i segnalati

[L'AMORE]

Ci spogliammo a vicenda, il contatto delle sue mani sulla
pelle mi sembrò svolgersi in sogno e ridacchiai senza ragione
quando vidi spuntare dalla camicia le sue gloriose
mammelle coniche e lievemente asimmetriche e una gioia
di ritorno all’origine mi invase non appena le entrai dentro.
«Il vaso della vita in cui si entra e si cambia umore», pensai.
A differenza dell’erotismo mistico di Serena, quello di Fulvia
è sempre stato come uno strappo animale dei corpi, bisogna
lasciarsi andare, felici di sbattere contro un muro,
andare all’appuntamento con un aguzzino per una lunga
tortura, l’attimo prima di impattare contro un albero con
la striscia bianca dipinta sul tronco. Con Fulvia l’importante
era soprattutto l’attimo prima di penetrarla, cioè quello
che i pianisti chiamano attacco, prepararsi all’urto, chiudere
gli occhi e dire: spero di uscirne intero, ma se così
non fosse lo accetto egualmente.

—  Giordano Tedoldi, I segnalati
"Monadi in bilico"

Era febbraio.
C'era la neve.
Ero uscita per andare a cercare in biblioteca “Io odio John Updike”.
Ho iniziato a leggerlo, su un soppalco, dopo uno sguardo commosso alla neve.
Mi sono ritrovata in estate con “I Segnalati”.
Prologo estivo”.
Roma era lontana, era in quel libro.
La claustrofobia dei pensieri che si affollano e si dilatano mentre ascolto la Decima di Mahler e progetto un viaggio ad Olevano Romano.

“Ma che fa in campagna, come passa il tempo?”. “Così, ci telefoniamo”. “E che ti racconta?”. “Nulla di speciale. C'è un tipo che la corteggia, un architetto, ma non le interessa.” “Ma lei è una che la dà via?”. “Non è prevedibile”. “Che vuoi dire?”. “Che i suoi costumi sessuali non sono prevedibili. Non puoi fare statistiche. Non esiste una media. Non ha una personalità erotica consolidata, ha un modo di consumare l'erotismo e un modo di scartare dalla regola dei bisogni sessuali che illudono e scoraggiano chiunque l'avvicini”. “Tu ne sai qualcosa?”. “Tra me e Fulvia è la congiunzione di destini. È una cosa che non si può più cancellare. O forse, chissà, tra molti anni. Ma se accade allora vorrà dire che sarò come morto”


Giordano Tedoldi, “I segnalati”

