impero

Una tazzina di cazzi miei

Diciamo che sto facendo una tesi un po’ particolare per essere una tesi di architettura (specializzazione restauro, LOL).

Il mio povero nonno era un marò (LOLx2, a me che viene mal di mare nel canale della Giudecca) e tra il 1929 e il 1932 è stato in Cina con la Regia Marina Italiana (LOLx3, a me che stanno simpatici i militari in generale). Il mio povero nonno era un ragazzetto, in campagna da noi si era un po’ affamati: non amava la vita militare ma pagavano bene, quindi è partito con destinazione Tianjin.

Lì si è comprato una macchina fotografica ed è tornato a casa con più di 400 fotografie tra quelle che ha fatto lui, comprato o recuperato da altri militari.

Inutile dire che questo album di fotografie era il tesoro di mio nonno, nonché una presenza costante nella via di mio padre e nella mia. Mi ricordo che passavamo ore a farci raccontare le sue avventure in Cina, mentre mia nonna diceva spesso: “Prima o poi mi arriverà a casa un cinesino con gli occhi blu in cerca di Elio”. Era un bel ragazzetto all’epoca, niente da dire.

Ovviamente, data l’opportunità e un relatore compiacente, la mia tesi ruota intorno a questo album e alle foto di Pechino, Tianjin e Shanhaiguan. Parlerò anche un po’ della concessione italiana di Tianjin, giusto perché devo infilarci in mezzo un po’ di architettura in qualche modo.

A ottobre, quindi, partirò alla volta dell’ex Celeste Impero, sulle tracce delle fotografie di mio nonno.

Quello che sto facendo adesso è tentare di individuare la maggior quantità possibile dei luoghi delle foto, il che comprende un intensivo uso di google translate, pleco, baidu maps e una buona dose di maledizioni alla lingua cinese che diobono è un casino. 

(Per fortuna che un minimo so disegnare).

Mi gioco 100 € che, alla discussione, al mio babbo scenderà una lacrimuccia.

Prima che Walt Disney creasse il suo impero, gli dissero che non aveva immaginazione.
A Elvis Presley fu consigliato di fare il camionista.
I Beatles vennero rifiutati dalla Decca Records, dove dissero “A noi non piace la loro musica”.
Il primo romanzo di Stephen King intitolato “Carrie” fu rifiutato 30 volte.
Il libro “Harry Potter” fu rifiutato da varie case editrici perché “troppo lungo”.
Steve Jobs all'età di 30 anni fu licenziato dall'azienda che lui stesso aveva creato.


Non fermatevi al primo “No”. Solo perché gli altri pensano che voi non siate all'altezza, ciò non vuol dire che non lo siate davvero.

—  Ilmareditroppo | Joy Musaj
Prima di ogni incontro di famiglia tra ex- bizantini:
  • Puglia: Bene, organizziamo questa cena di famiglia...Marco, tu cosa porterai?
  • Veneto: Rancore...
  • Grecia: Quello volevo portarlo io!
  • Puglia: Basta, non cominciate! Se lui porterà il rancore, tu porterai l'astio, io porterò il vino ed andrà tutto bene come al solito.
La Corazzata Potëmkin

La scomparsa di Paolo Villaggio, che ha emozionato tantissimi (me compreso), ha riportato alla ribalta una delle gag più famose e leggendarie del Rag. Ugo Fantozzi ne Il Secondo Tragico Fantozzi (1976). In quel film, per motivi di diritti, il nome Potëmkin fu trasformato in Kotiomkin, e il nome del regista  Sergej Michajlovič Ėjzenštejn in  Serghei M. Einstein, e le stesse scene del classico del cinema russo furono completamente rifatte a Roma, sulla scalinata di Villa Giulia da Luciano Salce, il regista del capolavoro fantozziano. L’opera originale di Ėjzenštejn è davvero un capolavoro del cinema di tutti i tempi, e non dura le colossali 3 ore per 18 bobine raccontate dalla voce narrante fantozziana ma una sessantina di minuti. Il film racconta un avvenimento realmente accaduto e che ebbe protagonista l’equipaggio della vera corazzata Potëmkin. 

