il-moto

Qualora ti andasse la pizza, e i cd in macchina senza nome sopra che si confondono tutti.
Qualora ti andassero litigate coi piatti che volano, partite alla playstation, il divano sotto il condizionatore mentre in TV ricomincia il campionato o la moto gp, le lenzuola contese e la spesa fatta male con molte caramelle gommose e poche cose importanti.
Qualora ti andassero i barbecue con gli amici in cui tu pensi alle bruschette, metti caso sentissi il bisogno impellente e irrefrenabile di un weekend sulla neve, di una sbronza colossale, di un centinaio di foto stupide, di tortellini fatti in casa la domenica e di farina tra i capelli.
E a proposito dei tuoi capelli che mi permetto di dire, vostro onore, che quei capelli sciolti hanno causato più danni dei fast food e delle trivelle per il petrolio e delle band emergenti, a tal proposito, dicevo, se ti andasse pure di lasciarli così come sono e farli svolazzare fuori dal finestrino in macchina alle due di notte vicino al Colosseo e ai Fori Imperiali, si insomma se tu volessi queste cose e magari anche altre mille, fammelo sapere, che passo a prenderti alle otto.
—  Tommaso Fusari
Forse mi innamorerei di te in qualsiasi epoca, dimensione, pianeta, oggi, ieri, domani, al di là, scordandomi chi sono stato, scordandomi chi sono e non sapendo più chi sei stata o chi sei. Se poco prima della fine del mondo mi chiedessero: “Cosa vorresti riavere di ieri?”, forse la nostra storia resterebbe sempre senza futuro. Ma com'è vero che la terra gira intorno al sole, tu sei il sole che gira intorno al mio cuore, il mio moto di rivoluzione. E in mezzo a tutte le innumerevoli trasformazioni del mondo, io puntualmente ti salverei. Tu sei il peccato che rifarei senza pentirmi mai. Questo volevo in fondo. Contro tutto e tutti ma io con te, tu con me, fino alla fine. Chissà se lo sai. Ti è mai interessato capirlo, saperlo? Sapere quant'è che costa poi mantenere accesa la fatica silenziosa di crederci ancora, come una spia che sa rivelare un guasto, un'anomalia, in un sistema di eterna rinuncia. Perché dopo la prima volta che ci arrendiamo alle comodità, ci arrendiamo con sempre più facilità ogni volta. Diventiamo sempre più deboli. Sempre più portati a dire no. Invece è stupendo essere ancora capaci di donare alla vita l'ebbrezza di perdere il controllo. Io l'ho fatto con te. E chissà se lo sai, se sai quanto tempo perso… Quanto tempo inutile si perde a fingere di dimenticarsi…
—  Massimo Bisotti
I messaggi lunghissimi.
I sorrisi inaspettati.
Le lacrime salate.
Gli abbracci da dietro.
Il solletico sul fianco.
I baci sulle guance, e quelli sulle labbra.
Le serate passate a ridere.
Le notti insonni.
Il tuo modo di tenermi testa.
Il mio “non resisterti”.
Le passeggiate sulla spiaggia la notte,
E le corse per non perdere il treno.
Le sigarette da nascondere,
L'alcool per divertirsi.
Le amicizie che si perdono, quelle che si trovano.
L'amore che cerchi e quello che arriva così, mentre si parla, e si sorride insieme.
Le litigate con la tua migliore amica.
I viaggi con la famiglia.
I sentimenti amplificati.
I caffe alle nove di mattina.
I mi manchi urlati in silenzio,
I tagli sui polsi,
E i jeans strappati.
L'odio, l'amore, l'amicizia.
La musica rock alle tre di notte,
E il pianoforte con quelle note dolci.
I tuffi nel lago con gli amici.
La vita che va vissuta.
La felicità e le speranze.
Il sentirsi inutili.
Le promesse non mantenute.
La dieta, la bilancia,
E i gelati d'estate.
Le conchiglie da raccogliere.
L'affetto di un padre che non hai mai avuto.
Le scritte sui muri.
E i tramonti con il ragazzo che ami.
Le poesie di Bukowski.
Le rondini d'estate.
Le stelle cadenti la notte di san Lorenzo.
Le candele sulla tua torta.
I desideri che non cambiano.
La luna piena.
Le mostre di Hayez.
I libri di Nicholas sparks
E i film drammatici.
Le gite in montagna.
Le canzoni di Tiziano Ferro.
Le scappate in moto.
Il quattro in matematica.
I giorni passati a piangere a letto.
Le docce fredde in estate.
La slitta sulla neve.
La pizza che ti scotta la lingua.
Le critiche di tua mamma.
Il camino che scoppietta.
Harry Potter con i popcorn.
La voglia di fare cose nuove.
Il cellulare sempre sotto carica.
Le bigiate da scuola.
La panchina della stazione.
Il profumo del gelsomino.
Il natale con la famiglia.
I capelli lunghi.
Il negozio di zara.
Il funerale di tua nonna.
Il giro in gondola a Venezia.
I vestiti lunghi.
Le borse firmate.
Il profumo di Armani.
Il bicchiere di vetro che cade.
La porta che sbatti quando sei arrabbiata.
Le grigliate nel cortile con gli amici.
I cartoni della Disney.
Il karaoke.
Il non dormire per scrivere con lui.
Le scottature del sole.
Le smorfie nelle foto di retrica.
Lo smalto nero.
I “m'ama, non m'ama” con le margherite.
Gli abbracci delle tue amiche mentre piangi.
Le costole che vuoi vedere spuntare dalla pancia.
Gli esami delle superiori.
I ti amo sussurrati al vento.
Le trecce.
Il pane caldo appena sfornato.
La febbre e il te caldo alle cinque del pomeriggio.
Le farfalle nello stomaco.
Le Converse.
Il nervoso che ti fa venire il mal di stomaco.
Le camomille prima di andare a dormire
Il ballo caraibico, la salsa e la bachata.
La musica con le casse.
I cartelloni delle amiche.
Le feste a sorpresa.
L'alba da fotografare.
La pioggia che ti bagna i capelli.
I discorsi seri.
Le canzoni che ti fanno piangere.
Le serie Tv.
L'amica che ti ha lasciato sola nel bisogno.
Il diario segreto.
Le illusioni, i sogni impossibili
Il tuo attore preferito.
I regali nel giorno del compleanno.
L'ansia delle cose nuove.
I compiti di inglese.
I prati fioriti.
I mille pensieri nella mente.
Il dover lasciare la tua casa e trasferirti.
I bucaneve nel bosco.
I giochi sul telefono.
Le frasi tumbrl.
I maglioni larghi.
I dolci della nonna.
La passeggiata all'ombra.
I temporali estivi.
L'adolescenza che va e non torna.
—  Colpa-del-tuo-sorriso
Qualora ti andasse la pizza, e i cd in macchina senza nome sopra che si confondono tutti.
Qualora ti andassero litigate coi piatti che volano, partite alla playstation, il divano sotto il condizionatore mentre in TV ricomincia il campionato o la moto gp, le lenzuola contese e la spesa fatta male con molte caramelle gommose e poche cose importanti.
Qualora ti andassero i barbecue con gli amici in cui tu pensi alle bruschette, metti caso sentissi il bisogno impellente e irrefrenabile di un weekend sulla neve, di una sbronza colossale, di un centinaio di foto stupide, di tortellini fatti in casa la domenica e di farina tra i capelli.
E a proposito dei tuoi capelli che mi permetto di dire, vostro onore, che quei capelli sciolti hanno causato più danni dei fast food e delle trivelle per il petrolio e delle band emergenti, a tal proposito, dicevo, se ti andasse pure di lasciarli così come sono e farli svolazzare fuori dal finestrino in macchina alle due di notte vicino a New York o a Time Square, si insomma se tu volessi queste cose e magari anche altre mille, fammelo sapere, che passo a prenderti alle otto.
—  Tommaso Fusari

