immedesimazione

Deriva caotica su sesso, Sesso, e giochi in scatola (Capitolo Primo)

Ho parlato di sesso e questo è un dato incontrovertibile.
Ho messo giù parole, a volte crude, contando sulla prima regola che ho appreso sulla scrittura; il patto con il lettore.
Lui si fida, crede al nero su bianco e, in qualche modo, azzarda un tentativo di immedesimazione.
Che poi ci riesca, si ritrovi, non vada oltre la quinta riga o corra in bagno a vomitare questo è un altro discorso.
Sono sempre stata io e, se vi disturba, vi chiedo di non andare oltre.

Lascio una riga bianca al modo in cui, in certe recensioni, appare la scritta “attenzione spoiler”.

La regolarità non è mai stata la mia linea di punta.
Ho giocato ed ho amato.
Tra le mura di un appartamento a Milano, nel parcheggio di un ospedale psichiatrico, su un tavolo da biliardo. Riscaldato.
Ho amato chiusa nel bagno di un bar in periferia allo stesso modo in cui non mi sono scomposta svegliandomi tra gli arazzi di una villa in campagna.

Potrei chiedere assoluzione e basterebbe davvero poco.
Potrei dire di non andarne particolarmente fiera, magari aggiungendo un paio di lacrime che, si sa, fanno sempre la loro porca figura.

La verità, però, è che mi sono divertita.
Rientravo a casa con il mondo in mano, consapevole di non dovere al lui di turno questo delirio di onnipotenza (e nemmeno a lei).

Ho amato senza rancore, con il disincanto di chi ha imparato a conoscersi.
Ho usato, lo ammetto, potendo escludere la colpa di chi si arroga il diritto di essere la sola a condurre il gioco.
Ora però comprendo.
Se ho avuto questo potere è stato solo perché qualcuno me lo ha concesso.
E si è divertito almeno quanto in quel momento facessi credere di poter pensare.
Non sono esattamente quel che si definirebbe una “buona samaritana” e quindi niente opere di bene. La partita è finita in pareggio; anime salve, direbbe qualcuno.

Solo che siamo al 18 Febbraio del 2017.
Nessuna voglia di tirare le somme ma un gran bisogno di condividere quello che in questo “gioco”, più o meno azzardato, riconosco di avere imparato.
Chiedo però preliminarmente scusa per il termine perché a parlare di giochi si corre il rischio di sminuire. Il valore lo si impara da bambini e, per quanto mi riguarda, credo di aver incominciato a riconoscerlo attraverso l'olfatto.
La plastilina sapeva inebriarmi al punto di fingere di lavarmi le mani per cena e poi andare a letto annusandomi ancora le dita. Il cartonato dei puzzle mi stancava in pochi giorni ma ero testarda e non ne ho mai lasciato uno incompleto. Ho smesso di chiederli in regalo quando l'ansia di poterne perdere un pezzo ha preso il sopravvento. Paradossalmente adoravo però versare il sacco pieno zeppo di tasselli di nulla in bianco e nero nella scatola sul tavolo in salotto, forse per il rumore gentile o per la polvere sottile che si sollevava. Ho scoperto così di non sapere amare ciò su cui non potessi avere un totale controllo. I quadratini possono nascondersi sotto un mobile e gli spazi bianchi non li so gestire.

Tutto questo per tentare una spiegazione che, ad avere saputo aspettare, mi avrebbe probabilmente evitato quarantacinque minuti di monologhi a settanta euro la settimana da moltiplicarsi per circa un anno. Senza fattura ovviamente.

Stavamo però parlando di sesso, giusto?
No perché non è che uno può iniziare un racconto, creando una mezza aspettativa pruriginosa, per poi divagare in un soliloquio esistenziale che se fossi al liceo avrei anche la cazziata per essere andata fuori tema.

Definiamo allora cosa sia il sesso, ma questo è un compito che lascio volentieri a voi.
Ognuno avrà la sua immagine che a sua volta sarà dettata da altre immagini, suggerite da un passato troppo furbo perché si lasci dimenticare così.

Mi permetto allora di dire la mia e se siete arrivati fin qui è il minimo che possa fare. (Per riconoscenza, si intende)
Andrò con ordine e sarà un ordine che sento sarà essere in primis cronologico per poi arrivare a prendere una deriva caotica.
Ma così è stato fino ad un tempo fa potenzialmente indefinito che, magari, alla fine arriverò a raccontare.

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