il birra

Fumare e bere sono maniere diverse di fuggire, 
ma bevendo si fugge di più, 
anche se ogni volta si muore
—  José Saramago, Una terra chiamata Alentejo, pag. 262
Sabato sera di merda passato a bere birra ed a fumare erba. Se qualcuno mi vede mi aiuti, che dall’abisso non mi tiro su, neanche se prego il crocifisso.
—  Persimepernonperderelei

Ho voglia di vivere. Di sentire la primavera volteggiare sulle tue labbra. Ho voglia di baciarti sotto i petali che cadono da un ciliegio, scossi dal vento. Ho voglia di stare sdraiata al tuo fianco su un prato costernato di margherite. Ho voglia di bere una birra il sabato sera insieme, con la sola compagnia dei nostri pensieri. Ho voglia di andare al prato di notte, magari fumare una sigaretta o forse solo abbracciarti. Ho voglia di viaggiare. Ho voglia di conoscere nuove persone, nuove storie. Ho voglia di andare a Parigi con te e di baciarci sotto alla tour Eiffel. Ho voglia di andare in un pub la sera e ballare fino a che non mi sento più i piedi. Ho voglia di tornare all'hotel scalza ridendo. Ho voglia di conoscere il sapore della vita. Ho voglia di salire su un tetto con una coperta e di guardare un tramonto insieme. Ho voglia di dormire sotto a un cielo stellato. Ho voglia di te. Ho voglia di parlare finché non ci assale la sete. Poi ho voglia di amarti, di passare la mia vita assieme a te.

“La gente corre ogni giorno. Corre per andare a lavoro, a prendere i figli a scuola, il pulman perchè in ritardo, ma io sto ferma. Guardo le persone, cerco di capirle e cerco di capire il perchè la vita è così strana.” fu la prima frase che mi disse quando, dopo un semplice saluto, quella sera in un pub, la vidi seduta da sola.
“E cosa hai capito di me, ti ho solo salutato?” le chiesi.
“Tu? Tu sei il classico ragazzo disperato che cerca di attirare l'attenzione di una ragazza, ma purtroppo sei così sfigato che cerchi le ragazze che stanno sole, per avere meno delusioni nel caso questa, come me, ti dirà che non è interessata, allora non potrai dire a nessuno che quella persona ti ha appena detto "Fuori dai coglioni” in maniera gentile. Ecco cosa sei, uno sfigato. Ciao.“ rispose in maniera abbastanza cattiva, stringendo forte il bicchiere da birra che aveva fra le mani, ma senza mai alzare gli occhi.
"Ti sbagli.” risposi.
“Ti prego, evita queste stronzate” ribattè in maniera ancora più agressiva.
“Ti sbagli tu invece, perchè io odio le persone, siete solo un oggetto di altre persone, vi fate condizionare da delle parole e siete fragili, come te, ma volevo solo sedermi e non parlarti, tranquilla, ora me ne vado, ciao.” ribattei, lei alzò la testa e mi guardò negl'occhi e senza aggiungere altro, le sorrisi e, piano, me ne andai.
Non c'ero rimasto male, in fin dei conti, volevo solo sedermi, ma quella sera cambiarono molte cose.
Mi rincorse e dopo alcuni passi fatti fuori da quel pub, mi fermò.
“Ehi! Tu! Scusami!” urlò alle mie spalle.
Mi girai e le sorrisi, come la prima volta, come se non fosse successo nulla.
“Tranquilla, non serve che ti scusi per il fatto che sei arrabbiata” le dissi aspettandola.
“Come fai a sapere che sono arrabbiata?” chiese con il fiatone.
“Perchè tu hai detto che le persone corrono, mentre tu stai ferma a farti domande su domande, ma anche tu corri, in maniera diversa” risposi e cominciammo a camminare.
“In che senso corro in maniera diversa?” ribattè, ma con tono stanco, stanco di vivere.
“Sei arrabbiata con qualcuno, forse nemmeno con una persona in particolare, forse con il mondo o forse con te stessa, ma sei arrabbiata”
“L'hai capito dal fatto che ti ho risposto male?”
“No, dal fatto che non m'hai guardato in faccia quando, dopo il mio saluto, mi hai risposto con quella frase. Una persona che si fa domande su domande, non ha paura di dire la verità in faccia, non ha paura della vita. Tu sei una di quelle persone che corre ogni giorno. L'unica differenza è che tu vorresti non correre, ma vorresti essere una persona diversa.” le dissi.
“Tutti vorremmo essere persone diverse in fondo.” ribattè, nuovamente senza guardarmi in faccia.
“Eppure non possiamo, dobbiamo accettarci ed è questa l'unica difficoltà che la vita ci porge. Tu nasci così come sei e così morirai. Tu sei tu e nessun’ altro.
"E tu chi sei?” chiese, per la prima volta guardandomi negl'occhi con uno sguardo disperato, quasi con la voglia di salvarsi.
“Io? Io sono una persona che guarda le persone, non le giudica, ma le osserva e sogna. Non ho motivi di correre, non ho motivi di star male per qualcuno che non mi merita, io sono semplicemente me stesso.”
“Vorrei essere come te..” confermò abbassando nuovamente gl'occhi.
“Vedi, vorresti essere un'altra persona, era di questo che stavo parlando” ribattei.
“E come posso essere me stessa?” chiese infine,
“Non serve una regola, non c'è un tutorial, non c'è una vera soluzione o una risposta precisa. Devi saperti accettare, saper accettare i sentimenti belli o brutti, le discussioni con persone che ti faranno soffrire, devi saper affrontare la sfida più grande di tutte: la vita.”
Parlammo molto quella sera, parlammo di lei, di musica e di letteratura.
Le dedicai una poesia, ma purtroppo mi ero ripromesso che quella poesia l'avrei dedicata all'unica donna della mia vita.
Sapete come è finita quella storia: ora sto con lei da circa due anni e mezzo, sono l'uomo più felice del mondo e lei è riuscita a trovare se stessa, ma la cosa più bella è che ogni sera le recito quella poesia ed ogni notte, prima di andare a dormire, guardandola negl'occhi, me ne innamoro sempre di più.
—  ricordounbacio