anonymous asked:

A me la storia di Burioni e della scienza non democratica mi pare una roba da loggia massonica fascista

Arrivi lungo ma arrivi tardi, anon…

La scienza NON è democratica e ti spiego il perché.

Se dovesse saltare fuori un referendum sul geocentrismo del pianeta terra nel sistema solare e il 50%+1 dei votanti scegliesse il sì, la terra continuerebbe il suo moto di rivoluzione intorno al sole e quest’ultimo rimarrebbe ben fermo al centro del sistema solare (ma non fermo rispetto al centro della galassia… ma questo è un altro discorso). Pure un plebiscito universale al 100% non cambierebbe la realtà dell’eliocentrismo (non teoria… realtà).

MA IL POPOLO HA DECISO DEMOCRATICAMENTE CHE TUTTI I PIANETI GIRANO INTORNO ALLA TERRA!

Il popolo vada a fare in culo con bel tacer e si lasci spiegare con pacatezza (al momento, non la mia) come stiano le cose da chi ha studiato il fenomeno e può portare prove concrete a quella che non è più una teoria, ma un dato oggettivo.

Se vuoi che la scienza sia democratica, studia la scienza in maniera scientifica e fai in maniera che le tue conoscenze scientifiche siano condivise da più gente possibile… un 50%+1 mi renderebbe piuttosto felice ma se devo puntare in alto allora un 100% mi orgasmerebbe.

La scienza, poi, è democratica proprio perché è il demos, il popolo, a goderne i vantaggi e i benefici con l’eradicazione di malattie atroci, la creazione di colture e allevamenti resistenti e per farla breve con i cazzo di dispositivi che usate per mettere in dubbio che la terra giri intorno al sole e amenità simili.

Infine, nessuna loggia sciento-massonica vi sta tenendo nascosto alcunché e nessuno vuole sterilizzarvi, controllarvi la mente, farvi ammalare o teletrasportavi in massa su Nibiru. 

Ci state riuscendo perfettamente da soli. 

(tranne andare in massa su Nibiru ché farei un mutuo su due piedi per finanziare di tasca mia gli studi).

10 COMANDAMENTI.

Io sono il Cervello, Amico Tuo:

  1. Non avrai altro da dire, fuori dalla mia approvazione.

  2. Non nominare la mia Ragione invano.

  3. Ricordati di usarmi ogni giorno.

  4. Onora i Neuroni e le Cellule Gliali.

  5. Non uccidere le mie sinapsi con le tue stupide parole.

  6. Non commettere azioni disdicevoli e fuori dalla mia Logica.

  7. Non rubare patetici consensi, invocando il mio supporto.

  8. Non dirmi falsa testimonianza, io so sempre tutto, prima di te.

  9. Non desiderare il cervello degli altri, metti in moto il tuo.

10. Non desiderare il lobo frontale degli altri, usa la tua cognizione.

Vorrei portarti con me.
Resisteresti poco, al freddo senza l’afa estiva ma sarebbe un’esperienza diversa, no? Poi ti riporterei indietro, come è giusto che sia. Ma per un po’ ti porterei con me.
Ti racconterei le cose che non avrò il tempo di finire di dirti. Solo per quello, per trovare il modo che duri di più. Ti farei guardare il mare freddo, così apprezzeresti il tuo. Ti farei una foto e la lascerei nel cassetto per le volte che avrò voglia di guardarti con i capelli scompigliati e il sorriso accennato.
Mangeremmo e dormiremmo poco perché non ci sarebbe il tempo; tutto quello che vorresti cercherei di dartelo. Ti farei esprimere un desiderio e lo esaudirei. Solo uno, perché tre non sarei capace.
Ti farei almeno un paio di domande scomode, perché così ti fideresti di me; perché così, se ti telefonassi almeno una volta, sussulteresti un pochino e quando deciderai di andare via, ci sarà almeno una volta in cui vorrai tornare.
Vorrei che ti fossi innamorata di me, per chiedermi di restare. Ma forse tu impieghi tanto per innamorarti e allora è per questo che vorrei portarti con me: per farti innamorare.
Verresti?
No, non verrei. Perché dovrei?
Non credo che mi riporteresti indietro, non voglio che tu faccia di tutto per me. Il suono è simile a quello della tua voce, non della mia: vorrei che lo capissi e te ne rendessi conto. Le tue parole sono esigenti e mi si stringono al cuore. L’unisono tra di noi non funziona. Il moto di due anime in una non esiste. Non vorrei foto di questo momento, né motivi per lasciare che non finisca. È doloroso da ricordare. Cosa c’è di poetico in una sensazione moritura? Se lo volessi, non farei in modo che arrivi la fine. Perché è questo il punto: io sto facendo in modo che l’ultimo secondo di tutto accada, capisci? Permettimi di dire di no. Permettimi di non esserti accanto. Permettimi di decidere di non esserci come vuoi tu.
Pensare che sia per due, per renderti i pensieri più facili; lo sai che mi stai raccontando una bugia mentre mi chiedi ‘verresti?‘
Certo che lo sai.
Venire? Cosa potrebbe dire? Cosa saremmo?
La mia automobile scivola da sola verso casa mentre rileggo le tue parole. Cerco di trovare interpretazione, tentando di valicare le frasi così come sono – cunei – e trovarci l’intenzione inespressa di dire dell’altro. Cerco titubanze, virgole, mi soffermo sui dettagli. Ma io di dettagli non capisco nulla. Non so come sono fatti, in verità.
Potrei rimanere attaccato alla balaustra a due mani, mangiare tutte le merendine della macchinetta accanto all’ingresso del gate pur di restare a guardare il fiume da un lato e la strada dall’altro.
Fissare l’asfalto fino a farmelo entrare negli occhi e bucarmeli per non vedere la via di casa: questo dovrebbe accadere affinché io vada via da qui e mi rassegni alle tue parole. Credevo di non essere capace di rimanere in silenzio a guardare. Sono solito pensare di me cose molto positive: grande cuore, grande testa, spirito d’iniziativa, forte indipendenza; pensavo di non essere capace di restare a guardare inerme.
È una di quelle circostanze che non si addicono agli spiriti vincenti. È come ammettere di avere un buco scoperto e lasciare che qualcuno ci infili un dito dentro, stracciando carne e tessuti, graffiando vasi, fino a tingere di rosso i vestiti e non poter, così, celare l’affanno.
Eppure io sono un tipo sveglio, non mi lascio abbindolare facilmente; ho sempre saputo tenerle a distanza e prosciugarne il necessario. Ecco, sì: non sono mai andato al di là del necessario con quasi nulla. Solo di foglie d’albero ne ho troppe, perché ne faccio collezione.
Ne ho mangiate molte di merendine della macchinetta ma adesso, alla guida, con le mani poco convinte e smaniose, non ne ricordo il sapore singolo e anche gli incartamenti mi paiono tutti uguali. Non posso distinguere il caramello dal fiordilatte e questi dal cioccolato: ho un solo amalgama appiccicaticcio nella bocca.
Mi sembra strano sentirmi così sopra le righe. Mi sembra strano, ancora, sentire quegli occhi addosso. I tuoi e i miei insieme, che erano altro, lo sono stato lo so, lungo il fiume e poi sono irrimediabilmente scomparsi dopo un battito di ciglia. Un movimento fisiologico ne ha decretato la fine ed io lo vado cercando, adesso, mentre mi dirigo verso casa, seguo la scia per provare a seguirti.
Che pena. Sperare, intendo. È la pena di chi non sa rinunciare.
Non so raccontare una volta in cui tu mi avevi detto di essere felice, in effetti. E nemmeno una volta in cui te l’ho detto io, d’altronde. Non credo minimamente di esserti venuto incontro per davvero, con foga ed eccitazione, per abbracciarti di sorpresa.
Non mi viene in mente la prima volta che t’ho visto. So quand’è, con precisione, perché io ero al bancone di un bar con una ragazza che mi piaceva molto. E che ho abbracciato con slancio e voluto tante di quelle volte da essermene invaghito e addirittura innamorato a un certo punto.
Ricordo d’averti preso in consegna nella mia mente, ma non d’averti visto. Non so nemmeno com’eri vestita. So solo che ti sei passata una mano tra i capelli, il gesto più comune che si possa recuperare nella memoria. Eppure io l’ho registrato. In realtà potrebbe essere falso. Potrei aver traslato la mano di un altro sulla tua e adesso cucirti addosso un movimento che non t’è appartenuto.
Avevi un braccialetto che si compra al mare, di quelli di cotone colorato, che dicono porti fortuna e poi, un giorno, si spezzi per far avverare un desiderio. Di quelli che hanno tutti, eccetto me, poiché io non li sopporto: rimangono bagnati per ore, dopo la doccia, ed umidi sulla pelle.
Mi sono chiesto quale potesse essere il tuo desiderio. È la prima cosa su cui mi sono interrogato guardandoti quella volta e pensandoti i giorni successivi. Se tu avessi un desiderio sopra tutti, se fosse legato a quel braccialetto o a un sentimento. Ho sentito il bisogno di saperlo, come se fosse il tuo nome.
Avevi anche un anello costoso. Sottile, ma prezioso. Un anello facile, che non sorprende se lo regali. Non so perché l’avessi notato. Niente a che vedere coi tuoi occhi, mi rendo conto. A chiunque avessi chiesto di te nei giorni seguenti, continuavo a dire di non avere in mente i tuoi occhi: eppure sono meravigliosi. Non mi viene un’altra parola in mente. Dovrei inventarla ma non sono capace, tu lo sai. Posso fartelo intuire ma non so spiegarlo.
Non capisco perché non me li sono incollati addosso. Avevo notato di te solo i dettagli peggiori fra tutti gli altri; ciononostante ti cercavo già il giorno dopo. Mentre passeggiavo sotto casa tua, nelle sere a seguire, speravo di notare i tuoi movimenti alla finestra oppure con chi saresti uscita. Desideravo vederti da sola, che, una volta sull’uscio, ti guardassi intorno e vedendomi rimanessi piacevolmente compiaciuta.
Avrei voluto essere io nei tuoi sogni, a ispirare i tuoi sonni e farti felice. Ma lo so di non potere. Eppure questa consapevolezza non m’ha fatto smettere di volerti portare via con me.
Non capisco. Non capisco cosa vuoi dire. Mi pare assurdo che tu pensi di poter amarmi. Quanto abbiamo passato insieme? Non capisco perché tu voglia portarmi con te. Non sai nulla.
Ti ho rubato anche un sorriso triste quella sera.È andata così: io ti ho guardata per un momento, mentre ti passavi le mani nei capelli, e stavi sorridendo, ma non alla persona con cui parlavi. Sorridevi, rivolta verso il basso come per un pensiero veloce da far svanire. E, rivolto di nuovo il tuo volto verso l’alto, ti ho sorpresa triste, come se quel pensiero felice andasse celato.
Sorridi solo quando qualcuno o qualcosa ti fa ridere, ma non dovresti. A me piace, ma non dovresti. La felicità pare si auguri a tinte pastello e così mi tocca fare, con te, adesso: cercare di farti togliere dal viso i tuoi sorrisi tristi, come ho sempre fatto, d’altronde.
Potremmo essere in giro a passeggiare in una città qualunque, col caldo, mano nella mano e io dovrei accorgermi del tuo sorriso triste e allora darti un bacio o prenderti il viso e farti fare una smorfia che mimi la gioia. Sorrideresti e il mio desiderio di felicità per te sarebbe compiuto. La verità è che i tuoi sorrisi tristi a me piacciono, perché a te stanno bene, perché li sai trattare, li sai adoperare e mettere in fila senza che rompano le righe. Se lo facessi io sarei penoso.
Questo è il punto: faccio pensieri e desidero cose nuove.Non importa cosa so. Per la prima volta, non importa.
Non so da dove vengono o come si chiamino e non potrei spiegarle a nessuno eccetto te, con un po’ di tempo, con un po’ di pause, con quei silenzi che non saprei riempire, all’inizio. Ma potrei imparare.
Sono un pessimo romantico, lo ammetto. È per questo che non sono riuscito a farti innamorare. Lo so che è così. Ho immaginato che potessi bastare io, con i miei modi normali e l’aria spavalda. Fintamente sicura. E del tempo, per spiegarti quello che manca, per farti vedere che ne sarebbe valsa la pena, alla fine.
Ho provato, che dire, a farmi scegliere. Ho sperato. Dovevo. Era una possibilità, capisci? Come fare a metterla via, a dimenticarla. Forse aspettando, forse non era il momento. Forse io e te abbiamo un altro tempo. Sono sicuro che con qualche giorno in più, ora in più, ti avrei portato via con me. È l’idea che almeno una volta succeda, no? Hai presente? Quell’idea invasiva e sotterranea che si inabissa o si palesa e lo fa una volta sola per tutte e se l’avverti non puoi far finta di niente se hai un po’ di senno.
Come un sibilo fluttuante e sinuoso.
A me è successo questo: non sono riuscito a fare finta di niente, non volevo, in fondo. Non potevo far altro che cercare di portarti con me, dal profondo, per egoismo quasi, per farmi stare bene. Anche se sapevo di non potere. Anche se era rischioso. Anche se tu non vuoi, anche se, infine, la tua felicità non dipende da me.
E non posso fare a meno di chiedertelo di nuovo. Solo per essere sicuro.
Verresti?
—  Italo Calvino, Prima che tu dica “Pronto”

