il colombre

Le storie che si scriveranno, i quadri che dipingeranno, le musiche che si comporranno, le stolte pazze e incomprensibili cose che tu dici, saranno pur sempre la punta massima dell'uomo, la sua autentica bandiera […] quelle idiozie che tu dici saranno ancora la cosa che più ci distingue dalle bestie, non importa se supremamente inutili, forse anzi proprio per questo. Più ancora dell'atomica, dello sputinik, dei razzi intersiderali. E il giorno in cui quelle idiozie non si faranno più, gli uomini saranno diventati dei nudi miserabili vermi come ai tempi delle caverne.
—  D. Buzzati, Il colombre e altri cinquanta racconti
«Tu hai parlato a lungo di paura, incubo e morte. Tu hai fatto piangere migliaia e migliaia, quando scendeva la sera. Con le tue parole dilaniavi, facendo dolere. Tu hai cantato le lacrime, la solitudine, la disperazione e il sangue. Tu ti sei gingillato con le cose crudeli della vita, le trasformavi in quella che voi chiamate arte. Ah ah. La tua miniera si chiama dolore, e ne hai cavato celebrità e ricchezza, oggi finalmente il trionfo. Ma quel dolore non ti apparteneva. Erano gli altri. Tu li guardavi e poi scrivevi.»
—  Dino Buzzati, Il conto (da Il colombre)
Il grosso dei racconti è impiantato su un paradosso centrale svelato attraverso un agile meccanismo di personaggi e azioni. C'è da dire che, mentre i personaggi, anche i più meditati e vicini all'autore, non arrivano ad avere un'anima, o almeno una fisionomia memorabile, restando entità astratte per una sorta astratta, i simboli, le apparizioni, le transustanziazioni a cui Buzzati ricorre sono sempre portati in un dibattito di coscienza e finiscono per assumere connotati umani.
—  Maria Teresa Giannelli nella sua Scheda di lettura de Il colombre di Dino Buzzati, 14 dicembre 1965. [da Il mestiere di leggere: La narrativa italiana nei pareri di lettura della Mondadori (1950-1971) a cura di Annalisa Gimmi]