Tu sei le notti insonni, l'emozione delle prime volte, l'adrenalina di quando decidi di correre il rischio.
Sei il bagno di mezzanotte e il falò sulla spiaggia, i gavettoni e la guerra con le palle di neve per cui non si mai troppo grandi. Sei la sigaretta dopo il sesso, la musica rock, quella che ti entra nelle vene e non puoi fare altro che seguirla. Sei il rosso, un cielo stellato pronto ad esplodere, le litigate che finiscono in baci, i discorsi seri alle due di notte davanti a una birra. Sei le decisioni dell'ultimo minuto, le confessioni e le cazzate, le lacrime e le risate fino a non respirare più.
Sei l'ispirazione, le storie da cui nascono i libri, le conversazioni fino a notte fonda - o mattina presto? - davanti ad una birra. Sei il brivido di un tocco inaspettato, un finale che non ti aspetti, un amore che non accetta compromessi.
Sei la bellezza di un'alba che dà inizio a un nuovo giorno e l'energia di un tramonto che spalanca le porte alla notte.

Ti commuovi spesso e per i motivi più disparati. Non per via dei film romantici o delle canzoni strappalacrime. Ti commuovi per le cose vere, hai detto, me ne hai raccontate due o tre l’altra sera, e non so se fosse la birra o il tuo modo di parlare, ma l’altra sera era una di quelle sere in cui vorresti rimandare per sempre il momento del distacco, quell’attimo in cui la magia delle confessioni e delle cose che “domani nemmeno sotto tortura” finisce. Mi hai parlato di quanto ti faccia venir voglia di piangere la fede al dito delle ragazze giovani. Non sai se di felicità o tristezza, ma credi sia nostalgia, nostalgia di un amore che una volta hai provato e poi non ti è più venuto così bene. Gli abiti bianchi, le case bianche, i piatti bianchi, la purezza. La purezza mi fa piangere, hai detto, e mentre lo dicevi si vedeva che un tempo anche tu eri pura, troppo tempo fa. Avrei voluto dirti che vai bene anche così, con le tue macchie, ma non mi hai lasciato il tempo di parlare. Eri un fiume in piena, l’altra sera, chissà da quanto tempo non ti raccontavi davvero a qualcuno senza preoccuparti di apparire normale, o comunque al passo coi tempi.
Mi commuovono i girasoli quando danno le spalle al sole, quasi avessero perso la forza di volontà per guardarlo ininterrotamente, quasi cercassero la notte in pieno giorno, così, per riposarsi un po’. Mi ricordano me, hai detto, anche io vorrei riposarmi dalle cose brutte e anche dalle cose belle, da quelle che ti entrano negli occhi e non le togli più dalla mente, vorrei riposarmi e non riesco mai a dormire.
Ho notato le tue occhiaie solo a quel punto lì, a volte sai? Crediamo che i nostri difetti siano fastidiosi o troppo evidenti, invece gli altri ci fanno l’abitudine in men che non si dica, sono pronte le persone, siamo noi che non lo siamo fin troppo spesso.