Tutto di me
da un lato all'altro della costa
Ti Appartiene
tra gli scogli, appena appena
in luce
brillano Murici,
Turritelle, Chlamys,
nei gorghi d'acqua
del mio marino incanto..
Tutto è d'attesa
lungo l'orizzonte,
come di un bacio
sospeso tra le labbra
e l'aria..
Nel soffio dei Tuoi Occhi
il moto
di ogni mio possibile respiro..

anonymous asked:

Il mio film romantico è un lungo viaggio in auto... non so perché ma adoro stare in macchina, il rumore del motore e il moto continuo mi rilassano. Dicevo, un lungo viaggio in auto che termina al mare... fare il bagno vestiti e poi baciarsi al sole, rotolarsi tra le onde con il sale sulle labbra. Guardare il tramonto insieme, dormire in spiaggia e svegliarsi in tempo per l'alba, per poi risalire in macchina e partire ancora...

Il trionfo della felicità!

Storia #6

Fotografie

Mi facevano quasi male gli occhi.

Era così tardi che non ricordavo nemmeno da quanto fossi seduto davanti al computer…c’erano ancora i cereali nella ciotola sulla scrivania, vicino all’iphone sul quale speravo arrivasse un messaggio.

Messaggio che erano mesi che aspettavo.

Ma cosa aspettavo? ti avevo lasciato andare io, come uno stupido, senza pensare alle conseguenze, senza pensare che gli amici non riempiono quei vuoti il sabato pomeriggio quando piove, non riempiono le nottate in inverno, non condividono con te i momenti più intimi. Ma sono giovane, ci sono così tante ragazze, mi dicevo. Eppure sono ancora qui che ti penso.

Mi ricordo bene che quel pomeriggio ero uscito di casa già con l’intento di lasciarti, basta dovevo vivere la mia vita, dovevo fare le mie esperienze e tu le tue.

Mi sembrava la scelta più giusta, non era ne troppo presto ne troppo tardi e sicuramente non volevo rendere le cose più difficili.

Ti dissi semplicemente che dovevamo parlare, niente di più, ma tu avevi già capito, ne sono sicuro. Quando ti vidi arrivare rimasi un pò spiazzato…. avevi messo quel vestito che ti avevo regalato al compleanno, quello che avevi tanto voluto, non avevo mai capito cosa ti piacesse di quel vestito blu scuro di un negozio qualunque, ma non aveva importanza in quel momento.

Andammo al parco dove sapevo di trovare un bar all’aperto con poca gente, dopo tutto era maggio, c’era un sole impressionante e faceva davvero caldo. Mentre camminavamo verso il bar, mi accorsi che ti tenevi un braccio quasi con timidezza e avevi la testa chinata, ti chiesi se andasse tutto bene, mi accennasti un sorriso forzato.

Ordinammo due caffè, un’acqua naturale e il pasticcino al cioccolato che ti piaceva tanto.

Ti fissai negli occhi, Dio solo sa quanto eri bella quel giorno, gli orecchini di tua madre brillavano alla luce, le guance appena arrossate dal calore del sole e quei capelli biondi con la riga che ti cadevano sulle spalle.

Non so nemmeno dove trovai il coraggio di pronunciare quelle parole, non oso nemmeno ripeterle ma mai mi dimenticherò il tuo sguardo e le tue di parole.

“Sapevo che ci fosse qualcosa che non andava, ma non pensavo che avessi deciso di non credere più nella nostra storia…..”

“ di non credere più in noi e in quello che abbiamo costruito, ma se è la tua scelta io la rispetto…”

Non una cenno, non una lacrima, non un momento di esitazione.

Ti sei alzata e te ne sei andata, mentre io ti fissavo, inconsapevole del male che ti avevo fatto ma che tu, fragile come un castello di carte, non volevi mostrarmi.

Nei giorni successivi stavo abbastanza bene, sicuro che avevi capito e dopotutto non l’avevi nemmeno presa così male.

MI SBAGLIAVO.

Ti scrissi un messaggio, in un noioso pomeriggio di videogiochi e pizza, solo per sapere come stavi.

“bene grazie, devo studiare, ci sentiamo.”

Una parte di me si rilassò, ma l’altra, la parte che più ignoravo, sapeva che stavi male, malissimo. A darmi ragione ci penso Marta, la tua migliore amica, che mi chiamò il giorno dopo, mettendomi al corrente che stavi male e non era il caso di sentirti, che non andavi a scuola da 5 giorni, avevi il volto solcato dalle lacrime e che aveva trovato le nostre foto nel cestino davanti a casa tua.

Continuai ad ignorare il mio cuore che mi diceva di tornare da te per dare ragione alla testa, che mi suggeriva che il tempo curava le ferite…di entrambi.

MI SBAGLIAVO. ANCORA.

Mi vennero in mente le parole di Marta, le nostre foto buttate, ma io avevo le nostre foto? ma certo nell’hardisk nel terzo cassetto, l’avevamo lasciato li dopo il viaggio alle Canarie.

Collegarlo al computer fù come permettere a 16 mesi di storia di uscire tutti in una volta, come un pugno in faccia.

Iniziai a guardarle, dalle prime foto a scuola, alla tua prima volta in moto con il casco, dio come eri tenera con il mio giubbotto da moto, alla nostra prima cena, alla nostra prima notte insieme in montagna.

C’erano tutti i nostri ricordi, i nostri momenti, che nessuno aveva mai visto, che custodivamo gelosamente, mi ricordo ancora della foto al bowling, ti vergognavi perchè le scarpe non si abbinavano alla tua maglietta.

Oppure quella volta che ci scattammo la foto al Mc, di notte, quando presi dalla fame ordinammo 10 hamburgher.

