il colombre

«Tu hai parlato a lungo di paura, incubo e morte. Tu hai fatto piangere migliaia e migliaia, quando scendeva la sera. Con le tue parole dilaniavi, facendo dolere. Tu hai cantato le lacrime, la solitudine, la disperazione e il sangue. Tu ti sei gingillato con le cose crudeli della vita, le trasformavi in quella che voi chiamate arte. Ah ah. La tua miniera si chiama dolore, e ne hai cavato celebrità e ricchezza, oggi finalmente il trionfo. Ma quel dolore non ti apparteneva. Erano gli altri. Tu li guardavi e poi scrivevi.»
—  Dino Buzzati, Il conto (da Il colombre)
Il grosso dei racconti è impiantato su un paradosso centrale svelato attraverso un agile meccanismo di personaggi e azioni. C'è da dire che, mentre i personaggi, anche i più meditati e vicini all'autore, non arrivano ad avere un'anima, o almeno una fisionomia memorabile, restando entità astratte per una sorta astratta, i simboli, le apparizioni, le transustanziazioni a cui Buzzati ricorre sono sempre portati in un dibattito di coscienza e finiscono per assumere connotati umani.
—  Maria Teresa Giannelli nella sua Scheda di lettura de Il colombre di Dino Buzzati, 14 dicembre 1965. [da Il mestiere di leggere: La narrativa italiana nei pareri di lettura della Mondadori (1950-1971) a cura di Annalisa Gimmi]