Mi fa piangere la luna quando è uno spicchio come stasera, guardala, hai detto, guardala. Non sembra che stia appesa al cielo per miracolo? Quando è piena è fiera, sembra indistruttibile, ma così è in bilico, sembra sul punto di cedere, di spezzarsi. Mi fa paura, e quando ho paura piango. Così mi ritrovo a piangere al buio e sugli aerei, quando sono lontana da casa e quando è troppo tempo che non me ne vado.
Mi fanno piangere le lettere che non sono mai state spedite, ne ho un cassetto ricolmo, e mi fanno piangere le lettere che non hanno mai ricevuto risposta, insieme a quelle che non sono mai state lette per tutti quei motivi che la vita ci mette davanti e che ci impediscono di amare chi vorremmo, di baciare chi vorremmo, di stare con chi vorremmo. Mi fanno piangere perché immagino chi l’ha scritte, immagino quella piccola speranza che nemmeno tonnellate di delusioni riuscirebbero a schiacciare e mi si stringe il cuore, hai detto.
Poi ti sei alzata in piedi, eravamo seduti di fronte alla vetrina di una profumeria. Hai iniziato a parlare più forte e più velocemente, sembravi un gatto che ha appena finito di mangiare, sazio di cibo e di carezze. Non volevi più essere sincera, essere sinceri è stancante, ti sfinisce se non ci sei abituato, allora mi hai preso la mano e mi hai detto “voglio andare a ballare”. Io ti ho portata a dormire, invece. “Stronzo” mi hai detto, ma l’hai detto col sorriso, e se fossimo andati a ballare chi lo sa, se avessimo ballato chissà se quel sorriso lì si sarebbe salvato.”

~ Susanna Casciani (via effehope)

Per l'amore, tutto è ideale e bere e mangiare insieme, quando si è innamorati, permette ogni sorta di promiscuità dolci e furtive, e ogni boccone diventa un bacio. Si beve la birra o il vino dallo stesso bicchiere, come si berrebbe la rugiada dallo stesso giglio.
—  Victor Hugo, L'uomo che ride. Seconda parte “Per ordine del re”, libro secondo “Gwynplaine e Dea”, cap. XII Ursus poeta trascina Ursus filosofo
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Le frittole venete (Frìtoe) di mia nonna.
Nel mese di febbraio me ne ingozzava!

Si sbattono 2 uova con 100g di zucchero, due cucchiai di rum, il lievito di birra (25g) stemperato in 60 ml di acqua appena tiepida e si allunga il tutto con 300 ml di latte (tiepido).

N.B. Liquidi troppo caldi possono uccidere il lievito!

Aggiungere 450g di farina 00, buccia di limone è un pizzico di sale, alla parte liquida assemblata precedentemente e mescolare bene. Quindi aggiungere 120g di uva passa ammollata in acqua calda e poi scolata e strizzata.

Far lievitare per 90 minuti, quindi con uno spallinatore x gelato, friggere in olio di semi a 160º girando a metà cottura la frittella per farla cuocere uniformemente.

Fate frittelle piccole o rischiate che restino crude in centro

Quando le avrete scolate e posate su carta assorbente, passatele una alla volta in una ciotola con zucchero semolato finché saranno calde, altrimenti non se ne ricopriranno.