E come dimenticare la foto di San Valentino? quella appoggiati alla macchina di mio padre? quanto eravamo belli amore mio? Io in abito e tu con quel bellissimo vestito nero con uno spacco, l’allacciatura dietro al collo e la schiena scoperta, che solo al pensiero mi viene voglia di fare l’amore.

 Avevi anche la collana che ti regalò tuo padre, brillava, ma il tuo sorriso di più.

Finchè non arrivò proprio quella foto, quella che ti scattai al mare, sulla spiaggia. Avevamo appena comprato del cocco e due drink, volevamo festeggiare, ci stavamo divertendo come pazzi, c’era un leggero tramonto, la spiaggia deserta, qualche pellicano e una piccola brezza marina che ti accarezzava i capelli.

Mi ricordo, che ti ho scattato la foto con in mano le noci di cocco, sorridevi, ed eri così bella. Con i capelli legati, un pò di lentiggini che ti erano spuntate per il troppo sole, un pò di sabbia sul viso e avevi il profumo del mare.

Mi ricordo che che ti fissavo mentre ti sistemavi il costume, ma proprio in quel momento mi hai stupito, sei corsa ad abbracciarmi dicendomi la frase che ancora oggi non riesco a dimenticare..

“Grazie amore, dopo tanto tempo sono felice, solo perchè ci sei tu qui con me”

Tu non eri felice perchè eravamo alle Canarie, non per la spiaggia, non per il mare, non eri felice per tutto quello che avevamo intorno, ma eri felice perchè lo stavamo facendo insieme.

In quel momento ho capito tutto.

Volevi condividere con me le esperienze, volevi farle con ME.

Ed io come un egoista bastardo pensavo che fosse meglio che ognuno facesse le sue per conto proprio, ma che cazzo avevo in testa? Volevo disperatamente tornare a quel momento per dirti “sei tu la mia felicità, ti amo.”

Non sapevo cosa fare, ti chiamai disperatamente, non mi rispondevi, con i messaggi nemmeno provavo. Ho provato a cercare su instagram, facebook, qualsiasi social per capire dove fossi, dove trovarti.

MARTA, Marta avrà la risposta alla mia domanda.

pronto Marta? ciao, dovè Greta?”

“senti lasciala stare davvero non è ….”

“Marta stai zitta e dimmi subito dovè la mia fidanzata, ho bisogno di saperlo.”

“A casa di Andrea……”

Non ebbi nemmeno il tempo di realizzare che iniziai a piangere, cosa avevo fatto? come avevo potuto perderla? come avevo potuto spingerla nelle braccia di un’altro?

Decisi per il tutto per tutto e mi fiondai in moto a casa di Andrea, non sapevo nemmeno io cosa avrei fatto, ma a qualcosa sarebbe servito, riprendermela o perderla per sempre.

Arrivai, cancello aperto e mi lanciai verso il citofono. Nessuna risposta.

Chiamai Andrea.

“Andrea ciao, sei con Greta? ti prego devo parlarle”

“Te lo ha detto Marta vero?”

“si, ti prego è importante…”

“è un segreto, non posso dirtelo”

“dimmi solo se è li, ti prego cazzo! sono disperato devo parlarle”

“non è qui tranquillo, non è mai stata qui.”

“Andrea ma che cosa stai dicendo? dimmi dovè allora!”

“La trovi nell’unico posto dove solo tu la puoi trovare”

Mi mise giù il telefono…non capivo, ero spaesato. Io non sapevo dove trovarla, non sapevo quale fosse il nostro posto, non ne avevamo uno preciso.

Girai per tutti i posti dove eravamo stati, grazie a dio in moto potevo spostarmi veloce, mentre i ricordi mi perforavano la mente come proiettili.

Ogni posto faceva riaffiorare un tuo ricordo, un’immagine, un tuo odore, un tuo bacio. 

Amavo i tuoi baci, il mondo in cui mi mordevi piano le labbra mentre ridevi. Tu e quegli occhioni color nocciola. Ti volevo a tutti i costi, avevo sbagliato, ero pronto a pagarne le conseguenze ma ti volevo con tutto me stesso.

Non sapevo dove fossi ne sapevo dove cercare.

Come faccio a trovarti in un posto che solo io so dovè se nemmeno io so dove cercarlo? non aveva senso.

Oppure si? Poteva essere, ne valeva la pensa tentare. Mi precipitai li.

Mentre correvo come un pazzo in moto, cosa che odiavi e mi raccomandavi sempre di avvisarti quando arrivavo, sentivo le lacrime scendermi una dopo l’altra, avevo fatto l’errore più grosso della mia vita.

Volevo la libertà. Ma libertà di cosa, cosa mi mancava? Adesso tutto, certo, mi mancavi tu, i tuoi rimproveri, i tuoi pizzicotti, le tue chiamate inutili sul cosa comprare, i tuoi consigli, i tuoi pianti isterici quando non ti piacevi.

Avevo abbandonato la libertà….. la libertà di essere felice.

Quando arrivai, non legai nemmeno la moto, mi tolsi il casco e  corsi all’interno del parco.

Era tardi, non c’erano persone, era buio e c’erano soltanto alberi e stelle, mentre correvo verso il bar.

Non andavi da Andrea, eri d’accordo con lui per mentire a Marta, tu andavi dove ti avevo lasciato, l’unico posto nel quale solo io potevo tornare. Nel posto dove tutto era finito, dove il NOI si era fermato. Tu andavi nel parco a piangere, dove nessuno poteva vederti.

Vederti li seduta, esattamente dove ti ho visto andartene per l’ultima volta.

Eri cosi, come ti avevo incontrato a scuola, Air force bianche, Jeans stretti e strappati, una canotta bianca, ma cosa più bella, avevi la mia felpa nera con la zip che ti piaceva tanto perchè ti stava enorme e aveva il mio profumo, me lo dicevi sempre.

Avevo il cuore in gola, le gambe mi tremavano e probabilmente avevo gli occhi sbarrati.

Hai alzato lo sguardo per un attimo fissando il vuoto di fronte a te, come se avessi capito che ci fosse qualcuno li con te e poi ti sei girata verso di me.

Ci siamo guardati per qualche secondo, ho notato che i tuoi occhi si stavano stringendo, stavi inarcando le spalle e avevi il respiro pesante.

Stavi per scoppiare a piangere.

Lasciai cadere il casco a terra mentre correvo verso di te come se volessi impedire quel pianto a tutti i costi.

Corsi verso di te come mai prima nella mia vita, ti abbracciai fortissimo e tu stavi piangendo, piangevi tantissimo e intanto cercavi quasi di scappare da quell’abbraccio.

“ti odio” “vattene” “non voglio vederti”

Erano solo alcune delle cose che mi dicevi mentre piangevi, ma io ti stringevo sempre più forte.

Più mi dicevi cattiverie, più sapevo di meritarmele.

