il violinista sul tetto

Come promesso, ecco qui Moishe Shagal che, dalla Russia con furore, se ne andò a Parigi e si fece chiamare come tutti noi lo conosciamo: Marc Chagall

La cosa più sorprendente di Marcolino è che nonostante ne avesse passate di cotte e di crude tra guerre e rivoluzioni, persecuzioni e denunce di degenerazione, pervade le sue opere di quest’atmosfera eterea, serena, distante da tutto il male che ha sofferto o comunque stemprato da una insolita dolcezza. 

« La pittura mi era necessaria come il pane, mi sembrava come una finestra da cui avrei potuto fuggire, evadere in un altro mondo »

Tornò dalla famigliola russa, si sposò con la sua Bella e poi ritornò a mangiare escargot e baguette in Francia. Ma la fortuna come sempre non girò dalla sua parte. Nel suo appartamento parigino c’era andato a vivere un vecchietto decrepito che aveva lasciato le opere di Chagall che aveva trovato nel salotto, in un magazzino incustodito - e una di quelle tele era stata persino impiegata come tetto per fare la conigliera del portiere. Sì, sì. Avete letto bene. Un'opera d'arte di Chagall impiegata per una casetta per conigli. Per digitare queste cose ho lacrimato sangue, al solo pensiero. 

Tralasciando ogni brutalità, ho scelto quest’opera perché di Violinisti sul tetto se ne vede parecchi: c’è un film, un musical e una delle mie canzoni del cuore, di Roberto Vecchioni

E proprio lui , il violinista, percorre grossomodo la storia di baby Chagall - ebreo chassidico ( tendenza religiosa accessibile nella sua spiritualità anche ai non colti, aprendosi alla gente comune in maniera più “popolare”, meno rigorosa - con uno sguardo attento in tutte le attività quotidiane dove Dio si rivelava - più ricco di feste, folklore e sagre allegre ) eclettico più che mai: guardava un cantante e già voleva partecipare a X Factor, poi vedeva un ballerino e invece s’immaginava a far piroette, poi ancora sentì un violinista e già sparato voleva diventar musicante come i kletzmerin - i musicisti ebrei che durante queste cerimonie religiose deliziavano il pubblico con le loro note.  

Il violinista sul tetto non ha niente a che vedere col realismo magico, con un universo surreale di personaggi fluttuanti fantastici: era realtà. I tettli degli shtetl, i villaggi ebraici, erano bassi ed era facile arrampicarvicisi sopra e lì gli abitanti si rifugiavano in caso di emergenza pioggia o esercito, senza contare che era un bel posticino dove starsene a riposo, dato che le case erano buchi angusti. Strettamente legato alla vita di Marcolino, ricorda che suo nonno amava salire sul tetto per sgranocchiare una carota e guardare la gente, le case, il mondo che scorreva sotto ai suoi occhi ( e pensare che mio padre al pensiero di salire sul tetto avrebbe un infarto ). 

E tuttavia è un simbolo-chiave nella produzione pittorica di Chagall, che insiste prepotentemente sulla produzione creativa e la libertà: gli oppressi, gli emarginati, trovano finalmente casa al di sopra di quelle formate da mattoni e tegole - nella creazione di un mondo finalmente nuovo. 

Nella sua città, Vitebsk, non si sentiva a suo agio, non sentiva stimolata la sua vena creativa a dovere - e allora si appelló all’Onnipotente, implorandolo di dargli ciò che gli mancava, di farlo distinguere da tutti gli altri, di rivelargli la sua anima, per vedere finalmente un mondo nuovo. Ed il suo  mondo pittorico finalmente gli comparse, come in una autentica visione:

« In risposta, la città pare spaccarsi, come le corde di un violino, e tutti gli abitanti si mettono a camminare al disopra della terra, abbandonando i loro posti abituali. I personaggi familiari si installano sui tetti e lì si riposano. Tutti i colori si rovesciano, si trasfomano in vino che zampilla dalle mie tele ».