Tirandomi per mano entrammo nella camera dalle tende verde scuro (impossibile dimenticarmene) tirate e dunque immersa in una penombra brillante e ci abbracciammo stringendoci con tutta la forza che avevamo. Ci abbracciammo in silenzio, si sentivano solo i rumori interni dei nostri organismi, il respiro, il cuore, la sonata delle ossa, l'accompagnamento grave dei muscoli e delle articolazioni, il vibrato stretto dei tendini. Le nostre mandibole si strofinavano fino a dolorare, era soprattutto lei che esercitava una forza spaventosa e non capivo se mi stesse abbracciando o trattenendo. Restammo immobili e allacciati come se una tormenta furibonda potesse scoperchiare la casa anzi tutta via Montebello e lasciarne solo un solco traboccante di detriti.
—  Giordano Tedoldi, I segnalati
Quando vidi la loro espressione di delusione, come se, essendomi preso il disturbo di scendere per riconsegnargli il pallone, si aspettassero un rimprovero un po’ più originale, con la possibilità di un patetico conflitto con un adulto da raccontarsi poi tra le risate, li accontentai: «Andate a cacciare i gatti al largo di Torre Argentina». L’invito era sufficientemente crudo per catturare un pizzico del loro interesse, per quanto fosse possibile capirlo sotto le frange da teppistelli, i riccioletti neri sugli occhi, le espressioni accigliate di curiosità mista a fastidio che mi rivolgevano. Decisi così, su due piedi, di improvvisare una breve lezioncina, assai antipatica e che tuttavia mi procurò un certo aspro e sadico piacere, circa la bellezza del largo di Torre Argentina, «a sole poche decine di metri da qui, dove fu pugnalato a morte Giulio Cesare», una delle poche zone di Roma «a cielo aperto», dissi compiaciuto di usare un’espressione tra la mie preferite, ascoltata per la prima volta nella Carmen e che ora i ragazzini ascoltavano da me in tutta la sua spontanea genericità, «dove è possibile respirare senza essere colti dall’ansia e dalla brutalità umana sempre in agguato sotto la verniciatura della venustà palaziale capitolina». Forse non usai testualmente questo frasario (in particolare la faccenda della venustà palaziale credo mi sia venuta in mente in questo momento) ma posso assicurare di aver sciorinato un discorso falsamente complice e in realtà ostile che mirava a far comprendere loro quanto fosse da zingari stare lì sotto alle finestre di Fulvia a giocare a pallone e urlando il commento delle azioni, aggiungendo, prima di andarmene, un epilogo circa il fatto che io avrei sempre pensato a Roma come una gigantesca fortezza, ai suoi palazzi come caserme, le sue piazze come piazze d’armi, e la maggior parte delle persone, i cosiddetti passanti, gli uomini della strada, membri di uno sterminato reggimento chiamato “popolazione”, e i ragazzini nient’altro che bersagli per le esercitazioni d’artiglieria. Naturalmente il mio ridicolo tentativo di farli allontanare dallo slargo fallì, non solo mi ero confuso mescolando troppi temi, ma, come sempre quando mi capita di parlare in pubblico, a un certo punto avevo temuto per la mia incolumità, anche se erano solo ragazzini.
—  Giordano Tedoldi, I segnalati
A volte, abbandonati sul letto, accarezzandole la guancia e guardandola a lungo, lei mi domandava cosa stessi scrutando, allora le rispondevo: le rune. Il collezionismo antiquario sui suoi mobili e i miei dischi veniva dalla stessa passione, e quella passione la trasferivamo nei nostri contatti carnali. La casa di Serena corrispondeva, per la mia fantasia, a una sala apocrifa del British Museum, una sala provvista della sua scarna, eccentrica ma tuttavia originaria collezione. Gli arazzi, i gioielli, il servizio della colazione e perfino l'asse slogato e sbilenco sulla tazza del cesso, tutto chiedeva di essere maneggiato con la grazia riservata a un reperto catalogato dopo sacrificali studi.
—  Giordano Tedoldi, I segnalati
[LA MORTE] Scese il tramonto, scena che vidi con le mani intrecciate dietro la nuca e un occhio in fiamme (sentivo dal gonfiore che mi erano scoppiati i capillari inferiori della congiuntiva) disteso sul pavimento impolverato del salone, sentendo il cuore battere forte con accelerazione intollerabile, avevo la certezza che la mia angoscia fosse più profonda e grave di quanto potessi a tutta prima capire; mi rigirai un paio di volte sul pavimento putrido, come se nella stanza scorresse un fiume di fango. Fulvia aveva preso sonno prima di me e, mentre lei dormiva, un misterioso impulso, che se non avessi assecondato sapevo mi avrebbe tormentato per tutta la vita, mi spinse a alzarmi e raggiungere la finestra, spalancarne i battenti senza vetri e ammirare il cielo e i tetti sotto quel velario di luce verdognola da dipinto di Corot, e non mancai di guardare giù, in basso, molto giù, fino al campo del prevedibile impatto. Scesi a comprare una bottiglia d’acqua e quando risalii Fulvia ansimava, il suo sonno era agitato da incubi che la facevano gemere. Bevendo lunghe sorsate dalla bottiglia di plastica da un litro e mezzo, mi sedetti a cavalcioni sul davanzale per godermi la fine del giorno. “Non posso salvarla”, dissi a me stesso mentre lei continuava a gemere e a farfugliare, a tratti alzando le braccia come una sonnambula che scaccia un intruso malvagio dal suo sogno. “Ormai è irrecuperabile. Ha ragione il signor Lossia, dovrebbe uccidersi”. E quel pensiero fece scendere in me un’insperata pace. A quel passeggero ma acuto stato di estasi reagì il mio corpo, non la mia mente, facendomi sentire una nausea intollerabile davanti all’idea di Fulvia ingoiata per sempre dal buio, mentre anche la sfarzosa corona del sole cadeva dietro le case lontane.
—  Giordano Tedoldi, I segnalati
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Giordano Tedoldi legge il primo capitolo “Amore cupreo” dal suo romanzo I segnalati (Fazi, 2013).