Ti stringevo così forte che ad un certo punto, non hai più retto e sempre piangendo mi hai stretto fortissimo dicendomi che mi odiavi a morte ma che mi amavi, ti ero mancato ma dovevo andarmene, che non meritavi di stare così male.

Avevi ragione, avevi tremendamente ragione.

Mi staccai un attimo e ti presi le mani, mentre ero accovacciato davanti a te che eri seduta sulla panchina, ti guardai negli occhi, erano così gonfi, ancora sospiravi per le troppe lacrime e il nervoso e ti asciugai le lacrime.

Ti dissi che ti amavo, che avevo sbagliato, che non sapevo cosa avevo perso e che ti imploravo di non dirmi che era troppo tardi, ti dissi che ero stato soggiogato dal fatto che volevo vivermi la vita e le esperienze, inconsapevole che in due è più bello, che in due si può condividere, che in due ci si lega enormemente di più e che in due le esperienze hanno tutto un’altro sapore e rimangono impresse nella nostra memoria per sempre, che in due si ha sempre una spalla, che in due si cresce. Insieme.

Ti dissi un fiume di parole che mi veniva dal cuore, mentre trattenevo le lacrime, ma allo stesso tempo il respiro mi tradiva, si sentiva che ero li li per piangere.

Ti dissi infine, che eri la cosa più bella della mia vita, che eri la ragione per cui quando aprivo gli occhi sorridevo, che mi mancavano i tuoi capelli, le docce in due, le litigate in salotto con i cuscini, mi mancava quando mi mettevi il muso perchè ti infastidivo, mi mancava vederti mangiare il gelato sotto casa e mi mancava quando ti sporcavi il nasino con quel gelato.

Mi mancava il vederti gironzolare per camera mia, vederti mentre ti cambiavi prima di uscire, mentre ti preparavi, mentre ti sistemavi i capelli, mi mancava rimanere imbambolato quando provavi un nuovo vestito, mi mancava il guardarti negli occhi quando facevamo l’amore. 

MI mancavi tu.

Sputai cosi tante parole che mi mancò quasi l’aria.

Alla fine tu mi fissavi, non piangevi più, io ancora ti tenevo le mani.

Mi tirasti uno schiaffo, fortissimo.

Non dissi niente, rigirai la testa e continuai a guardarti. Avevi capito che ero pentito, che avevo realmente capito cosa fossi tu per me.

E poi, così forte come era arrivato lo schiaffo, arrivò un bacio.

Il più bello di sempre, ci baciammo, noi due sotto le stelle, in quel parco, dove tutto era finito, ora tutto iniziava.

Di Nuovo.

Mi ricordo che una volta finito quel bacio, ti guardai e ti dissi:

“signorina, torniamo a casa, si è fatto tardi”

“ok amore, portami con te”

Ti presi in braccio come una bambina, ci baciammo anche mentre camminavamo, finchè tu non misi la tua testa contro il mio petto e mentre io ti accarezzavo dolcemente i capelli, ti sentivo piangere, ma di gioia.

Stavo perdendo l’unica ragazza che avevo davvero amato nella mia vita.

Niente mi lascerà il segno come la foto di quella notte. Io e te, abbracciati nel letto, mentre ridiamo, seppur esausti dopo aver fatto l’amore per tutta la notte.

Volevo fare chissà quali esperienze, ma sapete una cosa?

Non esiste miglior esperienza dell’amore.

Gli americani non hanno ‘sto impiccio. Loro si dicono subito: ti amo. I love you. Se lo dicono per salutarsi, per farsi le coccole, per dichiararsi amore eterno. Altrimenti usano il mi piaci. Che almeno è leale. I like you. E visto che sono entusiasti lo dicono parecchio. Lo sussurrano all’orecchio della fidanzata e lo esclamano davanti a una fetta di cotechino. Noi invece sempre lì col misurino. Mi vuoi bene ma come? Come alla tua cocorita? Ma quanto? Dammi un’idea di dosaggio. S.q.? Secondo quantità come nelle ricette dei manuali? Adesso i codardi azzardano anche il: “Mi fai stare bene”. Alla Biagio Antonacci. Sai che sforzo. Mi fai stare bene lo puoi dire a chiunque. Persino al tuo medico shiatsu quando ti schiaccia i piedi e ti mette a posto la cervicale. E poi il mi fai stare bene la dice lunga su quanto sia sempre tu il punto di partenza, l’alfa e l’omega del tuo moto sentimentale, il baricentro e la convergenza dei tuoi sensi, gran tornitore delle mie palle.

(Luciana Littizzetto)

Dove mi scorre il Sangue,
L’ oscuro incanto,
la pelle al Fuoco,
nel feroce incendio,
brilla purissima la Luce,
eppure, sembrerebbe il buio..
Nel mio cadere di abbandono a Te,
quando il dolore intreccia nodi
di impossibile Bellezza,
parrebbe la discesa
verso il cuore dell'inferno,
eppure sale, e sale altissimo,
verticale il moto
del mio volo nel Tuo Cielo.
E di tanto e smisurato
e folle Amore,
per raggiungerti e trovarmi,
nella Voce dei Tuoi occhi,
Mio limpido Maestro
Mio, Signore…

(Diletta…
Mon expérience du harcèlement de rue. Et du harcèlement tout court.

Bonjour tout le monde. J'ai longtemps hésité avant de me lancer dans la rédaction de cet article même si l'idée me trotte déjà dans la tête depuis plusieurs mois. En effet, je ne pense qu'il puisse apporter quelque chose de plus sur le sujet de l'harcèlement de rue étant donné que des exemples de ce phénomène bien trop répandu circulent déjà largement sur internet. Ensuite, parce que j'hésite à me mettre en avant sur ce terrain vachement personnel. Certes, il y a des détails sur ma vie disséminés un petit partout dans mes articles, ce qui est inévitable parce tout ce que j'écris ne reflète qu'au final les réflexions de la jeune femme que je suis sur le féminisme.

Mais finalement me voilà en train d'écrire. Pourquoi ? Parce que je tiens à ce qu'il y ait un article complet dédié au harcèlement de rue qui jusqu'ici n'a été evoqué sur le site que par bribes, et aussi parce que j'ai envie de l'écrire sans doute un petit peu pour des raisons cathartiques ; on va pas se mentir.