La nave infatti era il gioiello della cantieristica militare russa e fu varata, dopo varie peripezie, il 26 agosto 1900 a Sebastopoli;era la punta di diamante della Flotta del mar Nero. Deve il suo nome al principe Grigorij Aleksandrovič Potëmkin, principe della Tauride (che equivale all’odierna Crimea) che fu durante il Regno di Caterina la Grande (XVIII secolo) il fautore della Flotta del Mar Nero. Anni fa lessi un libro su questa nave, Ammutinamento. La vera storia della corazzata Potëmkin di Neal Bascomb (Mondadori) che racconta la tragica vicenda di questa nave. Lunga 113 metri, corazzata con il miglior acciaio tedesco, provvista di 38 tra cannoni e cannoncini, iniziò la normale attività solo nel 1904, dopo numerosi problemi tecnici. Non partecipò quindi, come molte navi della Flotta nel Mar Nero, nel 1905,  alla sconfitta navale clamorosa nella guerra con il Giappone a Tsushima che pose fine al conflitto, con l’umiliante trattato di resa firmato dallo Zar Nicola II che produsse una forte contestazione nell’immenso Impero proprio contro la debolezza del Regime Zarista. Il fulcro della rivolta fu San Pietroburgo (dove la polizia proletaria instaurata dal Pope ortodosso fu letteralmente disintegrata dalle truppe zariste), ma l’episodio della  Potëmkin ebbe un’eco straordinaria e secondo gli storici fu uno dei motori della rivolta. Il tutto nasce dalla rivolta dell’equipaggio avvenuta nel giugno del 1905, secondo la leggenda dovuto al rifiuto dei marinai di mangiare carne infestata dai vermi, in realtà per i livelli scarsissimi di igiene, le paghe arretrate e altri soprusi. Lo scontro sulla nave provocò la morte di 7 dei 18 ufficiali, tra cui ammiraglio e il capitano, e uno dei ammutinati, Grigorij Vakulenčuk, che subito divenne un eroe. Anche la nave appoggio della corazzata fu sconvolta da un ammutinamento, la silurante 267, e tutte e due si diressero al porto di Odessa con la bandiera Rossa issata a bordo. La Marina Imperiale inviò due squadroni di navi da battaglia con l’ordine di affondare persino la  Potëmkin se non fosse stata possibile riconquistarla, ma clamorosamente i militari zaristi si rifiutarono di attaccare i rivoltosi, per solidarietà. La nave per circa un mese vagò per tutto il Mar Nero, fino a quando gli ammutinati si fermarono nel porto rumeno di Costanza, chiedendo asilo politico.  Afanasij Matjušenko, proclamato dagli ammunitati loro capo, chiese cittadinanza rumena, salvo poi ritornare nel 1907 a Odessa dove fu arrestato, processato per tradimento e impiccato a Sebastopoli. La nave ritornò a Odessa, e per cancellare l’onta fu rivarata come  Panteleimon in onore di San Pantaleone, patrono del giorno del ritorno a Odessa della nave. Con questo nome, combatté durante la prima guerra mondiale nel Mar Nero contro i Turchi. Dopo la rivoluzione, fu ribattezzata nuovamente  Potëmkin in ricordo degli eroici marinai, salvo poi, nel maggio 1917 rivarata come  Boreč za Svobodu, che significa Combattente per la libertà. Ebbe una fine tragica: venne catturata dalle truppe anglo-francesi e tra il 22-24 aprile 1919 fu resa inutilizzabile dagli inglesi per non ricosegnarla all'Armata Rossa. Durante la guerra civile russa, in seguito all'occupazione di Sebastopoli il successivo 24 giugno cadde nelle mani dell'Armata Bianca e, il 15 novembre 1920, quando i bolscevichi ripresero Sebastopoli, trovarono la nave all'ormeggio, danneggiata irreparabilmente e ne ordinarono la demolizione, che avvenne tra il 1922 ed il 1924, mentre la nave venne radiata il 21 novembre 1925. 

Un mese dopo, il 21 dicembre 1925 il capolavoro di Ėjzenštejn fu proiettato al Teatro Bol'šoj nel ventennale della rivolta, e divenne uno dei più grandi esempi di propaganda cinematografica mai effettuati. Il film, va detto, fu criticato anche da Pasolini come una bruttezza, non solo da Fantozzi; in realtà è un grandissimo film, anche per le tecniche cinematografiche che introdusse, che il Geometra Calboni sfotte nella storica scena dell’incendio delle bobine (il famoso “montaggio analogico”). L’incipit del film era una storica frase di Lenin: 

Rivoluzione significa guerra. Questa è l'unica legittima, ragionevole vera grande guerra di tutte le guerre che la storia ha conosciuto. In Russia questa guerra è stata appena dichiarata ed è appena cominciata.

Situazione sentimentale dei segni:

Ariete: Io, io e l'altro io.
Toro: Costruendo un impero.
Gemelli: Vivendo la mia vita.
Cancro: Con il cuore a pezzi.
Leone: Non mi importa.
Vergine: Troppo buono per conformarmi con te.
Bilancia: Sto bene da solo.
Scorpione: Forever alone.
Sagittario: Dipende da chi chiede.
Capricorno: Nessuno mi vuole.
Acquario: È complicato.
Pesci: Aspettando un miracolo.

«Io, Pina, ho una caratteristica: loro non lo sanno, ma io sono indistruttibile, e sai perché? Perché sono il più grande “perditore” di tutti i tempi. Ho perso sempre tutto: due guerre mondiali, un impero coloniale, otto – dico otto! – campionati mondiali di calcio consecutivi, capacità d'acquisto della lira, fiducia in chi mi governa… e la testa, per un mostr… per una donna come te.»


Grazie.

