapiedi di fronte al Caffè Gilli di Firenze, sotto lo sguardo di quindici uomini che si voltano al passaggio della giovane donna americana di soli 23 anni, che sembra attraversare lo spazio con espressione di disagio e imbarazzo.

E’ tutto sommato una fotografia emblematica di come in America si guardasse all’Italia come intrisa di un certo provincialismo: l’abitudine degli uomini di soffermarsi al bar, la gestualità potente, l’amore per le donne.

Erano andate insieme in vacanza in Italia le due amiche, e Ruth chiese alla compagna di fare da modella per una serie di scatti che contava di vendere all’Herald Tribune di New York: Ninalee che guarda con aria sciocca una statua, che chiede a un vigile indicazioni stradali, che attraversa distrattamente una strada trafficata.
Il giornale non le acquistò, ma la fortuna di “American Girl in Italy” è rimasta immutata negli anni.