Alors l'harcèlement de rue je connais bien, je me suis fait emmerder un nombre incalculable de fois. Les « mademoiselles vous êtes charmante », les « t'es bonne » les « t'as un 06 ? -Non -SALOPE » je vous assure que je connais vraiment bien. Ces mecs là ont tout les âges (du mec de 11 ans qui m'a sorti que j'avais le gôut du miel au mec de 70 qui m'a saoulé sur toute une rame de métro pour que je vienne manger du poulet réunionnais chez lui), toutes les couleurs et dernièrement j'ai même expérimenté la dernière nouveauté qui vient de sortir puisqu'en allant faire mes courses à Dijon une matinée pleine de brouillard, une nana m'a dit sur un ton plutôt agressif qu'elle allait me bouffer la chatte. J'avoue que ça, ça m'a un peu surpris ce qui est un exploit en soi parce qu'en matière de harcèlement de rue il en faut beaucoup pour me surprendre. Que les choses soient claires, pas une seule fois de ma vie je ne me suis déplacée sur la Canebière seule sans qu'on me saoule. La dernière fois je me suis faite suivre sur 300m jusqu’à la bouche du métro Vieux-Port par un type qui ne semblait pas comprendre le mot “non”.


Ce que je vais vous raconter maintenant, c'est les 5 exemples les plus marquants qui me soient arrivés à certains moments ça frise carrément l'agression sexuelle. Ce que je veux que vous réalisiez c'est que chacun de ses trucs est déjà un scandale en tant que tel, mais là ces choses sont arrivées 5 fois à la MEME PERSONNE. C'est dire l'ampleur du phénomène.


Les mecs un peu trop sûrs d'eux


C'était un après midi d'été sur la Canebière où j'étais en short et où j'étais pressée. Je devais avoir 22 ans à l'époque et un type qui en faisait dans les 45 commence à m'aborder.


-Hé mademoiselle, vous êtes charmante ça te dirait qu'on fasse connaissance ?

Ce à quoi je lui demande un peu furax s'il se trouvait pas un peu trop âgé pour moi.


Petite précision : Je n'ai strictement rien contre les couples à différence d'âge, je suis même la première à savoir que le courant peut un peu trop bien passer même avec quelques années d'écart. Maintenant il semble quand même improbable que la nana pas trop moche de 22 ans tombe soudain en pamoison devant un type deux fois plus âgé qu'elle au physique ingrat qu'elle croise dans la rue. Donc à moins que ce type se soit trouvé lui-même beaucoup plus charmant qu'il ne l'était en réalité, le but était clairement de m'emmerder.


Et là il me sort une diatribe assez surréaliste :


-EH MAIS FAUT PAS REAGIR COMME CA, HEIN !!! FAUT S'OUVRIR UN PEU AUX GENS DANS LA VIE SINON TU VAS FINIR COMPLETEMENT DEPRESSIVE ! DE TOUTE FACON T'ES TROP MOCHE, T'ES UN CAGEOT !!!


Dépressive parce que j'ai pas envie de m'engager dans une folle histoire avec un vieux pervers ? Je pense que ça va aller, merci.


Ce qui est assez frappant avec des mecs comme ça, c'est qu'ils semblent penser qu'on leur doit quelque chose, que nous sommes censées être infiniment reconnaissantes parce qu'ils nous adressent la parole. Une autre fois, on sortait du resto avec une amie, on s'est fait taxer de charmantes, on a passé notre chemin, et là un des mecs nous sort.


-Vous nous dites pas merci ?


Heu….Comment te dire……Nan.


A la plage


Nous étions donc en train de bronzer tranquilles à la plage, quand soudain un type se ramène et s'allonge sur MA serviette. Oui oui vous avez bien lu. Le mec s'allonge à côté de moi sur ma serviette qui devait faire 50 cm de largeur.

Forcèment je bondis et je me lève. Le gars s'est quand même approprié mon espace vital et m'a forcé à déguerpir de MON territoire.

Je ne sais même plus ce qu'il m'a raconté à ce moment là, sans doute de me calmer et qu'il m'a trouvé charmante. Je sais juste que je lui ai hurlé de dégager.

Ce à quoi il répond : -Bon je pars si tu fais un bisou sur mon bobo, le type ayant une égratignure au niveau du coude.


Rassurez vous, à force de hurler « Dégage » le type a fini par dégager. Mais bon, on va pas considérer que c'est un exploit non plus.


A l'arrêt de bus


J'attendais à l'arrêt de bus de l'église de mon quartier qui est situé juste à côté d'un muret séparant le trottoir de buissons appartenant à l'église en question.

Quand soudain j'entends un bruit bizarre derrière moi. Je me retourne et je vois un type se masturber dans les buissons.

On était en plein jour, mais il n'y avait pas de passants, relativement peu de voitures donc je pense que vous pouvez imaginer mon soulagement, en voyant le bus arriver une minute plus tard.


Le moment où on te prend pour une prostituée


Cette fois-ci, j'étais en train d'attendre mon ex à l'entrée du Parc Borély. J'avais un t-shirt banal, une jupe noire, et des talons noirs. J'étais assise sur un banc.

Je vois un type en moto tourner un peu en rond. Ca me rassure pas vraiment mais je me dis dans un premier temps que lui aussi doit attendre quelqu'un.

Jusqu'au moment où le type s'approche et fait « On y va ? »

Je me souviens plus de comment je lui ai dit non. Je me souviens plus à vrai dire si je lui ai dit non où si je suis restée assise sidérée et terrifiée. Le fait est que le type a tourné en rond autour de moi pendant 5 bonnes minutes jusqu'à ce que mon ex arrive. J'ai vraiment flippé. Je me suis dit « toi t'es un poids-plume, le mec c'est un mastodonte, du coup à un moment donné il va m'embarquer sur sa moto et il va me violer c'est pas possible »

D'où quelques conclusions :

-Le mec a pensé que parce que j'avais une jupe et des talons j'étais une prostituée.

-Le mec n'en a rien à foutre du consentement  d’une femme. Ni de sa peur.

-Etre une prostituée, c'est l'horreur tout les jours.

Le moniteur d'auto-école pervers

C'est l'histoire qui m'a probablement le plus traumatisé. Vous devez d'abord savoir que j'ai (un peu voir beaucoup) galéré avec le permis, ayant eu à gérer d'énormes soucis de confiance en moi à l'époque.

Et puis il y a eu ce moniteur super sympa qui m'apprenait plein de trucs, au début je le trouvais vraiment cool.Sauf qu’ à un moment donné il a eu la brillante idée de me faire rentrer sur une voie d'insertion d'autoroute sans me prévenir. Sachant que j'avais encore jamais conduit sur l'autoroute. Bah oui. La tactique est rodée. J'étais terrifiée et au moment où j'étais terrifiée j'ai senti la main de ce gros porc se poser sur ma cuisse. Donc j'ai retiré ma cuisse mais j'ai rien fait de plus sachant que j'étais plus focalisée sur l'idée de survivre à l'autoroute que de ne pas me faire attoucher à ce moment là, notre instinct de survie étant très bon pour hiérarchiser les choses.

Le type a quand même vu que j'avais retiré ma cuisse, donc il a osé me dire


« Oui je suis un peu tactile, mais tu me le dis si ça te dérange hein.