Santiago è morto

Un mese fa decine di migliaia di argentini erano scesi in piazza nella capitale Buenos Aires per protestare dopo la scomparsa di Santiago Maldonado, 28 anni, attivista radicale. Nella Plaza de Mayo, luogo terrificante della memoria della dittatura argentina, erano presenti, assieme a migliaia di giovani attivisti anche tanti bambini. Il capo del governo, Mauricio Macri, in quella occasione, disse di non preoccuparsi, sarebbe tornato sano e salvo. Invece lo avete ammazzato, infami. La notizia è di ieri sera. Nel distretto di polizia è stato torturato fino a farlo cedere dalle botte, è morto di ipotermia. Santiago era un libertario internazionalista per la liberazione della terra, non era un membro del popolo Mapuche ma ne condivideva le lotte. Il 1 Agosto 2017, circa 500 membri della Gendarmeria Nazionale Argentina hanno represso una protesta nel nord-est di Chubut, nella Patagonia argentina, a nord di Esquel. L’azione era stata messa in campo dai membri della comunità Mapuche “Pu Lof en Resistencia del departamento Cushamen”. A seguito dello sgombero dell’area, la Gendarmeria ha perseguito i manifestanti fin dentro i campi, entrando nei territori della comunità e sparando con armi automatiche. Durante questo inseguimento Santiago è sparito. Le testimonianze di chi stava scappando, riportano che è stato catturato e caricato in un furgone, che riportava le scritte della polizia. Da questo momento in poi, non si è saputo più nulla di lui, fino a ieri. La notizia è trapelata dagli stessi ambienti che lo hanno torturato. Santiago è solo l'ultimo morto di una serie lunghissima, sono decine le uccisioni in Patagonia, impero dei Benetton che in europa fa le gigantografie coi bimbi colorati, United Colors, pubblicità progresso del cazzo, e in Patagonia è il male assoluto. Solo che i Mapuche non mollano, li dovete ammazzare tutti. Non vi è bastato rubargli le terre, i figli, bruciargli le case, no, li dovete ammazzare, perchè lo sapete che non si arrenderanno mai. Preferiscono morire piuttosto che abbandonare i loro fiumi, le montagne, l'aria. Per la liberazione umana, animale e della terra, solidarietà incondizionata e complice a chi, in continue privazioni, lotta per la libertà. Che la terra ti sia lieve Santiago. Eri un ragazzo, maledetti.

Olmo

“Questo è per te
è il mio intero cuore
è il libro che ti avrei letto
quando fossimo stati vecchi
Adesso sono un’ombra
Sono senza pace come un impero
Tu sei la donna
che mi ha reso libero
Ti ho vista guardare la luna
Non hai esitato
ad amarmi con essa
Ti ho vista onorare gli anemoni
colti tra le rocce
mi hai amato con essi
Sulla sabbia liscia
tra i ciottoli e la spiaggia
mi hai accolto nel cerchio
meglio ancora di come si accoglie un ospite”


Leonard Cohen

La costruzione della nostra storia, avvenuta interamente nella mia testa, è stata tortuosa e sfiancante. Prima ho dovuto amarti, poi ho dovuto crearti, dagli occhi alla bocca, dai gesti delle mani alle rughe. Ti ho vestito e poi ti ho dato un sentimento e il sentimento era la pioggia. Hai cominciato scrosciando, un temporale improvviso senza nuvole e anche se ricordo strade violente intessute di luce dentro di me piovevi bianco come latte. Portarti avanti all’inizio è stato facile, rispondevi lieve ad ogni assalto e non mi importava della tua consistenza. […] Ma più avanti ti sei fatto attrito, sangue rappreso, masso e impresa e lo stesso mi sono trascinata per la via, portandoti dentro come un voto o un organo sfatto di cui non è possibile privarsi. Ad ogni stazione ho imparato per te parole nuove e altre ne ho dimenticate: breccia e peccato, incertezza, radice, purezza, intero, impero e regime, dolcezza, e meno splendevi più ti desideravo e più ti desideravo più vita tenevi. E mi hai condotta in luoghi che non conosco ancora, luoghi che ho smesso di vedere, piazze, boschi, paesaggi lunari dove ti aggiri come una cosa dimenticata e andata a riprendere.
Questo sei adesso: elastico, punto di forza a cui tendo nonostante cerchi di allontanarmi. Sei un chiodo conficcato nella schiena e la pelle – in quanto pelle – ti ha assorbito come un’abitudine, non bruci più, non ti rivolti più in infezione o turbamento.
Sei il sorso che bevo al mattino, prima di toccarmi la pancia, verificando che esisto, prima del risveglio dei muscoli, prima di sentire che ho braccia e piedi e gambe e ginocchia e palpebre e lingua, prima di sentirmi ti sento. […] E mi affligge e mi consola tutto questo silenzio attorno, il tuo silenzio come foglie di novembre, il tuo silenzio come un orizzonte, il tuo silenzio come la debole dedizione di un torturato, il tuo silenzio assoluto e indifferente, il tuo silenzio come Dio, il tuo silenzio come uno che non è mai esistito, il tuo silenzio come un pensiero, il tuo forte silenzio come un pensiero.
—  Maria Lo Conti, Il tuo forte silenzio come un pensiero