“C'erano delicate, minute cose ripugnanti e incontrollabili che mi piacevano di lei…”.

(In queste prime tre pagine ci sono già quattro aggettivi delicatissimi che non potrebbero suonare in un altro ordine, c'è già un romanzo, c'è già un incanto, c'è già un amore.)

I segnalati, outtake dal capitolo “Interregno II”

E forse anche era un gioco, quello di Serena. Non voglio dire che mi stesse sfidando, non era così puerile, ma in qualche modo si era messa a giocare con me che mi trovavo nel suo stesso giardino d’infanzia una partita di cui le regole mi erano state sommariamente spiegate all’inizio ma, come nei giochi da bambini, nuove regole, più o meno astutamente taciute, venivano introdotte man mano che il gioco avanzava. Naturalmente stavo perdendo. Stavo perdendo in modo così ottuso che si può anche dire che stessi perdendo una partita di un gioco che non avrei mai dovuto iniziare o in cui la mia sconfitta era una fase del gioco stesso. Mi rendevo conto che stando così le cose l’unico modo per rifarmi era cominciare a barare. Anche barare del resto è perfettamente legale nei giochi dei bambini, anzi, è una delle regole più o meno astutamente taciute di cui ho detto sopra. Cominciai anche a introdurre una nuova regola, devo dire alquanto stupida, cioè quella di somministrarmi, poco prima di mettermi a letto, uno shottino di vodka gelata e due compresse di Stilnox. Una sera ne presi quattro e feci un incubo: fuori dalle finestre della nostra camera da letto cresceva una grande fanfara, un inspiegabile frastuono nel cuore della notte e il cielo era rosso pallido perché, sapevo nel sogno, era esplosa una raffineria a pochi chilometri di distanza. Serena si voltava nel letto inquieta, mi chiedeva di scendere e andare a protestare con un tale del piano terra che secondo lei, con le sue feste balorde fino alle sette del mattino, ci impediva di dormire. Mi diceva di fare attenzione, perché questo tizio era molto pericoloso e chiunque fosse andato a protestare era stato ucciso. Serena procedeva a raccontarmi le elaborate e barocche modalità con cui erano stati uccisi coloro che erano andati a protestare. E poi, con netta soluzione di continuità, o forse una transizione che non ricordo, io le spingevo, dall’alto, come sempre, il quadrello nel petto, e una fontana sgorgava eterna dalla ferita. Ne usciva tanta acqua che subito dopo Serena si rivestiva di scaglie argentee.