-Ben oui, en fait ça me dérange. »


JE SUIS TACTILE, l'excuse n°1 des pervers.


Bref le moniteur d'auto-école est devenu infect depuis cet incident et a fini par se faire virer pour une histoire similaire dont je connais pas les détails. L'auto-école a depuis engagé que des femmes et ses résultats sont montés en flèche (oui je sais rien à voir mais si on peut cogner un peu sur le mythe des femmes qui conduisent mal au passage, c'est toujours bon à prendre)


Une dernière chose. Oui j'ai repris des leçons avec ce type depuis et quand j'ai raconté l'histoire on m'a demandé pourquoi je me suis pas défendue et pourquoi j'ai continué à prendre des leçons avec ce type sur un ton limite accusateur.

Parce que.

Parce que j'étais pas à l'aise, parce que je n'avais aucune preuve, parce que j'avais peur qu'on mette mes accusations sur le compte du fait que j'étais pas brillante, bref pour les mêmes raisons que toutes les femmes victimes de ce genre de trucs connaissent et ces pervers le savent.

La seule question à se poser c'est pourquoi ce mec a fait ça, POINT BARRE. Ce n'est pas à la victime de se justifier ;


Voilà pour cet article, je vous avoue être dans un état d'esprit très bizarre, je culpabilise de quelque chose sans trop savoir de quoi… Bref passons. Merci de m'avoir lu et on se retrouve l'année prochaine (haha) pour un article beaucoup plus léger qui va parler de LA BIG CONTREVERSE féministe à savoir L'EPILATION…


Bisous bisous.

Forse mi innamorerei di te in qualsiasi epoca, dimensione, pianeta, oggi, ieri, domani, al di là, scordandomi chi sono stato, scordandomi chi sono e non sapendo più chi sei stata o chi sei. Se poco prima della fine del mondo mi chiedessero :”Cosa vorresti riavere di ieri?”, forse la nostra storia resterebbe sempre senza futuro. Ma com’è vero che la terra gira intorno al sole, tu sei il sole che gira intorno al mio cuore, il mio moto di rivoluzione. E in mezzo a tutte le innumerevoli trasformazioni del mondo, io puntualmente ti salverei. Tu sei il peccato che rifarei senza pentirmi mai. Tu sei tutta l’aria del mare al mattino che fin quando sei giovane sprechi a dormire, per tirar tardi la notte. Le cose che scopriamo dopo, sarebbe meglio non scoprirle mai? Ma io questo volevo, in fondo. Contro tutto e tutti ma io con te, tu con me, fino alla fine. Chissà se lo sai. Ti è mai interessato capirlo, saperlo? Costa, sai, mantenere accesa la fatica silenziosa di crederci ancora, come una spia che sa rivelare un guasto, un’anomalia in un sistema di eterna rinuncia, capace di donare alla nostra vita l’ebbrezza di perdere ancora il controllo. Io l’ho fatto. Non ho mai smesso di ascoltare il tempo forte e il tempo debole del mio cuore, il battere e levare del suo ritmo, il momento per riconoscere quando è davvero il momento, perché non è possibile ingannare la verità come non si ottiene alcuna pace con la guerra. E chissà se ancora sai, se sai quanto tempo abbiamo perso. Quanto tempo inutile si perde a fingere di dimenticarsi.
– Massimo Bisotti

Qualora ti andasse la pizza, e i cd in macchina senza nome sopra che si confondono tutti.
Qualora ti andassero litigate coi piatti che volano, partite alla playstation, il divano sotto il condizionatore mentre in TV ricomincia il campionato o la moto gp, le lenzuola contese e la spesa fatta male con molte caramelle gommose e poche cose importanti.
Qualora ti andassero i barbecue con gli amici in cui tu pensi alle bruschette, metti caso sentissi il bisogno impellente e irrefrenabile di un weekend sulla neve, di una sbronza colossale, di un centinaio di foto stupide, di tortellini fatti in casa la domenica e di farina tra i capelli.
E a proposito dei tuoi capelli che mi permetto di dire, vostro onore, che quei capelli sciolti hanno causato più danni dei fast food e delle trivelle per il petrolio e delle band emergenti, a tal proposito, dicevo, se ti andasse pure di lasciarli così come sono e farli svolazzare fuori dal finestrino in macchina alle due di notte vicino al Colosseo e ai Fori Imperiali, si insomma se tu volessi queste cose e magari anche altre mille, fammelo sapere, che passo a prenderti alle otto.
—  Tommaso Fusari

Dicono che la mia
sia una poesia d’inappartenenza.
Ma s’era tua era di qualcuno;
di te che non sei più forma, ma essenza.
Dicono che la poesia al suo culmine
magnifica il Tutto in fuga,
negano che la testuggine
sia più veloce del fulmine.
Tu sola sapevi che il moto
non è diverso dalla stasi,
che il vuoto è il pieno e il sereno
è la più diffusa delle nubi.
Così meglio intendo il tuo lungo viaggio
imprigionata tra le bende e i gessi.
Eppure non mi da riposo
sapere che in uno o in due
noi siamo una sola cosa.

Eugenio Montale

Qualora ti andasse la pizza, e i cd in macchina senza nome sopra che si confondono tutti.
Qualora ti andassero litigate coi piatti che volano, partite alla playstation, il divano sotto il condizionatore mentre in TV ricomincia il campionato o la moto gp, le lenzuola contese e la spesa fatta male con molte caramelle gommose e poche cose importanti.
Qualora ti andassero i barbecue con gli amici in cui tu pensi alle bruschette, metti caso sentissi il bisogno impellente e irrefrenabile di un weekend sulla neve, di una sbronza colossale, di un centinaio di foto stupide, di tortellini fatti in casa la domenica e di farina tra i capelli.
E a proposito dei tuoi capelli che mi permetto di dire, vostro onore, che quei capelli sciolti hanno causato più danni dei fast food e delle trivelle per il petrolio e delle band emergenti, a tal proposito, dicevo, se ti andasse pure di lasciarli così come sono e farli svolazzare fuori dal finestrino in macchina alle due di notte vicino al Colosseo e ai Fori Imperiali, si insomma se tu volessi queste cose e magari anche altre mille, fammelo sapere, che passo a prenderti alle otto.
—  Tommaso Fusari
Il cuore domanda da sempre o che i suoi piaceri siano accresciuti o che i suoi dolori siano compianti, domanda di agitarsi e di agitare perché sente che il moto è nella vita e la tranquillità nella morte; e trova unico aiuto nella parola, e la riscalda de’ suoi desideri e la adorna delle sue speranze, e fa che altri tremi al suo timore e pianga alle sue lagrime, affetti tutti che senza questo sfogo proromperebbero in moti ferini e in gemito disperato.
—  Ugo Foscolo, da “Dell’origine e dell’ufficio della letteratura”, orazione, par. IV, 1809