È una fiala che ho preparato ieri, contiene solo Rivotril, così ti avrei stordita, e, nel giro di mezz'ora, ti saresti placidamente addormentata. Saresti stata bellissima, e felice, nel sonno del Rivotril. Un angioletto, vero? Poi, questo non gliel'ho detto a Serena ma avevo in mente di farlo davvero, avrei preso il bulino che tengo nascosto in cucina e ti avrei inciso l'accordo mistico che usava il compositore russo Skrjabin sul cranio. Così, come ricordo di questa estate difficile. Un piccolo segno delle mie fissazioni, del mio grande amore per una delle ragioni di vita che ho, te e la musica.
—  Giordano Tedoldi, I segnalati
Mi portava ridendo e provando vergogna per la sua allegria, come se mi volesse far leggere il suo diario segreto, una raccolta di poesie che aveva scritto fin da bambina, o mostrarmi una foto intima con suo padre, o con sua madre, o, mi venne di pensare, una foto con me, lei, e mio padre e mia madre, la scoperta che eravamo davvero gemelli, come ci chiamavano certe volte.
—  Giordano Tedoldi, I segnalati
Quel giorno con Giovanni fu molto bello, volevo capisse che non lo stavo ingannando, anche se gli mentivo. Volevo trasmettergli l'entusiasmo sincero che provavo nel prendermi cura di lui, nel fargli da istitutore, e nel sapere che Fulvia, ancor prima di conoscerlo, lo amava e si sarebbe presa cura di lui allo stesso modo, e che ora si stava spaccando la testa su questioni musicali, di cui non capiva un tubo, in una casa diroccata su un pendio franante della campagna laziale. Tutti quelli che amavo, in quel preciso giorno, si prendevano cura di lui. E a fargli sentire questa massa d'amore, che avrebbe potuto palpare come le forme materne in un abbraccio sotto la luce accecante, la città mi venne in aiuto. Roma, d'estate, è la città ideale per convincere un ragazzino di non ancora dieci anni che nessuno lo sta ingannando, specie se è la prima volta che viene a starci per un lungo periodo.
—  Giordano Tedoldi, I segnalati
Ansimavo e il cuore mi batteva violentemente, più per l'emozione che per la corsa. «Allora», ripeté Fulvia, «mi vuoi rispondere? Che ti succede? Mi hai fatto perdere l'orientamento». Era evidente che Fulvia non aveva visto nulla. «Scusami, ho avuto paura di sbattere e sono andato nel panico, mi sembra di girare in tondo all'infinito».
—  Giordano Tedoldi, I segnalati 
Con i suoi articoli accademici aveva finito, a quello sulla demonologia in Agostino mancava solo l'indice e di completare la bibliografia, aveva tempo per prendersi qualche settimana di vacanza. Le proposi invece di venire a Bellegra con me.
«Pensi che sia una buona idea?» mi chiese. «Penso che se vieni, una parte importante di realtà verrà con me. Il problema di Fulvia è la realtà, ne percepisce sempre troppo poca. In quella casa di campagna, con i Lossia, posso immaginare che il livello di realtà sia pressoché nullo. Le vorrei far capire che esiste una vita concreta, fertile, fatta di cammini e forza di gravità, non solo i suoi viaggi mentali.» «E ti sembro la persona più indicata?». C'era una cospicua e amara autoironia nella sua domanda. «Be’, hai spezzato l'asta dell'illusione, no? Così ora sei tutta realtà. Comunque non c'entra niente. Si può praticare l'occultismo e avere un incrollabile senso della realtà e si può essere materialisti come Fulvia ma non vivere in questo mondo».
—  Giordano Tedoldi, I segnalati
Entrare, attraverso I segnalati, in un mondo che ci appartiene ma che non troveremmo altrove. Non è detto sia uno spazio che tutti vogliano o debbano attraversare per trecento pagine.
—  Nicola Lagioia su I segnalati di Giordano Tedoldi, libro che tutti dovreste leggere perché è una storia d'amore bellissima. Amazon non l'ha più, potete trovarlo sul sito della Fazi o nella libreria più vicina a casa vostra.
Forse quell'impostazione scorretta si sarebbe potuta rivelare una fortuna, perché era possibile che, corretto quel difetto, Giovanni avrebbe suonato ancora meglio che se lo zio non l'avesse mai sviato. Comunque non gli dissi nulla perché suonò in modo incantevole e mi trasportò altrove, sia pure per una manciata di minuti, e mi trattenni dal desiderio fortissimo di chiedergli di suonare ancora. Nonostante tutto, avevo paura che potesse rompersi l'incantesimo.
—  Giordano Tedoldi, I segnalati